Ha la passione dell'imprevisto. È un Dio in agguato

Da vecchio studente del liceo classico – che rifrequenterei all’istante – son anni che alla televisione (che non possiedo) ho scelto la compagnia dei libri per tenermi informato. Mantenermi in forma. Mi è capitato più di una volta una cosa curiosa, anche recentemente: a quarant’anni mi sto accorgendo che possiedo alcuni libri da più di venti, praticamente dai miei primi anni dell’università. Sono libri che tengo sempre nella libreria, che ho sempre portato con me di città in città, di paese in paese, che ho sempre impacchettato con cura nei traslochi, che non hanno mai fatto la fine di tanti altri libri: quella di venir cestinati dentro il cassonetto della carta. Anche se, come tutti, si ha sempre pochissimo posto per i libri! Se ci penso, il massimo che ho fatto con questi libri è stato di sfogliarli nel momento di toglierli dai vari scatoloni, ma mi sono sempre guardato dal leggere per intero anche una sola frase. Il massimo che ricordo è, forse, il loro titolo.

Poi, dopo vent’anni, arriva un giorno nel quale, d’improvviso, quasi per una tensione aitante, non riesco a non leggere uno di questi libri tutto d’un fiato: mi appare come una sorta di rivelazione. E, nel mentre lo leggo, capisco perchè gli ho sempre riservato tutta quella cura, senza mai cestinarlo. Il fatto è – ma me ne accorgo solo leggendolo, non prima – che doveva starmi a lungo così vicino, a viaggiare con me, occuparmi del posto, essermi anche di peso. Adesso, però, che ha raggiunto lo scopo del suo viaggio, si svela: è come se illuminasse tutti i vent’anni che ha trascorso a rimorchio, taciturno, appiccicato a me. Capisco che questo libro non potrebbe dirmi così tante cose se per tutto questo tempo non se ne fosse stato muto. Soltanto un idiota, tra l’altro, si azzarderebbe a credere che dentro ci siano state sempre le medesime cose. Il fatto è che, in vent’anni, non sono cambiate le lettere del libro, la sua trama, la sua grammatica: il fatto è che quel libro, anni fa, non avrebbe prodotto in me quell’irruente bellezza di cui è capace oggi. Lui è rimasto identico a sè, io sono cambiato tantissimo, invece: solo adesso, nell’attimo giusto, un non so che di pressante è come se m’avesse costretto a misurarmi con le sue pagine. Certi libri si comportano come le belle donne, quelle che in amore ci san fare: non vince quella che ti corre dietro o quella che ti scappa. Vince quella che sa aspettare. E, allo scoccare dell’attimo esatto, scatta e ti conquista per sempre il cuore. A me, quest’estate, è capitato con “Il conte di Montecristo” di Dumas. Mi capita ogni giorno con il Vangelo.

(Marco Pozza, da “Specchio” de La Stampa, 7 agosto 2022)

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