5 1 1 1 1 1
5 1 1 1 1 1

rideredietro
Erano troppi quelli che gli stavano appresso: «Una folla numerosa andava con Gesù». Sbuffò come una locomotiva in salita: «Egli si voltò e disse». Non è che gli desse fastidio la quantità, lo impensieriva la qualità: gli ardeva in petto il forte sospetto che tutti quelli lo seguissero per i motivi più sgangherati. Che, magari, nulla avevano da spartire con il Padre, i segreti misteri che lo legano al popolo di quaggiù. Li vide sovrappeso: troppe aspettative, il rischio d'illusione, il fatto dichiarato che a lui, che era Figlio-di-Papà, del numero di followers non gli interessa un fico secco. Per questo alza il ritmo: per vagliare la qualità. Per chi cerca la quantità, il ritmo dev'essere tenuto basso, pialla e livello. Dio è Dio, però, l'uomo è l'uomo. Dio non è mai l'uomo, sogna che l'uomo torni ad essere come Dio: «Se uno viene a me e non mi ama (...) se non porta (...)». Vedendoli baldanzosi, insomma, raccomanda di fare bene i conti prima di andargli dietro. Non bastano, a reggere il suo ritmo, i buoni propositi: è scientificamente provato che è nell'indole umana fare una lista di buoni propositi all'inizio di ogni nuovo anno, pur sapendo che non li realizzeremo manco per sbaglio. A Natale si riciclano i regali, ad ogni capodanno i buoni propositi. Il marchio è sempre il solito: “Regalo buoni propositi 2018, mai usati e avvolti nel cellophane”.
Voltandosi, Cristo tenta d'alleggerire il numero, costringendoli a misurarsi nel suo sguardo, a vagliare il peso delle loro motivazioni. Perchè di andargli dietro sono capaci tutti: seguirlo dopo averne letto istruzioni e avvertenze è il denominatore delle persone d'oro. L'immagine è chiara: non basta possedere dei mattoni per costruire una casa, come non bastano milioni di followers per governare. Prima ancora del mattone è necessario un progetto. Che fiorisce da un'idea, è fatto di calcoli e proiezioni, di preventivi e d'imprevisto. Il mattone, da solo, può anche ingannare, occorre calcolare bene la spesa. Per il più semplice dei motivi, «per evitare che, se getta le fondamenta e non è in grado di finire il lavoro, tutti coloro che vedono comincino a deriderlo dicendo: “Costui ha iniziato a costruire, ma non è stato capace di finire il lavoro”». A Dio preme che l'uomo, nessun uomo di quaggiù, faccia brutta figura: a maggior ragione coloro che, sbadati, penseranno di guadagnarci andandogli appresso. Il mattone del proposito, insomma, non basta: «Le grandi anime hanno la volontà – recita un proverbio cinese -, le deboli non hanno che dei propositi». Lo star bene a buon mercato è la leccornia di Satana, il guappo delle scorciatoie: “L'importante è il cammino!”, va dicendo per aumentare i seguaci. Vivere a progetto, invece, è favorire il regno di Dio: “Perché corri se non sai dove andare?” ribatte il Cristo-impresario. A conti fatti, Lui mostrerà d'essere uomo, non guappo. Non illuderà l'uomo, manco si illuderà dell'uomo: «Abbiamo bisogno di maestri che ci parlino così – annotava don Primo Mazzolari, parroco a Bozzolo -: altrimenti non ritroveremo né la nostra dignità di uomini, né il senso della giustizia».
E l'uomo continuerà a farla fuori dal vaso, a fallire il bersaglio. A farsi ridere dietro.
L'avvertenza è sin troppo chiara: “Pesatevi prima di mettermi in viaggio!” è il consiglio d'Iddio. Con meno pesi addosso possibili, più resistenza ci sarà per il viaggio: «Se uno viene dietro a me e non mi ama più di quanto ami suo padre, la madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e persino la propria vita, non può essere mio discepolo». Gli storici possono falsificare il passato, gli ideologi son capaci di manipolare il futuro. A Cristo interessa il presente, dal quale nasce la stagione del futuro. Per questo vuol insegnare all'uomo a progettare: perchè nel futuro l'uomo passerà il resto della sua vita, dunque varrà bene la pena di non imboccare strade sbagliate. Ancor oggi questo è il tutto dell'Evangelo: se non vi sta bene, leggete dell'altro. Nessuno è mai stato obbligato a seguire Cristo.

In quel tempo, una folla numerosa andava con Gesù. Egli si voltò e disse loro: 
«Se uno viene a me e non mi ama più di quanto ami suo padre, la madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo. 
Colui che non porta la propria croce e non viene dietro a me, non può essere mio discepolo.
Chi di voi, volendo costruire una torre, non siede prima a calcolare la spesa e a vedere se ha i mezzi per portarla a termine? Per evitare che, se getta le fondamenta e non è in grado di finire il lavoro, tutti coloro che vedono comincino a deriderlo, dicendo: “Costui ha iniziato a costruire, ma non è stato capace di finire il lavoro”. 
Oppure quale re, partendo in guerra contro un altro re, non siede prima a esaminare se può affrontare con diecimila uomini chi gli viene incontro con ventimila? Se no, mentre l’altro è ancora lontano, gli manda dei messaggeri per chiedere pace. 
Così chiunque di voi non rinuncia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo» (Luca 14,25-33).

Per vedere i pulsanti di condivisione per i social (Facebook, Twitter ecc.), accetta i c o o k i e di "terze parti" relativi a mappe, video e plugin social (se prima di accettare vuoi saperne di più sui c o o k i e di questo sito, leggi l'informativa estesa).
Accetta c o o k i e di "terze parti"
5 1 1 1 1 1

Zorba

Ammetto di frequentare Dio e i suoi misteri sin da bambino: eredito dal mio casato l'aver scoperto sguardi-all'insù, oltre a quelli all'ingiù. “Ereditare” è verbo di ricevimento: da altri, verso di me. E' anche un verbo-impegnato: l'eredità va riconquistata per diventare sangue-nostro. Al contrario, si vivrà da separati sotto il medesimo tetto. Col Padre-nostro, per troppa frequentazione, c'erano svariati conti-in-sospeso. E' tipico dell'ineffabile: dopo averlo frequentato infinite volte, o lo si ama focosamente o ci si annoia al solo pensiero di doverlo ancora incrociare, professare, cantare. Qualunque sia la forma con la quale s'annuncia: fatti di carne, di insulti, di fede, estasi o caos. Nulla cambia: «Un arcobaleno che dura un quarto d'ora non lo si guarda più» (W. Goethe). Chi, pregando il Padre nostro, non ha mai avvertito nel cuore l'abitudine alla sua recitazione? Recitare è materia d'attrazione, non è ancora pregare: è lasciarsi imbottigliare dentro una trama. Pregare, invece, è lasciarsi-rapire da Dio, per i suoi scopi: «Sia fatta la tua volontà». A occhi chiusi, quasi senza pensarci. A pensarci è da impazzire: volontà-di-Dio è espressione che sotterra. Altro che passività-cristiana: non ciò che l'uomo dovrà fare per Dio. Ciò che Dio vorrà fare per me, suo figlio.
Abituarsi alla bellezza, tra tutte le bestemmie, è la capoclasse. Mi piace assai il verbo “smontare”: è verbo d'officina, di riparazione, di manutenzione. E' verbo che eredito dal mestiere di papà. Ho provato a smontare il Padre-nostro. Ho scorto parole di una grammatica feriale: “Dov'è tuo papà? Che bel nome porti! Il tizio ha messo in piedi un regno. Ci vuole tanta buona volontà. Sei andato a prendere il pane? Siamo pieni di debiti. Vuoi farmi cadere in tentazione? Perchè mi vuoi così male?”  Ho fatto addizione-di-umano: padre, nome, regno, volontà. Più pane, debiti, tentazione, male. Mi sono scoperto nel Padre-nostro: il festival della ferialità, delle necessità più urgenti, l'essenziale che rimane dopo aver grattato via la parte superflua. Smontandolo, scompariva l'astratto, appariva il concreto: Dio-qui, feriale, festivo. La cui valenza - “Perchè pregarlo?” - era la sola possibile: ridare gusto alla ferialità, risvegliando l'umano della preghiera. L'unica che mi dica di chi sono figlio, di cosa io necessiti, qual'è la mèta del mio vagare: «Non è possibile recitarlo una sola volta, concentrando su ogni parola la pienezza dell'attenzione, senza che un mutamento, forse infinitesimale ma reale, si produca nell'anima» (S. Weil).
Snocciolando il Pater, percepisco la presenza di una mancanza: «Mi manchi, Dio!» Il passaggio a «Signore, insegnaci a pregare» (Lc 11,1) è breve: le verità più evidenti sono le più ostiche da svelare. E' il segreto dell'allegrezza di Cristo: la sua arditezza è nascondere il fondamentale nell'apparente banale.
Poi, a domanda, capita che ogni tanto Dio risponda.
In poesia, mai in prosa: «Pater noster (...) Amen».

(...)

Lui è l'Uomo-che-osa. Venne al mondo in uno spazio largo quanto un guscio di noce: «Lo depose in una mangiatoia» (Lc 2,7). Da quell'angolo prospettico odoroso di strame, il punto più in basso dell'intera Betlemme, dichiarò, senza far uso di parola, d'essere il Re dell'universo. Per sangue paterno poteva vantare il lusso di guardare il mondo dall'alto in basso. Decise d'essere sguardo-contrario: a guardare il mondo dall'elicottero tanti erano capaci. Troppe le divinità che, fino ad allora, si erano comportate così: prime-donne viziate per troppe reverenze, col piglio truccato, le parole d'aceto. Scelse, senza esserne obbligato, di non fare il prezioso, pur sapendo d'essere l'Atteso-più-prezioso: «Non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio». Figlio-di-Papà, decise di spalancare le porte di casa, senza fare il figlio-di-papà alla maniera di quaggiù: «Ma spogliò se stesso, divenendo simile agli uomini» (Fil 2,6-7). Che tutti vantassero il lusso di chiamare loro-padre il padre-suo: "Padre nostro che sei di tutti".
S'immaginavano un altro a Betlemme: il Dio-salvatore mica poteva apparire come uno straccio di mendicante senza acqua nè elettricità. Per troppo orgoglio di chi l'attendeva, lo confusero con uno dei tanti ciarlatani, non gli accreditarono attenzioni minime. Reietto, Lui colse la palla al balzo per mettere a soqquadro il mondo-abitato: alzò i tappeti, staccò la vecchia carta-da-parati, si affrettò nel sottoscala di Betlemme, si mise a frugare tra gli avanzi di ciò che l'uomo aveva scartato. Si scoprì nelle condizioni ideali per colpire di sorpresa l'umanità, per mostrare il volto del Dio a lungo invocato. Piantò tenda-in-mezzo: «Occupa una mangiatoia, e colma di sè il mondo» (F. Sheen).
A Betlemme toccò terra, mise i piedi a terra: perchè più nessuno potesse dire che Dio stava tre-metri sopra il cielo. Che tutti vedessero di che pasta era fatto il Dio-Bambino: pasta che era un impasto di storie, incrocio di sangui, crocevia di arrivi e destinazioni. S'annunciò di notte, perchè convinto del fatto-suo: siccome era la luce, di notte la luce vale-doppio. Vale-oro. Nei pressi di Betlemme erano troppo complicati per afferrare che, giungendo di notte, aveva fatto della notte il suo biglietto da visita: più nessuna notte, dopo quella notte di fraintendimenti e tradimenti, sarebbe stata così oscura da impedire a Dio d'accenderla. Eppoi era annuncio di guerra a Lucifero, ai pippistrelli: siccome nessun pipistrello ama la luce, scelse di sfidarli a casa loro. Di notte, nella notte: per accendere la notte.
Il Dio-Bambino nacque così: sottovoce, in punta di piedi, pancia a terra. Diedero notizia dell'arrivo, a voce bassa, due amanti condotti da Dio sull'orlo di una crisi d'identità: un carpentiere di bottega e la sua giovane donna. Nel breve battito di due "eccomi" ancora oggi misteriosi, misero in piedi la prima famiglia cristiana. Per tutto il resto, date tempo al tempo. Giuseppe vanterà il più alto tra i primati maschili: sarà l'unico a poter dire, senza destare il pur minimo sospetto di esagerare, d'aver avuto Dio come garzone di bottega. Di avergli trasmesso il più complicato dei mestieri-dal-basso, quello di farsi uomo. Maria, così umile da sedersi per terra alle riunioni con le amiche nazarene, vanterà, senza mai farlo pesare, il privilegio di avere come sgabello la luna.
Entrambi, nella stalla-salotto, tengono Dio in braccio.
L'accarezzano, gli danno del tu, lo baciano. Amore artigiano, luce di casa.
Nacque confuso tra la gente-bassa Colui che domani confonderà la gente-alta: «E' soltanto ad essere piccoli che si giunge a scoprire qualcosa di grande» (F. Sheen). Fuori dalla stalla di Betlemme nessun fiocco ne annuncia la nascita: c'è una stella come segnaletica. Una stella è annuncio di arrivi, presagio di partenze, sensi storditi. E' una scritta – "Mi manchi tantissimo" - attaccata alla volta del cielo. Troppi, fino a quella notte, avevano spiegato quella mancanza: a Dio non venne in mente altra maniera per dire all'uomo "mi-manchi" che non fosse quella di farsi trovare sottocasa. Faccia-a-faccia, dandosi del tu.
Dare del tu al Figlio. Che, per la proprietà transitiva, è dare del tu al Padre.

«Padre nostro che sei».

E' rimasto a stazionare sulle labbra del sacerdote, appena dopo l'atto della consacrazione, il più alto indice di follia della storia cristiana. L'invito alla più alta percentuale di rischio mai firmato prima: «Obbedienti alla parola del Salvatore e formati al suo divino insegnamento, osiamo dire». Osare è verbo di coraggio, manovra audace, calcolo dichiarato di rischio. Possibilità consapevole di non-ritorno: "Osò partire con il maltempo". In quanto ad azione, è suggeritore di possibilità folli: "Tentò l'impossibile, osò il tutto per tutto".
La storia ammaestra: per avere cose mai avute, occorre fare cose mai fatte. 

«Sì, sull'orlo del baratro ho capito la cosa più importante – miagolò Zorba –
"Ah, sì? E cosa hai capito? - chiese l'umano.
"Che vola solo chi osa farlo" – miagolò Zorba» (L. Sepulveda). 

Che prega solo chi osa farlo.
(Amen)

(da M. Pozza, Il contrario di mio, San Paolo 2018)

Gesù si trovava in un luogo a pregare; quando ebbe finito, uno dei suoi discepoli gli disse: «Signore, insegnaci a pregare, come anche Giovanni ha insegnato ai suoi discepoli». Ed egli disse loro: «Quando pregate, dite:
“Padre,
sia santificato il tuo nome,
venga il tuo regno;
dacci ogni giorno il nostro pane quotidiano,
e perdona a noi i nostri peccati,
anche noi infatti perdoniamo a ogni nostro debitore,
e non abbandonarci alla tentazione”».
Poi disse loro: «Se uno di voi ha un amico e a mezzanotte va da lui a dirgli: “Amico, prestami tre pani, perché è giunto da me un amico da un viaggio e non ho nulla da offrirgli”; e se quello dall’interno gli risponde: “Non m’importunare, la porta è già chiusa, io e i miei bambini siamo a letto, non posso alzarmi per darti i pani”, vi dico che, anche se non si alzerà a darglieli perché è suo amico, almeno per la sua invadenza si alzerà a dargliene quanti gliene occorrono.
Ebbene, io vi dico: chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto. Perché chiunque chiede riceve e chi cerca trova e a chi bussa sarà aperto. 
Quale padre tra voi, se il figlio gli chiede un pesce, gli darà una serpe al posto del pesce? O se gli chiede un uovo, gli darà uno scorpione? Se voi dunque, che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro del cielo darà lo Spirito Santo a quelli che glielo chiedono!» (Luca 11,1-13).
Per vedere i pulsanti di condivisione per i social (Facebook, Twitter ecc.), accetta i c o o k i e di "terze parti" relativi a mappe, video e plugin social (se prima di accettare vuoi saperne di più sui c o o k i e di questo sito, leggi l'informativa estesa).
Accetta c o o k i e di "terze parti"
5 1 1 1 1 1

indaffarati
Sono così tanto sorelle che non sembrano nemmeno tali. Educate alla stessa maniera, diventate grandi, ognuna ha preso la sua strada. Marta, cammin facendo, si è convinta che il modo migliore per fare una cosa sia farla: «Il fare è la vera misura dell'intelligenza» (N. Hill). Maria, in quanto ad ospitalità è certa che l'unico modo per intrattenere le persone sia ascoltarle: la comunicazione, per lei, non parte dalla bocca che parla, dalle mani operose ma da un orecchio in ascolto. Hanno un amico in comune, uno di quelli che valgono un'amicizia: “Grazie, ma stasera proprio non possiamo. Abbiamo Gesù a cena”, è il ritornello che ripetono alle amiche che l'invitano. Gesù a cena: il cuore fa le giravolte.

Eccolo, Lui: il bellimbusto narratore della bellezza. Nessun invito gli è stato rivolto: arriva quando vuole, senza preavviso, come di chi è avvezzo al calore di quelle mura. Dio, quand'è stanco, va da suo Padre. Poi, per festeggiare ciò che il Padre gli dice, va a casa di amici. Delle sue amiche: Marta e Maria, che in vita sono la sua vacanza segreta. Quando varca la soglia, è come se entrasse il Cielo: non c'è cosa o persona, che non avverta un sussulto. Nessuno sta più al posto di prima. Maria, quando lo vede, è come se andasse via di testa: “Maria – si ripete tra sé la litania insegnatale dalla mamma – non aspettare il momento giusto per fare le cose, l'unico momento giusto è adesso”. Chissenefrega della polvere sulla credenza, dei letti da rifare, della tovaglia macchiata. Anche il rubinetto è aperto, amen: Maria siede ai piedi di Gesù. Anche Marta, sottovoce, ripete l'identica litania imparata dalla stessa madre. Quella che alle figlie mai s'è stancata di insegnare loro che ogni uomo è colpevole di tutto il bene che non ha fatto. Entrambe sono in allerta: quell'Amico è un magnete, ha il cuore in fiamme.

Una è indaffarata, l'altra pare sfaccendata. Marta ha lo sguardo fendente, se la prende con l'Amico: «Signore (...) dille che mi aiuti». Maria, seduta a terra, avrà allargato le braccia: “È sempre la solita, mia sorella!”. Cristo le ama, ama lo stare con loro, entrambe sono donne coraggiose: ci vuole coraggio per alzarsi e darsi da fare - “Grazie, Marta!” -, è lo stesso coraggio che ci vuole per sedersi e ascoltare: «Maria ha scelto la parte migliore, che non le sarà tolta». Non prende le parti di nessuna, il Cristo-viandante: adora l'intraprendenza di Marta, ma oggi le confida che più di un bicchiere di vino o dell'arrosto al forno è venuto da loro perché ha bisogno di amiche in ascolto: «Amare – scrive Antoine de Saint-Exupéry – vuol dire sopratutto stare in silenzio». Quei due cuori di femmina li ha scelti per accennare loro un segreto: ascoltare è diventare chi si ascolta. Il resto è aspettare, più o meno in silenzio, di dire la propria. Dio non si conquista con le parole, Marta: il suo cuore lo si espugna con il silenzio. Non s'arrabbia Marta: le viene in mente quando, da bambina, invidiava la memoria della sorella: “Come fai a ricordarti tutto, Maria?” le chiede sovente. “Ascolto: è semplice, Marta” è la risposta di sempre. Che oggi, ai piedi di Cristo, vale un capolavoro d'ospitalità.

A Marta, Cristo vuole un bene dell'anima. È per questo che la rimprovera a modo suo: la vede distratta, «distolta per i molti servizi». Per Cristo, ci sono cose peggiori di un'assenza: è una presenza distratta. È andato da loro non per farsi servire, ma perché aveva voglia di fare una sorpresa: di farle sedere, stavolta, e mettersi Lui nei panni del casalingo. Marta, senza volerlo, è come se gli avesse rovinato la festa, rubandogli il mestiere. Ha rifiutato d'essere servita, si è distratta e si è persa la parte migliore: le parole fresche, quelle dell'arrivo, le prime righe della sera. Cristo rimprovera Marta, ma capisco bene che vuol parlare a me: “Finiscila di fare cose per me, Marco. Invece di rubarmi il mestiere, lascia fare qualcosa a me”. È ammonizione, più che complimento: accettare che Dio faccia cose per me è ricordarmi che non basto a me stesso. E che Dio non si compra facendo-cose, ma si ama, lasciando che Lui faccia-cose per noi: le sue cose.

(da Il Sussidiario, 20 luglio 2019)

In quel tempo, mentre erano in cammino, Gesù entrò in un villaggio e una donna, di nome Marta, lo ospitò. 
Ella aveva una sorella, di nome Maria, la quale, seduta ai piedi del Signore, ascoltava la sua parola. Marta invece era distolta per i molti servizi. 
Allora si fece avanti e disse: «Signore, non t’importa nulla che mia sorella mi abbia lasciata sola a servire? Dille dunque che mi aiuti». Ma il Signore le rispose: «Marta, Marta, tu ti affanni e ti agiti per molte cose, ma di una cosa sola c’è bisogno. Maria ha scelto la parte migliore, che non le sarà tolta» (Luca 10,38-42).

Per vedere i pulsanti di condivisione per i social (Facebook, Twitter ecc.), accetta i c o o k i e di "terze parti" relativi a mappe, video e plugin social (se prima di accettare vuoi saperne di più sui c o o k i e di questo sito, leggi l'informativa estesa).
Accetta c o o k i e di "terze parti"