Ha la passione dell'imprevisto. È un Dio in agguato

goalSono l’altra faccia della medaglia: quella che non si vede, quella nascosta, quella che solo gli “addetti ai lavori” hanno imparato a vedere sul podio di una competizione. Perché nessuna medaglia tiene una sola faccia. Nemmeno quella di Federica Pellegrini e Alessia Filippi, ragazze splendide e avventuriere coraggiose di uno sport che ne esalta la bravura, il gesto atletico, la passione raccolta e custodita nell’animo. Anche la loro medaglia – al pari di tutte le medaglie – tiene l’altra faccia: quella che racconta il volto di chi le allena, di chi con loro passa mesi interi a rifinire il gesto, affinare la predisposizione, allenare la testa alla concentrazione e alla sopportazione della fatica fino a diventare la loro ombra. Eppure, a trionfo firmato, di loro pochi se ne ricordano: o vogliono ricordarsene. Forse i loro nomi sono scritti nelle carte dei commentatori, nella memoria degli “addetti ai lavori”, nella passione forbita di chi ha fatto di quello sport una ragione di vita. O per lo meno di passione.
E’ un mestiere strano quello dell’allenatore: il suo ruolo – nella maggior parte degli sport – sembra cessare proprio quando la sfida s’accende. Prima della gara sono gli atleti che si fidano di loro per far emergere il talento: durante la gara sono gli allenatori che s’affidano ai loro atleti per valutare il lavoro fatto e, magari, farsi processare in mondovisione. Sudano anni e anni a costruire una medaglia che poi vedono sempre e solo sul collo dei loro atleti: per loro non esiste la medaglia, esiste sempre e solo la vittoria o la sconfitta dei loro “ragazzi”. Ma è nell’altra faccia della medaglia che sta scritto tutto il “dietro le quinte” di quest’appassionante avventura dell’umano che si chiama sport: il lavoro ai limiti della perfezione nel fisico, l’arte suadente di vincere e convincere con le parole, la compassione di chi per allenare il corpo s’è ingegnato trucchi per leggere il cuore dell’atleta. Vivono quasi in simbiosi, per la maggior parte facendo di una palestra o di una piscina la loro casa per decenni pur di rincorrere un sogno. Li hanno trovati bambini, li hanno visti crescere, fare i primi tuffi, ne hanno individuato le potenzialità, hanno fatto esplodere la pienezza del gesto nascosto nei muscoli. Ma tutti gli allenatori – sopratutto quelli che si sono imbattuti in talenti trasformatisi in campioni – sanno che è la mente dell’atleta a fare la differenza. E lo stile dell’allenatore a sancire la distinzione tra allenatore-educatore e semplice improvvisatore di passaggio.
Ai più il richiamo dell’aplomb e dell’immagine non interessa: vivono nascosti, nell’anonimato, fieri e orgogliosi di vivere sempre e solo dentro le acrobazie e le gesta di chi allenano. Perché sanno che l’allenatore bravo – come diceva Carletto Mazzone, l’alta faccia delle medaglie di Roberto Baggio – è colui che toglie i difetti al suo atleta: perché i pregi emergono da sé. Nelle panchine degli stadi, sui bordi delle piscine, ai margini dei campi d’atletica sbraitano, urlano e provocano: ma tutto questo per migliorare l’atleta, non per umiliare l’uomo che, nonostante il verdetto della gara, rimane sempre il loro più grande investimento umano.
Strana vita quella degli allenatori: gente che frequenta l’anonimato delle zone d’allenamento – quasi sempre alla periferia di grandi città – per far salire sull’Olimpo degli dei i loro “cavalli di razza”. Per veder vincere i quali pagano volentieri lo scotto dell’indifferenza collettiva. Il loro nome è scritto sull’altra faccia della medaglia – come recita un bellissimo libro di Elisa Chiari -: la faccia che troppi dimenticano pensando che la vittoria sia solo questione di fortuna.
O, tutt’al più, di doping.

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