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sordità

Nessun confine per il Cristo-camminatore: probabilmente, nell'infanzia, Gli avranno insegnato a colorare fuori dai bordi. Disegnare dei limiti o tracciare dei confini, invece, dev'essere la sorte di coloro ai quali, da piccoli, è stato negato il grande privilegio d'uscire dai bordi, dalle righe, dalle strade già tracciate. Fattosi grande, dunque, per Cristo non esistono confini: esce, attraversa, và. Guardalo, inseguilo, braccalo: «Uscito dalla regione di Tiro, passando per Sidone, venne verso il mare della Galilea in pieno territorio della Decàpoli». Il fatto è che un uomo così infastidisce assai: resterà, nei secoli dei secoli (Amen), il grattacapo più grande per chi tenterà di appropriarsene come cosa-propria, quasi fosse un pezzo di terra da poter accerchiare con fossati e recinzioni. Libero, invece, in perpetuo cammino sui confini delle storie. A pennellare i bordi delle storie. E, da libero, inseguire i prigionieri della vita che, sentendolo passare, avvertiranno un fremito d'ali infiammarsi nel petto: “Se davvero, stavolta, fosse la volta buona? Dicono così bene di Costui che vorrei tanto poterGli stringere la mano, confidargli 'sta robaccia che mi perseguita, sciacquarmi negli occhi suoi. Vorrei, anche se, da solo, non ci riesco proprio”. Impotenza è dare tutto e vedere che non basta.
Chi non può, però, potrà sempre venire accompagnato da qualcuno: «Gli portarono un sordomuto e lo pregarono di imporgli le mani». Accompagnare è il più alto gesto della fiducia, verbo di manutenzione umana, gesto di vicinanza massima. Poi, per chi non ha più niente di suo, in tutti si fa tutto. E anche Cristo, anzitutto Cristo, ci mette del suo: non tutta la gente è sorda di ciò che dentro te grida più forte. Gli dona la sua finezza: «Lo prese in disparte». Perchè nessuna operazione vien fatta nei corridoi degli ospedali, nessuna confessione nei salotti televisivi, nessuna lavata di capo sulla piazza del paese. In disparte, a tu-per-tu, senz'occhi avidi attorno: “Grazie che me l'avete portato: adesso, però, lasciateci soli, noi due soli”. Gli guarda le orecchie: ci sono, ma non funzionano. C'è una cosa ben più triste di non avere qualcosa: è averla e scoprire che non funziona. Viaggi, vivi, con un peso addosso, ti senti un peso per gli altri, hai la sensazione d'avere un pezzo di carne morta che ti abita. In officina, il Cristo-otorino ripara: «Gli pose le dita nelle orecchie». Senz'avere chiesto la ricetta, Cristoddio va dritto al punto. Poi, per avvicinarsi ancor più, «con la saliva gli toccò la lingua»: se usi solo le mani, non potrai mai toccare tutto. Sì, ha condiviso la saliva: come due innamorati che, baciandosi, si scambiano il chewing-gum, una caramella, un qualcosa sul quale fondere doppia saliva. E lì, con la faccia tra le mani, alza gli occhi, bastona l'infermità: «Apriti!». Ha preparato l'operazione, imbragato la sordità, accerchiato la lingua: poi, guardando il Padressuo, rende vergini i canali distrutti: «Gli si aprirono gli orecchi, si sciolse il nodo della sua lingua e parlava correttamente». Quanto devo? Gli avrà pur chiesto il guarito al guaritore. “Tutta grazia: fai buon uso delle orecchie, della lingua. Va', taci!”. Silenzio come grazie.
Scappano via tutti, disobbedendo assieme. Ha chiesto loro, come prezzo, solo il silenzio. Non ce la fanno: l'amico ha taciuto una vita intera, figurarsi se sono disposti a tacere un altro attimo. Lo raccontano a tutti/e. Lui, il guarito, in conferenza stampa lungo la strada: “Volete che vi dica una cosa? Solo quando ti toccano le mani giuste, senti tutta la bellezza del tuo corpo. È roba rara, ma a me è appena successo” urla leccandosi le labbra con la lingua-funzionante e udendo gli uau! con le orecchie appena riaperte dopo l'intervento. Carezzandosi il volto: «Guarda come appoggia la guancia su quella mano! Oh! Foss'io un guanto sopra la sua mano per poter toccare quella guancia» (W. Shakespeare). Certi tocchi, poi, avranno una memoria d'elefante: «Ha fatto bene ogni cosa: fa udire i sordi e parlare i muti» (cfr Mc 7,31-37). Triste la città dove ci sono più dita che sfiorano cellulari piuttosto che carezzare volti. Da certi tocchi rinasce la vita. E viceversa.

(da Il Sussidiario, 4 settembre 2021)

In quel tempo, Gesù, uscito dalla regione di Tiro, passando per Sidòne, venne verso il mare di Galilea in pieno territorio della Decàpoli.
Gli portarono un sordomuto e lo pregarono di imporgli la mano. Lo prese in disparte, lontano dalla folla, gli pose le dita negli orecchi e con la saliva gli toccò la lingua; guardando quindi verso il cielo, emise un sospiro e gli disse: «Effatà», cioè: «Apriti!». E subito gli si aprirono gli orecchi, si sciolse il nodo della sua lingua e parlava correttamente.
E comandò loro di non dirlo a nessuno. Ma più egli lo proibiva, più essi lo proclamavano e, pieni di stupore, dicevano: «Ha fatto bene ogni cosa: fa udire i sordi e fa parlare i muti!» (Marco 7,31-37).

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labbra

Poi, un giorno, sbagliano domanda al Cristo: «Perchè i tuoi discepoli non si comportano secondo la tradizione degli antichi, ma prendono cibo con mani impure?» Apriti cielo: chi di domanda ferisce, di domanda perisce! Il tempo solo che mettano il punto di domanda – condendolo magari con un pizzico di aceto – e Cristo coglie l'occasione per confidare loro ciò che pensa di loro stessi: niente più che degli «ipocriti». Tradotto: “Siete come case non finite per mancanza dei quattrini: avete l'ingresso degno d'un palazzo regale, ma le stanze interne sono più squallide di una capanna”. Detto così, senza alcun pelo sulla lingua: il che, a certa gente, rompe assai sentirselo dire. Il concetto, invece, è di una semplicità che mette a disagio: “Continuate pure a misurare l'apparenza: sappiate, a onore del vero, che in pratica è come vivere mangiando le bucce dei frutti”. Insomma, per farla breve visto che Cristo non ha tempo da perdere per lavarsi le mani o per grattarsi i gomiti: “Voi fermatevi pure all'apparenza – pare dire -, che io (con chi mi segue) scendiamo a quella dopo, alla stazione della sostanza”. Non che i farisei fossero gente malvagia, per carità: faremmo il loro gioco a giudicarli dalle loro apparenze. E' che era tutta gente preoccupatissima di avere nella credenza i calici di cristallo. Poi, però, vi versavano dentro del vino pessimo: a che serve, dunque, la forma cristallina se il contenuto è livoroso? Semplice, oppure no?
Sono pochissime le volte che Cristo fa guerra col carro-armato. Il più delle volte combatte col fioretto, interviene con il bisturi, lavora sui bordi, agisce sulle sfumature. Quando accade, però, il carro-armato è letale, pestifero, non lascia margini a disposizione: «Questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me». Più o meno quello che diceva la maestra quando si andava a scuola: “Signora, abbiamo la netta percezione che il suo figliolo porti il corpo in classe, ma con la testa sia altrove”. Una sorte di presenza-ingiustificata, forse più peggiore di un'assenza ingiustificata. Ai tempi del Cristo ancora non c'erano in commercio le app che fanno sembrare delle opere d'arte anche alcuni volti di una mediocrità evidente. Sembrano opere d'arte, poi li vedi dal vivo e tutto ciò che vorresti è un'audio-guida che spieghi chi sono. Irriconoscibili, è tempo perso: «Invano mi rendono culto» chiosa il Cristo picconatore. Detto in altre parole: ci sono tanti diamanti falsi in giro che riescono a passare per dei diamanti veri, e viceversa. Niente, insomma, è come sembra: anche se il sembra è bellissimo.
Poi, con le mani sporche e in barba ai loro tristi rituali, s'improvvisa esperto di cuori. Al Cristo-cardiologo (ora pro nobis): «Non c'è nulla fuori dell'uomo che, entrando in lui, possa renderlo impuro. Ma sono le cose che escono dall'uomo a renderlo impuro». Il cuore, dunque, è la scatola nera che al Cristo interesserà trovare in caso d'incidente, in zona naufragio, nel pieno della disavventura: lì, e non sulle carte offuscate di morale, è marchiata a fuoco la vera essenza di ciò che l'uomo è, di ciò ch'è stato. Di ciò che avrebbe voluto essere e non è riuscito a realizzare: “Nessun problema, figliolommio – bisbiglierà il Cristo innervosendo ad oltranza gli appassionati delle bucce d'arancia -: m'interessa l'intenzione che avevi nel cuore. Salvo quella, salta-su, ripartiamo!” Che farsene, d'altra parte, di chi porta a spasso le labbra dimenticando il cuore? Non son queste le prostitute che viaggiano in terza corsia sulla rotta verso il Cielo: solo chi vive d'apparenza può venire ingannato dall'apparenza. Si può essere culturalmente cristiani e nel cuore sentire d'essere atei, perchè non basta avere una visione religiosa, saper citare parole di Dio, interessarsi del divino e quant'altro e poi sperimentare che il cuore è vuoto: il grande assente della fede cristiana. In anestesia totale.
Lavarsi le mani è una questione d'igiene, anche di galateo forse. Ma non è credere a Cristo: la comodità di sembrar credenti spesso impedisce di esserlo.

(da Il Sussidiario, 28 agosto 2021)

In quel tempo, si riunirono attorno a Gesù i farisei e alcuni degli scribi, venuti da Gerusalemme.
Avendo visto che alcuni dei suoi discepoli prendevano cibo con mani impure, cioè non lavate – i farisei infatti e tutti i Giudei non mangiano se non si sono lavati accuratamente le mani, attenendosi alla tradizione degli antichi e, tornando dal mercato, non mangiano senza aver fatto le abluzioni, e osservano molte altre cose per tradizione, come lavature di bicchieri, di stoviglie, di oggetti di rame e di letti –, quei farisei e scribi lo interrogarono: «Perché i tuoi discepoli non si comportano secondo la tradizione degli antichi, ma prendono cibo con mani impure?».
Ed egli rispose loro: «Bene ha profetato Isaìa di voi, ipocriti, come sta scritto:

“Questo popolo mi onora con le labbra,
ma il suo cuore è lontano da me.
Invano mi rendono culto,
insegnando dottrine che sono precetti di uomini”.

Trascurando il comandamento di Dio, voi osservate la tradizione degli uomini».
Chiamata di nuovo la folla, diceva loro: «Ascoltatemi tutti e comprendete bene! Non c’è nulla fuori dell’uomo che, entrando in lui, possa renderlo impuro. Ma sono le cose che escono dall’uomo a renderlo impuro». E diceva [ai suoi discepoli]: «Dal di dentro infatti, cioè dal cuore degli uomini, escono i propositi di male: impurità, furti, omicidi, adultèri, avidità, malvagità, inganno, dissolutezza, invidia, calunnia, superbia, stoltezza. Tutte queste cose cattive vengono fuori dall’interno e rendono impuro l’uomo» (Mc 7,1-8.14-15.21-23).

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deluso

Non c'è niente al mondo che aiuti a fare selezione come una delusione: «Da quel momento – annota Giovanni - molti dei suoi discepoli tornarono indietro e non andavano più con Lui». L'abbandonarono perchè delusi dall'asprezza delle sue parole: troppo dure, severe, arcigne. Glielo dicono apertamente, mica glielo borbottano dietro le spalle: «Questa parola è dura! Chi può ascoltarla?» Niente di nuovo, comunque. E' che la vita, per insegnarti le cose, sceglie sempre il modo peggiore: la delusione, l'unico dei sentimenti che non delude mai. “Beati coloro che non si aspettano nulla dalla vita: non saranno mai delusi” è la beatitudine di chi, osservate tutte le altre beatitudini, tenta di elaborarne una sintesi. Cristo, insomma, ha la grande capacità di deludere gli uomini: tutti si aspettano da Lui l'impossibile e tutti, prima o poi, rimaniamo delusi dalle nostre aspettative. Un Dio immaginato a nostra immagine e somiglianza: tappabuchi, zerbino, accomodante. Dio, invece, vuole fare in modo che l'uomo ritorni ad essere sempre più a sua immagine, a sua somiglianza. Insomma: la storia dell'uomo e di Dio, la storia eclettica di questi due, è una storia deludente. «E' la storia di una delusione reciproca» scrisse Emile Cioran. Dio delude l'uomo, l'uomo delude Dio: “E' un cane che si mangia la coda” (Amen).
Gliela rinfacciano la loro delusione: “Non ti pare troppo, Rabbì? Non è che tu stia un pochino esagerando? Già siamo quattro gatti a seguire le tue mattità celesti: se non molli un po', rimarremo ancora meno forse” Gli dicono sotto-sotto, con una pur lodabile schiettezza. E' dura, però - «Questa parola è dura!» - non perchè la parola sia dura, ma perchè se l'immaginavano molle, più appetibile, meno pretenziosa di quello che è: la delusione è una realtà scomoda che ci ostiniamo a non vedere. Certo, come no: sapevano di doversi sudare la sequela, di rimanere forse anche un po' delusi perchè Dio è pur sempre Dio e non abbisogna di giustificarsi. Rimane il fatto che la delusione tu la puoi anche sentir arrivare ma non sei mai pronto al suo impatto. Chissà: forse pensavano d'essere esentati dalla fatica per il fatto d'aver lasciato casa, campi, famiglia e conigli per andar dietro a Cristo. O, forse, si aspettavano una divinità diversa, un Dio tutta testa e poca carne, geometrico e non da batticuore. Più guerrafondaio che panettiere, più reazione che conversione, spada non carezza. Desideravano il loro Dio. Quand'è arrivato il Gesù di Dio, invece, la delusione è stata servita fredda. Una linea sottile divide l'illusione da ciò che invece è delusione: si chiama aspettativa. L'aspettativa verso Dio: che faccia ciò che diciamo noi, che sia come vogliamo noi, che non c'induca nella tentazione di poter cambiare. Un Dio dalle parole umane perchè un Dio che abbia parole di vita eterna pare persino troppo per chi si accontenterebbe di molto meno: un piccolo monolocale con angolo cottura, bagno, camera singola. Illusi i discepoli, anche gli apostoli: più Gli stavano appresso, più se Lo immaginavano diverso. Gli altri, quelli che Gli stavano così lontani che i vicini li avevano già bollati come perduti, se l'immaginavano invece ancora più duro, senza misericordia, a rinfacciare il non-fatto, il fatto-male, il peccato. Chi se l'immaginò facile rimase deluso, chi l'immaginò difficile, lo trovò d'una semplicità sconcertante. Finendo per salvarsi tutt'intero: "Pensala sempre più difficile - mi insegnò il nonno -, che se poi la trovi più semplice è tutto guadagnato".
Si erano convinti di ottenere uno sconto per buona-sincerità come nelle galere lo si ottiene per buona condotta? Pensassero ciò che volevano, Cristoddio non perde la sua fierezza: «Volete andarvene anche voi?» interroga i vicinissimi: liberi d'andarcene, nessuno ci obbliga a Cristo. Parole tristi, disilluse, amareggiate: eppure niente sconti, il prezzo resta pieno. É vero che Cristo crebbe in un mondo feroce, brigante: erano tempi in cui tanti paesani pregavano per il ribaltamento dell'oppressore, meglio se violento. Gli amici erano tutti lì, in attesa che Lui desse il segnale della rivolta finale: al momento clou, si rifiutò di farlo, lasciandoli incerti. Ancora più incerti, però, al pensiero di perderlo: «Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna» (cfr Gv 6,60-69). E' Pietro il portavoce della marmaglia in stato d'agitazione. Poi, pensando a cosa gli sarebbe rimasto escludendo il mondo intero per insoddisfazione, scoprì che gli rimaneva soltanto Cristo e le sue parole dure ma veritiere. Punto a capo, allora: gambe in spalla e ripartire: “Non è la distanza che allontana ma la delusione”. É un piccolo promemoria per mio fratello Giuda, il più deluso nella nostra famiglia.

(da Il Sussidiario, 21 agosto 2021)

In quel tempo, molti dei discepoli di Gesù, dopo aver ascoltato, dissero: «Questa parola è dura! Chi può ascoltarla?».
Gesù, sapendo dentro di sé che i suoi discepoli mormoravano riguardo a questo, disse loro: «Questo vi scandalizza? E se vedeste il Figlio dell’uomo salire là dov’era prima? È lo Spirito che dà la vita, la carne non giova a nulla; le parole che io vi ho detto sono spirito e sono vita. Ma tra voi vi sono alcuni che non credono».
Gesù infatti sapeva fin da principio chi erano quelli che non credevano e chi era colui che lo avrebbe tradito. E diceva: «Per questo vi ho detto che nessuno può venire a me, se non gli è concesso dal Padre».
Da quel momento molti dei suoi discepoli tornarono indietro e non andavano più con lui.
Disse allora Gesù ai Dodici: «Volete andarvene anche voi?». Gli rispose Simon Pietro: «Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna e noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio» (Giovanni 6,60-69).

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