Non l’ho mai considerata una perdita di tempo il tempo passato a visitare il cimitero del mio paese. Visitare i cimiteri che, quando li trovo per strada, ridestano in me la curiosità di andarci a fare un giretto. Non l’ho mai considerata una perdita di tempo da quando ho capito che il mondo considera una perdita di tempo il guardare fuori dalla finestra quando non succede mai nulla: in realtà si tratta solo di aspettare quel qualcosa che sta per succedere, anche se sembra non accadere mai. Mi piace girare nei cimiteri: la corona del rosario in mano, l’attenzione nello sguardo. È la gita d’istruzione (badate di mettere bene in vista l’apostrofo, che non diventi una delle tante “gite distruzione”) più bella a cui le mie maestre, alle scuole elementari, mi abbiano iniziato: era sempre, in calendario, nei giorni di fine ottobre, d’inizio novembre. Mamma e papà mai accusarono le maestre di avere il gusto del macabro, ma sempre mi firmavano il permesso che serviva per andare a fare visita ai defunti. Oggi – e sono passati anni da quegli anni – i cimiteri non mi spaventano più, neanche di notte: a spaventarmi tantissimo sono gli stadi, le arene, i luoghi che spengono l’anima di giorno, alla luce del sole, vestendosi da poeti ben sapendo di essere becchini in cerca disperata di clientela da accasare nella propria scuderia mentre è ancora in vita. Il cimitero, invece, è parte integrante dell’urbanistica del mio paese: assieme alla piazza con la sua pieve e il municipio, la scuola e l’asilo, le sue poche botteghe rimaste e le sue stalle profumate di fieno, le sue colline e le sue incantevoli contrade. Lo trovi all’ingresso del paese, non nascosto nelle trincee dei suoi monti. E’ una sorta di promemoria: “La nostra storia non inizia da noi, è una storia che viene da lontano. Ti presentiamo i padri della patria di questa terra”. La gente, quando passa, si fa spesso il segno della croce: non è gesto di scaramanzia, è gesto di chi toglie alla memoria la polvere della dimenticanza.

Da generazioni vanto sangue operaio nelle mie vene: il nonno era stradino comunale. Ragione per cui, verso fine ottobre, assieme col suo amico Renzo lo aspettava la sistemazione “straordinaria” del cimitero: al loro seguito, ammiravo la cura con cui facevano manutenzione alle tombe. Ad affascinarmi era quando riuscivo a captare i loro discorsi, mentre le sistemavano: si raccontavano la vita di chi era sepolto lì, facevano memoria delle giornate passate con loro, dei loro campi di patate e delle bestie che portavano d’estate sui monti, dei figli e nipoti rimasti, delle loro moglie (e amanti). Sembravano, loro due, come bambini che, andando a scuola, ripassavano per strada la storia paesana: non per paura che la maestra li interrogasse, ma per paura che la memoria scordasse pezzi di vita. Non erano molto distanti, nonno e il suo amico Renzo, dall’acutezza di Antoine de Saint-Exupéry. Anche lui, poeta di voli e acrobazie, si fermava spesso a parlare dei corpi morti, diceva che «non si tratta di sistemare un corpo nella terra, ma di raccogliere senza perdere nulla, come da un’urna che rotta, il patrimonio del quale l’uomo era stato il depositario. Difficile salvar tutto. L’eredità dei morti si raccoglie lentamente: occorre piangerli a lungo, meditare sulla loro esistenza e celebrare l’anniversario della loro morte. Devi voltarti indietro molte volte per osservare che non si dimentichi nulla» (Cittadella).

Piango (molto) di fronte a certe tombe. E piangendo la mancanza mi accorgo di misurare l’amore che mi tiene legato a quella persona defunta: che il vuoto si riempia – il vuoto di certe mancanze – è una frottola mondana alla quale non ho mai creduto. Il vuoto lasciato da certuni rimarrà perpetuamente aperto, feroce, infuocato. Da quanto male mi fa oggi questo vuoto, però, finalmente ho la possibilità di capire quanto bene mi ha fatto in vita: la morte non si prende il tempo trascorso con chi non c’è più, alla morte ciò che interessa sono i nostri ossicini, lo scheletro, la materia. L’essere stato accompagnato in gita d’istruzione (con l’apostrofo) al cimitero quand’ero ancora piccolo, è stato anticipo di felicità, avvisaglia d’attenzione: “C’è ombra perchè c’è luce”. Non è perverso il cimitero, è perverso il parco divertimento, la vita ridotta a commercio. I nostri lutti, a confronto, sono oro.

foto tratta da www.simonettamarmi.it

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