Ha la passione dell'imprevisto. È un Dio in agguato

Da Tokyo a New
York. Passando
per Londra, Shangai e Hong Kong. Toronto, Francoforte e Madrid. Bombay, Milano
e Seoul. Joannesburg e Shenzhen. Le borse economiche si sgretolano, i capitali
si trasformano in lacrimogeni, i sacrifici vengono azzerati da numeri mai così
altalenanti. E le facce s’intristiscono, s’irrigidiscono, si spauriscono. Perché
fino a ieri s’era certi che fosse l’economia a tener acceso il viso. Il
sorriso. L’eleganza. L’avevamo raccontato ai nostri figli, di generazione in
generazione. Che, fidandosi, hanno anteposto l’apparire all’essere. La
rassegnata comodità alla rischiosa creatività. Il fascino suadente dell’illusorio
all’appassionante fatica dell’Eterno.
Eppure
qualcosa sembra non quadrare. Pare spaventare i taglialingua di casa nostra che
vorrebbero un popolo in ginocchio, un’ "amnesia collettiva su misura" (per
usare le parole di Ingrid Betancourt) che renda facile l’occultazione della
Verità a scapito della Menzogna. E’ di questi giorni il complotto per ammazzare
Roberto Saviano, l’autore del bestseller Gomorra.
Vita scortata: lui, come troppi altri. Lingua tagliata per i rimanenti.
Sotterfugi, intimidazioni, tranelli che abitano istituzioni di ogni tipo. Che,
così facendo, mostrano d’essere mosche cocchiere di un pensiero struggente e
surreale. Ma questa è la sconfitta di uno stato e di una civiltà dove la Verità è condannata a morte
per mantenere lo status quo, di uno
stato che affida ad un mibtel – crescente o calante – il futuro di una nazione,
di un popolo, di una giovinezza.

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Alla
lettura, alla documentazione, allo studio abbiamo preferito la tv al plasma, i
notiziari per sms, i bollettini faziosamente di parte. Il pensiero profondo ha
abdicato in favore del pensiero veloce. Edmondo de Amicis un giorno si
confessò: "La differenza tra me e un
selvaggio è che io ho avuto nella casa paterna una biblioteca"
. Cioè un pensiero
libero da modellare, una creatività da sfornare, un’immaginazione da allargare.
Fossi bambino alzerei ancora la mano: nelle chiese, a scuola, nelle strade. Chiederei,
m’informerei, avrei cura del mio cervello. Lo proteggerei da sciacalli
suadenti, da docenti infatuatori, da spigolose vertigini educative. Perché,
cadute le borse (si rialzeranno di certo ma per poi ricadere di nuovo), rimane
l’àncora di un pensiero libero cui agganciare un’interiorità delicata da tenere
accesa. Rimane la speranza in qualcosa che vada oltre le aragoste da mangiare,
il fuoristrada da guidare o la bella di turno da rimorchiare. Speranza che non
potrà mai sposare il buon senso, la tranquilla convivenza, l’ansia di non
disturbare. Tutt’altro. La speranza è creatività, fantasia, estro, genialità,
invenzione, creazione: le ragnatele non le appartengono. Perché la speranza non
è dialogo ma conflitto: arduo, fecondo, molestatore. Diatriba per stanare la Menzogna e inseguire la Verità. E io voglio sperare. Perché,
come diceva il grande filosofo greco Aristotele, la speranza "è un sogno fatto da svegli". I bambini
sognano: e nel sogno viaggiano, incontrano, s’ingegnano. Gli adulti contano:
tra zero e tanti zeri viaggia la loro vita. Illudendosi d’affascinare il mondo
piccolo.
Ma qualcosa non quadra. Eccone la prova. Un papà esce
dal supermercato con una borsa stracarica di ogni ben di Dio. Pane, speck,
coca-cola, nutella, ringo, baiocchi, pringle. E poi ciucetti, chewing, yogurt.
Ananas, banane e pesche. Caramelle, pane e formaggio. Succhi, integratori,
chipster. Gomme da masticare, da cancellare, da attaccare. 25,4 cm di scontrino
fiscale. Il bambino, sei anni, gli scodinzola dietro. Stufo e insoddisfatto. "Ma cosa vuoi di più – gli chiede il
padre scocciato -" Il bambino, tutto d’un fiato: "Prendimi per mano, papà". Terrorizzati dalla lava, gli archeologi ancor
oggi trovano scheletri tra loro abbracciati! C’è voglia di tenerezza.
Qualcosa
sta cambiando. Lentamente, impercettibilmente, di nascosto. Le istituzioni
danno segni di cedimento, l’autorità – pur credente – vacilla nella
credibilità, l’obbligo di dimora vale per il corpo ma non per il cervello.
Perché ormai
i bambini sono stanchi di ripetercelo: vivere senza sorriso non è bello come ci
vogliono fare credere! Ma il sorriso è legato alla testa. Libera.

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