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[ Solennità dell'Esaltazione della Santa Croce ]

Raoul Follerau, l'apostolo dei malati di lebbra, racconta che un giorno arrivò in un campo di lebbrosi senza niente da offrire loro: né soldi, né vestiti, né medicine. Un po' impacciato, disse: "Fratelli, non ho nulla da darvi, ma tornerò". Allora il capo del campo chiese a Follerau di stringere la mano ad uno ad uno e così lui fece. Una stretta di mano: era poca cosa, ma era tutto quello che in quel momento poteva donare. Se ne andò un po' avvilito per non aver potuto fare quasi nulla. Poi un giorno gli arrivò una lettera: "Caro Follerau, al campo nessuno s'è lavato le mani per una settimana, per non perdere il profumo delle mani".
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Lato B e lato A, il dietro  e il davanti. Alle calcagna abita l'Egitto dei ladri, della schiavitù, delle pentole traboccanti di cipolle. Di fronte campeggia nella sua folgorante bellezza la Terra, quella Promessa: sogno antichissimo, vergine, luminoso. Azzardato. Tra il dietro e il davanti c'è tutto il rischio del cammino, questo traghettamento dell'antico popolo d'Israele che, partito dal Monte Cor, si sta dirigendo verso il mar Rosso per aggirare il paese di Edom. Guarda la precisione della geografia sacra: puntuale, definita, precisa! La marcia non è conclusa, ma siamo a buon punto: eppure il popolo si lamenta. Contro Mosè, contro Dio, contro la speranza. La schiavitù porta sempre una sua sicurezza: la libertà chiede come prezzo un rischio da correre. Il popolo si lamenta, s'infuria, s'arrabbia. I cronisti dell'epoca hanno raccolto una delle prime bestemmie contro Dio. In pieno deserto, cioè in zona pericolosa, sbraitano contro Dio: "perché ci avete fatti uscire dall'Egitto per farci morire in questo deserto? Perché qui non c'è né pane né acqua e siamo nauseati di questo cibo così leggero" (Nm 21,2-9). Nauseati del cibo leggero, del Dio faticoso, del Mosè esigente. Gente stanca di tutto: persino di camminare. Cioè di crescere, di diventare grande, di rischiare la felicità. Eppure il deserto è un talamo divino, è il luogo dell'intimità tra Dio e il popolo, l'incrocio nel quale dà appuntamento a chi vuole denudare per ricolorare di luce. "Ti condurrò nel deserto e parlerò al tuo cuore... Ti fidanzerò a me e ti farò mia sposa per sempre" - sussurra Dio per bocca del profeta Osea. Ma il deserto fa paura: quando sei bambino, quando diventi giovane, quando t'apri alla maturità. Quando sei papà, mamma, nonna, nonno, prete. Pure vescovo mi assicurano. Anche noi tante volte, abbiamo la sensazione che i nostri piedi tocchino la polvere del deserto. Proviamo paura perché della logica di Dio non sappiamo che farne. Tremiamo perché non vogliamo capire che anche Dio è entrato nel deserto. Lui, il Figlio di Dio, venne adescato dall'intuizione che il deserto, oltre che del silenzio, è anche l'ambito delle parole che contano. Oltre che degli ululati solitari è anche il luogo dove s'apprendono melodie. Oltre che riparo dall'assedio è anche recinto in cui incrociare la bellezza. Dio ci è entrato per attraversarlo, non per rimanervi. Per ripetere l'avventura dell'esodo verso la terra promessa. Per dirti che non sei solo, non sei l'unico, c'è un popolo che ha la residenza nel deserto. E per ricordare a te (che immagini di poter tutto) che non sempre è disposto a lasciarsi maledire, bestemmiare, scanzonare. C'è un Dio che si stanca: "allora il Signore mandò fra il popolo serpenti velenosi i quali mordevano la gente e un grande numero d'Israeliti morì". Anche Dio, Creatore dal genio insuperabile, si stanca. Nel vedere una Creazione deturpata, un Amore frainteso, una fiducia accecata. Un popolo che, trasportato su ali d'aquila, su carrozze di prima classe in testa al treno, trova ancora il gusto di ribellarsi. E quando Dio si stanca non scherza. Come quando ama non scherza. E il popolo ragiona, ha paura, chiede aiuto: "Abbiamo peccato, perché abbiamo parlato contro il Signore e contro di te: prega il Signore che allontani da noi questi serpenti". In pieno deserto, attaccato dai serpenti e dimentico di un Dio eccezionale il popolo ha paura. Trema. Chiede aiuto a Mosè, l'ultimo aggancio col cielo presente nell'accampamento. Stanco di un Dio esigente, demoralizzato da un popolo traditore e mormoratore, debilitato da anni di pascoli, passaggi e diplomazie, gioca la carta della preghiera. Ma Mosè non è un supereroe, semplicemente accetta di mettere in gioco tutto. Perché negli occhi di ogni creatura abita una preghiera, anche in quelle che non hanno occhi. Pregare è contemplare, piangere, stupirsi, sedursi. Ammirare, singhiozzare, sorprendersi. Sedersi, chiedere e attendere. Le cose non tengono nulla, ma tu puoi farle cantare, farle pregare! Alberi, montagne, pesci, coccinelle, neve, brina... tutto può passare nella tua mente e nel tuo cuore e farsi preghiera. Puoi diventare poeta dell'universo!  Ed è bello pensare che Dio ti sfiora non solo nelle liturgie solenni delle cattedrali, nelle sinagoghe o nelle cappelle, nelle giornate mondiali o nei ritiri, ma anche - e soprattutto - nella vita comune, nel tran tran quotidiano. Nella vita comune, nei giorni di festa e nelle notti di burrasca. Ecco come nasce la sete della solitudine. E' il desiderio del deserto che prende tutte le persone che Dio chiama. Se oggi la società sta andando a puttane, se stiamo allevando una società di neuropatici, è perché ci siamo lasciati fregare dalla mania del rumore, che comincia al mattino con la radio accesa, continua durante il giorno con il frastuono delle macchine e finisce a notte fonda con il diapason lacerante delle discoteche.

Suoni che non saziano: quando invece l'uomo è un essere affamato. L'uomo nasce affamato. Del pane, dei sogni, di speranza. Della musica, della poesia, dell'arte. Della vicinanza, dell'affetto, dell'intimità. Della sessualità, della spiritualità, della compagnia. L'uomo ha fame, non vuole rimanere solo. Ha paura quand'avverte di rimanere solo. Il popolo nel deserto non lo sa: ma, furioso, invoca Dio. Con la bestemmia, con l'insulto, con la maledizione ma lo va cercando. E quando la vita stringe ogni uomo cerca la mano, gli occhi, la carezza di chi gli ha dato più vita. Immagina una carezza offerta ad una sposa tradita, ad un padre senza lavoro, ad una bimba che perde la sua mamma. Nella Scrittura è legge certa il deserto. Di più: è garanzia che la pista è giusta. Che Lui non si sta grattando il capo. E' nel deserto Dio firma i progetti più sostanziosi. Come - parola di De Andrè - è nel letame che nascono i fiori più belli. Non nei diamanti.
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E' notizia battuta più volte che il Buonarrotti scultore quando scrutava un blocco di marmo scorgeva già dentro l'opera d'arte: il suo lavoro non era altro che togliere il superfluo, il troppo che ingabbiava la statua. Stessa opera è l'uomo: c'è gia tutto. Resta solo da imbracciare gli strumenti e liberarla. C'è tutto, ma resta tutto da fare. Un conto è voler stare meglio, un conto è essere felici. Per stare meglio basta poco: innamorarsi ogni tanto, arraffare qualcosa, vedersi un tantino di stipendio in più. Un po' come arredare una cella di prigione. Con la finestra chiusa e un abat-jour al posto del sole. Si può anche vivere così. Anche se noi siamo nati per farci baciare dal sole.
Dicono che a Tarso Paolo c'avesse provato: risultato fallimentare. Perché non è facile ingabbiare il sole. Soprattutto quando decide di scottarti la pelle!
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Se ne sta acquartierata alle porte di Forlì con le sembianze discrete di una sentinella fedele. E una manciata di fede da serbare con divina gelosia e umana trepidazione. Una piccola chiesa e il suo campanile, il suo oratorio e il suo campetto. La sua gente, quella statale che corre impazzita e il vecchio curato. In una Romagna colorata nell'immaginario di rosso: che non è solo il colore della Divina Passione. Ma anche di umane passioni.
Parrocchia di periferia, gente di periferia, aria di periferia.
Anche nella Scrittura - Vento Prestante sulla frivolezza delle chiacchiere umane - Dio dà lo sparo d'inizio sempre dalla periferia. Maria è "donna di periferia". Grembo di periferia. Orgoglio della periferia. Maria e tutto quello stuolo silenzioso di donne anonime, di profeti sconosciuti, di poeti convertiti che parlano la lingua di tutti i giorni e non solo quella del sabato, il linguaggio dei bambini e non solo dei rabbini, la lingua di casa e non solo quella di chiesa. Il dialetto del cuore.
C'erano i dromedari di Madian come promessa d'invasione per la bella Gerusalemme, ma c'è pure tutto uno stuolo nascosto che nella Storia Sacra sta giocando. Giocando, da giocare. Il verbo dei bambini, del passatempo, dei pomeriggi appena tornati da scuola. Sotto i lampioni, sulla riva di un ruscello, nell'aria aperta. "E' così confortante pensare che Dio ti sfiora non solo nelle chiese o nelle sinagoghe, ma nella vita comune, ti sfiora nei giorni di festa come nelle notti di burrasca" (E. Ronchi).
Anche a Dio piace giocare.
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Nel catechismo cacciato dalle chiese, forestiero tra i banchi e minacciato di morte dai pulpiti - quello che tanto piaceva al Camillo prete del Giovannino Guareschi - si racconta che il Signore Dio, dopo aver creato la terra, le piante e gli animali, progettò l'uomo e la donna perché sognava di trovare qualcuno che stesse davanti a Lui, capace come Lui di amare. Un giorno disse agli uomini: "La mia gioia sta nel giocare sulla terra con i figli dell'uomo. Volete giocare con me?" Gli uomini risposero in coro: "Si, ma a cosa giochiamo?" "A nascondino" propose Dio. "Che bello!" esclamarono gli uomini. E cominciarono il gioco. A Dio più che cercare piaceva farsi cercare: anche perché quando Lui "stava sotto" riusciva a scoprire e a chiamare tutti per nome in un battibaleno. Così andò a nascondersi e lasciò agli uomini e alle donne l'incarico di cercarlo.
Aspetta, aspetta... non arrivava nessuno.
Dopo parecchio tempo s'accorse che gli uomini si erano dimenticati di Lui ed erano occupati in altre attività. Dio ci rimase male: nessuno andava a trovarlo. Egli era davvero il grande emarginato: voleva farsi trovare, anche perché aveva dei doni da regalare ad ognuno, ma nessuno sembrava interessato di lui. Poiché Dio è fedele, andò lui a cercare gli uomini. Li trovò indaffarati in mille occupazioni (nessuno aveva più tempo), attorniati da una vera e propria montagna di oggetti inutili, nascosti dietro alla moda del momento, pieni di cattiveria dietro i loro simili. Di più! Alcuni si nascosero alla sua vista, pieni di paura, molti si vergognavano di averlo conosciuto.
Altri, addirittura, non sapevano nemmeno della sua esistenza.
Ma Dio non si diede per vinto. Ostinatamente cercò qualcuno che facesse amicizia con Lui. Chiese, cercò, bussò: perché alla fine sapeva di trovare.
Di trovare dove l'uomo aveva già deciso di sbarrare le saracinesche.

Successe anche a Tarso. Capitale della provincia romana della Cilicia Pedia. 10 miglia nell'entroterra, sul fiume Cidno, una storia vecchia di 4000 anni da vantare come credenziale. Cereali, uva e tanto lino. Oltre che il feltro prodotto con la lana delle capre nere. Quella sera la luna iniziava ad arrampicarsi sui tetti, ma una locanda - ormai deserta - rimaneva aperta e trepidante, una mensa frugale stava improvvisata, un parlare sommesso riempiva quel silenzio. Quattro spighe di grano, due fiori di ginestra, un canestro di pane e un persecutore. Fuori un profumo di zagara saliva dagli aranceti e la brezza marina inebriava l'anima di profumi d'Oriente.
Il Giocatore e il giocato. L'Eterno e l'umano. L'Amore e la persecuzione. La Misericordia e l'odio. Più semplicemente: Saulo e Gesù di Nazareth. Impossibile rimanere latitanti quando s'è braccati da Dio. Come sarà impossibile uscire indenni dal combattimento con Lui. Se tu non giochi, gioca Lui. Se non lo cerchi, ti cerca Lui. Corre fino a Tarso, fino alla tua Tarso. Fin dentro casa tua: "è bello pensare che Dio ti sfiora non solo nelle liturgie solenni delle cattedrali, nelle sinagoghe o nelle cappelle, nelle giornate mondiali o nei giorni di ritiro, ma anche - e soprattutto - nella vita comune, nel quotidiano".
I papiri antichi raccontano di una lotta agghiacciante, di una partita giocata fin oltre i supplementari. Tramandano l'eco di urla, coltelli e silenzi. Parole da Lassù, parole da quaggiù. Parole che scavano, che strapazzano, che tagliano. Che urtano, spingono e rattrappiscono. Che infiammano, tolgono il sonno, schiacciano. Certo che a Tarso s'è combattuto uno dei match più imprevedibili nella storia del "nascondino di Dio". Ancor oggi sul monitor di quel videogame il livello più avanzato si chiama "livello Tarso". Cioè: confine con l'insospettato.

Un giorno, tra le viuzze di sullastradadiemmaus.it, ho stretto una mano. Mano rugosa, volto scavato, tante primavere e altrettanti inverni sulle spalle. Teneva l'identità di un vecchio servitore di Dio. Ci sediamo al tavolo e mi racconta della sua chiesa in sobborgo, della sua gente, della faticosa bellezza d'essere prete a settant'anni. Il tempo scorreva veloce. E più fluivano i minuti più il suo volto trascolorava. Avevo davanti agli occhi un vecchio prete di periferia: don Libero Gardelli. La stessa bella vecchiaia di Giovanni, il custode col cappello della nostra parrocchia. Io stavo giocando: con la Scrittura che mi afferrava per il collo, cercavo tracce di falliti là dentro per sentirmi meno solo nella vita. Nella scelta. Nella corsa.
Un certo Saulo mi stava insegnando una tecnica per far fuori facilmente Dio dalla partita. M'appassionava, m'intrigava, mi prendeva. Vidi confusamente sul suo zainetto un graffito stampato di suo pugno: "Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la mia corsa, ho conservato la fede. Ora mi resta solo la corona di giustizia che il Signore, giusto giudice, mi consegnerà in quel giorno" (2Cor 4,7-8). Involontario appassionato, entra in gioco don Libero.
Due dadi, una piantina, un indirizzo.
"Giochiamo assieme" - urla con la sua voce da nonno.
"Non ci stiamo, padre" - ribattiamo in coro io e Saulo.
"Andiamo a Forlì: in oratorio c'è posto per tutti" - calò puntuale il vecchio servitore di Dio. E lanciò i dadi.

Nasce così - dall'intreccio tra una mano giovane, una mano vecchia e una Mano Eterna - "Conversazioni notturne con Paolo di Tarso", un percorso alla scoperta della "partita a nascondino" giocata millenni fa tra un Uomo sceso dalla periferia della Galilea e uno spietato torturatore uscito dalla periferica Tarso.
Una storia di periferia! Bellissima: come sono belle tutte le storie che nascono nelle periferie. Come sono belli gli amori fuggitivi rubati agli occhi di una zingara. E' lo "splendore del dimesso" che tanto piaceva all'Heidegger filosofo. E al Von Balthassar teologo. E pure al Creatore Divino.
Partiremo dalla periferia: l'ouverture sarà la storia di una donna beccata nella periferia, stregata laddove l'uomo condanna, colorata negli atelier che resero bella Giuditta, Ester, Raab, Rut ed Elisabetta. Claudia Koll lancerà i dadi e inizierà la partita.
L'appuntamento è ogni secondo venerdì del mese nella parrocchia di Villanova, periferia di Forlì [*]. Custodita dal don Libero parroco. Ci troveremo: pregheremo, ci lasceremo strangolare dalla Parola Eterna, inginocchiare dalla bellezza trasfigurata dell'Uomo della Croce, accendere dall'incredibile storia di Saulo. Divenuto Paolo per uno strano e riconosciuto scherzo dell'Uomo di Nazareth: quello di cambiare i nomi. Poi, a chiesa chiusa, ci ritroveremo nella piazza di Internet, all'indirizzo sullastradadiemmaus.it e condivideremo la nostra fede. Posteremo commenti. Lanceremo dubbi. Accenderemo ribellioni. Costruiremo un laboratorio. Perché "per me - diceva Norberto Bobbio - la differenza non è tra il credente e il non credente, ma tra chi prende sul serio questi problemi e chi non li prende sul serio".
Strada facendo, ci verranno a trovare amici beccati pure loro sulla via di Damasco. In pieno eccesso di velocità. Gente stracciona, beduini incalliti ri-abbelliti da Dio per colorare l'umanità. Che invece d'essere multati son stati trasformati. Fin nei pensieri: "Non conformatevi alla mentalità di questo secolo, ma trasformatevi rinnovando la vostra mente, per poter discernere la volontà di Dio" (Rm 12,2).
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Quel giorno suonò il campanello in oratorio. E al gioco si pose fine: mi piacerebbe anticipartela quella fine. Ma Paolo non me lo perdonerebbe: perché la Scrittura va gustata metro dopo metro, silenzio dopo silenzio, caduta dopo caduta. E' come un nocciolo d'oliva, ci ricorda il muratore Erri de Luca. Un nocciolo d'oliva da rigirare in bocca. Leggere le Scritture è questo: inaugurare il tuo risveglio con un pugno di versi, così che il giorno pigli un filo d'inizio. Al mattino, a testa vuota, accogli quelle parole sacre. Capirle non è afferrarle, ma essere raggiunto da loro, lasciarti agitare da loro. Così diventerai ospite a casa delle parole della Scrittura Sacra. Nel giorno puoi sbandare dietro alle minuzie del da farsi, ma hai trattenuto per te una caparra di parole dure, un nocciolo d'oliva da rigirare in bocca.
Entra che giochiamo. Più siamo più s'incasina la partita. Più Dio si diverte.
Io t'aspetto. Egli t'aspetta. Noi t'aspettiamo.
Non è la declinazione del verbo aspettare. E' un invito innamorato!
Ti prenderanno in giro?
"L'uomo è irragionevole, illogico, egocentrico.
Non importa, amalo.
Se fai il bene, ti attribuiranno secondi fini egoistici:
non importa, fa' il bene.
Se realizzi i tuoi obiettivi, troverai falsi amici e veri nemici:
non importa, realizzali.
Il bene che fai verrà domani dimenticato:
non importa, fa' il bene.
L'onestà e la sincerità ti rendono vulnerabile:
non importa, sii franco e onesto.
Quello che per anni hai costruito può essere distrutto in un attimo:
non importa, costruisci.
Se aiuti la gente, se ne risentirà:
non importa, aiutala.
Da' al mondo il meglio di te, e ti prenderanno a calci:
non importa, da' il meglio di te"
(Madre Teresa di Calcutta)


[*] Parrocchia di Villanova - Forlì
Viale Bologna n. 332
Tel. 0543.754174
Sito Internet: http://www.parrocchiavillanova.net/
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E tutto perché c'è un tesoro da trovare! Nell'angolo del legnoso tavolo di cucina la Bibbia, Parola Estrema per l'uomo di ogni tempo. Dirimpetto a Lei il giornale, risposta attuale a Parola Eterna. Parola e parola, tempo ed Eterno, spazio e Infinito. Gioco tra innamorati pensierosi e spensierati. La mia è una piccola cella, un tempo forse grembo di monaci devoti. Di astute scalate celesti. Di digiuni, preghiere e tentazioni. Appena dietro l'inferriata soggiorna il silenzio maestoso del cielo del Nord. Della scogliera nel mare di Durkness. Del volo di gabbiani che intessono traiettorie. Di pescatori assonnati nell'anticipare il tramonto. Silenzio, ricerca, meditazione. Stupore, passione, inventiva.
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L'Ansa batte una notizia. Secca, decisa, tagliente. La montagna maledetta ha presentato il conto. Guardo, cerco, indago. Leggo, studio, m'informo. Nanga Parbat, profondo Pakistan. 8125 metri di spazi silenziosi, inediti, vergini. Lui risponde al nome di Karl Unterkircher, l'erede del Messner, il Re degli Ottomila. Scalatore altoatesino, marito di Silke, papà di Alex, Miriam e Marco. L'avventura nel sangue, il sogno nel cuore, la volontà nei muscoli. E tutto perché c'è un tesoro da trovare! Quello sperone di roccia non lo lascia tranquillo, gli ha acceso l'anima, lo intra-vede di notte. Lo studia di giorno. Lo analizza al tramonto. Ogni sfida ha una sua preistoria. La montagna è la sua passione tanto che "rinunciare alla montagna, sarebbe stato soffrire maggiormente e morire più lentamente". Viaggia in cordata con Walter Nones e Simon Kehrer, discepoli - apostoli di una guida dal carisma riconosciuto. A Islamabad, terra giornalisticamente di guerra, planano l'11 giugno 2008. il 13 luglio 2008 Karl affigge l'ultimo comunicato sul suo sito: "Sono straiato nella mia tenda e provo a continuare a leggere. Ma non riesco a concentrarmi, la mia mente è fissata su quella parete. La parete Rakhiot, su quel stramaledetto seracco in mezzo alla parete. In quella fascia di ghiaccio, che ci ostruisce la via di salita".
Nella tenda con un sogno fisso. E tutto perché c'è un tesoro da trovare!
Nel mezzo giorni di addestramento e d'allenamento, di acclimatamento e studio, di vedute e scambio di pareri. La montagna chiede tempi esigenti di seduzione. Vivono nell'estremo. Sono accesi dall'estremo. Dell'estremo hanno fatto una legge di vita. Ma l'estremo non è mai improvvisazione: spiacenti per gli uomini dell'osteria. L'estremo è ricerca, studio e proiezioni. Calcoli, probabilità e tentativi. E' un limite da superare, una meta da conquistare, una barriera da infrangere. E' ragionevolezza, studio, calcolo, programmazione, pianificazione. Applicazione massima. E' scoprire qualcosa per il quale valga la pena di spendere l'esistenza, il quotidiano allenamento, l'appassionante sfida della vita. La vita stessa poggia su estremi da pedinare: nel cuore, nella mente, nel fisico, nella natura. Magari non ci riesci: rimane il tentativo d'averci provato. Il 16 luglio la montagna, compagna fedele e tremenda, lo ingoia nello spaccarsi di un suo ghiacciaio. Raccolto la sfida, emesso il verdetto. Atroce: strategie celesti!
E tutto perché c'è un tesoro da trovare! Una perla da proteggere.
Dall'altra parte del tavolo, nell'angolo illuminato a festa da una vecchia lanterna, sta poggiata la Scrittura della domenica. Storia di un campo, di un tesoro intravisto, di una mossa finanziaria da pazzia. Visione di una perla: stupore, innamoramento e vendita totale di tutto. Per quella perla. Per quel campo. Per il Regno di Dio. Raccontata da Matteo. Cioè: sinonimo di garanzia. Perché è quasi autobiografia.
Ho sovrapposto giornale e Scrittura, come raccomandava il Barth teologo tedesco. Ne è uscito il commento della domenica firmato da Karl Unterkircher.
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In quel tempo, Gesù disse alla folla: "Il Regno dei cieli è simile ad un tesoro nascosto in un campo; un uomo lo trova e lo nasconde di nuovo, poi va, pieno di gioia, vende tutti i suoi averi e compra quel campo" (Mt 13,44)

(dal sito www.karlunterkircher.com) "Questo momento non lo scorderò mai più nella mia vita. Il sole ha già lasciato il punto più alto dell'orizzonte; l'affilata cresta che porta in vetta, fa ombra verso nord e i cristalli di neve riflettono come impazziti in tutte le direzioni creando un atmosfera fantastica. Non mi sembra vero, davanti a me non c´è nessuno e sono passati tre anni che nessuno a toccato la vetta. Continuo il mio cammino ed i miei pensieri per la seconda volta in due mesi sono al settimo cielo, ora non mi ferma più niente e nessuno, il rumore dei miei passi in questa silenziosa solitudine mi fa venire i brividi. Mi concentro per respirare in modo corretto; la mia gioia è indescrivibile. Inizio a riconoscere i contorni al di là della cima e vado in cerca del punto piú alto con prudenza.
(...)
Poco sotto la cima, devo ancora superare un "salto di roccia", sono veramente stanchissimo, ma so che fra poco ce l'ho fatta. 5 persone stanno già scendendo. Non le riconosco, indossano la maschera per l'ossigeno. Sembrano dei piloti di aerei militari. Due di loro sono di colore; presumo degli Sherpa. Mi guardano come se non avessero mai visto una persona, probabilmente non ho l'ossigeno. Continuo con la mia ascesa passo dopo passo, come se andassi a rallentatore ed in fine supero questo ostacolo e all'improvviso, eccola là.... E' lei, la cima più alta del mondo. Non ci posso credere e mi appoggio ai bastoncini per riposare. Sono a 8830m. Ancora 80 metri mi dividono dal grande evento. Riesco a riconoscere alcune persone in cima. Passo dopo passo con un ritmo da lumaca rimango concentrato non voglio ancora scoppiare in euforia, conto i respiri, sono dieci e porto ancora avanti il piede.
Eccomi ci sono. Finalmente ce l´ho fatta, dopo dieci ore ci siamo riusciti!"
"Poi va, pieno di gioia, vende tutti i suoi averi e compra quel campo".

Il Regno dei cieli è simile ad un mercante che va in cerca di perle preziose. Trovata una perla di grande valore, va, vende tutti i suoi averi e la compra (Mt 13,45)
(dal sito www.karlunterkircher.com) "La sera mi appresto ad andare a dormire nel mio sacco a pelo, posto sopra un materassino coperto da un tappeto che ho comperato ad Islamabad. Riesco subito ad addormentarmi e a sognare. Dopo un po' mi sveglio, sento che il vento si alza e fissando la mia lampada frontale torno alla realtà! Siamo qui per una "missione": quella parete, quel seracco a metà parete non mi esce dalla testa. Ci vorranno sicuramente 10 - 12 ore per salire il seracco, mi chiedo se saranno ore inutili, ore che ci impediranno la salita? Cerco di riaddormentarmi, ma la mia mente è confusa da tante domande. La probabilità che il seracco piombi giù in quelle ore, è minima. Di certo non è una roulette russa. Però, mai dire mai! Siamo nati e un giorno moriremo. In mezzo c'è la vita. Io la chiamo il mistero, del quale nessuno di noi ha la chiave. Siamo nelle mani di Dio e se ci chiama dobbiamo andare. Sono cosciente che l'opinione pubblica non è del mio parere, poiché se veramente non dovessimo più ritornare, sarebbero in tanti a dire: "Cosa sono andati a cercare là?  Ma chi glielo ha fatto fare? " Una sola cosa è certa, chi non vive la montagna, non lo saprà mai! La montagna chiama!"
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Karl. Stesso spirito di tutti i viandanti, veri cercatori. Stesso spirito di Pietro, pescatore-scalatore dell'Estremo. Si chiamava ancora Simone quando sentì un urlo estremo sopraggiungere dal fratello: "Abbiamo trovato il Messia. Vieni a conoscerlo" (Gv 1,35 - 44) Lui ci va'. Perché non è uno - come tanti, come troppi, forse come noi - che si accontenta di quello che ha: la barca, il lavoro, la famiglia, gli amici. Non gli basta la mappa del tesoro: vuole il tesoro pieno. La perla nella sua bellezza. Vuole di più! Sempre e solo di più. Gesù, dopo averlo fissato con i suoi occhi pungenti, lo sorprende, lo anticipa, lo spiazza: "Simone, tu ti chiamerai Pietro". Pietro, da pietra, da roccia: qualcosa di solido, di robusto, di stabile. Simone dev'essersi fatto una risata amara. Si conosceva. Sapeva di avere tante qualità, ma non quella di essere roccia. Gli amici, la moglie, la suocera gliel'avevano cantato in tutte le salse: "Ti entusiasmi subito, ma ti sgonfi in un lampo". Adesso questo Gesù, che lo vede per la prima volta, gli dice: "Ti chiamerai Pietro". Non si scherza nelle pareti del cielo. Tenta l'avventura, vendi il campo, scommetti su quella perla. La Guida non svergogna mai nessuno. E lui, PietroSimone per ripagare non si fermerà. Nonostante le bastonate, la prigionia, la persecuzione. Ormai è una roccia. Gesù, puntando sui suoi pregi e non sui difetti l'ha trasformato!
La razza umana è forte quanto più è varia e quanto più si mette alla prova. Lo ammise senza messi termini Patrick de Gayardon, l'Icaro francese che danzava planando nell'aria:  "L'estremo è ricerca. Del limite da superare, della meta più lontana che un uomo  può proporsi di raggiungere. E, una volta che l'ha raggiunta, l'estremo diventa un ulteriore limite, una meta ancor più lontana"
Sembra proprio che pure nel Vangelo ci sia un Uomo, sceso dall'Estremo Cielo per incontrare l'estremità della terra, che ai venditori di mappe preferisca follemente i cercatori incalliti dell'Estremo. Fino a rischiare la vita per Amore di un sogno.

Buon viaggio Karl.
Tra rocce, perle e tesori da rintracciare!
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"Non so dove i gabbiani abbiano il nido,
ove trovino pace.
Io son come loro,
in perpetuo volo.
La vita la sfioro,
com'essi l'acqua ad acciuffare il cibo.
E come forse anch'essi amo la quiete,
la gran quiete marina,
ma il mio destino è vivere
balenando in burrasca".

(V. Cardarelli, Gabbiani)
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