Prima di domenica, già da giorni Nostro Signore aveva iniziato a suonare i campanelli delle case degli amici. Non era un gioco: suonare e poi scappare. La sua, di farsi trovar sottocasa, era una dichiarazione d’amore, l’ennesima: “Ve lo avevo detto: eccomi qui, sono risorto!” Felicissimo, Lui, d’aver mantenuto la sua promessa entro lo scadere della vita. Suonando i campanelli, ne sentì e ne vide di tutti i colori: una lo scambiò addirittura per il giardiniere, altre tre lo bloccarono cingendogli i piedi, altri lo confonderanno coi fantasmi. Credere alle sfighe e alle disgrazie è l’ovvietà del quotidiano, lo si fa facilmente: credere alla gioia, invece, è arcigno, pure apparendo un paradosso. Che quella di «otto giorni dopo» fosse un’assenza giustificata (dai genitori) o di quelle ingiustificate che complicano un curriculum scolastico, i Vangeli non lo dicono: si limitano a dire che «Tommaso non era con loro quando venne Gesù». I più acidi dicono che aveva fatto presto a dimenticarsi del Maestro, altri penseranno fosse andato a fare commissioni o la spesa. Altri ancora (tra i quali il sottoscritto) amano pensare che l’aria fosse pesante in quella sorta di canonica: “Quant’era bello quando c’era lui. Una volta sì che la gente ci ascoltava. Se potessimo tornare indietro. Il mondo è senza più Dio: brutto, cattivo, avverso”. Avendone le scatole piene, Tommaso andò a fare respirare il cuore in affanno. Nel frattempo, «”Pace a voi!”»: ritorna l’amico dalla tomba e li rincuora. Suona il campanello, si apre Lui la porta, si fa riconoscere e «i discepoli gioirono al vedere il Signore». Gioirono, un po’ meschini, anche del fatto che Tommaso, giusto un attimo prima, si era arreso allo sconforto. “Ben gli sta – avrà pensato qualcuno -: bastava solo aspettare qualche giorno”. Facile.

Il Risorto, da Pasqua in poi, suonerà sempre due volte: anche tre, quattro, cinque, infinite volte. Suonerà, busserà, darà segnali, s’imboscherà, s’inventerà mille astuzie. Ci sarà sempre ancora un Tommaso da ritornare a confortare per rifinire il lavoro: «Se non vedo (…) se non metto (…) non credo». Lui voleva l’evidenza assoluta, non gli era sufficiente il racconto di qualcuno, pure amico: era troppo lo struggimento per l’Amore defunto. Pur fidandoci di qualcuno che lo ha incontrato, ancora oggi ci si augura di far esperienza diretta del Risorto, della risurrezione. Tommaso non è cattivo, incerto, menefreghista: è l’amante deluso che, per ritornare a credere, ha bisogno di un segnale fortissimo, quanto meno di pari intensità della botta ricevuta. Nessun problema per l’Amore: «Metti qui il tuo dito (…) tendi la tua mano, mettila nel mio fianco». Ai Dieci che si sono fatti trovare in casa, regalò loro la pace, a Tommaso la pace assieme alle ferite. Che per Cristo rimangono la parte migliore, più bella della sua pelle: “Vedrete quanti sorrisi potranno contenere le mie ferite” avrà bisbigliato ai Dieci mentre tornava per trovare Tommaso. Non sorride l’ultimo apostolo: «Ride delle cicatrici chi non ha mai avuto una ferita» (W. Shakespeare). Se, invece, darai alle ferite il giusto tempo di guarire, togliere la crosticina diventerà piacevolissimo. Sentilo: «Mio Signore e mio Dio». S’accorge, senza nemmeno metter dito o mano, che quella cicatrice è il postumo della parola che si è fatta carne. Dell’amore mantenuto.

Paga un piccolo dazio, Tommaso: Cristo si augura che i successori non lo costringano sempre a dimostrare di non essere bugiardo. Che imparino a fidarsi della testimonianza altrui, di chi l’ha annusato sulla pelle: «Beati quelli che non hanno visto e hanno creduto». Resta il fatto che in canonica a Gerusalemme ci abita il mondo intero: ci son quelli che non crederanno neanche dopo aver visto, quelli che crederanno solo quando vedranno. C’è anche chi è pronto a credere senza per forza avere visto. Come Noè che, senza vedere una goccia d’acqua, iniziò a costruire l’arca in pieno deserto, col sole a picco e tutti a ridergli dietro. Divenne santo, comunque, Tommaso, nonostante questa assenza in canonica: santo per avere toccato un uomo e averlo creduto Dio. Il suo Gesù risorto.

La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore.
Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati».
Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. Gli dicevano gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo».
Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: «Pace a voi!». Poi disse a Tommaso: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!». Gli rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!». Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!».
Gesù, in presenza dei suoi discepoli, fece molti altri segni che non sono stati scritti in questo libro. Ma questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome (Vangelo di Giovanni 20,19-31).

Meditazioni del Tempo di Quaresima

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I Domenica di QuaresimaFacile essere casti se non si è mai stati tentati, 20 febbraio 2026
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III Domenica di Quaresima, La donna goffa e l’uomo di perla, 8 marzo 2026
IV Domenica di Quaresima, Occhio per occhio e il mondo diventa cieco, 15 marzo 2026
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