Farsi ridere dietro dalla gente, infamare anche dalla loro Chiesa. Poi, una volta morti – siccome il bene fatto non potrà che essere evidente – vedranno la loro sorte rivoltarsi come un calzino. Pregati a dismisura dalla gente: andranno in ginocchio nei santuari dove sono esposti i loro corpi, vi si recheranno per invocare una grazia, prometteranno cambi radicali in caso d’una grazia ricevuta, sborseranno capitali (chi potrà) per incrementare quella chiesa, per costruirne un’altra in loro onore. Qualcuno poi, nella stagione dei corpi dipinti come album, si tatuerà la loro effige nell’avambraccio, nel polpaccio, il nome nel braccio. La Chiesa, da parte sua, sbattendo contro l’evidenza, darà loro la gloria degli altari: venerabilità, beatificazione, canonizzazione. È un modo per chiedere loro scusa se la Madre non ha saputo riconoscere la loro santità mentre erano vivi. Della serie: “Meglio tardi che mai”? No: il bene fatto non è loro ma di Dio. I santi, in vita, potranno anche venire fraintesi, battuti, derisi: il bene fatto, dopo la morte, nessuno potrà più metterci mano. Siccome è proprietà privata di Dio, quel bene diventerà infrangibile alle spade e alle ignominie: dimostrerà al mondo che, nel caso, si è sbagliato di grosso quando era in vita. E, rendendolo santo, l’ironia splenderà: la Chiesa pregherà dei figli santi che, quand’eran vivi, lei stessa non temette di trattarli da pazzi. Per una consulenza citofonare a Pio da Pietrelcina, Giovanna d’Arco, Giovanni della Croce, Faustina Kowalska: a volte la pazienza condurrà molto più lontano dell’intelligenza. Basterà aspettare. Poi, aspettando, apparirà la giustizia giustissima di Dio: “Se tu fai la pipì addosso ad una rosa, la rosa rimane rosa anche dopo che tu ci avrai fatto la pipì addosso. Tu, invece, dopo avere fatto pipì addosso alla rosa – e vedendo che lei è rimasta la rosa di prima -, diventerai colui/e che ha fatto la pipì addosso alla rosa”. Punto.
I santi io me l’immagino con la pazienza dei monaci: ci vuole una cisterna di fede per non reagire quando il mondo ti riderà addosso solo perchè tu fai tua la promessa di Dio. Che somiglia ad un tir rovesciato in autostrada, di quelli che paralizzano il traffico per un’intera giornata: «Beati voi quando vi insulteranno, perseguiteranno e mentendo diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia». Ci vuole il coraggio di un guerriero per andare in guerra ad imbastire la guerra alla guerra, preparando così l’autostrada alla pace: «Beati gli operatori di pace perchè: saranno chiamati figli di Dio». Servirà l’immaginazione genuina di una bambina per intravedere dentro le lacrime i pertugi attraverso cui si infilerà un giorno (che non è oggi) la benedetta gioia promessa: «Beati quelli che sono nel pianto perchè saranno consolati». La gente vissuta in maniera così naif, agli occhi del mondo avrà firmato con le proprie mani il fallimento: quaggiù si vince solo se si vince, in qualsiasi altro caso si sarà perduta la battaglia. Tempo che il mondo, col suo andazzo, lo (ri)prenda in mano completamente Dio, e la storia si rivolterà come un calzino, ritrovando la posizione giusta promessa da Dio, che «ha scelto ciò che nel mondo è stolto per confondere i sapienti», ha scelto ciò che nel mondo è debole per confondere i forti» (1 Cor 2,17). Avranno successo, è promessa di Dio: basterà con confondere la pipì con la pioggia. Con la rosa.
Nessuno di loro, si noti, è nato santo: leggiamo le loro biografie e sarà come mettere le mani nella marmellata del loro passato. Questa, la marmellata del passato, rimane cagione della mia speranza: se ogni santo ha avuto un suo passato, ogni peccatore avrà un suo futuro. Basterà ritornare bambini, restare ad ascoltare la maestra che, armata soltanto delle favole, c’insegnava le quattro domandine per provare a cambiare il mondo: «Perchè? Perchè no? Perchè non io? Perchè non adesso?» Dati alla mano, o si diventerà santi in questa vita o si sarà commesso il peccato maiuscolo: essere potuti diventarlo e non aver fatto il possibile per diventarlo. Lo diremmo anche noi di storie così: “Che peccato!”
In quel tempo, vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli. Si mise a parlare e insegnava loro dicendo:
«Beati i poveri in spirito,
perché di essi è il regno dei cieli.
Beati quelli che sono nel pianto,
perché saranno consolati.
Beati i miti,
perché avranno in eredità la terra.
Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia,
perché saranno saziati.
Beati i misericordiosi,
perché troveranno misericordia.
Beati i puri di cuore,
perché vedranno Dio.
Beati gli operatori di pace,
perché saranno chiamati figli di Dio.
Beati i perseguitati per la giustizia,
perché di essi è il regno dei cieli.
Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli» (Vangelo di Matteo 5,1-12)
