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"In quel tempo, vi fu una festa di nozze a Cana di Galilea e c’era la madre di Gesù. Fu invitato alle nozze anche Gesù con i suoi discepoli. Venuto a mancare il vino, la madre di Gesù gli disse: «Non hanno vino». E Gesù le rispose: «Donna, che vuoi da me? Non è ancora giunta la mia ora». Sua madre disse ai servitori: «Qualsiasi cosa vi dica, fatela».Vi erano là sei anfore di pietra per la purificazione rituale dei Giudei, contenenti ciascuna da ottanta a centoventi litri. E Gesù disse loro: «Riempite d’acqua le anfore»; e le riempirono fino all’orlo. Disse loro di nuovo: «Ora prendetene e portatene a colui che dirige il banchetto». Ed essi gliene portarono. Come ebbe assaggiato l’acqua diventata vino, colui che dirigeva il banchetto – il quale non sapeva da dove venisse, ma lo sapevano i servitori che avevano preso l’acqua – chiamò lo sposo e gli disse: «Tutti mettono in tavola il vino buono all’inizio e, quando si è già bevuto molto, quello meno buono. Tu invece hai tenuto da parte il vino buono finora».Questo, a Cana di Galilea, fu l’inizio dei segni compiuti da Gesù; egli manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in lui." (Vangelo di Giovanni cap. 2 vv. 1-12)

Ubriachi? Macché...!
canadigalileaE’ questione di attimi, magari impercettibili, e la vita è rigirata. Nella natura è questione di attimi: la gemma si spacca e il bianco fiore di ciliegio inizia a fare capolino tra i rami. Nella storia è questione di attimi: l’intuito di una scoperta e l’umanità è pronta a voltar pagina. Nella vita è questione di istanti: basta un episodio e il bambino improvvisamente diventa – o è costretto a diventare – adulto. Il futuro di una persona regge su un istante: dopo anni di fatiche e di pensieri decidi che è giunto il momento di volare da solo e ci si sposa. Nel lavoro contano gli attimi: studi, apprendi, fai il garzone di qualcuno e poi avverti che è giunto il momento di mettersi in proprio. L’amore è questione di frammenti: ci pensi, magari provi e poi decidi che è il momento di legarti a quel viso. La vita intera è una somma di tanti attimi intrecciati assieme.
Nella vita tutti serbano il ricordo in uno scorcio di tempo cui legano la loro maturità.
Tutti! Anche Gesù.

Ma quale doveva essere, dunque, l’attimo decisivo di Gesù? Forse aveva scelto di iniziare davanti ad un piaga da suturare, o al capezzale di un’infermiera (la suocera di Pietro cui scompare la febbre sarà, di lì a pochi giorni, il suo secondo miracolo). O magari in un attimo qualunque: all’aria aperta, ad un passaggio di rondini, ad un impercettibile turbamento del sangue. Certamente l’ora si avvicinava, la privacy diminuiva. Già uscendo per le strade, tre giorni prima, si sentì gridare: “Ecco l’agnello di Dio”. E in quei giorni capitava che se posava lo sguardo su qualcuno, ancor prima che aprisse bocca, quello smetteva di riassettare le reti o di contar denari al banco e gli andava dietro.
Oggi lo zoom dell’evangelista si pianta a Cana di Galilea. Pranzo di nozze. C’è festa, allegria, serenità. Come dovrebbe essere sempre nella vita. Però, come sempre nella vita, capita l’inghippo: viene a mancare il vino. Oh, attenzione: manca il vino! Non il pane, il companatico, i sottaceti o e tartine. Il vino! Uno potrebbe dire: “Che vuoi che sia! Meglio, così non si ubriacano e non cominciano a fae gli scemi”. Senonchè nella Scrittura Sacra il vino è il simbolo della gioia. Già, don Marco, cos’è la vita senza gioia? Un castigo, un macello, un disastro. Un quadretto di vita familiare commovente, quindi. E qui, al calare del vino, s’accende un siparietto tutt’altro che lineare intessuto tra una madre e un figlio. La madre spinge per un piccolo miracolo – d’altronde in lunghi anni di silenzio ha intuito le sue potenzialità – il Figlio tiene nascosta la sua ora in cui intervenire come un bracconiere che s’apposta con pazienza per afferrare la preda. “Che c’è tra me e te, o donna?” Risposta che avrebbe scoraggiato chiunque. Non Maria che, come niente fosse, dice ai servi: “Fate quello che vi dirà”. Sa che Gesù farà ciò che gli chiede. Sia perché è venuto apposta per portare la gioia, sia perché sa che a chi accetta le sue rotture e si fida di lui (ma sul serio) non dice mai di no.
Sullo sfondo “sei giare di pietra per la purificazione del Giudei”. Necessarie per la purificazione. Squallide nella loro immobilità, ingombranti nella loro ampiezza, gelide perché di pietra. Giare “panciute, maestose… come una badessa” – direbbe Pirandello. Sei, tra l’altro. Non sette: simbolo malinconico di ciò che non giungerà mai alla perfezione. Ebbene, di fronte a questa immobilità che somiglia al cibo avariato, Maria avverte che la Legge ha fatto la sua storia, che la legge di Mosè è importante ma non è più tutto, che il passato è stato fotocopiato quanto basta, che la novità deve irrompere, che gli argini vanno spaccati per irrorare i terreni vicini. E sollecita il cambiamento.
Scrivilo!
mariadinazarethSollecita il cambiamento! Vede un mondo che sta boccheggiando nella tristezza, nella solitudine, nell’affanno e invoca un nuovo corso della storia. Perchè Maria non rattoppa, travolge. A costo di accelerare la carriera del Figlio. Gioca d’anticipo perché la legge di Mosè non è più in grado di purificare nessuno, non rallegra più il cuore dell’uomo. Questa è Maria di Nazareth: non la bambinella, tutta casa e sinagoga che ci hanno tramandato generazioni di catechismo più o meno ortodosso. Maria è amante della giovinezza, amante del cambiamento. Maria trova il coraggio di rischiare con suo Figlio. E questo discorso, fatto ai giovani, li seduce. Perché anche lei, come noi giovani, non è soddisfatta delle cose come vanno, perché è proprio dell’animo giovane percepire l’usura di scheletri che non affascinano più e implorare bellezze che si ottengono solo rovesciando il fronte, non con impercettibili trucchi da laboratorio.
Mi sembra di vederla questa madre: premurosa, preoccupata, orgogliosa di poter intervenire sul Figlio. Non hanno più vino! La storia d’amore di questa giovane sposa inizia con un’umiliazione, sono parenti. Un piccolo miracolo e la festa continua. E sembra di vedere questo Figlio che vuol rimanere ancora un istante nell’anonimato, che vorrebbe rimanere ancora per qualche attimo il falegname di Nazareth. Possedere una madre, un angolo di silenzio, un letto in cui abbarbicarsi al tramontar della luce. Se lo riconosceranno sarà la fine della sua privacy.
Ma le donne non cedono.
Le mamme: figurati, non si rassegnano, decidono che anche l’impossibile si può sciogliere. Il vino serve: è proprio convinta Maria. E stavolta il Figlio cede. E in questo suo cedere firma l’inizio di mille miracoli, di altrettanti stupori e ravvedimenti, di infinite gioie e insperati recuperi. Maria ha vinto: per la prima volta. Poi Maria non vincerà più. Meglio ancora: non parlerà più in tutti i Vangeli. Vedessimo il volto di Maria, lo vedremmo raggiante: guarda il Figlio (il suo bambino), scava gli occhi dei commensali che bevono un vino dal gusto insperato. E’ felice, Maria. Così felice che vorrebbe che tutto si fermasse qui, alla tavola imbandita di Cana di Galilea: questo sotterfugio di gioia, questo piccolo trionfo, questi piccoli uomini che s’accodano come discepoli. Maria non sa che ha anticipato tutto. La macchina dei miracoli è partita, è stata lei a scegliere l’ora. Lei l’ha mossa e non immagina dove la porterà! Non sa dove la porterà, ma conosce la fatica d’aver acceso questa partenza.

In un villaggio si organizzò una festa. Tutti furono invitati a contribuire con un fiasco di vino da versare in una grande botte. Quando cominciò la festa si aprì il rubinetto e ne venne fuori acqua. Ciascuno aveva detto: “Se metto un fiasco di acqua in una botte di vino, nessuno se ne accorgerà”, ma non aveva pensato che tutti avrebbero fatto come lui.
Giocando al risparmio l’acqua rimane acqua!
Dovrò ripetermelo spesso. Prima di tutto tra i muri di casa mia questa settimana.

GOD BLESS YOU!
Buona settimana
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In quei giorni un decreto di Cesare Augusto ordinò che si facesse il censimento di tutta la terra. Questo primo censimento fu fatto quando era governatore della Siria Quirinio. Andavano tutti a farsi registrare, ciascuno nella sua città. Anche Giuseppe, che era della casa e della famiglia di Davide, dalla città di Nazareth e dalla Galilea salì in Giudea alla città di Davide, chiamata Betlemme, per farsi registrare insieme con Maria sua sposa, che era incinta. Ora, mentre si trovavano in quel luogo, si compirono per lei i giorni del parto. Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo depose in una mangiatoia, perché non c'era posto per loro nell'albergo. C'erano in quella regione alcuni pastori che vegliavano di notte facendo la guardia al loro gregge. Un angelo del Signore si presentò davanti a loro e la gloria del Signore li avvolse di luce. Essi furono presi da grande spavento, ma l'angelo disse loro: “Non temete, ecco vi annunzio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi vi è nato nella città di Davide un salvatore, che è il Cristo Signore. Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, che giace in una mangiatoia”. E subito apparve con l'angelo una moltitudine dell'esercito celeste che lodava Dio e diceva: “Gloria a Dio nel più alto dei cieli e pace in terra agli uomini che egli ama”. Appena gli angeli si furono allontanati per tornare al cielo, i pastori dicevano fra loro: “Andiamo fino a Betlemme, vediamo questo avvenimento che il Signore ci ha fatto conoscere”. Andarono dunque senz'indugio e trovarono Maria e Giuseppe e il bambino, che giaceva nella mangiatoia. E dopo averlo visto, riferirono ciò che del bambino era stato detto loro.Tutti quelli che udirono, si stupirono delle cose che i pastori dicevano. Maria, da parte sua, serbava tutte queste cose meditandole nel suo cuore. (Vangelo di Luca, cap. 2 vv.1-19)

partireUn giorno partirono. Anzi, sarebbe meglio dire che furono costretti a partire! Meglio ancora: volevano farli partire. Capisci: era già scomodo ancor prima di nascere. E così, dalle sinuose colline di Nazareth, profumate di menta e di anemoni selvatici, popolate di lavandaie, di poeti e di funamboli, ricche di storia per cultura, fede e tradizione… un modesto falegname, discendente diretto della stirpe di Davide, annodò la sua giovane sposa, vergine - incinta - innamorata, figlia di Gioacchino ed Anna, sulla dolcezza di una schiena d’asino e s’incamminò verso Bethlem, la “casa del pane”. Costretti a partire perché un uomo, Cesare Augusto, si pensava Dio. Come tanti oggi: voleva mettere un numero agli abitanti di quella regione, voleva schedarli, voleva averli sotto controllo. Dai tempi di Adamo, l’uomo sogna la schiavitù. Capisci che imbecille. E per non sentirsi schiavo, schiavizza gli altri. E tutto il mondo diventa un mondo di schiavi che sognano di essere Dio e s’accorgono di essere schiavi. Schiavi dei loro schiavi. Che schifo!
Comunque sia, non tutti ragionano così. Parte Giuseppe, parte Maria perché a loro la storia degli uomini non fa paura. Non la vogliono evitare, vogliono viverla, scriverla, firmarla. Pochi indizi, ma il viaggio si prospetta faticoso: 100 miglia da percorrere a piedi (o sulla groppa di un asino – ma con un bambino che danza dentro -), in salita, con il fiato sulle spalle, un po’ clandestini in quello spazio di terra gestito da uomini. E poi mettici il parto che sta per arrivare! Chiedi alla mamma se in simili condizioni avrebbe voglia di avventurarsi in un viaggio simile. Loro partono, sono costretti a partire, non si tirano indietro quand’è ora di partire.
Non sono dei privilegiati, non lo vogliono essere, avrebbero paura di essere privilegiati. Da bambino la radio, per farti addormentare sul tuo dolcissimo cuscino popolato di stelline, anatroccoli e acrobazie di Winnie the Pooh ti raccontava che “una volta c’era una bambina tanto carina e dolce, che era amata da tutti. Ella amava molto la sua mammina e la vecchia nonna che abitava nel bosco vicino”. Si, ti raccontava la favola di Cappuccetto Rosso.
La Scrittura Sacra, questa valanga di sogni, acrobazie e risurrezioni non racconta favole. Racconta La storia, per eccellenza.
Tre protagonisti sul palcoscenico della vita, un Uomo dietro le quinte per insegnare i tempi d’uscita e un Angelo “indaffaratissimo” per tranquillizzare animi turbati. Un “casino” boia quei giorni. E se ti dico perché, forse rischi di ridere: stava nascendo un Bambino!

 
Giuseppe: nella bottega stavano trucioli di sogni!
Colui che c’interessa è Giuseppe. Giuseppe è casto, nobile e falegname. Tanti concepimenti nel legno.Un uomo asciutto, le cui mani non hanno toccato che pane, legno, cuoio, tessuto di vesti e cenere di focolare.
Nobile. E per questo non assomiglia a nessuno degli antenati. La sapienza di Salomone e l’ardire di Davide sono colati, per le vene dei secoli fino a lui. li ha stemperati in una candida dimenticanza, li ha trasformati in una verginità che assomiglia tantissimo ad un’infanzia che non tramonta. Invecchierà in quella fanciullezza come dentro un involucro trasparente con quel color anemico addosso che accomuna la gente di bottega.
Perché Giuseppe è il falegname. E questo spiega tantissime cose. Il legno è una materia nobile e strana, non è terra, non è carne. E’ come il latte che non è sangue ma è già molto più dell’acqua. Il legno è sensibile e casto, e quell’uomo esercitava la sua innocente sensualità ripassando le palme aperte sulle assi denudate dalla pialla, carezzando gli spigoli smussati al tornio e respirando dalle narici la fragranza dei trucioli, quell’odore di fatica che diventa profumo speziato al tramontar della giornata. Il legno, insomma, è bontà!
Questo Giuseppe m’incuriosisce. Perché da falegname è stato eletto custode nella bottega del cielo.
Guardandoti, Giuseppe, t’invidio, provo rabbia. Tu, artigiano dai sogni di perfezione, elabori, getti lo schizzo, lo correggi, lo raddrizzi, ne spingi i lineamenti, ne addolcisci le smussature, lo guardi, lo interpreti, lo aggiusti. Oggi…si produce tutto in serie! Botteghe d'artigiani ne esistono poche: non si genera più! Oggi, se tu venissi a trovarmi, vedresti che la fantasia, la passione, il “perderci tempo” nel partorire una cosa… è disprezzata! Tu racconti un sogno e loro ti riproducono mille sosia. Mostriciattoli dalla vita breve. Belli, ma senz’anima. Perfetti, ma senza identità. Lucidi, ma indistinti. Il legno non parla più perché non è frutto di amore. Giuseppe, abbiamo creduto che per fare un tavolo fosse sufficiente il legno. Si, hai ragione, esagero. Forse riusciamo pure ad ammettere che per fare il legno ci vuole l’albero, e che per fare l’albero ci vuole il seme e, persino, che per fare il seme ci voglia il fiore. Ma non abbiamo più il coraggio di ammettere che per fare un tavolo ci vuole un fiore. Lo lasciamo dire solo ai poeti! “Non fosse per la fantasia – scrisse Samuel Johnson – un uomo sarebbe tanto felice fra le braccia di una cameriera quanto fra quelle di una duchessa”.

All’uomo più limpido è capitato l’incidente più scabroso. Maria, la dolce aurora del villaggio di Nazareth, è incinta. E Giuseppe…non l’ha toccata. Tutta la Giudea, lapidatrice di adultere ruggisce attorno al destino di Giuseppe, i polsi di questo falegname – musicista martellano, la sua mente è smarrita. Lo scandalo, lo scandalo beffardo e crudele, in una terra che non sa compatire e nemmeno sorridere. Solo condannare.
Giorni tormentosi. La pena di Giuseppe non è sentirsi il ludibrio di una città puritana, non è il rancore di chi si sente tradito o di chi perde la donna del suo cuore. E’ una pena più alta: quella di chi scopre fallibile la creatura che credeva migliore di tutte. E’ solo, Giuseppe, solo con i suoi legni, nella penombra di quella bottega dove tutto sembra immutato, dove corre la pialla e canta la sega mentre il dramma esplode che gonfia nel cuore. Ma il Vangelo s’inginocchia di fronte alla trasparenza di Giuseppe: “Però Giuseppe suo sposo, che era un uomo giusto e non la voleva diffamare, decise di ripudiarla in segreto”. Giuseppe, come le anime caste, sogna. Sogna molto. Sogna sempre. E nel sogno un angelo lo visita: “Non temere di prendere con te la tua sposa”.
Dunque sei pura: posso portarti nella mia casa!

Mi vien da commuovermi, falegname di Galilea. Vedo che da te entra il bambino in lacrime con la ruzzola a cui rifare l’asse, la vecchietta ingobbita con una scranna da impagliare di nuovo, un contadino con il rastrello da aggiustare, un carrettiere per tirare i mozzi di una ruota. Il mio mondo riderebbe perché se una cosa si rompe si butta: fosse anche un uomo o una donna. Altro che riparare! Le cose, ma anche le persone! Del resto, se in quella ruota non c’è passione, sudore, se dentro non c’è un’anima non la sentiamo nostra! Usa e getta! Invece ti guardo e mi dico: “quante carezze su quel legno!”. Con le palme delle mani, con i pennelli, con le spatole, con gli occhi. Si, anche con gli occhi perché, finita la culla, non ti stanchi di cullarla con lo sguardo.
La nostra fede sa troppo di tavolino, di banco. La nostra fede non ha molta polvere sulle scarpe, non sa di polvere, non ha profumi di strada, non ha sapori di piazza, non ha odori di condomini. Ha solo il profumo d’incenso delle nostre chiese. Fossi poeta canterei la voglia di rischiare di Giuseppe. Ragazzi: noi abbiamo paura della novità. Aprite gli occhi e guardate il mondo: i cambiamenti ci danno fastidio, ci colgono impreparati, ci fanno nascondere dietro un muro, ci obbligano a bloccare la profezia. Ragazzi, dov’è andato a finire il rischio? Il rischio sano, il rischio di chi rischia la vita per un sogno gigante, il rischio di chi rischia dopo aver pregato, il rischio di chi vuol scrivere pagine di storia, il rischio di chi rischia qualche gesto “sopra le righe” per raccontare un Amore. Dov’è la capacità di rischiare per un sogno d’amore? Ragazzi, ci hanno imbambolato, ci stanno drogando, è in atto un’anestesia generale: poi ci accusano, ci vogliono curare con una “terapia di gruppo”, ci fanno passare per degli imbecilli. E siccome quel Bambino – la provocazione più sublime che solo Dio poteva firmare – scombina sempre i nostri piani, mette in discussione i nostri programmi, manda in crisi le nostre certezze: ogni volta che ne sentiamo i passi, evitiamo di incontrarlo. Non c’è posto per Lui. O meglio ci sarebbe, ma siamo come gli uomini e le donne del tempo di Gesù: quello che ci rompe lo spostiamo.
Mi spiace deluderti, Giuseppe. Ma te lo devo dire. Lo so che se fosse per te a Natale mi faresti dono di una pialla, un martello, una sega, dei chiodi, la carta vetrata, l’intagliatore. Ma sai, ti do un consiglio! Portaci una fotocopiatrice: gli uomini sono più contenti. Sai, Giuseppe, non abbiamo tempo, voglia, passione per inventare. E’ più facile fotocopiare
Non ci rompere anche tu: regalaci cose già partorite!

Poi basta. Cala il silenzio su quell’ingenuo fidanzato di Galilea. Tutta la sua vita sarà un lungo tacere, un lento capire l’enigma di questa frase. Capire la sposa, capire il figlio, capire lui stesso che sarà il primo santo della storia. Da questo momento non sapremo più nulla di lui. Ancora poche pagine e non lo nomineranno più, il Vangelo lo ingoia. Intravvedremo solamente le sue mani sulla pialla, udremo il morso ovattato della sega per un numero d’anni che nessuno conosce. Poi lo ritroveremo sugli altari delle chiese, nei quadri a capo del letto, nelle immagini delle anime pie e devote, canuto e rugoso, come se davvero fosse stato sempre un vecchio. A noi fa comodo dimenticare che, vicino a Maria, fosti un giovane bello e forte: un giovane innamorato.

Maria di Nazareth: nell’anfora acqua e bellezza!
donnaE’ vero. Il Vangelo non ci dice nulla del volto di Maria. Come,del resto, non ci dice nulla del volto di Gesù. Forse è meglio. Così a nessuno di noi viene tolta la speranza di sentirsi dire magari da un arcangelo di passaggio: “Lo sai che assomigli tanto a tua madre?”. Maria, comunque. Doveva essere bellissima. Non parlo solo della sua anima. Parlo anche del suo corpo di donna. Celebrato dai poeti, musicato dai cantanti, dipinto dagli artisti, rubato dai poeti…graziata dall’Altissimo.
Insomma, un giorno quel falegname di Nazareth le avrà pure detto: “Ti voglio bene, amore”. A monosillabi, con parole povere, tremanti, sbagliando le doppie. Ma sarà successo! Non so se ai tempi di Maria si adoperassero gli stessi messaggi d’amore, teneri come giaculatorie e rapidi come graffiti, che le ragazze di oggi incidono clandestinamente sul libro di storia o sugli zaini colorati dei loro compagni di scuola. Che bello pensare che anche Maria ha sperimentato quella stagione splendida dell’esistenza, fatta di stupori e di lacrime, di trasalimenti e di dubbi, di tenerezza e di trepidazione in cui sembrano distillarsi tutti i profumi dell’universo. Ha assaporato pure lei la gioia degli incontri, l’attesa delle feste, gli slanci dell’amicizia, l’ebbrezza della danza, le lusinghe innocenti per un complimento, la felicità per un abito nuovo.
Sfogliando con lei i petali nei prati, le compagne non capivano come facesse a comporre i suoi rapimenti in Dio e le sue passioni per una creatura. Non potevano mai capire le ragazze di Nazareth che l’amore di Maria non aveva fondigli, perché il suo era un pozzo senza fondo.

“Non temere Maria”. Non aver paura, don Marco. “Paura” ha la stessa radice di pavimento (“battere il terreno per livellarlo”). Anche terreno ha la stessa radice di terra. Paura, quindi, è la conseguenza dell’essere battuto, appiattito, avvallato, calpestato. Ora: cosa dice il Signore di fronte a queste paure? Rimani lì steso sul pavimento? Rimani appiattito, atterrato? No! Mi dice la stessa cosa che ha detto a Giuseppe: “Non temere”. Non aver paura di attendere.
Te lo ripeto: c’è un mondo che attende. L’alunno attende il voto, il paziente l’esito dell’esame, la mamma il figlio da scuola, il bambino l’acqua calda dalla doccia, l’innamorato il bacio dell’amata. L’albero attende le stagioni, il mare i fiumi, il fuoco l’ossigeno, l’affamato il cameriere, lo stomaco il cibo, la moglie il marito. Nella Scrittura c’è attesa: per entrare nella terra promessa, per ricevere il perdono dopo l’infedeltà, per una vittoria, per un urlo disperato. Tutto vive di attese: il mondo, la politica, lo sport. La vita, praticamente, è un’enorme, confusa, disorganizzata, pericolosa, splendida e chiassosissima sala d’aspetto. E’ sempre in attesa. E l’uomo, per accorciare l’attesa, pone una scadenza. Ma la scadenza crea un’altra attesa e così il gioco non finisce mai. Non è un problema: siamo nati per attendere. Attendendo, ci addormentiamo. E’ anche bello dormire pensando che è sempre stato così!
“Alzati!” significa proprio il contrario! Significa credere che il Signore è venuto sulla terra duemila anni fa proprio per aiutarci a vincere la rassegnazione. Alzarsi significa abbandonare il pavimento, la stanchezza, la svogliatezza, la comodità di dire “è sempre stato così”, la nostalgia di ciò che non c’è più, l’incapacità di leggere la novità, di accettare la fantasia. Alzarsi è il contrario di dormire!

Chiedono un po’ di posto per poter starci. Forse basterebbe spostare un somaro, quel crocchio di giocatori a dadi potrebbe stringersi, con le bisacce e i mantelli potrebbero inventarsi un lettuccio per questa donna gravida. L’uomo, poi, resterebbe in piedi. Ma le membra stanno così bene appisolate, ciascuno assapora il piacere della stanchezza che… non s’accorgono di nulla. Non ci stanno. Eppure sta passando Dio. Non sanno quanto sia passato loro vicino questo Dio, che fra poco verrà al mondo anche per essi.

“Levare il capo” significa fare un colpo di testa. Reagire, muoversi, scendere dal letto. Essere convinti che il Signore viene ogni giorno, in ogni momento della storia. Alzatevi e levate il capo. Muovetevi, fate qualcosa, il mondo cambierà. Anzi, sta già cambiando. Non li vedete i segni dei tempi? Basta un raggio di sole e la primavera scalpita per inondarti di bellezza, vince il freddo dell’inverno, il grigiore delle bufere. Gli alberi fra poco metteranno già le prime foglie e sul nostro cielo di uomini il rosso della sera non si è ancora scolorito.
Voi siete testimoni di tutto quello che sta succedendo oggi. Immagino che anche nel vostro cuore c’è tanta tristezza perché vedete questa sofferenza del mondo. Però ricordatevi che il mondo può cambiare, il mondo deve cambiare, il mondo sta già cambiando. E io vi vorrei felici di vivere, capaci di innamorarvi delle cose belle della vita: del cielo, della terra, del mare, delle persone che vi attraversano la strada, di quelli che camminano, studiano, lavorano, pregano vicino a voi. Vorrei tanto, la notte di Natale, sedermi accanto a voi e, come un fratello, aiutarvi a scegliere per la vita sempre. E scegliere la vita significa amare la bellezza. La bellezza nella maestà delle vette innevate, nell’assorto silenzio dei boschi, nella forza furente del mare, nel brivido profumato dell’erba, nella pace della sera. Lo splendore nelle lacrime di un bambino, nell’armonia del corpo di una donna, nell’incanto di occhi ridenti e fuggitivi, nel bianco tremore dei vegliardi, nella tacita apparizione di una canoa sul fiume. Perché questo mondo che sta diventando così turpe, così osceno sarà la bellezza a salvarlo. Non la nostra saggezza. Non la nostra arroganza. La bellezza! Credetemi: il mondo ha bisogno di voi!

Quella ragazzina silenziosa, Maria, non era considerata nulla, come tutte le donne a quel tempo. Eppure per secoli lei sarebbe stata detta “beata”, per millenni sarebbe stata acclamata come “Regina”, amata come nessuna mai, rappresentata e cantata da centinaia di artisti, invocata da oceani di infelici come il loro dolce soccorso, chiamata da poveracci e re. La sua bellezza giovanissima, i suoi occhi azzurri, la dolcezza della sua voce, dicono siano sconvolgenti e fanno desiderare di andare con lei. Medjugorje era un pugno di case, fra povere vigne, colli sassosi, strade sconnesse e campi di tabacco. Ancora oggi, dopo 25 anni, ogni volta che la Madonna scompare per i ragazzi è un dolore acutissimo tornare “sulla terra”.
Penso che sia il Paradiso.

L’Attesa si fa storia
Dalla Tracia e dall’Illiria, dalla Mesopotamia alla Grecia, dalla Spagna alla terra Dei Parti, dei Britanni e degli Sciti…è tutto un formicolare di armenti umani. Vanno a farsi contare. L’imperatore vuol sapere quanti sono, vuol sapere da quanti è adorato. E crede di averli contati tutti. Che ridicolo! Crede! Ma c’è un suddito che non è stato contato, di cui manca, nelle mille urne, la scheda. Ma Augusto, nascosto nel suo bel viso liscio, non ha paura: nella sterminata moltitudine, uno più, uno meno. Al massimo vorrebbe pure lui proporre il ri-conteggio delle schede…ma la sua voglia di schiavitù lo ha reso schiavo. Fra poco si accorgerà che i conti non tornano: il censimento è sbagliato. “Come mai?” – si chiederà Cesare con il piglio del dittatore -. “Strano, o Signore, – gli risponderanno i suoi chierichetti – il censimento fu perfetto”. “Strano – sussurra Cesare – eppure i conti non tornano. Qualcuno non è stato contato”. E quell’Uno che non aveva contato, gli gioca uno scherzo fatale: si fa uomo!

Che cosa significa “si è fatto uomo” se non la carriera di Dio? Si è fatto uomo. Così come io mi sono fatto prete. O come Sandra si è fatta infermiera. O come Franco si è fatto meccanico. Ha studiato da uomo. Così come Giorgio ha studiato da medico. E come Massimo ha studiato da assistente sociale. Ha fatto carriera da uomo. Come il papà di Elena che sta facendo carriera militare. Lui, il Figlio di Dio, si è fatto uomo. E’ diventato esperto di umanità. Non c’è che dire: è una provocazione per noi, per noi che pensiamo che si nasca uomini. E, invece, uomini si diventa. Lo dici anche tu: “Quello non è uomo”. Hai ragione: quello è un essere che potrebbe diventare uomo. Potrebbe, ma non necessariamente sarà Uomo. Perché uomini si diventa. Pagando il prezzo di lunghe fatiche. Dopo trafile di studi. Sottoponendosi ad estenuanti sacrifici. Affrontando la tribolazione di esami che non finiscono mai.
Farsi uomo: è tutto un programma. Che va svolto con pazienza, che richiede i suoi tempi. Che non può essere bruciato con riassunti superficiali, o abbreviato con scorciatoie di comodo. Farsi uomo per essere esperti di umanità. Capaci di comprensione e di perdono, di accoglienza e di sorriso, di lacrime e di ebbrezze. Pronti a scommettere, a ricominciare, a non scandalizzarsi delle miserie altrui, a capire le lentezze, ad accelerare i segni di speranza.

E così la storia dichiarò perdente Cesare Augusto. Guarda: partirono da Nazareth in due, arrivarono a Betlemme in tre. Scherzo della Scrittura Sacra. La storia condannerà Erode: la sua misura sarà estrema e inefficace. E’ dimostrato da Mosè in poi, che ne scampa sempre uno, quello giusto, che è un riassunto di tutti gli altri uccisi. E costui, per risarcire, si diede da fare.

Storia di uomini sotto il cielo dell'Eterno
bambino2Per tutta la vita frequentò una folla di bambini mancati. Molti prodigi erano scherzi di bambino che giocavano a fare i dottori, s salvare la natura curando lebbra e storpiature. Erano miracoli, ma non colossali. Non inceppò la macchina del tempo come Giosuè che fermò il sole in Gabàon e la luna sulla valle di Aialon. Non aprì le acque come Mosè, ma ci camminò sopra senza bagnarsi. Non creò il frutto della vite, ma seppe, in una festa, vendemmiare vino dall’acqua. Non creò il sole, il fuoco, la luna e le stelle, ma diede la vista ai ciechi e questo è un modo di diventare luce. Fu battezzato in acqua dolce, amò la pesca, frequentò pescatori, ne riempì le reti, placò la tempesta sul mare di Tiberiade. Delle Scritture preferì Isaia; di Davide gustò più i salmi che le imprese. Non scrisse, ma lasciò che le sue parole facessero il viaggio delle api sopra i petali aperti alle orecchie. Amava le donne, non pretese astinenza: il celibato venne dopo, a chiese fatte.
Dopo di Lui nessuno è più residente sulla terra: siamo tutti ospiti in attesa di un visto provvisorio.
Questo è Natale: ricordarti che anche tu sei stato bambino.
Sì, proprio come Dio!

Buon Natale: che Dio si fermi a casa vostra!

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“Entrato in Gerico, (Gesù) attraversava la città. Ed ecco un uomo, di nome Zaccheo, capo dei pubblicani e ricco, cercava di vedere quale fosse Gesù, ma non gli riusciva a causa della folla, poiché era piccolo di statura. Allora corse avanti e, per poterlo vedere, salì su un sicomoro, poiché doveva passare di là. Quando giunse sul luogo, Gesù alzò lo sguardo e gli disse: “Zaccheo, scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua. In fretta scese e lo accolse pieno di gioia. Vedendo ciò, tutti mormoravano: “E’ andato ad alloggiare da un peccatore”. Ma Zaccheo, alzatosi, disse al Signore: “Ecco, Signore, io do la metà dei miei beni ai poveri; e se ho frodato qualcuno, restituisco quattro volte tanto”.Gesù gli rispose: “Oggi la salvezza è entrata in questa casa, perché anch’egli è figlio di Abramo; il Figlio dell’uomo infatti, è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto”. (Vangelo di Luca, cap. 19 vv. 1-10)

Gerico, un sicomoro e un “ricco” nella cui casa “è venuta la salvezza”.
profumoIl nome di una città, di una pianta e di un uomo: su tre nomi è costruito uno degli incontri più singolari del Vangelo (e dobbiamo essere grati a Luca di non esserselo lasciato sfuggire; gli altri evangelisti, troppo occupati nel descrivere l’inerpicarsi di Cristo verso il Calvario, non hanno interrotto il filo della loro narrazione per occuparsi della sosta in casa di Zaccheo. Neppure Matteo, ex pubblicano, ha avuto molti riguardi nei confronti del suo ex collega).Ma veniamo alle descrizioni.
Gerico. Una rinomata stazione climatica. Una località mondana piuttosto rinomata (è stata nominata la Nizza della Giudea), frequentata da grossi nomi della politica e della finanza. Tanto per dire, Erode vi si recava a svernare con tutta la sua corte in un palazzo fiabesco e lì, secondo la tradizione, sarebbe morto. Gerico significa “la profumata”. Ma non doveva certo essere un profumo di virtù quello che aleggiava sulla città, tenuto anche conto delle sgualdrine d’alto borgo che vi soggiornavano, non certo con propositi di penitenza e di conversione.
Il sicomoro. Stando alle informazioni degli esperti in botanica, si tratterebbe di una pianta le cui foglie sono simili a quelle del gelso e i cui frutti ricordano i fichi. Le radici emergono all’esterno e risalgono verso il tronco in forma di archi, per cui l’ascesa sull’albero non comporta grandissimi prestazioni atletiche, nemmeno per chi fa vita sedentaria come Zaccheo.
Zaccheo. Un tipo mingherlino. Odiato cordialmente da tutta la popolazione per via del mestiere che esercita: capo dell’ufficio delle dogane. La sua professione lo fa collocare tra i “pubblici peccatori”. E’ ricco. Lui stesso ci fornisce un’indiscrezione appetitosa circa la provenienza della propria ricchezza: “se ho frodato qualcuno…” Per colmo dell’ironia - uno dei linguaggi più pungenti della Scrittura Sacra – si porta addosso un nome, Zaccheo, che nel gergo locale significa “il puro” e sembra fatto apposta per attirargli i commenti più graffianti da parte della gente.Ed è proprio questo personaggio che dobbiamo mettere a fuoco, resistendo alla tentazione piacevole di ridurlo ad una caricatura. Se riusciremo a liberarlo da tutte le incrostazioni macchiettistiche che una certa letteratura gli ha appiccicato, scopriremo un comportamento, dei gesti, delle decisioni estremamente scomode per noi. Zaccheo è un ostinato. Sicuramente glielo avevano detto in tanti: “Zaccheo, datti una calmata! Cambia musica!”. Glielo avevano cantato i suoi amici, pochi e più interessati ai suoi soldi che al suo comportamento: “Se continui così, prima o poi qualcuno di quelli che spelli perderà la testa e te la farà pagare”. Glielo avevano cantato le sue vittime, tante ed esasperate: “Ci vuoi rovinare, ma stai attento: prima ti roviniamo noi, e poi succeda quello che deve succedere”. Ma lui si è cacciato in testa di vedere Gesù. Si mette di buona volontà. Non si lascia scoraggiare dagli ostacoli. Non disarma fino ad impresa conclusa. Vogliamo fermare tre azioni di Zaccheo: il salire sull’albero, il discendere dall’albero, il testamento. Sono come una manciata di rimorsi che questo testardo, dalla sua casa dov’è avvenuta la salvezza, scaraventa nella nostra casa dov’è arrivato il quietismo.

La dignità appesa al naso della gente.
"Corse allora innanzi e salì sopra un sicomoro per vederlo, poiché doveva passare di là”. La folla gli impedisce l’incontro. Strana gente quella di Gerico. Sembra che la sua specialità sia quella di evitare il contatto diretto con Cristo. Prima soffoca il grido di Bartimeo, adesso soffoca la vista di Zaccheo. Lui è piccolo e non può certo far valere i propri privilegi per salire sul palco d’onore. Tutt’altro. E allora si mette a correre, precede Gesù. Adocchia un sicomoro e vi si arrampica. Ed eccolo appollaiato sopra, in attesa di gustare lo spettacolo da un balcone singolare. Presto detto: “salì sopra un sicomoro”. Ma prima di iniziare la scalata, Zaccheo ha dovuto togliersi la giacca. Voglio dire: si è spogliato della propria dignità. Chi non ha mai osservato, magari da dentro, il comportamento di una massa assiepata ai margini di un viale aspettando l’arrivo di un grosso personaggio, non può capire tutto questo. La gente ammazza l’attesa aggrappandosi ai particolari più insignificanti. E’ sufficiente si verifichi un piccolo avvenimento, un accidente qualsiasi, ed è tutto un darsi di gomito, un ammiccare, migliaia di occhi puntati là, un crepitare di risa, un’ondata di sorrisi che scuote la moltitudine.E i commenti si sprecano. Figuriamoci a Gerico. Il signor Zaccheo, il direttore dell’ufficio delle dogane che si mette a correre come un tifoso all’arrivo del campione preferito, che si arrampica sulla pianta come un ragazzino alla ricerca dei nidi. E’ uno spettacolo che scatena l’ilarità generale. Succede il pandemonio. Ma Zaccheo ha deciso. Sfida il ridicolo pur di “vedere chi era Gesù”. Come un uomo che debba trasportare un armadio si toglie la giacca e l’appenda all’attaccapanni di casa, Zaccheo si toglie la giacca della propria rispettabilità e l’appende al naso della gente. Zaccheo compie un gesto che potrebbe entrare nei trattati di ascetica. Si sveste della propria rispettabilità, compostezza, dignità, prestigio. Si libera di tutte le impalcature sociali ingombranti, manda al diavolo le formalità. E si ritrova, ridotto all’essenziale, appollaiato sul sicomoro. Come un fanciullo. Nella condizione ideale per vedere Gesù. Ricordate: “se non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli” (Mt 18,3). Zaccheo se ne infischia dei commenti pungenti della gente. Sfida i berci e i lazzi pur di vedere chi era Gesù. Chissà quanti pensieri rimugina Zaccheo mentre, nascosto tra le foglie del sicomoro, aspetta di vedere quel Maestro di cui tutti parlavano come di un uomo particolare, diverso. Addirittura straordinario. Tanto straordinario da aver convinto anche Matteo, un suo collega di frodi, ad entrare tra i suoi discepoli. Chi vuol vedere Gesù deve compiere un atteggiamento di rottura nei confronti della folla. Non lasciarsi intruppare, non camminare al coperto. Ma “uscire fuori”, correre innanzi, bruciarsi gli occhi in una ricerca personale. Soltanto negli eccessi – ti ricorda Zaccheo - troveremo la giusta misura!

Le coordinate geografiche della casa del Signore
follia“Come giunse in quel punto, guardò in su e gli disse: Zaccheo, scendi in fretta perché oggi devo fermarmi in casa tua”. Cristo gli tronca lo spettacolo. Per proporgliene uno che non aveva inserito nella sua scaletta. Se potesse, Zaccheo schizzerebbe fra i rami fin sulla cima dell’albero per poi volare via lontano. Ma lui, che pure ha tutto, le ali non le ha. Zaccheo, tremando, guarda giù. Tra le foglie vede il volto del maestro. Non è un volto di condanna, di disprezzo, di minaccia. Tutt’altro. Lo snida: “scendi in fretta”. Zaccheo, proprio come un uccello, viene “snidato”. “Scendi in fretta”. Vuol conoscerlo? Qualcosa di più: “Oggi devo fermarmi in casa tua”. Devo! E non l’aveva mai visto prima. A Gerico l’uomo di Nazareth ha fretta. Fretta! Si, anche Dio ha fretta! Dio è paziente: può attendere per degli anni e dei millenni. D’altra parte il suo calendario non coincide con il nostro. C’è una grossa sfasatura. “Un giorno nei tuoi atri è come mille altrove” (2Pt 3,8). Ma quando vede che la salvezza è matura, allora ha una fretta terribile.Guai se nel Vangelo non ci fosse quest’omino di bassa statura: è un entusiasta, che torna a saldare una catena che sembrava spezzata. Un entusiasta senza rispetti umani che in barba al prestigio dei suoi poderi, della veste di porpora, si arrampica come una scimmia sul sicomoro per riuscire a vedere il profeta. Per questo Cristo gli grida, forse con un divertito sorriso: “Scendi presto, Zaccheo!”. Zaccheo scende. Pensa, di ramo in ramo, alle raffinate vivande con cui sbigottirà il maestro e gli altri commensali. Pensa di quanto gli costerà risarcire del quadruplo le persone che ha defraudato. Ma già lo ha deciso dentro, e fra pochi attimi lo griderà a tutti, in quel suicidio di galantuomo con cui vuol dichiararsi, in faccia a tutti, uno sfruttatore. E sarà proprio quella confessione, quella cambiale firmata, il più imbroccato affare della sua vita.I due se ne vanno, tra lo scandalo generale. Anche Zaccheo è sbalordito per quanto gli sta succedendo. Possiamo sapere dove abbiamo incontrato il Cristo. Possiamo anche ricordarne l’ora. Ma, dopo l’incontro, non è dato sapere dove si va a finire. La gente non capisce. Si scandalizza: “Tutti mormoravano tra loro e dicevano: E’ andato ad alloggiare da un peccatore”. Già. Ma se fosse venuto nella mia casa, nella tua casa? Sarebbe stata forse la casa di una persona giusta, degna di ospitarlo? Resta il fatto che nella casa di Zaccheo “è venuta la salvezza”. La casa del capo dell’ufficio delle dogane, un ladro probabilmente, è diventata una chiesa. E noi stiamo a mormorare. Invece di toglierci il cappello. Entrare e inginocchiarci.

Il suo testamento
A pranzo. Zaccheo pensa che la predica è solo un attimo in ritardo. Ma adesso arriverà: pazienza! Qua dentro, lontano dalla folla, qualsiasi cosa dirà sarà sopportabile. Invece il tempo passa e il Maestro non dice niente, non chiede niente. Non parla, non rimprovera, non domanda. Allora Zaccheo decide. Se non parla Lui, parla lui. Perché a comportamento straordinario bisogna rispondere in maniera straordinaria. “Ecco, la metà dei miei beni, Signore, la do ai poveri, e se ho frodato qualcuno gli restituisco il quadruplo”. Incantevole nella sua semplicità: è il testamento di Zaccheo. Un testamento che va in esecuzione subito. Ho sempre trovato strano che i testamenti degli uomini comincino con la formula: "lascio…”. Sarebbe più esatto: “Sono costretto a lasciare…”. Zaccheo, invece, lascia spontaneamente la metà dei suoi beni ai poveri, senza che nessuno glielo imponga. Senza esservi obbligato dalla paura o da una morte imminente. Comprende che il troppo avere gli impedisce di essere. Prova vergogna ad essere felice da solo.
Per Padre Lebret, il massimo ispiratore dell’enciclica Populorum Progressio una delle più grandi sofferenze è quella di constatare l’assenza di follia tra i cristiani, quasi tutti ammalati di eccessiva prudenza. Ai giovani che si presentavano davanti a lui per essere accolti nelle sue équipes, poneva una semplice domanda: “Siete pazzi?”.
Ascolta questa storia. Tanti anni fa, in Cina, vivevano due amici. Uno era molto bravo a suonare l’arpa. L’altro era molto bravo ad ascoltarlo. Quando il primo suonava una canzone che parlava di montagna, il secondo diceva: “Vedo la montagna come se l’avessi davanti”. Quando il primo suonava a proposito di un ruscello, quello che ascoltava diceva estasiato: “Sento scorrere l’acqua tra le pietre”. Ma un giorno quello che ascoltava si ammalò e morì. Il primo amico tagliò le corde dell’arpa e non suonò mai più. Noi esistiamo veramente solo se qualcuno ci ascolta!
lampadinaGuarda che c’è differenza tra ascoltare e sentire. Sentire è un problema di acustica, ascoltare è un problema di cuore. Ascoltare è lasciare che le parole dell’altro cadano dentro di noi, nel profondo, nell’anima. Non si ascolta solo con le orecchie! Ascoltare è sedersi vicino. Concentrare l’attenzione su di lui. Non sbirciare l’orologio. Si ascolta con lo sguardo. Si ascolta con gli occhi. Si ascolta con le mani. Se tu ascolti, regali la possibilità di sognare. E i sogni spingono l’umanità. I sogni richiamano la pazzia. I sogni sono lo specchio dell’impossibile che diventa possibile. La storia parla chiaro. Il padre di Pascal gli nascose i libri di matematica. Il padre di Petrarca gli bruciò i libri di latino. Il padre di Strass non voleva che il figli studiasse musica. Il padre di Michelangelo voleva un figlio commerciante.Ma nessuno di essi si fermò.Proprio come Zaccheo: tutti gli intimavano di cambiare, Cristo gli propone d’essere se stesso.Zaccheo, il testardoZaccheo cerca di “vedere Gesù”. E’ un peccatore, è maledetto, la gente lo disprezza: se ne infischia. Vuole vedere Gesù! Sa di essere piccolo – di statura e di cuore – e sale su un albero per vedere Gesù. La gente dabbene sa di essere apposto. Non corre. Non sale su nessun albero. E’ convinta che non occorre muoversi. E pensare che quell’albero era li’ da sempre, era libero, nessuno ci era salito per vedere Gesù. Era li’ da sempre: praticamente è come dire che non c’era più per la gente. Non sono bugie. Il sicomoro c’è da sempre. Ma ci siamo abituati, lo abbiamo lavato, abbiamo pensato che non occorre salirci sopra, basta sapere che c’è. E quando un peccatore, forte della sua semplicità, non si vergogna e ci sale sopra tutti con le lacrime agli occhi. Commossi. Increduli. Un po’ tutti vergognati, perché quell'uomo ci ha fatto capire che soltanto abitando negli “eccessi” potremo ritrovare la nostra giusta misura. Se Zaccheo avesse detto: “Cosa diranno se salgo sull’albero? Che figura ci faccio di fronte agli altri che se ne stanno composti? No, no, io me ne sto nascosto e faccio finta di niente”, si sarebbe dato la zappa sui piedi. Quell’albero, invece, è bastato per diventare un esempio di sana follia per gli uomini come me e come te. Vedi che basta poco. Pochissimo. L’albero c’era da sempre, forse mancava il coraggio di sfidare la gente. Vuoi vedere Gesù e non sei alto? Gioca sul fatto che sei basso e agile ad arrampicarti. Non hai un bel naso? Giocati il fatto di avere una bella bocca. Non hai una bella bocca? Punta tutto sulle tue mani. Sei proprio brutto da spaventare anche le galline? Spendi la capacità di essere leale. I tuoi genitori sono un po’ orsi? Però sono generosi. Guai a farci bloccare dal giudizio degli altri. Siamo scemi? Vuoi ridurre Dio ad una fotocopiatrice? Dio è un genio, il più genio di tutti i geni messi assieme.
Il grande scienziato Thomas Edison lavorava alla lampadina ad incandescenza, quando un giorno ne consegnò una finita ad un giovane assistente che, nervosamente, gradino dopo gradino, la portò su per le scale. Però all’ultimo tratto, nervosamente, la lasciò cadere per terra riducendola in tante briciole.Lo scienziato, con l’intera equipe, dovette impegnarsi altre 24 ore per fabbricare un’altra lampadina. Allora Edison si guardò in giro e la porse allo stesso assistente. Quel gesto cambiò la vita del giovane.Thomas sapeva bene che era in gioco qualcosa di più della lampadina: era in gioco l’autostima di un suo collaboratore!Gesù risponde: “Oggi la salvezza è entrata in questa casa”.
E con la salvezza, la conversione e la gioia.

Se non è straordinario Gesù!
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