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In quel tempo, mentre la folla gli faceva ressa attorno per ascoltare la parola di Dio, Gesù, stando presso il lago di Gennèsaret, vide due barche accostate alla sponda. I pescatori erano scesi e lavavano le reti. Salì in una barca, che era di Simone, e lo pregò di scostarsi un poco da terra. Sedette e insegnava alle folle dalla barca.Quando ebbe finito di parlare, disse a Simone: «Prendi il largo e gettate le vostre reti per la pesca». Simone rispose: «Maestro, abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso nulla; ma sulla tua parola getterò le reti». Fecero così e presero una quantità enorme di pesci e le loro reti quasi si rompevano. Allora fecero cenno ai compagni dell’altra barca, che venissero ad aiutarli. Essi vennero e riempirono tutte e due le barche fino a farle quasi affondare. Al vedere questo, Simon Pietro si gettò alle ginocchia di Gesù, dicendo: «Signore, allontànati da me, perché sono un peccatore». Lo stupore infatti aveva invaso lui e tutti quelli che erano con lui, per la pesca che avevano fatto; così pure Giacomo e Giovanni, figli di Zebedèo, che erano soci di Simone. Gesù disse a Simone: «Non temere; d’ora in poi sarai pescatore di uomini».
E, tirate le barche a terra, lasciarono tutto e lo seguirono. (Vangelo di Luca cap. 5 vv. 1 - 11)
pescatorePescare in alto mare di giorno è un po’ come accelerare quando vedi in fondo al rettilineo un telelaser della polizia. Non farti dare lo scontrino se vedi la finanza all’esterno del supermarket. Tentare di conquistare una ragazza quando la vedi baciarsi con il suo ragazzo. Tuffarti dallo scoglio quando vedi tantissima sabbia e nessuna goccia d’acqua. E’ un po’ come metterti gli sci quando c’è il sole e il grano è maturo. Aspettare l’apertura del bar nel suo giorno di chiusura. Chiedere ad un senza lavoro quanto guadagna al mese. Andare a registrare un esame il quindici di agosto. Correre per prendere l’autobus in un giorno di sciopero generale. E’ un po’ come pescare sulla riva del mare mentre tutti fanno il bagno e il sole brucia. A Chioggia i pescatori chiamerebbero Striscia la notizia!

Ma aspetta: non sempre è pazzia!
Genesaret, primo mattino: che tristezza.
Due barche ormeggiate sulla sponda. Pescatori che lavano le reti. Tempo di lavoro: una notte intera. Fatturato: nullo. Sono ormeggiate. Un disastro quel verbo. Parcheggiate e spente perché storie di pescatori rassegnate che portano sulle spalle una notte di lavoro inutile. Storia quotidiana. Anche il pescatore più esperto conosce momenti in cui si sente incapace di reagire, in cui i flutti delle onde non reggono l’entusiasmo di un mestiere raccontato di generazione in generazione. Ma Lui sale. Sale, perché per Lui salire significa piantare la sua tenda dentro quelle storie desolate, nelle tessiture di vite che la notte ha gettato nello sbaraglio più totale. Perché quei pescatori escano da quella malinconica rassegnazione è necessario che qualcuno dia loro fiducia. “Salì… e lo pregò di scostarsi un poco da terra”. Incredibile, siamo ai limiti dell’educazione: vede due barche, non chiede permesso, sale in una barca, chiede di spostarsi. Cioè chiede di lavorare a gente che ha i nervi a fior di pelle. Ma lo sa che carattere è nascosto sotto i muscoli di quel pescatore di Galilea. Le parole di Simon Pietro sono chiare, forse stupisce anche la sua calma, tutto sommato: “Abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso nulla” (Lc 5,5). E’ dunque stanco, deluso, forse infuriato, quando Gesù sale sulla barca per ammaestrare la folla che si accalca sulla riva del lago. Finito il discorso e tornata la calma, è proprio a lui, pescatore di un mare finora conosciuto, che Gesù si rivolge con un invito assurdo: “Prendi il largo e calate le reti per la pesca”. Gesù non gli era sconosciuto: era già stato a casa sua, l’aveva già visto chinarsi per guarire la madre della sua sposa, era già per lui il “Maestro”, ma tornare su quelle acque avare e vuote quando si è ormai sfiniti e soltanto bisognosi di riposo, era davvero troppo. E’ come ricevere uno sfottò e ringraziare. Imparare a pescare da un falegname? Di giorno? E’ come dire: sono un pescatore incapace, fallito, incompetente. Sono pescatore ma non so pescare!
spesaParla Simone, dichiaratosi capo-ciurma di quel manipolo di marinai: “Maestro, abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso nulla”. E’ lui, è Simone. Piano con le prese in giro! Uomo libero, vero, dà voce a quello che prova, fugge il rischio della mistificazione, possiede la capacità rarissima di dare alle cose il nome che hanno. Non ha paura a puntualizzare la situazione. Ma su questa barca chi se ne intende di pesca tra noi due sono io, non te. Caro Cristo, con calma e per favore! Non è forse di notte che si pesca? E’ vero, Simone: è stupido pescare di giorno, come sarà stupido evangelizzare dove non c’è nessuno. Uomo libero, Simone. Così libero da non azzardarsi a fingere che tutto funzioni alla grande: farla franca, per chi ha le reti vuote, è la pazzia più grande che il pescatore possa azzardarsi di compiere. Se la notte è stata inutile, se le reti son vuote, se il morale è a terra anche il rischio va bene per salvare la faccia! “Ma sulla tua parola getterò le reti”. Saggio, quel pescatore: lascia aperta la possibilità d’incontrare Qualcuno più sapiente di Lui nell’arte della pesca! Un artista dagli occhi profondi Pietro di Galilea. Buttare la rete dalla parte giusta è questione di fiducia. Si può anche ritornare sui propri passi, si può rimettere in discussione una notte di fatica, l’arte di un mestiere imparato in una vita intera, si può essere insultati nel ritornare a pescare in ore inopportune, ma se quella pesca ti disegna il miracolo di una vita nuova: “sulla tua parola getterò le reti”.
“Abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso nulla”. Anche noi, Pietro, come te: “preso nulla!”. Eppure il frigorifero non si chiude più, i supermercati s’ingrandiscono, le borse si spezzano, le pance son la contentezza dei dietisti. Aumentiamo, c’ingrassiamo, mangiamo, beviamo, ruttiamo. “Preso nulla!” Eppure dalla mattina alla sera corriamo, otto-dieci-quindici ore di fatica, turni di lavoro che in Egitto la schiavitù non conosceva. Le strade non ce la fanno più a contenere le macchine, si fa scuola negli scantinati, le carceri scoppiano, gli stadi vomitano gli idioti, le case di cura chiudono per affollamento, le farmacie vivono di psicofarmaci e lassativi. Ci suicidiamo, ci ammazziamo, ci consoliamo, le imprese funebri fanno orario continuato. “Preso nulla!” Eppure, allo specchio, siamo laureati e dottori, ingegneri e preti, notai e avvocati, facchini, camionisti e calciatori. Veline, infermiere e presentatrici. Il portafoglio scoppia, la casa è piccola, il sistema nervoso è un miracolo di equilibrio. “Preso nulla!”

Gente: tanta fatica per nulla! Forse che stiamo pescando dalla parte sbagliata? Anche a Babele pescavano in maniera così ridicola. Ma la festa è finita: è rimasta solo polvere. L’11 settembre 2001 è finita a New York, in America. L’11 marzo 2004 è finita a Madrid. Il 7 luglio 2005 è finita a Londra. La festa è finita: è rimasta solo polvere. “Signore, allontanati da me che sono un peccatore”. No, Gesù non si allontana da Pietro. Anzi lo chiama a Sé come mai prima, invitandolo a prendere il largo, ad andare nel profondo mare per pescare. Ma stavolta sarà diverso: si pescheranno uomini!
Hai ragione! Si può lavorare tanto e non raccogliere nulla. Si può studiare un sacco e tornarsene con un fiasco. Si può educare un figlio e trovarsi non contraccambiati. Si può correre e non vedere mai la mèta. Si può amare e sentirsi abbandonati. Si può fare scoprire d’aver corso una vita intera e sentirsi tristi.
E se stessimo pescando dalla parte sbagliata?

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"In quel tempo, Gesù cominciò a dire nella sinagoga: «Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato». Tutti gli davano testimonianza ed erano meravigliati delle parole di grazia che uscivano dalla sua bocca e dicevano: «Non è costui il figlio di Giuseppe?». Ma egli rispose loro: «Certamente voi mi citerete questo proverbio: “Medico, cura te stesso. Quanto abbiamo udito che accadde a Cafàrnao, fallo anche qui, nella tua patria!”». Poi aggiunse: «In verità io vi dico: nessun profeta è bene accetto nella sua patria. Anzi, in verità io vi dico: c’erano molte vedove in Israele al tempo di Elìa, quando il cielo fu chiuso per tre anni e sei mesi e ci fu una grande carestia in tutto il paese; ma a nessuna di esse fu mandato Elìa, se non a una vedova a Sarèpta di Sidòne. C’erano molti lebbrosi in Israele al tempo del profeta Eliseo; ma nessuno di loro fu purificato, se non Naamàn, il Siro». All’udire queste cose, tutti nella sinagoga si riempirono di sdegno. Si alzarono e lo cacciarono fuori della città e lo condussero fin sul ciglio del monte, sul quale era costruita la loro città, per gettarlo giù. Ma egli, passando in mezzo a loro, si mise in cammino" (Vangelo di Luca 4, 21-30)

Stai mangiando.
minestraAssaggi la minestra: manca il sale. Prendi il sale, lo getti nel cestino e ti arrabbi perché la minestra è ancora insipida. Ma se hai buttato il sale nel cestino! Sei a scuola. Prendi l’astuccio, lo getti nella spazzatura e ti arrabbi con la maestra perché tutti disegnano e tu no. Ma sei hai buttato i colori nella spazzatura! Sei in autostrada da dieci ore: caldo, traffico, multe, sorpassi, benzina. Non sai dove andare. T’arrabbi con il vigile perché la strada non finisce mai. Ma se non hai deciso la mèta! Hai 40 anni. Dormito, riposato, giocato, russato, mangiato, bevuto. Ti arrabbi con l’anziana madre perché i tuoi figli non ti abbracciano. Ma se non ti è mai passato per la testa l’idea di una famiglia! Accendi il telefonino: non s’accende. Tutto nervoso sferri un pugno al rivenditore. Ma se non hai inserito la batteria! L’auto è nuova. Non vuoi far benzina. Diventi furibondo perché non s’accende. Ma se non fai benzina!

A Nazareth avevano gonfiato il petto d’orgoglio.
Per un giorno, al centro del mondo.
Tornava a casa uno di loro, uno dei pochi che erano riusciti a far parlare di sé fuori dalle campagne di Galilea. Poi era dolce e discreto come un bambino, ma sapeva anche diventare ferreo e coraggioso contro le ingiustizie. Non temeva di chiamare “volpe” Erode e serpenti i capi religiosi della sua epoca.
Nella sinagoga del suo paese avvenne qualcosa di strano. Tutti, all’udirlo, “erano meravigliati dalle parole di grazia che uscivano dalla sua bocca”, fino a renderne testimonianza (Lc 4,22). E non ci risulta difficile immaginarcela quella povera gente: attonita, con il fiato sospeso davanti a quello che Gesù aveva da poco catapultato nei loro cuori. Lì per lì ne restano affascinati, sedotti, catturati, ma basta un attimo e tutto si capovolge in odio feroce. Come si permette Lui – semplice figlio di Giuseppe, falegname di Nazareth – di parlare in quel modo? Quell’Uomo, che avevano visto giocare insieme ai loro figli, uno che avevano sentito più e più volte tossire per le viuzze al calar del sole, uno che avevano visto rantolare dopo un lungo inseguimento sui prati ingialliti di anemoni? Nessuno è profeta in patria: questo anche i muri lo sanno. Ma c’è da credere che Gesù s’aspettasse da quelli del suo paese uno strappo alla regola, un’eccezione che confermi la norma, un exploit che confermi la normalità. E invece, strada facendo, dovrà accorgersi che i suoi nemici sono proprio lì, “tra i suoi parenti, in casa sua… e si meravigliava della loro incredulità” (Lc 6,4-6).
Luca dipinge bene la rabbia che stava montando nel cuore dei suoi paesani: "lo cacciarono fuori della città e lo condussero fin sul ciglio del monte per gettarlo giù dal precipizio”. Insomma, volevano ammazzarlo, tutti insieme, a denti stretti, compatti. Perché? Perché la santità, quando è pura, diventa “segno di contraddizione”, svela i pensieri dei cuori e, perciò, scandalizza, fino a diventare mortale. Soprattutto se c’è una folla unanime disposta a scagliarsi contro di lui.
finestraI suoi paesani sono ingordi di miracoli. Vogliono il miracolo! Cavolo, una magia a casa sua la può concedere. Vogliono l’emozione, l’eccezione, la magia. Come a Cafarnao! Sono “raccomandati”, sono paesani di Gesù, è il figlio di Giuseppe! Ma dei miracoli, Cristo fu nemico. Quale più quale meno, tutti i miracoli sono strappati alla sua pietà, carpiti alla sua condiscendenza, persino rubati con l’astuzia. E ogni volta che ne concede uno, noi sappiamo che quel cieco che apre gli occhi, quello storpio che getta le grucce, quel morto che risuscita non è il vero miracolo. Se non per noi. Per Lui il miracolo è un altro, quello che dovrebbe sgorgare di conseguenza, per ottenere il quale ha ceduto a farsi mago e che invece gli riesce solo raramente: la fede. Vogliono il miracolo, ma Lui non lo compie perché manca la fede! E loro? “Furono pieni di sdegno, si levarono, lo cacciarono fuori dalla città e lo condussero fin sul ciglio del monte… per gettarlo giù dal precipizio”.
Eppure Dio non cambia idea sull’uomo! “Prima di formarti nel grembo materno, ti conoscevo, prima che tu uscissi alla luce, ti avevo consacrato. Ti ho stabilito profeta delle nazioni. Ti muoveranno guerra ma non ti vinceranno, perché io sono con te per salvarti” – dichiara con amore eterno Dio al profeta Geremia. Verrebbe da deriderli, da condannarli, da tirare le orecchie a questi paesani scomposti di Gesù. Verrebbe da far tutto questo se non c’accorgessimo che noi stiamo facendo lo stesso. Dopo millenni si è avverata la profezia che tutti attendevano. Ma non come l’attendevano! Si sognava un posto al sole in compagnia di quell’uomo e ci si trova con la rabbia nel cuore. Siamo uomini, ma stiamo perdendo. Abbiamo inventato il navigatore satellitare, il gprs, le cartine stradali su cellulare, le voci metalliche che ci indicano la strada, Porche e Ferrari, Lamborghini e jumbo, sfidiamo la velocità del suono ma non sappiamo più dove andare! Ma gettiamo la Via. Abbiamo firmato invenzioni millenarie, scritto montagne di libri, intavolato migliaia di discorsi. Abbiamo urlato, convinto, venduto, comprato. Come ai tempi di Noè! Ci siamo fidati di mille cartomanti, indovini e fattucchieri. Mangiamo psicofarmaci e lassativi, beviamo diuretici e sciroppi, per merenda Valium e per dormire Tavor: ma gettiamo la Verità. Siamo uomini, ma stiamo perdendo il senno. Conosciamo l’uomo a menadito, sappiamo smontarlo e rimontarlo, amarlo e tradirlo, generarlo, assisterlo e clonarlo. Lo facciamo piangere, ridere, godere, diventare goloso e anoressico, bulimico e affamato. Lo regoliamo a nostro piacimento! Ma gettiamo la Vita!
Possibile che a nessuno venga il dubbio che nell’istante in cui gettiamo la Via, la Verità, la Vita gettiamo la nostra serenità? La nostra felicità d’essere uomini?

sogno1Insomma.
Vuoi la minestra salata ma non vuoi mettere il sale.
Vuoi disegnare, ma non vuoi i colori.
Vuoi arrivare, ma non sai decidere dove andare.
Non vuoi una famiglia e vuoi l’abbraccio di un figlio. Vuoi accendere il telefonino, ma non vuoi la batteria.
Vuoi accendere l’auto, ma non vuoi far benzina.
Insomma siamo come i paesani di Gesù. Vogliamo Gesù, ma non quello che Gesù dice.
Sogni di gloria li chiamerebbe Qualcuno!


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Poiché molti hanno cercato di raccontare con ordine gli avvenimenti che si sono compiuti in mezzo a noi, come ce li hanno trasmessi coloro che ne furono testimoni oculari fin da principio e divennero ministri della Parola, così anch’io ho deciso di fare ricerche accurate su ogni circostanza, fin dagli inizi, e di scriverne un resoconto ordinato per te, illustre Teòfilo, in modo che tu possa renderti conto della solidità degli insegnamenti che hai ricevuto.In quel tempo, Gesù ritornò in Galilea con la potenza dello Spirito e la sua fama si diffuse in tutta la regione. Insegnava nelle loro sinagoghe e gli rendevano lode.Venne a Nàzaret, dove era cresciuto, e secondo il suo solito, di sabato, entrò nella sinagoga e si alzò a leggere. Gli fu dato il rotolo del profeta Isaìa; aprì il rotolo e trovò il passo dove era scritto: «Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione e mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio, a proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista ;a rimettere in libertà gli oppressi e proclamare l’anno di grazia del Signore».
Riavvolse il rotolo, lo riconsegnò all’inserviente e sedette. Nella sinagoga, gli occhi di tutti erano fissi su di lui. Allora cominciò a dire loro: «Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato». (Lc 1,1-4; 4,14-21)

invidiaQuanto pagherei per poter incontrare delle persone! Per esempio. Le maestre delle elementari di Roberto Benigni. Lo hanno visto ripetere l’alfabeto, imparare le tabelline, scrivere i verbi, sbagliare le doppie. Adesso è un genio nel parlare. Cosa si prova a rivederlo? I catechisti di Joseph Ratzinger: lo hanno visto imparare i comandamenti, ripassare le virtù teologali, cardinali, i sette vizi capitali, le opere di misericordia, le giaculatorie. Adesso è papa. Cosa si prova a rivederlo? La mamma di Pippo Baudo. Gli ha insegnato lei ad accendere la televisione premendo il tasto. Adesso fa parte dell’arredamento: lo trovi su tutti i canali! Cosa si prova a rivederlo? I compagni di classe di Fabio Cannavaro: lo hanno visto piccolo, che dormiva sui banchi di scuola, che sognava gli scarpini dorati, che si arrabbiava. Poi lo trovano con la Coppa del Mondo. Cosa si prova a rivederlo? Partito scugnizzo, torna goleador!
Lasciate le dure prove del deserto, Gesù – riempito di Spirito Santo – fa ritorno nella terra di Galilea, nella sua patria natìa. E lì insegna nelle sinagoghe, viene seguito, lodato, onorato. Ed è proprio questo calore umano, questo fiatone d’affetto, di comprensione e di umanità che lo spingerà a Nazareth, il paese “dove era stato allevato”, dove tutti lo avevano visto correre, crescere, lavorare il legno con le sue mani e piallandolo con un tocco di fantasia e di purezza. Chissà se avrà esitato seppur per un attimo. Se avrà intuito che stava per affrontare una delle prove più escandescenti della sua vita pubblica. Sai: accogliere un uomo diventato in pochi mesi straordinario quando si è prima conosciuta bene, molto bene, la sua ordinarietà non è cosa assai scontata. Soprattutto per quella piccolissima arte che rende l’uomo genio: l’arte d’essere invidiosi. Ma questo sembra non disturbare il Nazareno più del dovuto. Anzi: un giorno scopriremo che provocare era un po’ il suo forte!
E allora, com’era solito fare sin dall’infanzia, Gesù entra nella sinagoga del suo villaggio per partecipare alla liturgia del sabato. E la novità non è quello che Gesù fa (qualsiasi uomo poteva alzarsi in piedi per leggere il rotolo della Legge e commentarlo). Novità è quello che Gesù dice dopo la lettura del brano di Isaia. Attenzione: non parla subito. C’è qualche attimo di silenzio: a Gesù servirà spesso il silenzio per dare impeto alle cose che ha da dire. Compie tre gesti sfruttando il silenzio di quegli attimi: arrotola il volume, lo consegna all’inserviente, si siede. Solo a quel punto, mentre gli occhi di tutti lo fissano, fa dono del segreto che porta dentro: “Oggi si è adempiuta questa scrittura che voi avete udita con i vostri orecchi” (Lc 4,21).
Il tempo di tre gesti, quasi al rallentatore, per sfruttare il pensiero prima di parlare. Capisci? Quest’uomo ha un difetto: pensa prima di parlare. Pensare! Sono anni che gli astronomi stanno frugando tra le stelle in cerca di vita. Finora han trovato silenzio, silenzio, ancora silenzio. Siamo ancora l’unica specie di pensatori finora conosciuta. Ma l’uomo ha paura del silenzio, perché nel silenzio sente un grido che lo spaventa. Nervosi, agitati, arrabbiati. La fretta fa festa. Serve ritmo: l’importante è non riflettere, perché i pensieri rovinano il nostro tempo libero. Vanno di moda i libri che promettono di far guadagnare il primo milione in pochissimo tempo. Successo programmato, insuccesso nemmeno previsto. I grandi convegni parlano solo di strade per il successo, per la carriera, per la ricchezza. Ma chi insegna a perdere, a far fronte alle sconfitte, alle crisi? Eppure il cinquanta per cento del lavoro è insuccesso. “Arrotolò il volume, lo consegnò all’inserviente e sedette”. Cioè prese del tempo per pensare. E poi la mazzata che nessun rabbino ebreo – per quanto fuori le righe – aveva osato giocare: “oggi si adempie questa scrittura”. Immaginate la meraviglia, lo stupore, lo sgomento: l’attesa – millenaria, faticosa, logorante - diventava storia.
Per tutti!
Per i ciechi, per i prigionieri, per gli oppressi. Fisici, ma anche spirituali. Per quelli che un po’ di Signore, un po’ di preghiere, un po’ di giaculatorie e poi anche bestemmia, disonestà, ingiustizia. Per quelli che facciamo un tutt’uno: si va in chiesa, si ascolta la messa, si fa il proposito di cambiare. Poi, tempo perso! Per quelli che già sentito, già provato, tutte balle. Non importa: mandato per annunciare a tutti la buona novella! A tutti e nessuno può metterlo in tasca. Ai negri, ai bianchi, ai gialli, ai poveri e ai ricchi, ai sani e ai belli, agli atleti e agli handicappati. A tutti. Ai bambini ancora nel grembo materno e ai vecchi nutriti da un filone di flebo. Alle top model splendenti e scattanti e alle vecchiette dalle gambe malferme per l’artrosi. Agli industriali e ai lavavetri, ai laureati e agli analfabeti. A tutti. A quello di destra e a quello di sinistra. Ai cacciatori e agli ambientalisti. A quelli con la tessera e a quelli senza. A quelli che ascoltano! Ma tu hai sentito che ai tempi di Neemia ”tutto il popolo piangeva, mentre ascoltava le parole della Legge”. Dallo spuntar della luce fino a mezzogiorno! Il popolo piangeva. Ieri.
E in chiesa da noi?
follia1Finchè si leggeva la Parola di Dio c’era chi sbadigliava, chi schiacciava un pisolino, chi scriveva un sms, chi allentava la cintura, chi si metteva le dita nel naso, chi scrutava la vicina, chi gettava gli occhi nel vuoto. Certo: chi ascoltava! Trattiamo così la Scrittura: capisci che delinquenti! Trattiamo da bestie un testo che dice con coraggio e senza indorare la pillola la nuda verità della vita e della morte, dell’eros e della violenza. L'incanto e il sapore di cenere, l'altezza cui possono arrivare gli uomini agganciati ad un Dio che li trascende, li sorregge, li annienta. La bassezza cui quegli stessi uomini possono giungere.

O Dio, mandaci dei folli, che si impegnino a fondo, che dimentichino, che amino non soltanto a parole, che si donino per davvero sino alla fine. Abbiamo bisogno di folli, di irragionevoli, di appassionati, capaci di tuffarsi nell’insicurezza, l’ignoto sempre più spalancato della povertà. Abbiamo bisogno dei folli del presente, innamorati della semplicità, amanti della pace, liberi dal compromesso, decisi a non tradire mai, obbedienti e insieme spontanei e tenaci, forti e dolci. O Dio, mandaci dei folli.
Dacci ancora la forza di far ridere gli uomini, di sopportare serenamente le loro assordanti risate e lascia pure che essi ci credano felici. Se le mie buffonate servono ad alleviare le loro pene, rendi pure questa mia faccia ancora più ridicola; ma aiutami a portarla in giro con disinvoltura.
C’è tanta gente che si diverte a far piangere l’umanità. Noi dobbiamo soffrire per divertirla.
Manda, se puoi, qualcuno su questo mondo capace di far ridere me. Come io faccio ridere gli altri.

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