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paroladidio1.jpgDal Vangelo di Matteo 22,15-21
In quel tempo, i farisei se ne andarono e tennero consiglio per vedere come cogliere in fallo Gesù nei suoi discorsi.
Mandarono dunque da lui i propri discepoli, con gli erodiani, a dirgli: «Maestro, sappiamo che sei veritiero e insegni la via di Dio secondo verità. Tu non hai soggezione di alcuno, perché non guardi in faccia a nessuno. Dunque, di' a noi il tuo parere: è lecito, o no, pagare il tributo a Cesare?».
Ma Gesù, conoscendo la loro malizia, rispose: «Ipocriti, perché volete mettermi alla prova? Mostratemi la moneta del tributo». Ed essi gli presentarono un denaro. Egli domandò loro: «Questa immagine e l'iscrizione, di chi sono?». Gli risposero: «Di Cesare».
Allora disse loro: «Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio».

Dal libro del profeta Isaia 45,1.4-6
Dice il Signore del suo eletto, di Ciro:
«Io l'ho preso per la destra,
per abbattere davanti a lui le nazioni,
per sciogliere le cinture ai fianchi dei re,
per aprire davanti a lui i battenti delle porte
e nessun portone rimarrà chiuso.
Per amore di Giacobbe, mio servo,
e d'Israele, mio eletto,
io ti ho chiamato per nome,
ti ho dato un titolo, sebbene tu non mi conosca.
Io sono il Signore e non c'è alcun altro,
fuori di me non c'è dio;
ti renderò pronto all'azione, anche se tu non mi conosci,
perché sappiano dall'oriente e dall'occidente
che non c'è nulla fuori di me.
Io sono il Signore, non ce n'è altri».

Dalla Prima Lettera di San Paolo Apostolo ai Tessalonicesi 1,1-5b
Paolo e Silvano e Timòteo alla Chiesa dei Tessalonicési che è in Dio Padre e nel Signore Gesù Cristo: a voi, grazia e pace.
Rendiamo sempre grazie a Dio per tutti voi, ricordandovi nelle nostre preghiere e tenendo continuamente presenti l'operosità della vostra fede, la fatica della vostra carità e la fermezza della vostra speranza nel Signore nostro Gesù Cristo, davanti a Dio e Padre nostro.
Sappiamo bene, fratelli amati da Dio, che siete stati scelti da lui. Il nostro Vangelo, infatti, non si diffuse fra voi soltanto per mezzo della parola, ma anche con la potenza dello Spirito Santo e con profonda convinzione.



Siediti. Rifletti. Condividi.
Lo sciocco ha un grande vantaggio sull'uomo di Dio: è sempre contento di se stesso. Senti questa.
Una volta un cane uscì sull'aia e cominciò ad abbaiare alla lune. "Vattene! - gridò rivolto al satellite - mi infastidisce il tuo chiarore che m'impedisce di dormire". Continuò ad abbaiare, convinto di mettere paura alla luna. Di lì a poco un fiato di vento spinse una nuvola a coprire la faccia della luna. Allora il cane, tronfio e appagato, rientrò nel canile dicendo: "Alla fine ce l'ho fatta a liberarmi da quella luna importuna".
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"Polvere alle porte di Damasco"

(Atti degli Apostoli, 9, 1-22)

Paolo di TarsoSaulo, sempre spirante minacce e stragi contro i discepoli del Signore, si presentò al sommo sacerdote, e gli chiese delle lettere per le sinagoghe di Damasco affinché, se avesse trovato dei seguaci della Via, uomini e donne, li potesse condurre legati a Gerusalemme.
E durante il viaggio, mentre si avvicinava a Damasco, avvenne che, d'improvviso, sfolgorò intorno a lui una luce dal cielo e, caduto in terra, udì una voce che gli diceva: "Saulo, Saulo, perché mi perseguiti?" Egli domandò: "Chi sei, Signore?" E il Signore: "Io sono Gesù, che tu perseguiti". Egli, tutto tremante e spaventato, disse: "Signore, che vuoi che io faccia?" Il Signore gli disse: "Àlzati, entra nella città e ti sarà detto ciò che devi fare". Gli uomini che facevano il viaggio con lui rimasero stupiti, perché udivano la voce, ma non vedevano nessuno. Saulo si alzò da terra ma, aperti gli occhi, non vedeva nulla; e quelli, conducendolo per mano, lo portarono a Damasco, dove rimase tre giorni senza vedere e senza prendere né cibo né bevanda.
Or a Damasco c'era un discepolo di nome Anania; e il Signore gli disse in visione: "Anania!" Egli rispose: "Eccomi, Signore". E il Signore a lui: "Àlzati, va' nella strada chiamata Diritta, e cerca in casa di Giuda uno di Tarso chiamato Saulo; poiché ecco, egli è in preghiera, e ha visto in visione un uomo, chiamato Anania, entrare e imporgli le mani perché ricuperi la vista". Ma Anania rispose: "Signore, ho sentito dire da molti di quest'uomo quanto male abbia fatto ai tuoi santi in Gerusalemme. E qui ha ricevuto autorità dai capi dei sacerdoti per incatenare tutti coloro che invocano il tuo nome". Ma il Signore gli disse: "Va', perché egli è uno strumento che ho scelto per portare il mio nome davanti ai popoli, ai re, e ai figli d'Israele; perché io gli mostrerò quanto debba soffrire per il mio nome".
Allora Anania andò, entrò in quella casa, gli impose le mani e disse: "Fratello Saulo, il Signore, quel Gesù che ti è apparso sulla strada per la quale venivi, mi ha mandato perché tu riacquisti la vista e sia riempito di Spirito Santo". In quell'istante gli caddero dagli occhi come delle squame, e ricuperò la vista; poi, alzatosi, fu battezzato. E, dopo aver preso cibo, gli ritornarono le forze. Rimase alcuni giorni insieme ai discepoli che erano a Damasco, e si mise subito a predicare nelle sinagoghe che Gesù è il Figlio di Dio. Tutti quelli che lo ascoltavano si meravigliavano e dicevano: "Ma costui non è quel tale che a Gerusalemme infieriva contro quelli che invocano questo nome ed era venuto qua con lo scopo di condurli incatenati ai capi dei sacerdoti?" Ma Saulo si fortificava sempre di più e confondeva i Giudei residenti a Damasco, dimostrando che Gesù è il Cristo.

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"Anno Zero"
Anno zero: non quello di Michele Santoro, Margherita Grambassi e Marco Travaglio. L'anno zero quello vero: cioè l'anno zero della storia. La ferita della storia. La spaccatura, il fastidio, la scocciatura. Prima di quell'anno: promesse, profezie, attese, sogni, aneliti, speranza. Dopo quell'anno: sangue, martirio, sudore, fatica, piedi, polvere, incontri. In quell'anno: un fiore, un sogno, una mano. A tentare la somma di prima+dopo+mezzo emerge un'accozzaglia totale.
Ti ho portato una foto da Efeso. Guarda: c'è una casa. C'è una donna. C'è malinconia. Lei è donna Maria Nazarena, ricamatrice di cielo nella bottega di paese. In mano c'ha un album: cioè una somma di volti. Giacomo di Zebedeo, il figlio del tuono, il primo ad essere stato ammazzato di spada da Erode. E' rimasto solo il ricordo del fratello che, nelle notti d'inverno, ne parla al calore del focolare. Poi Andrea, chiamato alle quattro di un pomeriggio indimenticabile. Bartolomeo, l'uomo trasparente, l'israelita senza inganno pizzicato sotto il fico. Poi scorticato in Armenia. Giuda Taddeo, Giacomo di Alfeo, Simone lo Zelota, Matteo-Levi: partiti con biglietto di sola andata. Con in tasca, forse, un ciottolo del lago, un ciuffo d'erba del monte, un calcinaccio del sepolcro vuoto. Una certezza: "Avrete forza dallo Spirito Santo e mi sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e fino agli estremi confini della terra" (At 1,8) Poi Filippo, Tommaso. Giuda.
Guarda quest'altra foto. Anzi: costruiscila con l'immaginazione. Hai mai osservato una tribù di formiche che s'appropria di una casa? Eccole sul focolare. La donna non lascia più cibarie lì e le mette sul tavolo. E loro fiutano l'aria e danno l'assalto al tavolo. La donne le mette nella credenza e loro passano dalla serratura della credenza. La donna appende al soffitto le sue provviste e loro fanno un lungo cammino lungo le pareti e i travicelli, si calano per la fune e mangiano. La donna le brucia, le scotta, le avvelena. E poi sta tranquilla convinta di averle distrutte. Oh! Se non vigila, ecco la sorpresa!
Identica sorte sotto il cielo di Galilea. Il giorno della chiamata li consideravano idioti. Il giorno della Croce li applaudirono falliti. Il giorno di Pentecoste li videro sformati. Trasfigurati. Li videro correre, scappare, urlare. Piantare, sradicare, progettare. Sognare, pregare, piangere. Abbracciarsi, allontanarsi, ritornare. Salutare, sbattere, innamorarsi. Imprigionati, liberi, fugaci. Indomiti, inarrestabili, pericolosi.
Un casino boia per le strade. Sembrava iniziata una caccia al tesoro: al contrario, però. Non c'era un tesoro da trovare. Ma dovevano trovare più persone possibili cui mostrare il tesoro che avevano trovato.

Saulo sbaglia i conti
Un uomo non aveva capito che gli uomini tutti, principi o scopini, visti dall'alto sono dei puntini. Non sapeva che l'aria d'importanza regala un diploma d'ignoranza. O meglio - come dice un proverbio cinese - "il gallo canta, ma è la gallina che mantiene le promesse".
La gente che lo ha visto crescere lo conosce come Shaul. Un nome, un mito: sulla sua nascita il ricordo del grande re Saul, primo re d'Israele. Origini e formazioni orgogliose: ebreo di origine controllata, figlio di ebrei, circonciso l'ottavo giorno, alunno di Gamaliele - un'autorità nelle scuole del tempo -. Una cultura ellenistica immensa, conoscenza sublime della greca lingua e quell'arte retorica che riempie la sua bocca. Un geniaccio: parlando usa immagini sportive e militari, cita poeti e filosofi del suo tempo, conosce a menadito le 613 prescrizioni della Legge. E' sposato. Padre.
Una convinzione l'ha reso vincente, perdente, santo: odiava i cristiani. Li voleva morti. Li cercava, li stanava, li bruciava. Li sgozzava. Ci gioiva. Un leone inferocito, un tagliateste convinto, una bestia impazzita. Passava e faceva disastri, seminava il panico, squartava chi osava contrariarlo. Senti cosa scrive di suo pugno anni dopo: "Udiste infatti il mio modo di comportami un tempo nel giudaismo: perseguitavo oltre ogni limite la chiesa di Dio e cercavo di distruggerla" (Gal 1,13-14). Oltre ogni limite: senti che velocità! Eppure pensa che l'intento era bello: difendere la causa di Dio, proteggere la Verità, custodire la Bellezza. Vedessi come lo faceva: ci metteva l'anima, l'intelligenza, la passione di un cuore infuocato, convinto, smisurato. Ma quello che stava succedendo a Gerusalemme lui non lo accettava. Lo squaternava. Lo faceva starnutire e imbestialire. La scena era esplosa anni prima nella città di Gerusalemme - sempre là, l'epicentro di ogni birbantata - dentro una delle tante sinagoghe dove si radunavano i giudei. Shaul la scena ce l'ha stampata davanti: di una violenza inaudita e inattesa. Un ragazzo chiamato Stefano, le sue parole azzardate contro la legge e il tempio. La spavalderia convinta che l'animava. E poi l messaggio: il Messia morto in croce. Ma si può essere intelligenti e imbecilli allo stesso tempo? La fine era scontata: l'accusa, la sentenza, la lapidazione. E quel mantello, strappato al sanguinante Stefano, gettato ai piedi di un giovanetto, Saulo.
Profezia? Casualità? Segnale stradale?
Intanto questi continuavano a creare disordini. Se il Vangelo fosse stato un tumore oggi diremmo che la metastasi si stava diramando impazzita. A Gerusalemme le autorità avevano tagliato drasticamente. Tolleranza zero. Ma fecero il gioco della massaia con le formiche. Questi prendono e accendono fuochi fuori della Giudea. E' il gioco della vecchia pubblicità Zucchetti: l'idraulico tappa un buco e se ne aprono due. Due chiusi e cinque aperti. Cinque chiusi e tredici che perdono. Pensa che nervoso...! Il Sinedrio se ne inventa un'altra. La massaia sposta le cibarie, il Sinedrio manda degli emissari con un "mandato di cattura". Tra gli emissari un certo Shaul.
La ferocia sul volto, la sete di vendetta, il coltello in mano. La Legge nella mente. In lontananza vede le mura di Damasco: l'effetto di una droga. Energie che s'ingigantiscono, rabbia che monta decuplicata, spirito acceso. Vuole sangue, vendetta, morti. Nevoso, agitato, mandato. Il sole altissimo, la luce accecante, la città che s'avvicina, le dita pronte.
Il sole si spegne. Il volto a terra. Polvere.

scrivere_100x100.jpg Lo scrittore greco Plutarco racconta che il barbiere domandò al re Archelao: "Come ti debbo tagliare i capelli?". Archelao rispose: "Tacendo".
Senti questa. Roma, Despar di via Monte del Gallo. Vicino casa mia. Un papà esce dal supermercato con una borsa stracarica di ogni ben di Dio. Pane, speck, coca-cola, nutella, ringo, baiocchi, pringle. E poi ciucetti, chewing, yogurt. Ananas, banane e pesche. Caramelle, pane e formaggio. Succhi, integratori, chipster. Gomme da masticare, da cancellare, da attaccare. 25,4 cm di scontrino fiscale. La borsa minaccia di sfracellarsi a terra. Il bambino di sei anni gli scodinzola dietro. Stufo e insoddisfatto. "Ma cosa vuoi di più - gli chiede il padre scocciato - T'ho preso cartella, pennarelli, gomme profumate, lecca lecca. Cosa vuoi che ti prenda ancora". Il bambino gli disse tutto d'un fiato: "Prendimi per mano, papà".
Fa attenzione. Perché l'uomo è fragilissimo. Ti mostra una faccia, ma quello che nasconde è tutta un'altra musica. Si mostra spaccone, persecutore, inavvicinabile. Scontroso, maldestro, figo. Altezzoso, esuberante, massacratore. Poi scopri che ha fame di un abbraccio. Di un pezzo di pane. Di un amico. Di una casa da abitare. Di una parola. Di un gesto. Di un silenzio. Di un padre. L'uomo ha fame di profumo. Quello del cielo, dell'acqua, dell'erba, del legno. Di casa, della polenta, di un cuore. Guarda che l'uomo ha paura: ma non te lo vuol dire. Si vergognerebbe, s'arrosserebbe, piangerebbe. Aiutalo!
(Fango, Jovanotti 2008)
Ha ragione Jovanotti: oggi l'unico pericolo è quello di riuscire più a sentire niente. Il profumo dei fiori, l'odore della città, il suono dei motorini, il sapore della pizza. Le lacrime di una mamma, le idee di uno studente, gli incroci possibili in una piazza. E poi il battito di un cuore dentro al petto, la passione che fa crescere un progetto, l'appetito, la sete, l'evoluzione in atto, l'energia che si scatena in un contatto.
Dio spegne la luce. Un calcio sul di dietro e ti stramazza a terra. Muso nella polvere. Non riuscendo a fare di noi degli umili, è costretto a fare degli umiliati. Ti fa sentire un verme: nulla, piccolo, menomato. Ti fa provare nostalgia. Con una bocciatura, con una delusione, con un lutto. Con una caduta, un sogno, una telefonata. Una sberla, un urlo, uno spavento. Perché tu sei invincibile: vuoi arrivare a Damasco, pensi di spaccare il mondo. Farai tutto: ma non come vuoi tu. Non con i tuoi vestiti. Stranissimo Dio: non parla, agisce. Le persone intelligenti parlano per esperienza. Quelle ancor più intelligenti, per esperienza non parlano.
Non parlano. Ma quando ti svegli scopri che t'hanno messo a terra. Che non ci vedi. Che il tuo mondo è stato smantellato.


Polvere. Incontro. Provocazione.
Incidente? Di più. Imboscata? Di più. Scontro violento all'incrocio? Più o meno. Un terribile impatto? Di più. Uno squarcio interiore. Damasco è sullo sfondo: le mura silenziose, i drappi sulla merlatura, le sentinelle sveglie e silenti. Le chiacchiere, il mercato, gli ambulanti. Clacson, canti, trambusto. Damasco è sullo sfondo: Shaul non arriva a Damasco. Steso a terra, inerme, arrestato. "Saulo, Saulo, perché mi perseguiti?" (At 9,5). Beccato in eccesso di velocità. A 300 km/h non basta una paletta per arrestare un pilota impazzito! Occorre rischiare la morte, il frontale, la sparatoria. "Saulo, Saulo, perché mi perseguiti?" E lui, con il muso nella polvere. Un cieco che balbetta: "Chi sei, o Signore?" (9,5). "Io sono Gesù, che tu perseguiti". Chissà se, muso nella polvere, avrà rimembrato le parole di Gamaliele, maestro fariseo, quando alzatosi nel sinedrio disse: "Non occupatevi di questi uomini e lasciateli andare. Se infatti questa teoria o questa attività è di origine umana, verrà distrutta; ma se essa viene da Dio, non riuscirete a sconfiggerli". E arrotolò il discorso dicendo: "non vi accada di trovarvi a combattere contro Dio" (At 5,38-39) Paolo: non t'accada di trovarti a combattere contro Dio. Se poggi l'orecchio sull'uscio del Vangelo, sembra quasi d'avvertire il colpo brutale. Anni dopo scrisse: "Io sono stato afferrato da Cristo" (Fil 3,12). Afferrato come si ghermisce una preda: con violenza, senza possibilità di risposta, un colpo da KO. "Afferrato": agguantato, braccato, preso, catturato, beccato, sequestrato. C'è un po' di animalesco in questo verbo! E Damasco è lontana. La polvere e le stelle a confronto: silenzio tutt'intorno. Dov'è l'arte retorica, le immagini sportive e militari, le citazioni di poeti e filosofi, la cultura? Un autore ignoto dice di Paolo: "Ecco Paolo: un uomo piccolo di statura, tozzo, con le gambe arcuate, la testa calva, le sopracciglia folte e congiunte, il naso un po' sporgente" (Atti di Paolo e di Tecla, II secolo). Gliel'aveva detto Gamaliele: mai mettersi contro Dio. Cristo sa che il momento giusto per colpire è proprio quando il nemico si sta strofinando le mani.
Damasco è lontana, ma una voce lo butta dentro: "Orsù" - cioè "muoviti, non fare la vittima, reagisci, svegliati, smettila". - "Orsù, alzati, entra nella città e ti sarà detto ciò che devi fare" (9,6). Ma prima di alzarsi Luca, il compositore di questo diario, annota: "Gli uomini che facevano il cammino con lui s'erano fermati ammutoliti, sentendo la voce ma non vedendo nessuno". Sentono ma non vedono. Oppure vedono ma non sentono. Hanno occhi ma non vedono. Non sentono, eppure hanno orecchi. Vecchi echi di Vangelo! E Saulo? Infognato col muso nella polvere s'alza. Sembra un bambino spaurito in piena notte. Si strofina gli occhi. Sembra di non vederci. Strofina più forte: non ci vede. Si gratta: è cieco. Non può vederci: deve entrare a Damasco prima. Poi si vedrà. Voleva entrarci di corsa e ammazzare. Guarda come entra: guidato per mano (come s'addice al non vedente), in maniera lenta, col bottino dello sconfitto. E per tre giorni: stop. Niente vista, niente cibo, niente bevande.
Impossibile rimanere latitanti quando s'è braccati dal Cielo. C'ha provato Shaul. Risultato: non solo perdente. Ma cosciente che nessuno esce indenne dall'incontro con Lui. A Damasco ci entrerai: ma non come vuoi tu!
Perché tra i sogni e la realtà c'è sempre uno strato di polvere.
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La sincerità erronea di Anania
A Damasco era giunta notizia dell'arrivo di Shaul. Unita, probabilmente, ad una buona dose di terrore. O, perlomeno, d'angoscia. Problema fu chenon arrivò Shaul, ma Paolo. Sempre per quello strano scherzetto dell'Uomo della Croce che ama passare il tempo confondendo e giocando coi nomi! Me l'immagino la gente del mercato: lo vedono, sotto sotto ridono, mormorano, commentano, insinuano. Lo spiano. Tra questi forse anche Anania. Il nome è strano ma la professione è chiara: discepolo. Sul suo capo si spacca una visione: "Àlzati, va' nella strada chiamata Diritta, e cerca in casa di Giuda uno di Tarso chiamato Saulo; poiché ecco, egli è in preghiera, e ha visto in visione un uomo, chiamato Anania, entrare e imporgli le mani perché ricuperi la vista". Vecchia volpe Anania. Operaio della prima ora anche lui vorrebbe uno stipendio diverso. Da anni sgobba, lotta, difende la Novella Buona. Conosce Paolo. Vorrebbe conoscerlo meglio dell'Altezze: "Signore, ho sentito dire da molti di quest'uomo quanto male abbia fatto ai tuoi santi in Gerusalemme. E qui ha ricevuto autorità dai capi dei sacerdoti per incatenare tutti coloro che invocano il tuo nome". Anania è contento, s'è sfogato. Cambiato qualcosa? Certamente: Anania capisce che far cambiare idea a Dio è impossibile: "Va', perché egli è uno strumento che ho scelto per portare il mio nome davanti ai popoli, ai re, e ai figli d'Israele; perché io gli mostrerò quanto debba soffrire per il mio nome". Come dire: parti o no? Non è difficile immaginare il gioco di sguardi. Anania: "Sei matto, Signore. Pensaci. Fa' il bravo. Credimi. Lascia perdere. Sbagli mira. Scegli l'altro". E dietro le stelle l'Altro: "Parti, Anania. Smettila. Convertiti. Fidati. Ubbidisci. Ricrediti. Svegliati. Stupisciti. Ungilo!"

scrivere_100x100.jpg Che fatica essere peccatori oggi, ragazzi! Che fatica essere deboli. Che fatica essere bambini. Che guaio: nessuno ci ascolta, nessuno ci da importanza, tutti hanno qualcosa da insegnarci, da comandarci. Ci dicono: "Quando cambierai, quando crescerai, quando smetterai, quando sarai, quando avrai, quando tornerai, quando verrai". Domani, sempre domani. Solo domani. No, signori! Il nostro nome non è "domani". Il nostro nome è "Adesso". Tu puoi aspettare, vuoi aspettare. Ti prendi il lusso di temporeggiare. Perché ti credi qualcuno: cioè hai il cervello fuori fase. Cristo no! Lui scommette, rischia, s'azzarda. Ha coraggio, stima e passione per l'uomo. Ha occhi dis-umani. Come quel giorno in cui Gesù s'incontrò in aperta campagna con un gruppo di uomini che stavano osservando la carogna di un cane. Ognuno diceva la sua contro quel residuo di animale: "Schifoso, puzzolente, riluttante". Arriva Gesù, sente tutti e, finalmente, interviene: "Però guarda che bei denti".
Oggi il vero miracolo è continuare a sperare quando tutti dicono che non c'è più nulla da sperare. Sperare contro ogni speranza. Nulla è perduto: bisogna crederci. Andare oltre. Smetterla di piangersi addosso. "Ho le orecchie a punta": però sei capace di ascoltare. "Ho le mani screpolate": però sai lavorare il legno. "Sono bruttissimo": però sei simpatico, miseria. "Mi dicono tutti che sono un orso": però hai bisogno di tenerezza. "I miei genitori sono degli animali": però, cavolo, guarda come ti amano.
L'aveva intuito Martin Luther King quando scrisse: "Se non puoi essere un pino sul monte, sii una saggina nella valle, ma la migliore saggina del ruscello. Se non puoi essere un albero, sii un cespuglio. Se non puoi essere un'autostrada, sii un sentiero. Se non puoi essere un sole, sii una stella. Sii sempre il meglio di ciò che sei. Cerca di scoprire il disegno che sei chiamato ad essere. Poi mettiti con passione a realizzarlo nella vita".
Gli altri? Fregatene! Cristo ha bisogno della tua debolezza. Dei tuoi limiti. Delle tue incapacità. Fregatene e accetta la scommessa: nemmeno con Paolo ha fallito quella volta.

Anania lo tocca. Cadono le squame, ricupera la vista, viene battezzato. Pure lui diventa  formica che innervosisce la massaia. Se lo trovano lungo le strade (per terra o per mare non importa), accanto alle carovane dei commercianti, alle legioni dei romani. Nelle sinagoghe dove prende la Parola, spiega la Scrittura, offre letture abbaglianti e scomode. Nelle piazze dove la gente firma gli affari, ascolta le ultime novità. Negli areopaghi dove l'elite si raduna per discutere. Nelle prigioni che lui trasforma in aule di cristianesimo. Nelle case dei credenti dove spezza il pane e la Parola sin quasi al sorgere dell'alba. Spazia dall'ebraico al greco. Dal greco al latino senza disinvoltura. Confonde la gente: "Ma costui non è quel tale che a Gerusalemme infieriva contro quelli che invocano questo nome ed era venuto qua con lo scopo di condurli incatenati ai capi dei sacerdoti?" (9,21) Quello che un tempo era tagliatore di teste ora è maestro di una scuola nuova. Infiamma la gente, la scuote, l'incita. Conquista, affascina e convince. Lo seguono in tanti: Andronico e Giunia di Roma, Apollo di Alessandria, Aquila e Priscilla di Corinto (espulsi da Roma), Aristarco della Macedonia, Barnaba di Tarso. E poi Dema, Epafra di Colossi, Epafrodito di Filippi. Erasto, Filemone e Giasone. Giovanni Marco, Lidia e Luca. Onesiforo, Onesimo e Silla. Stefano, Tichico e Timoteo. Tito e Trofimo. Coinvolgeva e si faceva coinvolgere perché ormai l'aveva capito pure lui: ultimo di una serie sconfinata di casi. Impossibile rimanere latitanti quando pende un mandato di cattura dall'alto.

Damasco, città dell'uomo
Una volta una grande fabbrica di scarpe mandò in Africa due impiegati in cerca di nuovi mercati. Dopo qualche tempo telefonano. Uno disse: "Nessuna possibilità: qui nessuno porta scarpe". L'altro scrisse sul referto: "Enormi possibilità! Qui nessuno ha scarpe".
Il Paolo dei pessimisti: che rincorre, afferra e sgozza. Ma anche il Paolo degli ottimisti: che piange, accarezza, emoziona. Il Paolo che odia, giudica, spara. Ma anche il Paolo sedotto, tenerissimo, materno. Il Paolo intrattabile, irascibile, nervoso. Ma anche il Paolo semplice, della porta accanto, discreto. Paolo e la sua testa: testa nella polvere sulla piana di Damasco. Testa tagliata nella Roma da evangelizzare. Il Paolo tutto Legge. Il Paolo tutto Gesù.
Perché non sono le idee ma gli incontri che cambiano la vita.
Soprattutto se l'incontro avviene con il muso nella polvere. E a tenerti premuto il capo è il Signore amante della Vita.
Fatica rialzarsi con la stessa faccia!
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Nel paese delle parabole, in questa città immaginaria creata da Gesù di Nazareth sbocciano le meraviglie, germoglia la parte della vita di Cristo che più affascina, intristisce, incuriosisce. Qui abitano i fantasmi del suo pensiero, le trame, gli uomini e le storie che ha inventato. Qui, come nelle vecchie favole d'un tempo, può parlare con tutti: anche con la pecora, anche con la rete da pesca, i fili della zizzania, le perle e le monete, con le cinque fidanzate stolte che si son addormentate nel gran profumo notturno, con i prati di trifoglio lucidati dal vento, con le nuvole che scendono a impigliarsi nei faggi, con il cammelliere, la vedova e il ragazzo delle lentiggini.
Una parabola mi piacerebbe ascoltare dal vivo. L'unica parabola raccontata senza la gioia di giocare con le parole, di tessere ricami, di ammansire di dolcezza. Raccontata con uno sgomento che solo una madre, fosse stata rannicchiata a quei piedi esausti, avrebbe colto. C'è profezia, forse perché in quel cuore così aggrappato alla dolcezza di quei giorni, s'illuse che quella favola gli salvasse la vita.
"Un uomo piantò una vigna...". Pesca nell'antichità Gesù... va ad agganciare il filo della sua memoria allo splendido passo cantato dal profeta Isaia nella prima lettura. Gesù e i suoi vignaioli: una storia di diversa eleganza, di opposta bellezza, di drammatica opposizione. Nelle loro mani... i loro sogni! Il padrone ha le mani che operano con efficacia: la sua vigna... l'aveva vangata, sgombrata dai sassi, piantato viti scelte, costruito una torre, scavato un tino. I suoi vignaioli hanno mani ladre (non consegnano il frutto al padrone), invidiose e omicide.
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"Da ultimo mandò loro il proprio figlio dicendo: avranno rispetto di mio figlio!". Gesù pensa tra sé prima di mandare il suo Figlio. I vignaioli riflettono tra di loro su quel Figlio. Tutti e due, padrone e mezzadri, si rendono conto della qualità speciale di quel Figlio: si tratta del Figlio stesso del padrone. "Egli spettò che producesse uva, ma essa fece uva selvatica" - anticipa millenni prima l'occhio lungimirante di Isaia. E i vignaioli avverano quell'anticipazione: "Costui è l'erede. Uccidiamolo, e avremo noi l'eredità". E' la sorte dei giusti, è la sorte dei profeti, è la destino atroce ma fecondo di chi s'accorge che profezia è rivolta non conformismo, è gridare quando tutti tacciono, è piangere quando tutti ridono. E' aspettarsi rovina quando tutti gridano "pace e sicurezza" (1 Ts 5,3). L'ira di Dio è l'aspetto più scandaloso della rivelazione biblica, quello che cerchiamo ogni volta di eludere.  Dio si mette dentro ad un fiume di continuità: è il destino di tutti i profeti. Non è estraneo alla storia dei giusti, ma le ha dato un significato rivivendola e ripetendo il loro martirio. Ma il Dio dell'ira e il Dio di tenerezza e di pietà sono l'unico Dio, quel Dio che si è manifestato a noi con scoppi di pianto, di amore e di gelosia. E' proprio la folle scelta di quest'amore per l'umanità a condurre Dio nel gorgo dell'ira negli ultimi giorni. Proprio perché nascosto dentro la compassione, Dio può, ad un certo punto, ribollire di collera.
La bontà delicatissima di Dio, l'infedeltà ignobile e misera dell'umanità. Ci sarà un momento in cui le spade verranno trasformate in vomeri (Is 2,4), ma ve ne saranno anche altri - ci ricorda il profeta Gioele - in cui è necessario che le zappe diventino spade e le falci lance (Gl 4,10).
Ma non è la fine... perché Dio possiede il segreto arcano di ricominciare. Sempre. Ad ogni istante. "Vi sarà tolto il Regno di Dio e sarà dato a un popolo che lo farà fruttificare". Chi altri? Non noi. Chissà chi. Chissà dove. Forse a chi non lo conosce, non lo incensa e neppure lo nomina. Ad altri nelle cui mani la vigna diventi una cosa immensa e gloriosa: un regno. Lo nasconderà nelle mani del mercante entusiasta, lo darà alla donna che sa far lievitare la sua pasta, lo darà all'uomo che confida nel granello di senapa. Farà proprio così, perché questo è il profumo della speranza che pervade tutta la Scrittura: Dio deve intervenire attraverso un gesto forte, improvviso e risolutivo. Ma fino a quel giorno la fede altro non sarà che una ferita aperta, un grido lancinante, un'invocazione povera e nuda.
E anche il tema del giudizio finale passeggia tra le righe della parabola raccontata da Gesù Per questo diventa un ammonimento. Dio è fedele, il suo amore è paziente, ma conosce anche la verità: i contadini cono puniti e la vigna passa ad altri. Il giudizio finale mostra che Dio tiene in considerazione altissima la responsabilità dell'uomo perché la pazienza di Dio non cancella tutta la potenza della libertà dell'uomo. Ma anche qui, Gesù di Nazareth, svela il suo volto di profeta di speranza. L'ultima parola non è la minaccia, ma la speranza: "La pietra che i costruttori hanno scartata è divenuta testata d'angolo". Non verrà distrutta la vigna, non cesserà di essere a disposizione dell'uomo. Ci sarà un cambio di gestione... perché quel Padrone sogna che quella terra sia lavorata da mani desiderose di renderla un capolavoro di bellezza: "La terra darà frutti, diecimila per uno. Ogni vite porterà mille tralci, ogni tralcio mille grappoli, ogni grappolo mille acini, ogni acino spremerà centinaia di litri di vino" (Apocalisse siriana di Baruc).
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Perché tutte queste storie, Gesù? Queste storie - sembri rispondere - che tu uomo ricordi circonfuse in un alone di dolcezza, sono state maledizioni e sfide. Ai benpensanti, agli aridi, agli oppressori, ai farisei di tutte le pelli. Fa ancora il giro del mio paese. Guardali in faccia. E' contro il loro peccato che mi sono battuto, che mi batto, che mi batterò fino alla fine dei tempi.
Guardali in faccia. Sui loro volti ho nascosto la soluzione di mille tuoi affanni, le loro storie hanno anticipato la tua. Vignaioli e mercanti, vergini sagge e fattucchiere, contadini e pezzenti, pescatori e dottori... tutti disturbati per parlare di te. C'è tutto...

Ti ho regalato tutte le risposte.
Ma tu, caro uomo, tieni ancora la domanda?
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