Ha la passione dell'imprevisto. È un Dio in agguato

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Anno nuovo, vita nuova!
Quanti buoni propositi abbiamo stilato dal primo gennaio? Quanti sono stati richiamati dall’anno vecchio? Quanti invece ne abbiamo già accantonati, messi in panchina dopo pochi minuti dal fischio d’inizio?
Di solito più o meno tutti partiamo con un bellissimo bagaglio di buone intenzioni. Le abbiamo scelte con cura negli ultimi giorni dell’anno precedente, ci sono sembrate le migliori tra tutte, così linde, pulite e profumate. Nei primi tempi – forse settimane – tutto ci appare a portata di mano ed il motto “posso farcela!” si aggiunge come gradito compagno di viaggio. Beata ingenuità! E poi? Poi accadono gli imprevisti. Qualche vecchia abitudine non ne vuole sapere di essere sfrattata: s’agita, si ribella, viene fatta uscire dalla porta ma cerca di rientrare dalla finestra. È una lotta. Qualche altra, invece, fa un’enorme fatica ad accettare la nuova inquilina, così diversa, così precisa e metodica. Arrivano poi quei giorni in cui altre urgenze si presentano alla nostra porta – mai invitate, anzi! – e chiedono la nostra massima attenzione. In parole povere: è la vita che accade, né più né meno. Il bagaglio dei buoni propositi si alleggerisce sempre di più. Lungo il percorso siamo costretti ad abbandonarne qualcuno per strada, con la promessa di tornare da lui il prima possibile, ma sappiamo entrambi – noi e lui – che quasi sempre andremo a riprenderlo solo all’inizio del nuovo anno. Anche l’asticella delle nostre aspettative nel frattempo si è abbassata, mese dopo mese, e ce la ritroviamo a fine dicembre ad altezza Puffo (con tutto il rispetto per i Puffi, s’intende).
Succede praticamente a tutti. Quindi, caro senso di colpa, non serve che entri in scena. Non tutto nella nostra quotidianità è sotto il nostro controllo e gli imprevisti sono sempre dietro l’angolo.
Nonostante ciò, non appena si volta la pagina del 31 dicembre, è facile fantasticare su quelle 365 ancora tutte da scrivere. Vorremo fare questo, quest’altro e quell’altro ancora. Progettiamo, ci diamo traguardi, ci imponiamo obiettivi. Qualcuno per questo ci deriderà, dandoci degli illusi. Non demordiamo. Spieghiamo che tutto questo è la lenza che lanciamo verso il futuro, perché di stare ancorati solo al presente (o peggio, solo al passato!) non ne vogliamo proprio sapere. Spieghiamo che tutto questo altro non è che l’asta con cui corriamo, per spiccare il nostro salto in alto.
Se guardiamo ai mille post motivazionali che ad ogni inizio anno invadono i social, notiamo che nella quasi totalità dei casi si usa la scala come metafora: per quanto alta e lunga possa essere, si comincia sempre un gradino alla volta per giungere in cima. Lo ammetto, è un’immagine che invece io non sopporto, nonostante non sia sbagliata, perché credo che personalmente non mi si addica.
Preferisco piuttosto la metafora del cammino un po’ simile ad un sentiero di montagna: zaino, equipaggiamento adatto e via, in marcia insieme a chi condivide la medesima strada. La partenza iniziale è carica di entusiasmo, poi però arriva la salita. Saranno necessari momenti di stop e di riposo: non sentiamoci in errore se ne avremo bisogno. Arriveranno attimi in cui preferiremo restare fermi ad osservare il panorama, per riempirci gli occhi ed il cuore: il bello che ci accade, quando ci accade, accogliamolo come un regalo, non come una perdita di tempo, una distrazione né tantomeno come una colpa. Talvolta ci chiederemo “ma chi me l’ha fatto fare?” Ci sarà il momento in cui ci leveremo lo zaino dei buoni propositi, lo disferemo e li soppeseremo uno ad uno, domandandoci se qualcuno non sia una zavorra piuttosto che un aiuto. Per non parlare degli improvvisi cambi di percorso, perché il sentiero più avanti è interrotto o perché le nostre forze ne richiedono uno più adatto: sforziamoci di ricordare che non abbiamo il controllo di ogni cosa.
Qual è il tuo percorso? Cosa contiene lo zaino dei tuoi buoni propositi? Sei pronto a lanciare la tua lenza verso il futuro? Dai, facciamolo insieme e… buon cammino!

Vicentina, classe 1979, piedi ben piantati per terra e testa sempre tra le nuvole. È una razionale sognatrice, una inguaribile ottimista ed una spietata realista. Filosofa per passione, biblista per spirito d’avventura, insegnante per vocazione e professione. Giunta alla fine del liceo classico gli studi universitari le si pongono davanti con un bel dilemma: scegliere filosofia o teologia? La valutazione è ardua, s’incammina lungo la via degli studi filosofici ma la passione per la teologia e la Sacra Scrittura continua ad ardere nel petto e non vuole sopirsi per niente al mondo. Così, fatto trenta, facciamo trentuno! e per il Magistero in Scienze Religiose sfida le nebbie padane delle lezioni serali: nulla pesa, quel sentiero le sembra il paese dei balocchi e la realizzazione di un sogno nel cassetto. Il traguardo, tuttavia, è ancora ben lontano dall’essere raggiunto, perché nel frattempo la città eterna ha levato il suo richiamo, simile a quello delle sirene di omerica memoria. Che fare, seguire l’esempio di Ulisse e navigare in sicurezza o mollare gli ormeggi e veleggiare verso un futuro incerto? L’invito del Maestro a prendere il largo è troppo forte e troppo bello per essere inascoltato, così fa fagotto e parte allo sbaraglio, una scommessa che poteva sembrare già persa in partenza. Nei primi mesi di permanenza nella capitale il Pontificio Istituto Biblico sembra occhieggiarla burbero, severo nei suoi ritmi di studio pazzo e disperatissimo. Ci sono stati scogli improvvisi, tempeste ciclopiche, tentazioni di cambiare rotta per ritornare alla sicurezza del suolo natio. Ma la bilancia della vita le ha riservato sull’altro piatto, quello più pesante, una strada costruita passo dopo passo ed un lavoro come insegnante di religione nella diocesi di Roma. L’approdo, più che un porto sicuro, le piace interpretarlo come un nuovo trampolino di lancio, perché ama pensare che è sempre tempo per imparare cose nuove.

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