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Dal Vangelo di Matteo cap. 21 vv. 28-32
In quel tempo, Gesù disse ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo: «Che ve ne pare? Un uomo aveva due figli. Si rivolse al primo e disse: "Figlio, oggi va' a lavorare nella vigna". Ed egli rispose: "Non ne ho voglia". Ma poi si pentì e vi andò. Si rivolse al secondo e disse lo stesso. Ed egli rispose: "Sì, signore". Ma non vi andò. Chi dei due ha compiuto la volontà del padre?». Risposero: «Il primo».
E Gesù disse loro: «In verità io vi dico: i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio. Giovanni infatti venne a voi sulla via della giustizia, e non gli avete creduto; i pubblicani e le prostitute invece gli hanno creduto. Voi, al contrario, avete visto queste cose, ma poi non vi siete nemmeno pentiti così da credergli».

Riflessione del Parroco
"Caro amico ti scrivo così mi distraggo un po'
e siccome sei molto lontano più forte ti scriverò.
Da quando sei partito c'è una grossa novità,
l'anno vecchio è finito ormai
ma qualcosa ancora qui non va.

Si esce poco la sera compreso quando è festa
e c'è chi ha messo dei sacchi di sabbia vicino alla finestra,
e si sta senza parlare per intere settimane,
e a quelli che hanno niente da dire
del tempo ne rimane.

Ma la televisione ha detto che il nuovo anno
porterà una trasformazione
e tutti quanti stiamo già aspettando
sarà tre volte Natale e festa tutto il giorno,
ogni Cristo scenderà dalla croce
anche gli uccelli faranno ritorno.

Ci sarà da mangiare e luce tutto l'anno,
anche i muti potranno parlare
mentre i sordi già lo fanno.

E si farà l'amore ognuno come gli va,
anche i preti potranno sposarsi
ma soltanto a una certa età,
e senza grandi disturbi qualcuno sparirà,
saranno forse i troppo furbi
e i cretini di ogni età.

Vedi caro amico cosa ti scrivo e ti dico
e come sono contento
di essere qui in questo momento,
vedi, vedi, vedi, vedi,
vedi caro amico cosa si deve inventare
per poterci ridere sopra,
per continuare a sperare.

E se quest'anno poi passasse in un istante,
vedi amico mio
come diventa importante
che in questo istante ci sia anch'io.

L'anno che sta arrivando tra un anno passerà
io mi sto preparando è questa la novità"

(L'anno che verrà, Lucio Dalla)
 
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"C'era una volta... - Un re! - diranno subito i miei piccoli lettori. No, ragazzi, avete sbagliato. C'era una volta un pezzo di legno." (cap. I). Caro Pinocchio, perché busso proprio alla tua porta stasera? Semplice... Perché dentro quel tuo legno modellato da Geppetto son stampate tante schegge di un Vangelo raccontato millenni prima che tu balzassi fuori dalla fantasia laica di Carlo Collodi. Purtroppo tentano ogni giorno di cacciarti, di deridere la tua originalità ma don Mazzi ha preso le tue difese: "Nessuno tocchi Pinocchio" - grida nel suo sito internet. E, allora, io ti ho preso in mano, ti ho coccolato e insieme ci siamo buttati in questo sentiero cittadino dell'infinito, ricamato di arcani segreti, impagliato d'eternità che è la Scrittura. Io, te e quell'immensa frotta di falliti, di peccatori diseredati, di derelitti che dalla bocca di quel Nazareno attendono albe di risurrezione.
Tu non immagini che delicatezza quelle tue lacrime che rigavano il legno quando sentisti raccontare quella storia. "Un uomo aveva due figli; rivoltosi al primo gli disse: Figlio, và oggi a lavorare nella mia vigna. Rispose: Sì, signore; ma non andò. Al secondo disse lo stesso. Ed egli rispose: non ne ho voglia; ma poi, pentitosi, ci andò". Pentitosi! Meglio: provato rincrescimento, ripensatoci. Un verbo scellerato, sillabe da scolpire, ricordi da impreziosire. Fantastico quel figlio, vero Pinocchio?! Sapevo che t'avrebbe conquistato. Guardalo! Si rifiuta di andare, sbraita la sua ribellione, recalcitra... poi si cala nell'oscurità della sua coscienza, riflette, si pente... e i suoi piedi accarezzano la terra di quella vigna. Ti rammenta qualcosa, invecchiato buffone? La dolcezza inascoltata di una fata, l'amore rifiutato di un Padre, la bighelloneria di un gatto e di una volpe, il fascino scimunito di un Paese dei balocchi, la compagnia codarda di Lucignolo, le profezie inascoltate del Grillo Parlante... Ricordi la fine, vero? Sfuggito al compratore imbestialito che voleva ri-venderti a prezzo di legno stagionato, ti sei tuffato in mare e hai guadagnato il largo. Ma nel grembo di quelle onde non c'era profumo di libertà: un gigantesco pescecane ti inghiottì. "Poi, pentitosi, ci andò". Guarda dov'è nascosto il vangelo, burattino che non sei altro... "Pinocchio cominciò a piangere e a strillare: Aiuto, aiuto! Oh, povero me! Non c'è nessuno che venga a salvarmi? Nel frattempo, parve a Pinocchio di vedere lontano, lontano una specie di chiarore" (Cap. XXXIV). Nel momento massimo della rivolta... l'occasione della rinascita. Come il venerando Mosè, come il ribelle Giona, come il figlio del vangelo, come Levi, Zaccheo, la donna peccatrice... immergendosi nelle acque del disordine in Pinocchio germoglia la nostalgia di una rinascita. "Chi non è mai caduto - dice Enrique Solari -  non sa niente delle alture". In una frase Carlo Collodi e Gesù di Nazareth s'abbracciano: "Poi, pentitosi, ci andò". Tramontata la perdizione, inizia a brillare la redenzione. E' il volto inaspettato anche se annunciato di un Dio che sceglie la via della piccolezza, di un Dio che ha bisogno dei peccatori perché soltanto i peccatori son rimasti ad aver bisogno di Lui, un Dio che "non ha mai considerato un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio", un Dio caduto in basso perché l'arroganza ha portato gli uomini a voler salire troppo in alto. Per poi frantumarsi: "Rispose: Sì, signore; ma non andò."  Tu, invece, da burattino a ragazzo: il sogno di una conversione. "Babbino mio, non ti lascio più, mai più" (cap. XXXV). Ieri. E oggi? Un Pinocchio-due, forse, non esiste... ma ragazzi che scappano di casa, insultano i genitori, se la spassano nel Paese dei balocchi, vendono abbecedari, divengono somari, non ascoltano grilli parlanti e fatine, si allocano con gatti e volpi, vanno in prigione... ce ne sono tanti. E poi magari risorgono! Guarda te se non aveva ragione Ezechiele, quel vecchio intagliatore di profezie scardinato dal gemito di Dio: "Se l'ingiusto desiste dall'ingiustizia, egli fa vivere se stesso. Ha riflettuto, si è allontanato da tutte le colpe commesse; egli certo vivrà e non morirà" (Ez 18,27-28). Dalla colpa al pentimento: l'emozione di Dio. Da burattini, a ragazzi, a cristiani coraggiosi perché peccatori ri-accreditati. Togliete Geppetto e Pinocchio cade con il rumore di "un sacco di mestoli". Togliete Dio e il peccatore è destinato a rimanere vagabondo senza meta, gente randagia in una strada senza luce di redenzione.
Ci aggiriamo ai margini del paese, ancora nei campi. E'  quasi sera e io vorrei andarmene, ma tu Pinocchio m'inviti a sostare ancora un istante. Guardali - sembri dirmi sotto quegli occhi che son tutta una promessa - guardali quei personaggi, caldi ancora ed eternamente della bocca di Cristo e relegati in questo borgo a recitare in perpetuo la loro parte. Eccoli nelle loro passioni, nel loro nodo di creature vive. Peccatori e falliti, gente incapace e svogliata che nessuno voleva prendere a giornata, pecore maliziose che scappano dall'ovile, ometti dall'anima rattoppata che in chiesa si vergognano come cani, pezzenti buoni solo di piagnucolare fra piaghe e pulci contro la porta di un signore, figli viziati che litigano con il padre vanno per il mondo a diventare donnaioli e bari, debitori cronici che la prigione vomita e re-inghiotte, storpi, ciechi, zoppi. Tutti matti, come io e te Pinocchio, che aspettano il gran giorno, il giorno in cui le parabole inventate scioglieranno miglia di strada, prosciugheranno torrenti di miracoli. Quelle parabole... che di colpo li gettano dalle stalle dell'umanità alle praterie della santità: "In verità vi dico: i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio".
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Fantasia + scalpello + pazienza... e nella bottega di Geppetto quel pezzo di legno che a Mastro Ciliegia "era stato cagione di tante paure" si trasforma in un burattino meraviglioso, che sa ballare, tirare di scherma e fare i salti mortali. Caro Pinocchio, son proprio orgoglioso d'aver incrociato un commentatore come te per le mie puntate sul vangelo. Per due motivi. Primo: io e te siamo due burattini ribelli. Secondo: il rumore degli attrezzi e il solletico della fantasia ci sussurra che stiamo saltellando nelle mani di un Artista.
Un Artista geloso che grida: "Nessuno tocchi i miei burattini".
Perché sa che, collaborando con il pentimento, da burattini possiamo diventare bravi bambini!

Attento, Pinocchio... Possiamo!
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Rabbia, rabbia e ancora rabbia! Tu a sgobbare sui libri tutto l'anno: giorno dopo giorno, un concetto alla volta, passione, sacrificio, sudore. Tenacia. Il tuo vicino di banco se n'infischia: al posto del cervello il videotelefonino, il giorno dei compiti in classe esibisce un'assenza giustificata dalla madre, i libri vantano una giovinezza da rivendere. Alla fine dell'anno, i conti non tornano: con un colpo di fortuna i suoi voti sono identici ai tuoi. A cos'è servito lavorare duro per un anno intero se poi nella ricompensa non si nota la differenza? E così in ufficio, quando l'ultimo arrivato inspiegabilmente viene trattato come te. Meglio di te. Più considerato di te. Così nello sport, in famiglia, nella società! Non sempre a tot lavoro corrisponde tot salario.
Cavoli, che rabbia!
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La parabola degli operai chiamati al lavoro a ore diverse e poi pagati allo stesso modo (Mt 20,1-19), disorienta e incanta sempre molti lettori. Il proprietario di una vigna ingaggia dei braccianti per una giornata di lavoro. Ne ingaggia alcuni al sorgere dell'aurora e il salario pattuito per un'intera giornata è un denaro. Un prezzo giusto, una scena familiare agli occhi dei contadini palestinesi. Ma lungo l'arco del giorno il padrone ingaggia anche altri lavoratori, persino un'ora prima del tramonto del sole. A costoro dice: "Vi darò quanto è giusto". Potremmo anche noi, seduti magari sulla piazza di quell'anonima cittadina di sfaccendati, riflettere sul modo di gestire l'azienda di quel datore di lavoro così strano. "Per essere insostituibili bisogna essere diversi" (C. Chanel) - sembra essere oggi la sua filosofia aziendale.
E' un padrone premuroso che si sente coinvolto in prima persona, tant'è - cosa assai incantevole - che esce lui stesso a cercare operai per la sua vigna. Un atteggiamento che desta sorpresa, che lascia incuriositi, che partorisce delicatezza. Con gli operai dell'ultima ora, poi... si supera: nessun padrone farebbe un'assunzione così tardiva. E poi, quanta premura nei confronti di quei disoccupati involontari. Non è che fino ad allora avessero bighellonato, ma nessuno era giunto a chiamarli per prenderli "a giornata" (Mt 20,7).
Nel crocicchio i braccianti ancora borbottano, guardano con sprezzo la moneta sul palmo della mano. Il loro datore, in tre domande chiare e severe, li ammaestra al suo linguaggio: "Amico, non ti faccio torto". Splendida questa cortesia che il padrone usa per sciacquare le mormorazioni dei suoi operai, che son le mie mormorazioni in fin dei conti. Chi tra noi, infatti, non si scandalizzerebbe se dopo aver lavorato con fatica per un giorno intero si vedesse retribuito con la stessa cifra riservata all'ultimo arrivato? "Amico" - dice il padrone - ... Non c'è presa in giro in quest'espressione, non vi è nascosta ironia, non s'avverte nessun frammento di ironia... ma un disperato bisogno di ri-allacciare un legame spezzato, di ri-disegnare una relazione tra il padrone e la manovalanza. Provocatorio rimane il comportamento del padrone che vuole suscitare un caso, facendo volutamente assistere i primi operai al pagamento degli altri assunti al lavoro in ore successive. Quant'è scomodo ammetterlo... ma il Vangelo è il campo degli scandali. Non passa quasi giorno di quei mille che vanno dal fascino di Nazareth alla severità del Calvario, non si volta quasi pagina che il frullo di simili eventi non vibri sulle storie degli uomini incrociati da Gesù. Provocazione pura... anche se il padrone non è venuto meno all'accordo: un "denaro" era stato pattuito, un "denaro" è stato pagato. Quel padrone ha pagato loro non solo il lavoro, ma anche la loro pena di vedersi rifiutati, lo struggimento di un giorno in cui nessuno li ha voluti. "Oppure tu sei invidioso perché io sono buono?". E' una domanda intelligente questa che il padrone rivolge all'operaio che si lamenta, una domanda che si cala nel pozzo profondo della verità. E' una domanda giusta! I primi operai non si lamentano perché è stato tolto loro qualcosa, ma semplicemente perché è stato dato anche agli altri quanto è stato dato a loro. "Non posso fare delle mie cose quello che voglio?". Ecco dove se ne sta nascosta la chiave di lettura dell'intera parabola, nella libertà del padrone. La sua risposta non equivale a dire "faccio ciò che mi pare e piace". Tant'è vero che il padrone della vigna non caccia gli operai, ma dialoga, spiega le sue ragioni, cerca di far loro capire che le lamentele sono ingiustificate... cerca di addomesticarli alla sua libertà. "I miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie" (Is 55,8) - canta Isaia nel suo celebre passo. E' un Dio libero quello d'Israele, un Dio Salvatore che sfugge ad ogni tentativo umano di cattura, un Dio che trascende ogni misera possibilità di immaginazione e di comprensione, un Dio che sorprende e stupisce, un Dio incomprensibile e affettuoso, un Dio che accompagna e ammaestra non sottraendosi ma nascondendosi.... Un Dio che si consegna solo a chi lo cerca. Un Dio, infine, alternativo all'uomo.
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Mi son chiesto: parabola per giusti o per peccatori? Per entrambi, penso. Scritta per i peccatori per annunciare loro la lieta notizia che non saranno più "ultimi". Raccontata per i giusti per ammonirli a non rinchiudere Dio nello spazio angusto della loro parziale giustizia. Per giusti e peccatori è un invito alla conversione che nasce dall'inatteso incontro con un Dio che prende per mano l'umanità e l'accompagna passo passo al di là delle strettoie del diritto per farla passeggiare nelle praterie della gratuità.

Signore,
chi l'avrebbe mai detto che anch'io sono un genio.
Non ho mai fatto chissà quali invenzioni,
non ho mai scoperto chissà quali teorie
eppure anch'io posso essere un genio.
Grazie, Signore, perché mi hai fatto originale,
non con lo stampino;
grazie con tutto quello che sono con tutte le mie doti.
Grazie perché mi chiami
a venire fuori con la mia originalità
e mi chiami a dare all'umanità un contributo
che solo io posso dare.
Signore, fa che io rifiuti la strada più comoda,
ma anche più squallida,
di intrupparmi, di fare quello che fanno tutti,
di non distinguermi dagli altri.
Signore, fa che io non abbia paura di essere me stesso,
di essere e-gregio, uno che sta fuori dal gregge.
Voglio proprio guardarmi dal pericolo
di farmi clonare.
Così potrò dare al mondo intero
quell'apporto che solo io e nessun altro può dare.

Amen
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[ "Conversazione notturna" - A colloquio con Claudia Koll - attrice ]

Chiesa di VillanovaQuella di giovedì 11 settembre 2008 sarà una data che la piccola parrocchia di Villanova di Forlì faticherà a dimenticare. Oltre cinquecento persone hanno preso parte alla "Conversazione notturna con Claudia Koll", ideata e presentata da don Marco Pozza, con il saluto del parroco don Libero Gardelli. E' stata la festa di una comunità attiva, impegnata e desiderosa di lasciarsi interpellare e scuotere dalla Parola Eterna. Silenzi, canti e commozione hanno intervallato una serata che ha voluto aprire il cammino che questa piccola comunità ha ideato per quest'anno: "Conversazioni notturne con Paolo di Tarso" (ogni secondo venerdì del mese) in compagnia del sacerdote vicentino.

CERN di Ginevra, 10 settembre 2008, ore 10.25. I protoni iniettati nel sistema compiono il primo giro di 27 km. A impresa lanciata compiranno 11.000 giri al secondo pari alla velocità della luce. E' l'ennesimo parto dell'uomo che s'accinge a firmare l'impresa del secolo: ricreare le condizioni che resero possibile lo scoppio del Big Bang. L'uomo, scortato da un sogno in tasca: rintracciare la cosiddetta "particella di Dio" per riassaporare l'inedito dei primi attimi della creazione, questo ineguagliabile concerto che accese il respiro della storia. Un Dio che, infastidito dal nulla, s'appropinqua alla terra. L'ammira. L'accarezza. La bacia. S'insinua tenero nel profondo delle sue labbra fino al punto che il suo respiro diventa il respiro della terra. Due respiri che si confondono, s'intersecano, s'aggomitolano. Due respiri che diventano un unico respiro. Perché nella scienza ignorante di Dio 1+1 non fa mai 2. Ma sempre e solamente 1 più grande.
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Ad attendere il risultato del CERN comparirebbero le rughe appena sopra il volto. E un pizzico di delusione: anche a Babele quella volta rimase solo un pugno di polvere. E una miriade di lingue. Contrariamente, a tuffarti da sconsiderato dentro la fiumana dei Rotoli Sacri scopri che quell'esperimento è insignificante. Folle. Babelico. Inutile. Esattamente: è umano. Perché le "particelle di Dio" non viaggiano nei laboratori, non nuotano nell'Acqua Lete, ma prendono vita tra le strade, nelle piazze e nei quartieri delle città degli uomini. A mettere il naso sull'uscio della Scrittura Sacra, senti profumo di pane e di bucato. Di mani, di fuso e di legno. Di vita. E' mio onore stasera bussare e aprire una delle tante porte - lei non è l'unica - che mi rendono familiare la Scrittura. Che la rendono un paese dove cielo e terra intrattengono lunghissime conversazioni notturne. E farvi sedere al tavolo con questa piccola "particella di Dio".

Claudia KollFacilmente immaginabile: da bambina il viso odorava di bellezza. Da ragazza il fascino premiava. Da donna divenne seducente. Sognava, faceva sognare, guadagnava con i sogni. La bellezza risiedeva nel DNA di questa bambina che s'era addirittura cambiata il cognome per diventare una star. Più o meno come a Ginevra: pure lei pensava che la bellezza fosse un intruso apprestato da mani umane. Peccato o fortuna volle che il brevetto fosse depositato altrove. E l'Inventore un giorno le presentò il conto. Perché era attento e intento alla sua felicità. Perché sa che quando tutto gli va bene, quando ha tranquillità economica, prestigio sociale, l'uomo è sicuro di se stesso, si sente al centro del mondo, si sente un Dio, anche se continua ad adorare il Dio dei cieli che - secondo la sua povera testolina - gli ha concesso soldi e onore perché se li è meritati con la sua onestà e le sue opere buone. E allora Dio gli fa la più grande grazia: gli da un gran calcione nel culo che lo manda con il muso nella polvere. Da' una scossa all'edificio di sabbia, di presunzione, di illusione che quell'uomo si è costruito. Nel cadere, quell'edificio fa un gran polverone. Quell'uomo non vede, non capisce niente. Ma poi, un po' alla volta, il polverone si dirada, e l'uomo comincia a capire, a vedere la realtà della vita, a respirare un'aria nuova di libertà. S'è risvegliata quella stella che abita nell'oscurità del nostro nome. Perché la vita non avanza per delle coercizioni, ma per una passione. E la passione fiorisce da una bellezza: intuita, intravista, gustata.
Gesti, parole, emozioni capaci di vincere il cuore.
Di vincere e con-vincere. Perché questo è l'incredibile sogno di Dio: che nessuno sia solo nella vita e che nessuna casa sia senza festa del cuore.
Il bambino e la bambina sognano. Hanno il diritto di sognare. Si nutrono di sogni. Ma rimangono sempre sogni di bambino. Il resto - assicura l'ex tagliatore di teste Saulo di Tarso - sarà tutto da grattare con i denti: "Quand'ero bambino, parlavo da bambino, pensavo da bambino, ragionavo da bambino. Ma, divenuto uomo, ciò che era da bambino l'ho abbandonato" (1Cor 13). Perché, è proprio vero, non si può rimanere sempre bambini. Non si deve. Non è corretto. Nei confronti di Dio, della vita, di se stessi.
Sei la nostra benvenuta, stasera, carissima Claudia. Ad accoglierti è una piccola ma tenace parrocchia di periferia. Una comunità cristiana che s'accampa alla periferia della città. Un parroco di periferia, don Libero. Un pugno di gente che ha voglia di fare. Meglio: che ha voglia di esserci. Meglio ancora: che ha voglia di scalare il sentiero della santità. Orgogliosi d'essere un quartiere di periferia: perché tu ce lo racconterai subito che Dio parte sempre dalla periferia per trasformare il mondo. Tu, donna di periferia. Io, prete di periferia. Loro, cristiani di periferia. Il complimento più bello che ti afferra per il mantello e ti getta violento nelle prossimità più prossime di donna Maria Nazarena. Lei era donna di Palestina: piccola provincia periferica dell'impero romano. Donna di Galilea: la regione ai margini d'Israele. Quasi Siria, quasi Libano, quasi eretica. Donna di Nazareth: paese mai nominato nella Bibbia. Senza storia, senza ricordi, senza futuro. Donna in una città di uomini. Donna giovane: ma il popolo era comandato dagli anziani. Ragazza analfabeta: in una religione fondata sulla Parola. Donna incinta: prima di vivere assieme con uomo.
Don Marco Pozza, Claudia Koll, don Libero Gardelli
Donna di periferia. La bellezza di ciò che l'uomo spregia!
Nella parrocchia di Villanova quest'anno s'è deciso di fare le cose in grande. Esageratamente. Oppure nel nascostamente piccolo: dipende sempre dalle prospettive. Ogni secondo venerdì del mese ci daremo appuntamento per scoprire la figura intrigante, affascinante, deleteria, massacrante, sublime, misteriosa, celeste di Saulo di Tarso. Convertito in Paolo per quello strano trucco di cambiare i nomi ch'era il passatempo riconosciuto dell'Uomo di Nazareth. In sua compagnia sbatteremo il naso contro la Parola: quella Parola che parla davvero, però. Quella Parola che, se hai l'ardire sfrontato di appostarti nudo in fronte a Lei, ti fa sentire freddo. Ti prende per i capelli, ti stramazza a terra, t'accarezza e ti sfiora, t'ingigantisce e ti massacra. Ti stupisce, t'innervosisce, ti fa sentire le vertigini. T'impoverisce per arricchirti. Noi, Paolo-Saulo e quel vecchio Restauratore d'uomini svegliatosi nella casa di Nazareth. Tu stasera ci trovi all'entrata di Tarso: cioè all'inizio del nostro cammino. L'amico che ci verrà a trovare a maggio ci troverà appena dopo Damasco: in mezzo c'è tutta la via che porta a Damasco. In mezzo, come canta Nicolò Fabi, "nel mezzo c'è tutto il resto/ e tutto il resto è giorno dopo giorno/e giorno dopo giorno è/silenziosamente costruire/e costruire è sapere e potere/rinunciare alla perfezione" (N. Fabi, Costruire). Il resto: ovvero l'avventura di un uomo che non s'è convertito. S'è trasformato.
Qualcuno vive a Tarso. Qualche altro a Damasco. Altri ancora a Villanova: non importa. E' legge accertata nella Scrittura che quando tu apri la tua vita a Dio non devi più avere dimore. Non puoi accettare una dimora. La tua rotta la interpreterai con le ginocchia piegate verso le stelle. Tanto non vinci: è impossibile rimanere latitanti quando c'è un mandato di cattura emesso dall'Alto. Nessuno è uscito indenne da quell'incontro.
Quella di stasera sarà l'ennesima conferma.

Nelle mie vallate questi son giorni di frenetica preparazione: il rumore dei campanacci, lo sferrare dei cavalli, il raglio degli asini e le strade odorose di strame pre-annunciano l'antichissima celebrazione della transumanza, questa splendida liturgia contadina che ancor oggi incanta, affascina e strega. Transumanza è termine latino: deriva da trans - humus (che significa spostarsi da un terreno ad un altro). E' l'avventura del bestiame che dalla montagna scende a valle. Perché prima dalla valle era salito alla montagna.
Quella di stasera è la storia di una transumanza tutta biblica. Che racconta di un passaggio dall'amor profano all'amor sacro. Lasciandosi guidare dal cielo. La storia di una donna che, pizzicata da Dio in "eccesso di velocità" al pari di Paolo di Tarso, ha accettato di farsi ammanettare dalla sua seduzione.
Scrisse Mario Rigoni Stern, compianto scrittore dell'Alto Vicentino: "Ma ci saranno ancora degli innamorati che in una notte d'inverno si faranno trasportare su una slitta trainata da un generoso cavallo per la piana di Marchesina imbevuta di luce lunare? Se non ci fossero come sarebbe triste il mondo".
Davvero: come sarebbe triste il mondo se non ci fossero i pazzi di Dio!




Claudia Koll ha fondato, nel 2005, l'Associazione Onlus "Le Opere del Padre" «[...] come risposta concreta all'esperienza fatta dell'amore misericordioso del Padre, tenero come una madre, che perdona, restituisce dignità, rimette in cammino, sostiene e consola nella sofferenza chi a Lui si rivolge con fiducia [...]».
L'Associazione si occupa di progetti, in Congo e Burundi, atti a sostenere le famiglie e i bambini bisognosi di queste zone povere dell'Africa anche, ma non solo, attraverso la costruzione di strutture sanitarie e scuole.

Il sito ufficiale dell'Associazione "Le Opere del Padre": http://www.leoperedelpadre.it/



Alcuni momenti dell'incontro
Don Marco e Claudia Koll Don Marco e Claudia Koll
Uno scorcio sul vasto pubblico che ha partecipato all'incontro Uno scorcio sul vasto pubblico che ha partecipato all'incontro
Claudia Koll e don Libero Claudia Koll
Gli articoli apparsi su "il Resto del Carlino" (edizione di Forlì)
L'annuncio apparso su 'il Resto del Carlino' - Edizione di Forlì - di mercoledì 10 settembre 2008 L'articolo apparso su 'il Resto del Carlino' - Edizione di Forlì - di sabato 13 settembre 2008
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