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"Il giorno dopo Giovanni stava ancora là con due dei suoi discepoli e, fissando lo sguardo su Gesù che passava, disse: "Ecco l'agnello di Dio!". E i due discepoli, sentendolo parlare così, seguirono Gesù.
Gesù allora si voltò e, vedendo che lo seguivano, disse: "Che cercate?". Gli risposero: "Rabbì (che significa maestro), dove abiti?". Disse loro: "Venite e vedrete". Andarono dunque e videro dove abitava e quel giorno si fermarono presso di lui; erano circa le quattro del pomeriggio.
Uno dei due che avevano udito le parole di Giovanni e lo avevano seguito, era Andrea, fratello di Simon Pietro. Egli incontrò per primo suo fratello Simone, e gli disse: "Abbiamo trovato il Messia (che significa il Cristo)" e lo condusse da Gesù. Gesù, fissando lo sguardo su di lui, disse: "Tu sei Simone, il figlio di Giovanni; ti chiamerai Cefa (che vuol dire Pietro)".
Il giorno dopo Gesù aveva stabilito di partire per la Galilea; incontrò Filippo e gli disse: "Seguimi". Filippo era di Betsàida, la città di Andrea e di Pietro".
(Vangelo di Giovanni, cap. 1 vv. 35-44)

Le quattro del pomeriggio!

discepoliDuro lavoro quello di Giovanni Battista. Lungo le rive del fiume Giordano, sulle rive di quel mare che tutti chiamano Morto, cerca di scuotere le coscienze addormentate degli ebrei con le sue parole di fuoco, con lo sguardo impetuoso, con il grido innamorato. Ma non è facile convincere gli uomini e le donne di ogni tempo che non ci si può accontentare di indossare il vestito all'ultima moda, di possedere un ricco conto in banca e una macchina rombante, di avere il frigorifero pieno e la televisione accesa.
Anche se non è tutto grigio sulle acque di quel mare dal nome così cupo.
Un pomeriggio qualsiasi. Due discepoli si erano alzati per raggiungere Gesù di Nazareth. Uno di loro si chiamava Giovanni, come il battezzatore. Era un giovanotello tutto pepe, figlio di Zebedeo, ricco pescatore di quella riviera, e di Salome, donna sveglia, ambiziosa e lesta di lingua. Ma anche generosa e coraggiosa.
Giovanni e Andrea, un suo compagno di merende, non ci avevano messo molto a raggiungerlo, ma non sapevano come attaccare discorso. Gli si erano messi a camminare dietro come se lo stessero pedinando. Poi, all'improvviso, Gesù si era girato e li aveva guardati negli occhi: "Che cercate?". Ai due si era impappinata la lingua e invece di rispondere nel mondo più logico: "Cerchiamo te", era uscito un impacciato: "Maestro, dove abiti?".
Giovanni si sarebbe dato una botta in testa: Che stupidi! Uno ci chiede cosa cerchiamo e noi, invece, di rispondergli: "Cerchiamo te, è per questo che ti stiamo seguendo", gli diciamo: "Dove abiti?". Con il rischio che adesso Questo risponda: "E a voi, cosa importa?". I due partono e rimangono con Lui fino alle quattro del pomeriggio. I vangeli non riportano cosa si sono detti, ma l'incontro fu esplosivo: lasciarono tutto e si misero con lui. E uno di loro, Giovanni, quando quasi novantenne scrive il suo Vangelo, ricorda ancora l'ora di quell'incontro: le quattro del pomeriggio.

I personaggi che compaiono nella prima scena sono i discepoli e Giovanni Battista. Fra il Battista e Gesù di Nazareth – amici di vecchia data - non c'è scambio di parole; il Battista parla ai discepoli, non a Gesù. C'è invece un botta e risposta fra Gesù e i due che lo seguono. Il personaggio centrale è Gesù: è Lui che Giovanni addita.
"Giovanni stava di nuovo là" (1,35): è una figura ferma, immobile com'è suggerita dal verbo all'imperfetto e dall'annotazione che egli si trova nello stesso luogo del giorno precedente. Lui non deve andare in cerca di Gesù ne, poi, seguirlo. La sua funzione è di accorgersi di Gesù quando passa, di riconoscerlo e di additarlo.
"Fissato lo sguardo su Gesù che passava" (1,36): è un guardare intenso e penetrante, uno scrutare come quando si vuole identificare la verità di una persona. Giovanni è descritto all'imperfetto, ma parla al presente e vuole attirare l'attenzione dei discepoli perché guardino Gesù che passa e comprendano quello che Lui ha compreso: "sembra quasi che Giovanni voglia che il suo sguardo divenga anche quello dei suoi discepoli". Gesù non è diretto verso il Battista, sta semplicemente "passando": nulla sulla provenienza, sulla direzione, sul motivo. Non s'arresta. Prosegue! Tutto sembra segnato dalla casualità, come spesso accade nelle cose della vita, anche le più importanti.
Andando oltre senza fermarsi ( e difatti i due discepoli per stargli accanto devono andargli dietro!), Gesù fa tramontare la missione del Battista. Questa è la sua grandezza: indicare Colui che viene e poi tirarsi da parte.
"E i due discepoli lo sentirono parlare e seguirono Gesù" (1,37): l'ascolto precede la sequela. Ascoltano Giovanni, ma seguono Gesù. Non si segue il testimone, ma Colui che la testimonianza ha indicato. "Ascolta, Israele": ascoltare è la prima emergenza, la primizia richiesta. Abbandonano la cattedra del vecchio maestro. Non perché delusi, ma perché hanno trovato un "di più".

Guarda la differenza con il giovane ricco del vangelo di Marco. Loro intuiscono subito che l'occasione è unica perché nella vita nulla si ripete. Le ore, i giorni, gli anni e ciò che essi offrono non sono né fotocopiabili, né riciclabili. Sempre! O li firmi, li vivi da protagonista, o li perdi! Scrive Sergio Quinzio, una figura di spicco della cultura del '900 italiano: "In fondo, la cosa più grave è che alla felicità non crede più nessuno", troppo grande è la speranza che sta davanti per essere accettata dalla nostra delusa stanchezza". Quanta malinconia è diffusa oggi, gente! Sta venendo meno il sapore della vita. Forse perché siamo sazi di tutto. Fermarsi un po' a fare il pieno sembra da falliti. Tu non vuoi perdere tempo per riempirti il serbatoio, ma sappi che ne perderai molto di più se rimarrai a metà strada. La gente spesso ci vuole "su misura". Ripetitivi. Senza scatti di novità. Non ama essere provocata. E temo che talvolta noi ci limitiamo ad essere fornitori solo delle taglie richieste. E come fatturato un pugno di tristezza in più. La vera tristezza non è quando, la sera, non sei atteso da nessuno al tuo rientro a casa, ma quando tu non attendi più nulla dalla vita. La solitudine più nera non la provi quando trovi il focolare spento, ma quando non lo vuoi più accendere, neppure per un eventuale ospite di passaggio. Hai ragione: si può vivere anche di pubblicità, di vestiti firmati, di canzonette, di pallone... il somaro di zio Checco è grande e grosso e non conosce Gesù. Ma prima o poi – tra la collezione di Warhammer, la raccolta della Panini e le schede telefoniche – anche in te nasce il desiderio di capire te stesso. Chi sono? Da dove vengo? Dove vado? La vita, quello che ti circonda, la storia. E a questo punto non puoi fare a meno di conoscere Gesù: niente è più comprensibile. Egli è venuto in mezzo a noi e ci costringe a fare i conti con Lui, a scegliere, a decidere. Spaccone? Mi spiace, ma questa è la storia!
Guarda i due discepoli: hanno firmato un salto di qualità! A differenza dei pescatori che Gesù ha chiamato sulla riva del lago, i due discepoli di cui parla Giovanni erano già uomini in ricerca. "Seguire" non è un verbo qualsiasi. Potrebbe significare che i due discepoli andarono dietro a Gesù per sincerarsi della sua identità. Ma nel vangelo di Giovanni "seguire" significa "camminare insieme", ma dietro, non a lato o davanti. E' il Maestro che decide la strada, non il discepolo.

"Che cercate?" – "Dove abiti?" – "Venite e vedrete"
simonpietro1"Gesù si voltò e, vedendo che lo seguivano, dice: Che cercate?" (1,38): voltandosi e guardandoli Gesù prende l'iniziativa. Per guardarli ha dovuto girarsi: un gesto voluto e intenzionale. E il verbo guardare non pennella uno sguardo veloce e casuale, ma uno sguardo che si sofferma, che indugia. Gesù ha osservato per qualche istante il cammino dei due discepoli. Dopo un tratto di strada percorso in silenzio, pone la domanda decisiva: "Che cosa cercate?".
Sono le prime sillabe che Gesù di Nazareth pronuncia nel vangelo di Giovanni. Con la sua domanda, gentile e rispettosa, Gesù non chiede "chi" ma "che cosa". Non dunque: "cercate me?" – che sarebbe ovvio. Ma: "che cosa sperate di ottenere seguendomi". Gesù interroga non per informarsi, perché Egli conosce tutto fin dall'inizio e penetra i cuori. Egli domanda per provocare la risposta, per suscitare una sete, per far esplodere un desiderio! "Cercare" esprime la passione, il desiderio, lo slancio. Ebbene, qual è il tuo desiderio primario?
Alla domanda di Gesù che sollecita dei chiarimenti, i due discepoli rispondono con un'altra domanda. Come tutti i verbi del racconto, anche "abitare" può semplicemente voler dire risiedere, soggiornare, alloggiare. In questo caso i due discepoli chiedono a Gesù che passa dove abita e dove tiene scuola, dove si può trovarlo. Ma sarebbe una domanda superficiale. I discepoli, con quella domanda, vogliono dimostrare che a loro sta a cuore la vera ricerca: dimorare con Gesù, seguirlo nella sua vita, condividere la sua missione e il suo destino.
Gesù di Nazareth non dice che cosa vedranno né quando. E' stando con Lui che il loro futuro si dischiuderà ai loro occhi. Seguire Gesù non significa sapere già dove Egli conduce. Il saggio e titubante Tommaso, l'apostolo che nutre una voglia pazza d'esser certo che il Maestro è risorto, un giorno dirà: "Signore, non sappiamo dove vai e come possiamo conoscere la via?" (14,5). Tommaso è convinto, come tutti, che per conoscere la strada bisogna prima conoscere la mèta a cui si vuole arrivare. Per Gesù di Nazareth è vero il contrario: quando si conosce la via giusta, si giunge anche alla meta giusta! La via è seguir Gesù, e questo i discepoli lo sanno. L'importante è conoscere il cammino: la meta si troverà di certo alla fine. Gesù non è stato scoraggiante con Tommaso, ma chiaro.
I discepoli – su invito di Gesù – (1) vanno, (2) vedono e (3) dimorano. Andare (richiama la musica suonata dai piedi sulla polvere della strada), vedere (è la sinfonia di occhi che incrociano altri occhi per osservare lontano) e dimorare (la poesia del cuore che trova pace nell'amore) tracciano le sfumature di ogni vero innamorato che si mette sulle orme del Maestro di Nazareth.

"Venite e vedrete"! Il Signore è fatto così: difficilmente lo trovi dove pensi di averlo lasciato. Trovi sempre la sorpresa dell'inedito. Rimani sempre spiazzato dal colpo di scena. E' un po' come in certi problemi di matematica dei tuoi libri di scuola dove al fondo, tra parentesi, viene indicato il risultato. Tu sei felice quando, al termine dei tuoi calcoli, ti accorgi che il risultato coincide con la risposta del libro. Ebbene, con Dio questa soddisfazione ti viene quasi sempre negata. E sperimenti quanto sia vero quel versetto di Isaia: "I miei pensieri non sono i vostri pensieri, e le vostre vie non sono le mie vie" (Is 55,8). Ne vuoi la prova? Sull'arcata di un ponte di Padova leggo: "Io e te tre metri sopra il cielo". Una penna giovane, un cuore innamorato (più o meno), un'anima in pena? Forse un po' di prurito veloce? Chissà! Suoni, profumi, colori e odori di un mondo che vorrebbe scappare da se stesso. Il mondo urla l'assurda follia di vivere "tre metri sopra il cielo". Dio, come risposta, ri-torna a farsi uomo per forzarlo a rimanere con i piedi per terra, ad annusare il sapore della sua umanità, ad innamorarsi della sua fragilità. "Cammino scalzo per sentire quello che mi sussurra la terra" – scrisse sul suo diario Abebe Bikila. Preziosità mai intuita della terra: un miscuglio di polvere, genio ed eternità in cui Dio addita all'uomo la direzione verso l'eternità.
Perché vivere "tre metri sopra il cielo?". Che vigliaccheria! Lassù ci vivono gli esuli, coloro che rimpiangono la pentole piene di cipolle in Egitto e non s'accorgono che erano scaldate dalla schiavitù, coloro per i quali è meglio subire la storia piuttosto che correre il rischio di scriverla, per cui è meglio arrendersi che combattere, più affascinante dormire appisolati piuttosto che rischiare di imparare a volare! "Venite e vedrete". Non offre sconti, soluzioni veloci, prestiti bancari: la concorrenza non l'ha mai sofferta quell'Uomo! Ma noi preferiamo vivere lassù, correndo il rischio di non leggere che ti ha scritto "T'amo" sulla roccia davanti al portone di casa tua. Lassù perché ci fa paura la Bellezza, proviamo paura quando vediamo il mare in tempesta o il firmamento nelle notti d'agosto, il colore dei fiori che spuntano nei crepacci o l'incantesimo delle vette innevate, lo struggimento degli alberi che si torcono nella bufera o lo splendore degli occhi di una donna... Ci fa paura annunciare la bellezza di Dio su tutta l'arcata della cattedrale dell'universo!
Pazienza! Noi siamo fatti come gli uomini e le donne del tempo di Gesù: quello che ci rompe cerchiamo di evitarlo. Ma almeno sappiate che non possiamo continuare a fare questi giochetti all'infinito. Ci vuoi credere? Prova a vivere come Lui, alla grande, come un grande rompi, e poi dimmi se non lo senti vicino a te. D'altra parte, stammi a sentire. Come avrebbero fatto i cristiani ad arrivare fino ad oggi se non fosse stato vero ciò che Gesù ha promesso: "Io sono con voi tutti i giorni fino alla fine del mondo?" (Mt 28,20). Senza di Lui non ce l'avrebbero fatta di sicuro!
Giovanni, quando quasi novantenne scrive il suo vangelo, curiosamente annota l'ora: "Erano circa le quattro del pomeriggio". Secondo te è stato un incontro banale?

Andrea, Pietro e Gesù
simonpietroBasta attendere qualche versetto e compare la figura di Andrea e di un altro discepolo. Come si chiama? I vangeli non ne tramandano il nome: rimane anonimo. E' una casella vota che ogni lettore, distratto o innamorato, può tentare di colorare con la sua povera storia di uomo. Il discepolo volutamente ignoto ha il volto del discepolo di ogni tempo.
Andrea incontra il fratello Simone. Incontra: come? Questo verbo potrebbe significare "incontrare per caso", "imbattersi" ma può anche significare un incontro cercato e intenzionale. Nella prima accezione il testo suggerisce che Andrea parli di Gesù a chiunque gli capiti di incontrare, nella seconda si suggerisce la precisa volontà di parlare di Gesù ad una persona determinata. Nell'uno caso e nell'altro, però, la testimonianza di Andrea non si limita al fratello. Si precisa infatti che egli incontrò il fratello "per primo". "Abbiamo trovato", dice Andrea. L'esperienza del Messia è comunitaria! "Nessuno, di qualunque grado sia, vede mai la sommità della propria testa; per vederci chiaro, viene sempre il momento in cui si ha bisogno dell'aiuto di un'altra persona" (tradizione orale peul).
Simone non si avvicina a Gesù di propria iniziativa, ma sembra passivamente lasciarsi portare dal fratello. Non commenta l'incontro di Andrea e, posto davanti a Gesù, non mostra alcuna reazione: né una parola, né un gesto. In tutta la scena Pietro è muto. Forse vuol far trasparire che l'iniziativa appartiene completamente ad altri, ad Andrea e a Gesù, non è sua. Pietro è silenzioso, anche di fronte agli altri. Non racconta a nessuno chi ha incontrato. E' l'unico dei personaggi nominati che non agisce: né testimonia, né esprime la sua fede. Ma è anche l'unico a cui Gesù rivolge una parola che gli cambia il nome. E' stato il fratello a portarlo da Gesù, ma sono le parole di Gesù che gli cambiano la vita e il ruolo.
Simone è il nome anagrafico dato dagli uomini, "roccia" è il nuovo nome datogli da Gesù Cristo. Pietro è destinato ad essere "roccia": di che cosa, in che senso? Non è detto. La parola di Gesù resta aperta, sarà il seguito del vangelo a chiarirlo. Interessante notare come la parola di Gesù – che non dice una promessa, ma una certezza – è al futuri: "Sarà chiamato".

Devi ammetterlo: Gesù ha fiuto per i campioni, è un eccezionale scopritore di talenti. In tutti c'è un campione, magari nascosto sotto la schiappa, in tutti c'è un diamante, magari coperto da una montagna di difetti, di sporcizia, di schifezze. Ma Gesù lo sa scovare e far venir fuori. Come quei vecchi scultori trentini che da un pezzo di legno rugoso, secco, aggomitolato su se stesso fanno germogliare un volto di donna. Quel Maestro chiama per nome! Il nome: dice il rispetto, la dignità, una storia, un volto, dei lineamenti, un percorso. Chiama le persone per nome: "si dimentica forse una donna del suo bambino, così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere? Anche se queste donne si dimenticassero, io invece non ti dimenticherò mai. Ecco, ti ho disegnato sul palmo delle mie mani, le tue mura sono sempre davanti a me" (Is 49,15-16).
Simone. Lo aveva incontrato su invito del fratello Andrea: "Abbiamo trovato il Messia. Vieni a conoscerlo". Lui ci va. Perché non è uno – come tanti, come troppi, forse come noi – che si accontenta di quello che ha: la barca, il lavoro, la famiglia, gli amici... Vuole di più! Gesù, dopo averlo fissato con i suoi occhi pungenti, lo sorprende, lo anticipa, lo spiazza: "Simone, tu ti chiamerai Pietro". Pietro, da pietra, da roccia: qualcosa di solido, di robusto, di stabile. Simone, dentro di se', deve essersi fatta una risata amara. Si conosceva. Sapeva di avere tante qualità, ma non quella di essere roccia. Gli amici, la moglie, la suocera gliel'avevano cantato in tutte le salse: "Ti entusiasmi subito, ma ti sgonfi in un lampo". Adesso questo Gesù, che lo vede per la prima volta, gli dice: "Ti chiamerai Pietro". Cederà: ma Gesù non l'ha mai svergognato. E lui, per ripagare non si fermerà. Nonostante le bastonate, la prigionia, la persecuzione. Ormai è una roccia. Gesù, puntando sui suoi pregi e non sui difetti l'ha trasformato! E' convinto Simone che non bisognava salire in cima al cielo per sopravvivere, non bisognava arroccarsi in una difesa, ma lanciarsi all'avventura del mondo. La razza umana è forte quanto più è varia e quanto più si mette alla prova.
Nel quadro pitturato dall'evangelista Giovanni che ritrae le chiamate dei primi discepoli si intravede una varietà di suoni, musiche, colori, profumi e odori ma lo sguardo è il medesimo. Sono chiamati uomini che stanno camminando (i primi discepoli) e uomini che sono semplicemente giudei osservanti. La chiamata può giungere da voci diverse: Giovanni Battista, i discepoli che l'hanno incontrato, Gesù in persona. E chi è chiamato può essere subito pronto o farsi fotografare con il dubbio dipinto sullo sguardo. Il panorama, dalle altezze vertiginose del Vangelo, è variegato. Ma la chiamata è sempre di Gesù e determinante è l'incontro con Lui, un incontro che apre una storia, che regala una speranza, che lancia sul futuro, non che chiude la storia.
Il futuro! I due discepoli compiono un primo gesto (seguono) e pongono la prima domanda ("dove abiti?"). Il loro gesto e la loro domanda sono ricchi di uno sviluppo insospettabile: li conducono dove essi ancora non sanno. La loro prima scoperta ("videro dove abitava") e il loro primo trovare ("Abbiamo trovato il Messia") sono un inizio aperto a insospettabili sviluppi: saranno seguiti da altri sguardi, da altre scoperte. Dentro alla mischia!
Vincitori o perdenti? "Non si può sapere cosa avverrà, se la rovina o la salvezza, il definitivo naufragio o il definitivo ingresso nella vita; l'unica cosa certa resta il fatto che soltanto i coraggiosi porteranno avanti la speranza umana e che soltanto sul loro agire si poserà la benedizione divina" (E. Drewermann, Il messaggio delle donne. Il sapere dell'amore, Brescia 1993 (orig. 1992), p. 44.).

Franco, il cieco che sente Dio!
Una mattina sono entrato nella casa di un vecchio cieco, di nome Franco. La moglie e la figlia l'avevano messo a sedere vicino alla finestra, quando all'improvviso, felice per le tante attenzioni, ha esclamato: "Oggi c'è il sole: non lo vedo, ma lo sento!". Quella frase, registrata nell'archivio delle mie memorie più belle, ve la ripropongo quale colonna sonora per la vostra vita di ogni giorno. Il Signore, come il sole di Franco, è difficile vederlo; ma non è impossibile sentirlo.
E io sogno che ne avvertiate la presenza, oltre che nella riscoperta di un rapporto più personale con lui, anche nel calore di una solidarietà nuova, nel fremito di speranze audaci, nel rischio di scelte coraggiose coltivate insieme.
Ma soprattutto sogno che dalla nostra comunità, da voi ragazzi, si sprigioni un tale sapore di Vangelo, una passione per le grandi cose che ogni cieco di passaggio, poco importa se reso dalle sventure, dal disinganno o dal peccato, fermandosi sul limitare del nostro quartiere, possa dire: "Il Signore, io non lo vedo; ma qui, in mezzo a voi, lo sento".

Buona estate: che sia un'estate dalle matite colorate!
GOD BLESS YOU!
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In quel tempo, uno dei farisei invitò Gesù a mangiare da lui. Egli entrò nella casa del fariseo e si mise a tavola. Ed ecco, una donna, una peccatrice di quella città, saputo che si trovava nella casa del fariseo, portò un vaso di profumo; stando dietro, presso i piedi di lui, piangendo, cominciò a bagnarli di lacrime, poi li asciugava con i suoi capelli, li baciava e li cospargeva di profumo.
Vedendo questo, il fariseo che l'aveva invitato disse tra sé: «Se costui fosse un profeta, saprebbe chi è, e di quale genere è la donna che lo tocca: è una peccatrice!».
Gesù allora gli disse: «Simone, ho da dirti qualcosa». Ed egli rispose: «Di' pure, maestro». «Un creditore aveva due debitori: uno gli doveva cinquecento denari, l'altro cinquanta. Non avendo essi di che restituire, condonò il debito a tutti e due. Chi di loro dunque lo amerà di più?». Simone rispose: «Suppongo sia colui al quale ha condonato di più». Gli disse Gesù: «Hai giudicato bene».
E, volgendosi verso la donna, disse a Simone: «Vedi questa donna? Sono entrato in casa tua e tu non mi hai dato l'acqua per i piedi; lei invece mi ha bagnato i piedi con le lacrime e li ha asciugati con i suoi capelli. Tu non mi hai dato un bacio; lei invece, da quando sono entrato, non ha cessato di baciarmi i piedi. Tu non hai unto con olio il mio capo; lei invece mi ha cosparso i piedi di profumo. Per questo io ti dico: sono perdonati i suoi molti peccati, perché ha molto amato. Invece colui al quale si perdona poco, ama poco».
Poi disse a lei: «I tuoi peccati sono perdonati». Allora i commensali cominciarono a dire tra sé: «Chi è costui che perdona anche i peccati?». Ma egli disse alla donna: «La tua fede ti ha salvata; va' in pace!».
(Dal Vangelo di Luca, cap. 7 vv. 36-50)

Prima scena: la femminilità in gioco.

sinuositChissà quante sere se n'erano andate così! Con un semplice invito a cena: spezzare il pane in compagnia era un gesto quotidiano in terra di Giudea. Come oggi, tra l'altro. Normalmente s'invita a mangiare persone che ti fanno star bene, con le quali condividi sogni, passioni e aneliti. Non s'invitano sconosciuti: magari pur maleducati. Simone il fariseo lo sa: invitando Gesù tratteggia un generoso gesto di ospitalità. E' il suo modo di avvicinarsi a quell'Uomo dal fascino strano. Il motivo di quella "cena di lavoro" rimase nascosto nella penna dell'evangelista: possiamo intuire che, aprendo la porta di casa, desideri perlomeno conoscerlo. Si fa così con tutti gli ospiti. Stavolta, però, l'ospite è d'onore: è un Uomo conosciuto, un personaggio discusso nelle piazze palestinesi. Cosa si fa cena? Si mangia, si beve, si gode della simpatia delle altre persone. Si parla, ci s'arrabatta, s'esplode in risa. Ci si ubriaca, perché nella compagnia la somma dei bicchieri è sempre approssimata per difetto.
Insomma: doveva essere la serata di Simone. Il fariseo!
Gesù, con l'eleganza appresa tra le mura di casa e la bottega di papà, accetta l'invito: si dimostra un signore! Entra e si siede a tavola con gli altri commensali. Guarda che eleganza: non fa commenti e non mostra riserbo o diffidenza. Una serata piacevole, discretamente intima. Per farla breve: Simone lo invita, Gesù accetta l'invito. Gesù a casa sua: pensa che evento!
Ad un tratto la scena si complica: una donna, non invitata, entra in casa. Che sfacciata: come si permette?! Una donna pezzente: intrusa, non farisea, non rabbina, non colta. Una peccatrice rinomata. Lei lo sa, ma sembra non vergognarsi: s'informa dov'è Gesù e va da Lui. Lo vuole incontrare. Infrange le regole del galateo, affronta il rischio del rifiuto, l'incomprensione, il disprezzo, la condanna. Entra con un vaso di alabastro e si accartoccia dietro di Gesù piangendo ai suoi piedi. Come una peccatrice pubblicamente riconosciuta abbia potuto introdursi nella casa di un fariseo rimane un enigma!
Osserva la geometria del suo corpo. Gesù è seduto e sta mangiando: lei è seduta sul pavimento (immagina un cagnolino che si appoggia sulla sedia del suo padrone) in modo da toccare i piedi del Maestro con la testa. Gesù in alto, lei in basso. Cosa fa? Piange, lo guarda, gli parla. Ma il Vangelo non tramanda parole sue. Eppure parla. Non apre bocca! Eppure parla: parla con il silenzio, con il corpo. In quella casa tutti hanno uno scranno su cui poggiare il sedere: lei giace sul pavimento. Tutti sono posti uno in fronte all'altro. Lei sta dietro. Tutti si vedono in faccia. Lei vede solo i piedi di Gesù!
Una donna che si scaraventa in casa senz'invito, per lo meno ha interesse a parlare con il Maestro: almeno qualche parola s'aspetta. Nulla: entrambi rimangono in silenzio. Meglio: parlano senza parlare. Immagina. La donna non riesce a parlare, s'emoziona, piange: per gratitudine, pentimento, amore, commozione? Boh! E il Maestro sembra muto: al pianto risponde con il silenzio. Non cambia posizione: se ne sta inclinato verso la tavola e la donna piange ai suoi piedi. Che immagine tenerissima!
Le mormorazioni dei presenti dicono che col corpo quella donna ci sapeva fare: forse sarebbe bastato interpretare i loro sentimenti per snocciolare il curriculum della donna. Gli arnesi sono gli stessi che impugna sulla strada di notte: usa le mani, bocca e capelli. Nel racconto non apre bocca! Ma inanella quattro azioni attorno ai piedi di Cristo che sono incredibili: li bacia, li bagna di lacrime, li asciuga con i capelli, li unge con il profumo. E Gesù si lascia toccare. Chissà come li avrà accarezzati a lungo, lentamente, ripetutamente, attentamente. Sono i piedi di Gesù! "Da quando è entrata, non ha cessato di baciarmi i piedi". Li bacia perché il bacio è tenerezza e spontaneità, affetto, riconoscenza e amore. E Cristo dalle sue donne accetta i baci! Li bagna con le lacrime. Con le lacrime: che bagnano i piedi ma liberano il cuore di chi lacrima. E bagnandoli è come se riversasse dentro la sua intimità. Le lacrime la sciolgono. Immagina il viaggio di quelle lacrime: sgorgano dagli occhi, scavano solchi nelle guance, toccano il volto di Cristo, lo inzuppano, lo impregnano. Viso e piedi diventano tutt'uno. La donna piange e Cristo piange: piangono entrambi!
Poi continua: li asciuga (con una stoffa di fortuna pensi!)... con i capelli: indecente per i commensali, meraviglioso per Dio. Ti ricordi la donna scapigliata che fa impazzire il suo Amore nel Cantico dei Cantici: "I tuoi capelli sono un gregge di capre che scendono dalle pendici del Galaad" (Ct 4,1). Gesù è sensibilissimo alla bellezza: la fiuta, la cerca, la provoca. Si lascia cogliere dalla bellezza! Quella donna – che nasconde quei piedi nei suoi capelli come un uovo è nascosto dalla farina sul tavolo della massaia – è donna che conosce l'arte d'amare. E di farsi amare e coccolare. E' una donna bellissima! Oltre che esagerata. Li bacia, li bagna, li asciuga. Li profuma...: attento che l'olio non si usa come l'acqua. L'olio è prezioso, costoso, è per le occasioni straordinarie. Per le persone straordinarie. Lei lo usa. Incastra le sue mani tra le dita dei piedi di Gesù: li accarezza, li stringe, li avvita, li tocca. E il profumo entra in quella pelle, la impregna, diventa tutt'uno: il profumo della donna diventa il profumo di Cristo.
Potessimo vedere dal vivo questa scena: questa donna – peccatrice pubblica e rinomata – nascosta sotto la tavola come un cagnolino, avvinghiata ai piedi di Gesù mentre li bacia, li bagna, li nasconde nei suoi capelli per asciugarli e li profuma. Non le si vede il volto: è quasi un cerchio che si chiude in se stesso. E' lì: bassa e china. E lui, il Maestro, l'Invitato, l'Eterno che abbandona lo sguardo dei commensali e li lascia andare su quella tenerezza, si fa conquistare da quell'affetto improvviso e straripante.

Seconda scena: Simone squalifica il Maestro.
nervosismoPazienza la donna: puttana è e tale lo rimarrà. Simone è irritato dall'atteggiamento di Gesù! Dunque, immagina. Inviti uno a cena, prepari tutto bene: perfetto, ricercato, sontuoso. Scegli chi invitare per non sfigurare, metti qualcuno a controllare l'invito alla porta, curi ogni minimo dettaglio. Insomma: tanta fatica, ma almeno per una sera quell'Ospite sarà tutto tuo. Poi si scaraventa in casa tua una donna: non invitata, una di quelle infamanti e ti fa fare brutta figura. Non bussa, non saluta e non guarda in faccia nessuno e si tuffa ai piedi dell'Ospite. Del tuo ospite. Tutto così veloce che non hai nemmeno il tempo di alzarti e dirle: "Scusi,cavolo, dove sta andando? S'accomodi fuori: è casa mia". No: un fulmine che ti lascia sbigottito. A consolazione rimane il fatto che i tuoi amici sanno chi è e, al pari tuo, liquideranno l'imbarazzo: puttana è e tale lo rimarrà. Ma stasera il problema è il Maestro: che Simone prenderebbe a sberle in faccia. Come può gradire i baci e le carezze di una peccatrice? Con tutta quella naturalezza, tra l'altro: come fosse la cosa più naturale del mondo.
Guarda il Vangelo che operazione artistica compie: Simone non pronuncia sillaba, eppure il Vangelo smaschera i suoi sentimenti, i suoi interrogativi: cosa diranno gli altri farisei? Perderò la reputazione, diranno che ho contagiato tutti, che l'ho invitata io, che sapevo tutto, che potevo cacciarla. Un focolaio di sentimenti! Ma, da perfetto fariseo, non l'avrebbe mai esternato in pubblico. Ma cos'avrà visto di scandaloso: ha visto solo una donna che ha toccato Gesù. Forse s'acciglia un po', abbassa leggermente il capo, stringe nervosamente i denti e magari fa un cenno di disapprovazione. E' sufficiente: il Maestro lo accerchia! Questa è onestà: Simone firma la guerra, Gesù combatte.
Che brividi! Simone non ha detto nulla, il Maestro gli dimostra di aver capito le sue parole. Ma non ha detto nulla?! Nemmeno la donna aveva parlato. Per la prima volta l'Accusato prende la parola. Senti la delicatezza: "Simone, avrei una cosa da dirti". E' fenomenale, Cristo: potrebbe difendere la donna o intavolare una discussione sul galateo. Nulla: sceglie di raccontare una storia. Simone gli dice: "Maestro, dì pure". Non fart'ingannare dall'educazione del fariseo: l'originale greco esprime l'impazienza di chi sta accusando. Sarebbe come dicesse: "Sarebbe ora che tu fornissi una spiegazione qualunque del tuo modo di comportarti". Altro che educata attenzione!
E gli racconta una storia.
Ascolta, Simone. Un creditore teneva due debitori. Uno gli doveva 50 denari, l'altro 500 (cinquecento giornate lavorative di un contadino!). Li condona entrambi, poiché impossibilitati a restituire. Chi gli sarà più grato?
Quest'uomo è un genio: parte da lontano per far sì che il fariseo Simone venga distrutto da Simone il fariseo: cioè da se stesso! "Suppongo" (v. 43) Mmm: immagina il cuore di Simone. E Gesù lo invita a fare un salto: dalla storia dei creditori a casa sua. "Vedi questa donna?" Deve vederla la donna, Simone! E questo è quello che succede quando t'accorgi che, preparata tutta la tavola, la tovaglia è rovescia. Hai fretta e provi la magia: togliere la tovaglia senza spostare tutto ciò che ci sta sopra. Non provare il giorno di Pasqua: difficile che ti riesca! A casa di Simone succede questo: la donna, da sotto la tavola, diventa il personaggio principale che fa fare una figura da pollo a Simone. E Gesù gli rinfaccia – con quell'educazione tutta ebraica appresa seduto a tavola con Donna Maria di Nazareth – tutte le sue sviste. Un mitragliatore! Simone ha fatto il bullo e adesso gli si presenta il conto. Ma con elegante raffinatezza: questo è un capolavoro di altissima comunicazione. "Vedi questa donna?" Facile immaginare Simone: avrà risposto "si" a voce bassa, con fare cupo, nervoso. Come a dire: "Smettila, sei a casa mia. Cacciala fuori...". Infatti non risponde. E Gesù lo inchioda facendogli il riassunto della serata: "(Vedi Simone) sono entrato nella tua casa e tu non m'hai dato l'acqua per i piedi; lei invece mi ha bagnato i piedi con le lacrime e li ha asciugati con i suoi capelli." Evvai: uno a zero. Palla al centro: "Tu non mi hai dato un bacio, lei invece da quando sono entrato non ha cessato di baciarmi i piedi." Uno due...goal. Due a zero: palla al centro. "Tu non mi hai cosparso il capo di olio profumato, ma lei mi ha cosparso di profumo i piedi." Difesa allo sbaraglio totale: tre a zero. Fischio finale! Simone se ne sta a testa bassa, forse con il rossore sulle gote perché è intelligente. Senza dirglielo (potenza magistrale di Gesù) gli ha fatto capire che chi non ha rispettato la legge è stato lui. E, soprattutto, lo ha fatto sentire un verme (ma con delicata tenerezza): gli ha spiegato – ma senza dirglielo (capacità dei geni) – che la vera padrona di casa era stata quella donna. Quasi per dire: "Meno male c'è stata lei, Simone. Altrimenti sarei stato a disagio".
Signori e signore, tanto di cappello: questa si chiama eleganza. Partito deciso contro quella donna che considerava peccatrice, si scopre peccatore lui. Non lo accusa direttamente, ma gli dice: "Pure tu, Simone, sei peccatore". Lui non lo sa: si pensava puro, perfetto e santo. Accipicchia: Il suo Ospite – quello per il quale forse aveva preparato pane azzimo, verdura bollita, qualche costina d'agnello e datteri secchi per finire – fa un bocconcino del suo orgoglio (ma con eleganza): "Simone, avrei una cosa da dirti".

Terza scena: il perdono che non conclude
goalImmagina la conclusione. A casa sua – è casa sua! – Simone scompare. Si defila. Si rimpicciolisce gradualmente...quasi per scappare senza che nessuno s'accorga. Tanta è la confusione! Ma il racconto esplode nella sua bellezza dirompente. Quand'era seduta forse non ne indovinava il volto. Quand'era ritta in piedi – forse rialzata da un cenno delle sue mani – Simone venne invitato a guardarla. Adesso arrivano i suoi di occhi. Come una vecchia bilancia che tenta di trovare il bilanciamento dei suoi piatti, lo sguardo della donna s'aggancia a quello del Maestro che le dice: "Ti sono rimessi i tuoi peccati". Seducente. Incantevole. Sublime: le parole non reggono la potenza di quello sguardo! Il Vangelo è incredibile. Non ne risparmia una: defilatosi Simone, il flash va a cercare gli altri commensali. Ti ricordi, vero: stavano cenando! Meraviglioso: "Allora i commensali cominciarono a dire tra sé: "Chi è quest'uomo che perdona anche i peccati?". Uguali identici a Simone: non s'azzarderebbero mai e poi mai a parlare ad alta voce. Ma il microchip del Vangelo li smaschera. E' disastrosa per l'uomo la puntualità evangelica.
Non parlano i commensali. Però parlano. E Cristo non può tacere. Risponde a loro parlando alla donna. Cioè: questa è arte pura. Come quando uno ti sta parlando: lo ascolti ma non lo guardi in faccia. Lo senti ma non ti giri. Lo percepisci ma non vuoi vederne il volto. E quando ti pone una domanda, tu rispondi a lui guardando un'altra persona. "Va in pace: la tua fede ti ha salvata".
Prego, signori: s'accomodi il prossimo!
Piacerebbe a qualche lettore un po' curioso – e tra questi m'annovero pure io – sapere cos'è andato consumato di quella cena che immagino copiosa. Forse poco nulla, dal momento che il profumo delle costicine d'agnello, inzuppate d'olio d'oliva e impreziosite di radicchio, venne sostituito molto presto da quell'alabastro tenuto con devota cura tra le mani della peccatrice.

Conclusione: per non concludere
Sai che ho fatto un sogno? Ho visto sulla cima del Calvario 13 croci tenute unite da uno striscione. C'era scritto: "Se avete tanto piombo, ammazzateci tutti". Tu ricordi tre croci sul Calvario. E hai ragione. Ma sarebbe bastato un gesto di tenerezza per trovarne tredici.
Su Undici, bastava che uno, abbandonando il tepore di quella sala santificata, spalancasse la porta, si tuffasse nelle tenebre, corresse da Giuda, gli tirasse la veste e, ansimante, gli urlasse: "Amico ritorna, il Maestro ti aspetta. Mi manda a chiederti scusa per le sofferenze che stai provando. Ti ricorda che ti vuole bene e ti affida di nuova la sua chiesa nascente". Bastava per un attimo svegliarsi, sbattersi fuori dal cenacolo, per la strada alla caccia di Giuda. Bastava si alzasse uno e Cristo avrebbe lanciato tutta la pattuglia. T'immagini: in molti sulla strada alla caccia di Giuda. Dodici contro uno: una vittoria facile. L'amore di Dodici contro l'astio di uno? Dodici abbracci contro un bacio. Giuda sarebbe caduto in quella rete d'amore, avrebbe smarrito il gelo dell'odio, avrebbe vinto la paura, la vergogna.
E se proprio non fossero riusciti a sciogliere il cuore di Giuda, avrebbero continuato. Sapevano dove andare: alla case del sommo sacerdote. E bussare perché dentro le fiaccole attendevano l'arrivo di Giuda. E così, precedendo Giuda, sarebbero stati gli apostoli a consegnare Gesù. Ma l'indomani si sarebbero fatti crocifiggere con Lui.
T'immagini: tredici croci sul Calvario! Con sotto scritto: "Ammazzateci tutti".
Scusa, ho chiesto troppo: più comodo dire che Giuda è un traditore. Aggiungendoci magari: bastardo.

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In quel tempo, Gesù prese a parlare alle folle del regno di Dio e a guarire quanti avevano bisogno di cure.
Il giorno cominciava a declinare e i Dodici gli si avvicinarono dicendo: «Congeda la folla perché vada nei villaggi e nelle campagne dei dintorni, per alloggiare e trovare cibo: qui siamo in una zona deserta».
Gesù disse loro: «Voi stessi date loro da mangiare». Ma essi risposero: «Non abbiamo che cinque pani e due pesci, a meno che non andiamo noi a comprare viveri per tutta questa gente». C'erano infatti circa cinquemila uomini.
Egli disse ai suoi discepoli: «Fateli sedere a gruppi di cinquanta circa». Fecero così e li fecero sedere tutti quanti.
Egli prese i cinque pani e i due pesci, alzò gli occhi al cielo, recitò su di essi la benedizione, li spezzò e li dava ai discepoli perché li distribuissero alla folla.
Tutti mangiarono a sazietà e furono portati via i pezzi loro avanzati: dodici ceste.
(Dal vangelo di Luca, cap. 9 vv. 11-17)

stancoFa un esperimento. Mettiti sull'altare e prova a dire: "Per Cristo con...". Dopo tre parole la gente subito t'insegue: "con Cristo e in Cristo. A te Dio". Se dici: "Per Cristo nostro Signore" rispondono "Amen". Se dici "Per Cristo Signore nostro" tacciono. All'Agnello di Dio si raggiunge il top: partono alti e finiscono impoltriti. "O Signore (vol.9) non son degno (vol.6) di partecipare alla tua mensa (vol.3)....sarò salvato (non lo pronunciano)". E quasi ti chiedono uno strappo per giungere alla fine. La predica il più delle volte sostituisce il pisolino pomeridiano accompagnato dal karaoke che sostituisce l'organo: l'unico movimento concesso è la spallata al vicino perché russa un po' troppo. E t'impedisce di programmare il pomeriggio. Poi ci si alza e si va alla comunione. Non vorrai mica essere l'unico che non ci va, vero?

"Ricordati!" Non tiene mezze misure o leggeri sinonimi il vecchio condottiero di Dio di nome Mosè. Dice semplicemente: "Ricordati!" E mentre lo senti risuonare nelle pagine dei rotoli sacri, quas'avverti l'eco di quel verbo conosciuto sin da bambino: "ricordati di allacciare le scarpe, di guardare a destra - sinistra prima di attraversare la strada, di salutare prima di uscire dall'aula, di farti il segno della croce prima dei pasti. E poi ricordati di aiutare la nonna, di stendere la biancheria, di lavare le posate, di fare uno squillo appena arrivi a destinazione". Ricordare: il verbo della memoria, del cuore, del pensiero. Lo dice la mamma al bambino, lo dice la nonna alla mamma, lo dice il bambino alla mamma e al papà. Se lo fanno rimbalzare tra di loro i fidanzati. Lo dice Mosè al suo popolo: "Ricordati di tutto il cammino che il Signore, tuo Dio, ti ha fatto percorrere in questi quarant'anni nel deserto" (Dt 8,2) Cioè: non dimenticare mai che i tuoi passi percorrono orme divine, traiettorie celesti, pensieri colorati di cielo. Ricorda per poter crescere, per non abbassarti, per non far inciampare i tuoi passi. Ricorda che eri un popolo di straccioni, un'orda di beduini e Dio t'ha per mano verso la libertà.
A scuola s'imparavano a memoria le poesie di Leopardi, i canti di Dante e gli Inni Sacri del Manzoni. Cioè si ripetevano in continuazione vecchie parole, sogni sbiaditi, concetti stra-usati. I docenti della Scrittura Sacra invitano ad una memoria strana: non una ripetizione del passato. A cosa servirebbe? La memoria nella Bibbia diventa memoriale, cioè il passato non viene snocciolato a vanvera ma è come se capitasse per la prima volta. Cioè tu sei partecipe in presa diretta di un Cristo che cerca nascondiglio nel tuo petto, che s'insinua nei tuoi pensieri, che sveglia il tuo torpore. L'eucaristia! L'emozione di un Dio che ti raggiunge come sei: peccatore e schiavo, menefreghista, codardo e marcio. Sporco, splendido e irriverente. Stupito, stupido o ignavo. Non importa: Cristo entra! A volte sento le mani tremare nell'atto della consacrazione: il gesto massimo del sacerdote. Senti sulle spalle incurvate il peso del divino, la tenerezza della tua debolezza di uomo, la potenza di un mistero inafferrabile. Che ti rapisce liberandoti. Nelle tue mani sporche, il Corpus Domini. A volte mi smarrisco negli occhi di chi s'accosta alla comunione: lo stupore e l'abitudine, l'emozione e l'attesa. La noia, la malinconia e la svogliatezza. "Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno" (Gv 6,51). Peccato che a questo pane ci siamo abituati: cioè non ci dice più nulla. Qualcuno balbetta un amen "in calare", qualcun altro si scoccia del disturbo, qualcuno lo imbocca come una caramella. Qualcuno ci crede davvero e, quasi, lo vedi piangere. Singhiozzare. Vedi una lacrima attraversargli lo sguardo ridente e fuggitivo. Perché questa è l'Eucaristia: lasciarsi andare, afferrare e strapazzare dall'onda di Gesù Cristo. Percorrere sentieri inediti, tracciare percorsi di fantasia, capovolgere i tuoi programmi. Chi celebra l'eucaristia si sente più libero, sa di essere uomo ma non più uomo. Sa di non meritare l'eucaristia – "O Signore, non son degno di partecipare alla tua mensa..." – ma conosce quell'abbraccio che ti fa ripartire, che ti rimette in cammino, che traduce la debolezza in potenza inaudita. Chi crede nell'Eucaristia non sta con le mani giunte, ma tiene le maniche rimboccate. Se la testa è leggermente inclinata non è per deviante misticismo, ma per intraveder nelle fessure strade nuove in cui lanciarsi. Perché nel profumo di quel pane spezzato annusa la forza del sogno. Diventa un insoddisfatto. Un insofferente delle mezze misure. Uno deciso a perdere tutto pur di tentare l'avventura della nudità più povera di fronte a Dio. E quando c'è di mezzo Dio sognare è un dovere. Perché il sogno ti permette di immaginare una realtà diversa, perché impedisce di dormire. Il sogno ti sveglia, ti mette in piedi. Quando nel mondo è accaduto qualcosa di nuovo, è avvenuto grazie a dei sognatori terribili, inguaribili, che si ostinavano ad immaginare una realtà diversa. Nuova. Fuori dalla banalità.
paneM'affascina da sempre la gente che, celebrando l'eucaristia, ha immaginato un modo diverso d'essere uomini. D'essere preti! D'essere liberi: di innalzarsi e abbassarsi, di costruire, distruggere e ripartire. D'essere pazzi per Dio! Può darsi che anche a te, come a me, ti consegnino dei fogli già scritti. E t'invitano a ripeterli all'infinito. Ti fanno capire che la pagina è già stata scritta, che è tutta piena, che non ci stanno più parole. Che è tutto in ordine. Ma tu, se sei uomo eucaristico, butti subito l'occhio sui margini, su quello spazio tutto bianco, vergine, in-usato. Cioè avverti la possibilità di annotare intuizioni, tentare imprese, dissociarsi dallo scritto. I margini sono gli spazi prospettici che ti regala l'Eucaristia: si vive ai margini. Ma si scrive anche ai margini. I poeti annotavano ai margini le loro correzioni. Che perfezionavano e abbellivano i loro testi!
I famosi padri del deserto egiziano ci hanno lasciato una serie di detti e di apologhi spirituali di grande suggestione. In uno di questi si ricorda il gesto stravagante compiuto da uno di loro nei confronti di un discepolo che gli chiedeva quanto intensa dovesse essere l'unione con Dio. Il maestro l'aveva fatto scendere nel Nilo e gli aveva schiacciato la testa sott'acqua. Quando, ormai disperato, il discepolo era riuscito ad emergere si era sentito apostrofare così: "Che cosa hai desiderato di più in questi istanti terribili?". "L'aria" – rispose naturalmente il discepolo. "Ebbene – concluse il maestro – devi desiderare la comunione con Dio con la stessa intensità con cui hai bisogno dell'aria che respiri".

L'eucaristia. La celebro all'alba, appena i sogni cedono il posto ai primi passi. E' un'esigenza, una passione, un'emozione. Salutiamo il sorgere del sole assieme. Io e Lui: il Gigante e il bambino. La perfezione e il peccato. L'orgoglio e la misericordia. Inginocchiato, con le mani tese a consacrare, i piedi tremanti avverto il profumo del Pane entrare nella pelle. Il sapore del rischio. L'avventura della libertà.
Quando esco mi sembra di volare. O di correre. O di camminare.
Che voglia matta d'accendere il mondo!

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