Già il fatto d’essersi scomodati – loro ch’era tutta gente intellettualmente sopra la media – la dice lunga sulla loro voglia di migliorarsi: pur saggi e come tali rispettati, non temono d’incamminarsi verso un altrove che, ai più, pare solo una perdita di tempo, un’avventura inutile, audace ai fini della loro reputazione: “Cos’altro manca a voi per essere felici?” avrà detto loro qualcuno con il quale si saranno confidati. O che, vedendoli preparare i cammelli, avrà chiesto verso dove si fossero messi in testa d’andare. Loro sono Gaspare, Melchiorre, Baldassarre: teste fini, ardenti esperti degli astri e dei loro segreti movimenti, gente d’ingegno difficilmente pareggiabile. A spingerli altrove, la perpetua voglia di (ri)cercare il meglio: “Oggi è stata una bellissima giornata” dice Gaspare a Melchiorre. Che, dopo aver riflettuto, acconsente: “Forse la più bella di quelle vissute finora”. Baldassarre, udito fine, lascia aperta la porta alla meraviglia: “Domani, però, potrebbe essere ancora migliore: il bello deve sempre ancora arrivare” batte il ferro dei cuori. Pur sapendo tantissime cose, non sono stanchi d’interrogarsi: «Dov’è colui che è nato, il re dei Giudei?» chiedono un po’ a tutti quelli che trovano per strada. Lo chiedono a tutti, senza pregiudizi di casta e di studi. E, chiedendolo un po’ a tutti, ironia della sorte, lo chiedono anche alla persona più avventata, al macellaio di Erode. Non sono più intelligenti di altri: semplicemente sono abituati a fermarsi a ragionare sui problemi più a lungo. Senza arrendersi al primo inghippo: l’intelligenza non teme il confronto, lo auspica. E proprio Erode – c’è da cappottarsi dalle risate – è l’uomo che, su indicazione della sua corte, fornisce loro la soffiata esatta: «A Betlemme di Giudea, perchè così è scritto per mezzo del profeta». Erode avrebbe tutte le informazioni corrette per incontrare il Bambino: gli manca soltanto la voglia di farlo.

Quei tre, uscendo dalla macelleria di Erode, si guardano in faccia: “Quel macellaio ragiona solo per sentito dire. Ma del maiale non si butta mai via niente: i suoi dettagli ci dicono che la strada è giusta. Forza, insistiamo!” Già la stella che riappare è di buonissimo auspicio: «Provarono una gioia grandissima». La visione che brilla loro in fronte, però, non ha paragoni: «Videro il bambino con Maria sua madre». E vedendolo, sembrano scordarsi chi sono: «Si prostrarono e lo adorarono». La loro fama portava la gente a fare loro inchini, a prostrarsi ai loro ragionamenti, a battere loro le mani. Loro, onestissimi, di fronte al meglio non temono di fare a Lui ciò che il mondo riservava a loro: il cuore, certi giorni, batte più forte del giorno prima, infischiandosene degli eserciti di ragionamenti puntati contro. “Cosa stai provando, Melchiorre?” sembra sussurrare Baldassarre mentre Gaspare ha occhi solo per il Bambino. “Si chiamano sentimenti perchè non vanno spiegati, amico mio: altrimenti sarebbero ragionamenti” risponde invitandolo a stare zitto. Il luccichìo dell’oro, il profumo liturgico dell’incenso, l’aroma nobile della mirra: è tutto così poco, pur valendo tantissimo, di fronte a quelle tre teste inchinate che, piegandosi, riescono a cogliere il fiore che Erode, volendo restare dritto, vorrà uccidere.

Tacciono, pur non mancando loro il dono della parola. S’ammutoliscono: le parole mancano, sono piccole, inadatte, incespicano. Il poeta Dante, migliaia di anni dopo, nella medesima situazione azzarda un errore grammaticale: «Quella che ‘mparadisa la mia mente» (Paradiso XXVIII,3) dice di Beatrice, colei che sta portando la sua mente in Paradiso. Di fronte alla meraviglia le parole falliscono, quando l’amore accade davvero, dire “Ti amo” è il sei meno meno della verità. Il fatto è che l’amore allarga il cuore fino a fargli fiutare l’eterno, se no non è amore. Il Bambino ‘mparadisa quel trio giunto dall’Oriente. Non hanno più parole per dire cosa sta accadendo in loro: «Si prostrarono, lo adorarono». Se è un amore che «’mparadisa», anche la terra s’illumina di cielo, cambieranno anche le strade che hai sempre percorso: «Per un’altra strada fecero ritorno al loro paese». Lo dirà un giorno Cristo, diventato grande, a chi si nasconderà da Lui: “Se m’incontri, non resti uguale”.

Nato Gesù a Betlemme di Giudea, al tempo del re Erode, ecco, alcuni Magi vennero da oriente a Gerusalemme e dicevano: «Dov’è colui che è nato, il re dei Giudei? Abbiamo visto spuntare la sua stella e siamo venuti ad adorarlo». All’udire questo, il re Erode restò turbato e con lui tutta Gerusalemme. Riuniti tutti i capi dei sacerdoti e gli scribi del popolo, si informava da loro sul luogo in cui doveva nascere il Cristo. Gli risposero: «A Betlemme di Giudea, perché così è scritto per mezzo del profeta: “E tu, Betlemme, terra di Giuda, non sei davvero l’ultima delle città principali di Giuda: da te infatti uscirà un capo che sarà il pastore del mio popolo, Israele”».
Allora Erode, chiamati segretamente i Magi, si fece dire da loro con esattezza il tempo in cui era apparsa la stella e li inviò a Betlemme dicendo: «Andate e informatevi accuratamente sul bambino e, quando l’avrete trovato, fatemelo sapere, perché anch’io venga ad adorarlo».
Udito il re, essi partirono. Ed ecco, la stella, che avevano visto spuntare, li precedeva, finché giunse e si fermò sopra il luogo dove si trovava il bambino. Al vedere la stella, provarono una gioia grandissima. Entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre, si prostrarono e lo adorarono. Poi aprirono i loro scrigni e gli offrirono in dono oro, incenso e mirra. Avvertiti in sogno di non tornare da Erode, per un’altra strada fecero ritorno al loro paese (Vangelo di Matteo 2,1-12).

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