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Strega

Avevamo ricevuto in dote un Bambino così bello, ma così bello che non ce n'era uno più bello al mondo: «Il più bello tra i figli dell'uomo», tanto che sulle sue «labbra è diffusa la grazia, ti ha benedetto Dio per sempre» (Sal 45,3). In Lui è l'apogeo della bellezza: la bellezza si fece carne, venne ad abitare in centro al nostro paese. La bellezza, per sua natura, disgrega: mal si concilia con il quieto vivere, non le piace andare a cena con l'anguilla, se può preferisce di gran lunga frequentare le leonesse che le gatte morte. “Tu tieniti pure le gatte morte – ho trovato scritto un giorno nel muro del campetto del mio paese – che alle leonesse ci pensano i leoni”. Per incontrare la bellezza, ch'è la leonessa più leonina della storia, partono da distante: «Abbiamo visto la sua stella e siamo venuti per adorarlo» è la confessione dei tre leoni d'Oriente: Gaspare, Melchiorre e Baldassarre. Li chiamano magi, ma sono molto più d'un tocco di magia, valgono infinitamente più della regalità che portano cucita addosso: tutto ciò che, in una vita di sacrifici, avevano raccolto nel loro Oriente, lo barattano con il rischio di un Bambino. “Cercheremo sempre il meglio per noi – avranno risposto a coloro che tentavano di dissuaderli dal mettersi in viaggio -: tutto ciò che abbiamo è molto ma il sospetto che ci sia un di-più ci fa allacciare i sandali e ripartire”. Per la bellezza di Elena, a Troia imbastirono una guerra: durò dieci anni. Quando la bellezza è tale, nulla varrà più del rischio d'incontrarla. Varrà il costo intero del biglietto: «Videro il Bambino con sua madre Maria, si prostrarono e lo adorarono». Per Dio lasciarono il certo per l'incerto. Ne valse la pena.
Erode, invece, il Bambino ce l'aveva a casa: a due passi, nell'isolato vicino al suo, nella collina prospiciente alla sua residenza. Non era un cattivo Erode, era il classico gelosone, l'omuncolo che pure di non dire “Sei il più bello!” mette in moto la macchina del fango: «Quando l'avrete trovato, fatemelo sapere, perchè anch'io venga ad adorarlo». Quant'è bastardo questo cane rabbioso di Giudea: irride la bellezza solo perchè non l'accetta, fa il finto-tonto solo perchè è marcio dentro, tenta di truffare la cavalcata coraggiosa di quei cercatori solamente per poi umiliarne la bellezza. Non so se è stata partorita lì, nel casale di Erode, l'idea di mettere al mondo la befana. Sta di fatto che, ad oggi, tanta gente quando parla del 6 gennaio dice ancora “Alla Befana” non “All'Epifania”. Troppo rischioso confrontarsi con la bellezza, meglio inventarsi la bruttezza: al posto del Bambino mettiamo la strega con scopa, naso a punta, seno piatto, lo sguardo perfido. Al posto dell'oro le leccornie, dell'argento gli ovetti kinder, della mirra il carbone. Quando, poi, diventeremo adulti, ogni 6 gennaio raccoglieremo ciò che avremo scelto: «Cosa ti ha portato la befana, papà? - chiede il piccolo Giosuè al suo papà - L'ansia di tornare al lavoro, non mi aspettavo nulla di diverso, piccolino mio?». Ride, ma non ride affatto: è il prezzo d'aver creduto più all'esistenza della strega che a quella del Dio-bambino.
Qualcosa, però, rimane. E' poco, ma è pur sempre un'appiglio per ritornare a Lui: “Se qualcuno ti dà della befana, non offenderti – ho letto su un giornale – Ti sta dicendo che sei un'epifania, una manifestazione di grazia, bellezza!” Non male come àncora di salvezza: il cristiano sarà sempre una befana per il mondo, una sorta di manifestazione della bellezza di Dio. (S)piace pensare che il cristiano abbia in dote la bellezza del Bambino e scelga la bruttura della strega: chi non ce l'ha, partirà da lontano per cercare ciò noi abbiamo così vicino d'esserci abituati. Lui, però, non si offende: è abituato all'isolamento, conosce il prezzo per essere il più bello, è avvezzo alle ingiurie e alla noncuranza. Se tutti vanno dietro ad una scopa, se ne sta in fila indiana pure Lui. Non s'offende, nè s'arrabbia o vacilla. Non cambierà mai idea: aspetta che l'uomo ne abbia le calze piene della befana per tornare a fare gli auguri più belli, che sono quelli di Buona Epifania. Resterà il modo più bello per dire ad ognuno ch'è inutile comprare creme antirughe, cosmetici o trucchi: è la gelosia a rendere brutti. La bellezza, invece, è una promessa: per coglierla bisognerà esserne all'altezza. Essere brutti sarà sempre rassicurante: chiedetelo ad Erode, che preferì farsi befano pur di non guardare quant'era bello il suo Dio-Bambino.

Nato Gesù a Betlemme di Giudea, al tempo del re Erode, ecco, alcuni Magi vennero da oriente a Gerusalemme e dicevano: «Dov’è colui che è nato, il re dei Giudei? Abbiamo visto spuntare la sua stella e siamo venuti ad adorarlo». All’udire questo, il re Erode restò turbato e con lui tutta Gerusalemme. Riuniti tutti i capi dei sacerdoti e gli scribi del popolo, si informava da loro sul luogo in cui doveva nascere il Cristo. Gli risposero: «A Betlemme di Giudea, perché così è scritto per mezzo del profeta: “E tu, Betlemme, terra di Giuda, non sei davvero l’ultima delle città principali di Giuda: da te infatti uscirà un capo che sarà il pastore del mio popolo, Israele”».
Allora Erode, chiamati segretamente i Magi, si fece dire da loro con esattezza il tempo in cui era apparsa la stella e li inviò a Betlemme dicendo: «Andate e informatevi accuratamente sul bambino e, quando l’avrete trovato, fatemelo sapere, perché anch’io venga ad adorarlo».
Udito il re, essi partirono. Ed ecco, la stella, che avevano visto spuntare, li precedeva, finché giunse e si fermò sopra il luogo dove si trovava il bambino. Al vedere la stella, provarono una gioia grandissima. Entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre, si prostrarono e lo adorarono. Poi aprirono i loro scrigni e gli offrirono in dono oro, incenso e mirra. Avvertiti in sogno di non tornare da Erode, per un’altra strada fecero ritorno al loro paese (Matteo 2,1-12).

Tutti gli editoriali d'Avvento e di Natale
I^ Domenica d'Avvento, RipartiAmo, da Il Sussidiario, 28 novembre 2020
II^ Domenica d'Avvento, Pazzo scatenato, da Il Sussidiario, 5 dicembre 2020
III^ Domenica d'Avvento, Io (non) sono Dio, da Il Sussidiario, 12 dicembre 2020
IV^ Domenica d'Avvento, La Gesuina, da Il Sussidiario, 19 dicembre 2020
Natale del Signore, La Straniera ha partorito!, 25 dicembre 2020
Solennità di Maria Santissima Madre di Dio, Nomi a Betlemme, numeri ad Auschwitz, 1 gennaio 2021
II^ Domenica dopo Natale, A Natale ho scoperto d'essere stato adottato, 2 gennaio 2021

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L'ho scoperto nei giorni di Natale che, appena nato, sono stato adottato. La cosa, tra l'altro, mi è apparsa così evidente e naturale da destare in me un sospetto: “Come ho fatto, finora, a non accorgermene?” Forse che, da lassù, al Cielo pareva essere uno strazio il vedere come io (soprav)vivevo quaggiù. Tirando avanti a campare. E' anche vero che chissà quante volte Dio avrà provato a farmi capire le cose. Il numero delle volte, mi sbugiarda il testo sacro, è pari all'incalcolabile: «Molte volte e in diversi modi nei tempi antichi Dio ha parlato ai padri per mezzo dei profeti – leggiamo nella Lettera agli Ebrei -; ultimamente, in questi giorni, ha parlato a noi per mezzo del Figlio» (Eb 1,1-2). Praticamente, la Scrittura me lo rinfaccia con eleganza, le cose devono essere andate più o meno così: molte volte Dio ha provato a far capire all'uomo “Non sei solo, ci sono io che ti amo!” L'uomo, però, faticava a crederci: “Dicono tutti così – replicava al Cielo – Alla fine, però, siamo tutti dannatamente soli quaggiù. Anche tu ci hai abbandonato!” Per anni, secoli, millenni ragionarono così: finchè Dio, «nella pienezza dei tempi» (tradotto: “quando la misura fu colma”), non decise di firmare un'azione di sorpresa. “Ti senti orfano, abbandonato? Ti adotto io!” A Natale, in barba ai sospetti, Dio decise di sottoscrivere un'adozione universale di tutti gli uomini. Lo fece nell'unico modo possibile: “Vai giù – disse al Figlio, che chiameranno Gesù -, abbraccia l'uomo (qualsiasi uomo e donna), così mentre tu li stringi forte, avvertiranno che sono figli miei”. Accade questo a Natale: in Gesù, Dio adotta il mondo intero. Ogni singolo uomo, ogni donna.
Giovanni, un fior di cervello, usa tratti di disumana bellezza per pitturare l'inaudito: «Il Verbo si fece carne e piantò la sua tenda in mezzo a noi». Piantare la tenda è gesto di scoutismo, d'alpinismo, di emergenza estrema: “Sono tutti pieni gli alberghi, Padremmio!” deve aver gridato al Cielo Gesù dentro il grembo della Madre. Il Padre, lungi dall'arrendersi, rispose: “Pianta la tenda dove trovi uno spiazzo, non esiste che l'uomo continui a sentirsi da solo. Se tiene la porta chiusa, tu stai lì, ad aspettare che si apra”. Non fu assolutamente un'adozione a distanza, di quelle che avrebbero mantenuto le distanze, pur prendendosi comunque cura. Fu, e resta, un'adozione d'assoluta vicinanza. Così vicina che, per me che sono un farabutto, Dio continua a tener piantata la tenda nel mio giardino. Si fa così vicino da metterci la faccia, il nome, la cura. La reputazione, anzitutto: perchè se, da Natale in poi, combino qualcosa, tutto il mondo dirà che “l'ha combinata grossa il figlioccio di Dio”. Il fatto, a pensarci, farebbe fare una figura misera pure al mio Padre adottivo. “Ma che dici? – dirà qualcuno – Non ci assomigli in nulla a tuo Padre. Neanche un lineamento in comune avete voi due!” È vero: non vedi i lineamenti, ma vedi e percepisci l'amore. Ecco spiegata in poche parole cos'è l'adozione. Una mamma che aveva appena adottato una bambina, un giorno mi disse: “Giuditta non potrà avere i miei occhi, non potrà avere il mio sorriso, ma già adesso ha tutto il mio amore”. Bastava incrociare il suo sguardo per capire che non era una madre-adottiva: era madre, senza bisogno di suffissi.
Quando san Paolo me l'ha confidato – parlando ai Galati e ai Romani perchè capissi io - subito ci sono rimasto di stucco: “Come: io sono adottato? Come ho fatto a non accorgermi finora?” Dev'essere il destino dell'amore quello di esserci e che tanti non s'accorgano della sua presenza. È buffissimo: «Era nel mondo e il mondo è stato fatto per mezzo di lui; eppure il mondo non l'ha riconosciuto». Il Cielo non si scoraggia perchè sa bene che non ci son bambini non voluti, ma ci sono famiglie non ancora trovate. Anni fa Dio bussò a casa mia: trovò un uomo e una donna giovani, inesperti, impauriti. Facevano calcoli e proiezioni. Dio capì la loro preoccupazione e disse loro: “Voi lo mettete al mondo, poi me l'adotto io. Anzi, per l'occasione rinnovo l'adozione perpetua anche a voi”. Venni al mondo così: per l'amore di una madre e di un padre, man-tenuto (tenuto per mano) da Dio. A casa mia, la tenda di Dio è ancora piantata. Nonostante le mie perpetue birbonate.

(da Il Sussidiario, 2 gennaio 2020)

In principio era il Verbo,
e il Verbo era presso Dio
e il Verbo era Dio.
Egli era, in principio, presso Dio:
tutto è stato fatto per mezzo di lui
e senza di lui nulla è stato fatto di ciò che esiste.
In lui era la vita
e la vita era la luce degli uomini;
la luce splende nelle tenebre
e le tenebre non l’hanno vinta.
Veniva nel mondo la luce vera,
quella che illumina ogni uomo.
Era nel mondo
e il mondo è stato fatto per mezzo di lui;
eppure il mondo non lo ha riconosciuto.
Venne fra i suoi,
e i suoi non lo hanno accolto.
A quanti però lo hanno accolto
ha dato potere di diventare figli di Dio:
a quelli che credono nel suo nome,
i quali, non da sangue
né da volere di carne
né da volere di uomo,
ma da Dio sono stati generati.
E il Verbo si fece carne
e venne ad abitare in mezzo a noi;
e noi abbiamo contemplato la sua gloria,
gloria come del Figlio unigenito
che viene dal Padre,
pieno di grazia e di verità (Giovanni 1,1-18).

Tutti gli editoriali d'Avvento e di Natale
I^ Domenica d'Avvento, RipartiAmo, da Il Sussidiario, 28 novembre 2020
II^ Domenica d'Avvento, Pazzo scatenato, da Il Sussidiario, 5 dicembre 2020
III^ Domenica d'Avvento, Io (non) sono Dio, da Il Sussidiario, 12 dicembre 2020
IV^ Domenica d'Avvento, La Gesuina, da Il Sussidiario, 19 dicembre 2020
Natale del Signore, La Straniera ha partorito!, 25 dicembre 2020
Solennità di Maria Santissima Madre di Dio, Nomi a Betlemme, numeri ad Auschwitz, 1 gennaio 2021

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bambino

Soltanto l'uomo di cui si pronuncia il nome è vivo: fu per questo che, nella giungla infame dei campi di sterminio, strapparono ai deportati non soltanto le vesti, i capelli e i gioielli ma, soprattutto, il nome. Al posto suo – in qualche modo dovettero pure riconoscerli, per bruciarli – marchiarono col fuoco dei numeri che, d'allora in avanti, divennero la forma di riconoscimento al momento dell'appello. Primo Levi, il numero 174517 tatuato sull'avambraccio sinistro ad Auschwitz, scrisse: «Se vorremo conservarlo, dovremo trovare in noi la forza di farlo, di fare in modo che dietro al nome, qualcosa ancora di noi, di noi quali eravamo, rimanga». Le lettere del proprio nome hanno qualcosa di terribile e di magico: sentire che risuonano è avere la sensazione che il mondo sia composto di esse. «Marco» si chiama il mio mondo, e dentro questo nome-proprio-di-persona è nascosto il mondo intero: sarebbe immaginabile un mondo senza nomi? Il nome dice l'originalità, il cognome attesta l'appartenenza. A qualcuno, poi, si aggiungerà il soprannome: se non è infamante, dirà l'appartenenza ancor più genuina ad un casato, ad una dinastia, ad un albero genealogico secolare.
Non per nulla Luca, il pittore dell'infanzia di Gesù, aggiunge quel dettaglio, così piccolo d'apparire persino imbarazzante per la sua vastità: «Gli fu messo nome Gesù, come era stato chiamato dall'angelo prima che fosse concepito nel grembo». Il suo nome, dunque, esisteva da prima che venisse al mondo. Capitò ciò che capita quando due giovani s'innamorano, tantissimo tempo prima che si decidano a mettere su famiglia, molto prima della scoperta di lei d'essere incinta. Si è nei primi passi dell'amore, ch'è ancora aspro, bambino, fiammante: “Se avremo un bambino, un giorno lo chiameremo Giosuè. Se sarà una bambina le metteremo nome Benedetta” si dicono tra loro due cuori che, d'improvviso, hanno fatto colpo tra di loro. Perché dietro il nome c'è una storia, dei sogni, una memoria. Mettere un nome a casaccio sarà crocifiggere una persona, perché «nominare male le cose è partecipare all'infelicità del mondo» (A. Camus). Le cose, figuriamoci le persone. Cucire addosso un nome bello, invece, è dare a qualcuno la possibilità di sentire il suo cuore sussultare quando verrà pronunciato sul palcoscenico del mondo. Tutti abbiamo un nome, esattamente quel nome che ci manda in frantumi ogni volta che noi lo sentiamo pronunciare. Mi basta Marco! per accorgermi d'essere importante: perchè le parole hanno un significato ma i nomi hanno un potere. Il potere più potente che nessun potere al mondo potrà scucirci di dosso: «In una notte selvaggia chi potrà ricondurti a casa? - s'interroga la poetessa J. Winterson – Solo chi conosce il tuo nome». Solamente l'uomo di cui viene pronunciato da qualcuno il nome è vivo.
Giuseppe e Maria chiamarono Gesù quel pugnetto di carne che copriva lo spazio d'una mangiatoia ma dava l'impressione, di lì a poco, di occupare il mondo intero. “Manco il nome poterono scegliere quei due poveracci!” dirà qualcuno nel pensare che il nome era già stato scelto lassù. Dei poveracci-riconoscenti, però: guardandolo, pareva troppo anche a loro scegliere il nome più pesante di tutto il mondo intero. L'unico nome proprio che, nel tempo, diventerà il nome collettivo più largo che esista: Nel nome di Gesù. “Eppoi, Giuseppe – pare dire Maria allo sposo dal cuore infiammato, dagli occhi argentei – chi siamo noi per decidere il destino di Lui? Ricordi: è nostro figlio, ma è anche nostro padre. Siamo figli suoi e genitori suoi”. Giuseppe: “Che storia, amoremio: questo nome non sarà come un mantello che potranno strappargli di dosso senza fargli male, sarà una pelle che non si potrà graffiare senza fare del male a Lui, a noi. Al mondo intero”. Un giorno ero così triste da vedere tutto il mondo triste. Alla stazione, d'improvviso, sentii scandire il mio nome, senza il cognome addosso: Marco! Mi parve di vedere una rosa sbocciare nel binario 1. Perchè  chiamare è (ri)dare la vita a chi chiami. Chiamare Gesù è leccarsi la lingua per l'acquolina. Pensare che pure Lui abbia l'acquolina in bocca pronunciando il mio di nome, è sentirsi dei piccoli Gesù-in-miniatura. Santo anno!

In quel tempo, [i pastori] andarono, senza indugio, e trovarono Maria e Giuseppe e il bambino, adagiato nella mangiatoia. E dopo averlo visto, riferirono ciò che del bambino era stato detto loro.
Tutti quelli che udivano si stupirono delle cose dette loro dai pastori. Maria, da parte sua, custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore.
I pastori se ne tornarono, glorificando e lodando Dio per tutto quello che avevano udito e visto, com’era stato detto loro.
Quando furono compiuti gli otto giorni prescritti per la circoncisione, gli fu messo nome Gesù, come era stato chiamato dall’angelo prima che fosse concepito nel grembo (Luca 2,16-21).

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