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Compiti per casa. Leggere e confrontare queste due opinioni per meglio comprendere finalità e differenza nell'uso della Parola.

a) Al drammaturgo americano Edward Albee (Chi ha paura di Virginia Woolf) venne chiesto una volta quali effetti si attendesse dai suoi drammi. La risposta fu scioccante per il suo sarcasmo: "Vorrei impressionare e coinvolgere gli spettatori al punto che, uscendo barcollando dalla rappresentazione, si facciano quasi travolgere dalla prima auto che passa".
b) L'Isaia profeta - rammentato dal Matteo evangelista oggi - così staffilava il popolo: "Voi udrete, ma non comprenderete, guarderete, ma non vedrete. Perché il cuore di questo popolo si è indurito, son diventati duri di orecchi, e hanno chiuso gli occhi, per non vedere con gli occhi, non sentire con gli orecchi, e non intendere con il cuore e convertirsi, e io li risani" (Is 6,9-10).

Seguirà discussione in classe. Il lavoro esige massima attenzione.
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Esce. Siede. Guarda. Parla (Mt 13,1-2). Potrebbe finire qui il Vangelo del Lieto Annunzio questa domenica. Tre verbi esplicitamente tratteggiati da Matteo evangelista - uscire, sedere e parlare - e uno immaginato per diretta conseguenza - osservare -: s'inabissa nel mezzo lo scomodo atteggiamento del Rabbì Nazareno. Il resto è corollario ed esempio, parabola ed ammaestramento, passione per l'insieme e cultura del particolare. E' la storia di terreni che producono, che non producono, che producono solo a metà. Che bruciano il seme, che lo fanno fecondare, che non lo ospitano. Ai discepoli, in sede privata, spezzerà per loro tale parabola affinché i loro cuori s'aprano alla precisione del messaggio. Ma tutto parte da quattro verbi susseguenti tra di loro e un avvertimento: quella domenica il Maestro non son s'era preparato la predica! Come mai, forse, l'aveva fato in vita sua. Non che improvvisasse, ma teneva quell'arte segreta e scomoda (che tanto male alle ginocchia tutt'ora procura!) di pitturare parole giuste, esatte, inattese a seconda dell'ascoltatore, della situazione, del contesto: un geniaccio della comunicazione. Lui!
"Quel giorno Gesù uscì di casa". Chissà perché! Forse per riposare, per pregare, per stare in compagnia di se stesso. O forse teneva appuntamento con qualcuno: con il Padre, o con gli uccelli del cielo, con i pesci del mare, con la traiettoria del gabbiano. Intendiamo solo che uscì di casa. Mollando, forse, i suoi discepoli ancora sotto le coperte, nei loro viaggi fantasmagorici, nella stanchezza di una missione all'improvviso complicatasi. Tutte deduzioni al cospetto di una sola certezza: uscì. Cioè abbandonò casa sua, giocò d'anticipo sulla giornata, volle respirare. Uscì di casa "e si sedette in riva al mare". M'interessa questo Gesù seduto. Sembra quasi che non tenga incontri da rispettare, esigenze da firmare, colloqui da tessere. Si siede di fronte a quel mare amico. O lago che dir si voglia. Gesù che si siede: i benpensanti rideranno. E finché lo fanno... lui riposa. Il Vangelo accende spesso i riflettori sull'umana fisicità di Gesù. Attorno al pozzo di Samaria se ne stava accaldato e stanco per il lungo viaggio. Nella furibonda esplosione della tempesta in mare, Pietro lo beccò a poppa che dormiva beato: e lo richiamò alla dura legge del mare. Per poi farsi richiamare alla massacrante legge della fede! O quando, passeggiando, si perdeva a guardare i gigli del campo, la zizzania mescolata col grano biondeggiante. Tante volte, stanco per il viaggio, si siede. A mangiare. A riposare. Ad apprezzare le nuvole d'oriente, la luce della sera, il chiarore del mattino. Rivestito di risurrezione, chiederà pesce arrostito sulla riva del lago. L'Evangelo non mette tempi. Dice solo che sedette!
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Per poi lanciarti subito là, in mezzo alla gente che si raccoglie, che lo va cercando, che ha fame di Parola. La sua Parola. La Sacra Pagina non censisce la folla: dice solo "tanta folla che dovette salire su una barca". Impressionante: sempre così con Lui. Manc'avesse iniziato a parlare! L'hanno semplicemente visto uscire (forse) e sedersi. O forse la folla che abita la Scrittura è meno imprudente di noi! Noi l'abbiamo visto uscire, sedersi e parlare. La gente quel mattino ha contato un'azione in più: l'ha scorto uscire, sedersi, osservare e parlare. Mica una svista da poco la nostra! Così si spiega quella sete, quella fame, quel digiuno di Parola da saziare. Innamorati di quello sguardo a tal punto da dirgli: "Maestro, che dici di questo mondo?" Lancinante per noi: la gente afferra quando uno parla dopo aver osservato, pensato, pregato. Riflettuto, adorato, interiorizzato. La gente Gli accende le parole perché lo sente uno di loro, vicino alla vita, uomo tra gli uomini. Perché quelle sillabe parlano di pesci e di terra, di fatica e di dubbio, di rischio della semina e speranza di raccolta. Parole che s'aggrappano alla terra per crearti nostalgia di cielo! Non sono parole dette a caso: prima ha osservato. A lungo? Per poco? Bene? Male? Ti basti quello sguardo appoggiato sul mondo per zittirti. Le sue parole feriscono e imbavagliano, traumatizzano e scuotono, lacerano e dissetano, anticipano e spaccano, disturbano e inabissano. Fanno morire e fanno vivere! Che differenza con le nostre parole, quelle che scodinzolano libere nei nostri templi quaggiù! E' in corso una tacita violenza nei confronti della Parola. S'avvertono interferenze fastidiose: ma non è problema di acustica, di impianti sonori nelle navate, di posizionamento del microchip sulla veste sacerdotale. Annunciare la Parola è avvertire il brivido sulla pelle, l'emozione nella voce, lo stupore nell'infrangerti contro una Voce che ha la pretesa di essere la prima anche se da una vita la leggi. Parola che quando t'avvicina ti mette in ginocchio, ti zittisce, ti rompe i timpani, ti condanna se l'improvvisi, se la sfotti, se la maltratti. Se non l'ascolti con gli occhi prima che con la testa. Come mai la riva si riempì, Gli chiesero di parlare, stettero attoniti mentre oggi le chiese si svuotano, chiedono di tacere, stanno dormienti? Questione di sguardi: o accetti la compagnia scomoda di quella Parola o le tue parole saranno ripetitive, banali, sconsolate, grigie, infelici, mediocri, senza originalità. Politicamente corrette ma divinamente assurde.
Sul lago la gente, probabilmente, soffocava all'urto violento e tenero di quelle sillabe. Perché oggi la parola di Dio è ridotta alla ninna nanna domenicale? Dov'è lo stupore, la meraviglia, l'immaginazione, la beatitudine, lo sconforto nell'avvertire una Parola che, puntuale, ti mostra in presa diretta la tua faccia, la tua esistenza, il tuo lento appassire quaggiù? Eppure ogni volta che t'affacci sulla soglia della Parola è la prima volta. Mai sentita quella Parola. Ne scruti l'irripetibilità. Non immagini il finale. Ne avverti il rischio. Parola pericolosa perché "come la pioggia e la neve scendono dal cielo e non vi ritornano senza avere irrigato la terra, senza averla fecondata e fatta germogliare... così sarà della parola uscita dalla mia bocca: non ritornerà a me senza effetto, senza aver operato ciò che desidero e senza aver compiuto ciò per cui l'avevo mandata" (Is 55,10-11). Un monito: smettila di appisolarti sulla Scrittura! Un invito: lasciati sorprendere dalla sua novità.
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Basta poco e sfida diventa sfiga, porci pòrci, stella stalla, zuppa zappa, salato saluto, nudo nido, facile fucile, sale sole, bambola bombola, pugno pegno, felce falce, viso vaso, pagella padella, bidella budella, grappa groppa, facile fucile, ridere radere, pista posta.

Basta ancora meno. E Parola diventa parola.
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Probabilmente sarà proprio un gioco da bambini. Quaggiù noi, discendenti diretto dell'homo sapiens, immaginiamo chissà che cosa. Fantastichiamo soluzioni ardite, pretese folli, risultati impossibili. E, invece, probabilmente, alla fine allargheremmo le braccia e ci guarderemmo sconsolati. Come a dire:  "tutto qua?" Sarà proprio così: tutto qua! Cioè: elementare conclusione. Tipo: 1+1=2. Oppure: "il fratello di mio fratello è mio fratello". Oppure al massimo: "se c'è coda in autostrada ci metti più tempo ad arrivare".
Tu ci pensi mai a come sarà il Giudizio Universale? Cioè la soluzione di quest'intricatissimo e ingarbugliato quesito che quaggiù ci fa imbestialire e rodere, innamorarci e preoccuparci. Sperare, di-sperare, vagare?
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Successe tutto per colpa dell'uomo. Quando, ingarbugliato nella sua fantomatica potenza, decretò che Dio non era un sogno impossibile, una mèta ardita, un obbiettivo inavvicinabile. Mèmore dell'impresa risultata mancata nella biblica pianura di Sennaar - in quella Babele oggi gemellata con troppe teste pensanti - tentò per altre vie di esplorare gli arcani misteri e segreti dell'Altissimo. Sì, l'uomo decise di voler giocare pure con Dio quando, a conti frettolosamente fatti, s'avvide che la sua intelligenza poteva competere tranquillamente con le ali delle aquile di biblica tenerezza. Imprigionato nelle biblioteche, compresso nei laboratori scientifici, ingobbito nella fatica del quotidiano, volle tentare la scalata che sembrava la più affascinante, indomita, orgogliosa. Ma non seppe mai scoprire le segrete vie che percorrono le aquile, quando figliano le camozze, dove partoriscono le cerve. E nemmeno seppe scagliare fulmini nel cielo, elargire all'ibis la sapienza, donare al gallo l'intelligenza. Pure il corvo, fosse stato per l'umana sapienza, non avrebbe trovato preparato il suo pasto. Eppure i suoi nati gridavano, come verso Dio!
Ma bastò poco - l'attimo esatto di un Dio che si fissasse di farsi uomo - per scoprire che certe cose non erano difficili da capire. Da intuire. Da imitare. Erano solamente impossibili perché Dio le aveva nascoste. Nascoste: perché se l'uomo decide di giocare con Dio, Dio s'immagine che l'uomo conosca le regole del gioco. (Anche Dio ogni tanto sembra illudersi nella sua sovrumana bellezza...!) Pare un gioco da bambini, eppure è un gioco celeste: l'uomo che arrogante va cercando, Dio che misericordioso va nascondendo perché l'uomo s'abbassi a mendicare. Di per sé non sono cose facili, non sono nemmeno cose difficili: sono semplicemente nascoste. Siamo di fronte ad un caso di contrabbando divino. Lo assicura il Matteo evangelista: "Ti benedico, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli" (Mt 11,25). Perché se l'uomo osa giocare, pure Dio sta al gioco: pena il tradimento dell'Amore che nutre verso i piccoli nati da Lui. Nascoste agli intelligenti, "proprietà privata" con tanto di divieto di accesso per chi al cuore preferisce la testa, ai piedi scorticati comode scarpe di velluto, al cuore trafitto una museruola in rigoroso cashmire a offuscarne il respiro. Ed è sbalorditivo il compimento a cui il Figlio - fedele e obbediente alleato del Padre nel gioco - s'aggrappa: "Sì, o Padre, perché così è piaciuto a te". Cioè: "Sì, o Padre, perché ti vuoi divertire". Perché hai scoperto, come i bambini, la dolcezza e l'esuberanza del gioco. Perché io e Te, in banda assieme, imbrogliamo l'arroganza di chi vorrebbe conoscere le regole del gioco senza leggerne le istruzioni! bambini.jpgE se l'uomo, nelle osterie dell'esistenza, batte pugni sui tavoli, inanella poesie semiserie e s'ingegna stramberie assordanti, la "premiata ditta" celeste gioca nel silenzio, al ritmo di un giumento tanto disprezzato dall'uomo. Parola di Zaccaria, profeta del Testamento Primo: "Esulta grandemente, figlia di Sion, giubila, figlia di Gerusalemme! Ecco, a te viene il tuo re. Egli è giusto e vittorioso, umile, cavalca un asino, un puledro figlio d'asina" (Zc 9,9-10). Aquile e leoni, greggi di pastori e pastori di greggi. E poi carname di pesci, tortore nelle fenditure, leggiadria di cerbiatti. No: hanno già troppi fans questi animali! Dio s'invaghisce di un somaro! Accendersi di desiderio per un somaro è da "picchiati in testa". Eppure battono sentieri impraticabili, s'abbeverano dell'impossibile, portano pesi insopportabili, non conoscono la stanchezza, cadono e si rialzano, fuggono le manie di grandezza. Pure loro sono protagonisti del contrabbando celeste. Perché l'asino - al pari dei piccoli per cui il Vangelo investe sospiri degni dei più grandi amori - rammenta fatica e pazienza, ripetitività e ostinazione, cocciutaggine e tenacia, ingratitudine obbedita e obbediente fedeltà. Ieri era nel bosco che tirava vecchi tronchi d'abete. Oggi è in strada a trainare un carro. Domani starà sulla porta a firmare l'ennesima fedele presenza. Anche se va piano: non corre, non trotta come il cavallo, non è bello. Lo prendono in giro! Eppure quel ritmo, per il Signore dei cieli, è perfetto. Puntuale, sincronico, musicale. Perché l'uomo non lo raggiungi con la velocità, con la potenza, con l'esplosione. Lassù sanno che ammansire l'uomo è opera d'elevata ingegneria dell'anima: lo si deve aspettare, incrociare, provocare, far cadere, accendere, spingere, rallentare. Lasciarlo piangere, ridere e dar di matto. Aiutarlo a correre, rialzarsi e incamminarsi. Vederlo ferito, lacerato, strattonato. Squattrinato. Per chi vuole dominare "da mare a mare, dal fiume sino ai confini della terra" la tabella di marcia dettata dall'asino assicura energie fino al traguardo. A scommettere sui cavalli nessuno osa recalcitrare. Farlo sui somari è un'idiozia divina. Ma questi sono i piccoli del Vangelo: sono sognatori che non si arrendono mai. E nella storia s'impastano così i vincitori perchè "un vincente è un sognatore che non si arrende mai" (N. Mandela).
Negli abissi della Scrittura la statura non si misura per altezza. Esiste solo una dimensione, quella della bassezza. Della piccolezza. Della limitatezza. Eppure i piccoli sono sempre lì: non vanno nel deserto, ma te li ritrovi tra i piedi al mercato, sulla piazza, nei crocicchi delle strade. Suscitano interesse, irrisione, malintesi. Importunano e infastidiscono. Non importa. Stanno lì: al ritmo dell'asino. Cioè lenti, testardi, cocciuti. Fedeli all'uomo per essere ritenuti fedeli a Dio.
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I piccoli lo sanno: si può cadere e rialzarsi. Obbedire, disobbedire, pensarci. Arrabbiarsi, sbeffeggiare e inaridirsi. Correre, danzare e cantare. Scrivere, scarabocchiare e pensare. Ridere, immaginare e creare. L'uomo non più, ma loro sì che avvertono ancora, nelle sere d'estate, l'urto della secchia nel pozzo, la canzone del fuoco, il tonfo di una mela, le parole cupe sulle soglie, il grido del bimbo. Le cose che non passano mai. Forse per questo fanno paura all'uomo: che, insabbiatosi insabbiando, cerca di deturparne la bellezza.
I piccoli lo sanno. Si può partire o restare. Vincere o perdere. Tanto perché preoccuparsi dell'uomo intelligente? Deve ancora capire, lui, che "chi perde davvero non è chi arriva ultimo nella gara. Chi perde davvero è chi resta seduto a guardare, e non prova nemmeno a correre" (O. Pistorius, Dream Runner)

Però si pensano grandi. Che ridere!
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L'appuntamento è all'alba, appena dietro quel molo al quale se ne stanno attraccate le vecchie barche. Per lo più rattoppate. Niente di eccezionale: lo chiamano "il sedile del pescatore". Profumo di salsedine e volo di gabbiani, infrangersi di onde e odore di pesce. Urla, bestemmie e grida: la colonna sonora di un porticciolo propizio alla pesca. Imbarcazioni da sciacquare, garzoni da ripagare, reti da riassettare. Ma anche un pugno datteri, pane azzimo e bicchieri di bevande inebrianti. Poi pesci da sciogliere - se il mare non ha tradito - per poi rifilare. E campare. E' gente ignorata, uguagliata da quel fare rozzo e selvaggio, dalla pochezza di parole e dal calore delle gesta. Dal linguaggio spigliato, infuocato e pungente. A Tiberiade li chiamano "il popolo della notte" perché nell'oscurità battono remi come nessun altro. E macinano miglia a piacere su quel mare chiamato Arpa.
Anche se della musicalità non tutte le notti ne ricorda l'armonia!
Questa è l'ora prima, l'attimo in cui la notte s'arrende e cede il posto alla luce: "O Dio, tu sei il mio Dio, all'aurora ti cerco. Di te ha sete l'anima mia, a te anela la mia carne come terra deserta, arida, senz'acqua". L'ora dei conti, delle delusioni, dei sorrisi. L'ora in cui i sogni paiono morire per mollare il posto all'incedere dell'esistenza. Non per il figlio di Zebedeo, all'anagrafe Simone. Ma solo all'anagrafe del casato. Battere i remi è navigato mestiere, pigliar pesci il sogno di neonato, far castelli in aria diretta conseguenza degli occhi poggiati sull'orizzonte. Mentre s'avvicina, uno stile singolare: barba trascurata, mani a strusciarsi sulle sdrucite tele dei pantaloni, le vene che danzano sulla pelle ruvida e i passi lenti ma definiti dell'uomo concreto.
E' lui, Simone di Zebedeo, pescatore ebraico, suonatore di barche nel mare Arpa, capociurma riconosciuto. Stimato. Discusso.
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Da umile pescatore a primo Papa: non male come "carriera". Pensando, soprattutto, com'era iniziata: sembrava non ci fosse feeling tra voi due?
Attenzione a come parli: non dire teologiche castronerie per favore (e il volto si contrae con severità). Non avrei mollato sulla riva un patrimonio d'investimenti, di affetti e di sogni se quegli occhi non m'avessero inquietato. Voi adesso, stanchi d'immaginare un cristianesimo creativo e drammaticamente afflitti da tradizioni sviate, v'appisolate su idee inesistenti. Ma all'inizio non fu così. A me, pescatore d'un villaggio anonimo di pescatori, venne chiesto d'immaginare un modo diverso di vivere, di sognare, di pensare. Di saltare lo steccato, di alzarmi dalla banalità del tempo, di non bighellonare negli oratori del mio villaggio. Altro che semplice maquillage: Quello chiedeva di mettere in gioco la faccia. La fantasia. Il coraggio. Smettetela con questo feeling mancato.

Della vostra generazione si continua a parlare nei meridiani e paralleli terrestri. Eroi e poeti, musici e narratori. Suonatori, teologi e giornalisti. Ma che rapporto s'era instaurato con quel genio del vostro Maestro?
Di disarmante tenerezza (e il volto quasi improvviso s'addolcisce). Possedeva l'arte sopraffine di riconciliare le diversità. Tu immagina la geografia di casa nostra: tra me - ribelle riconciliato - e Giovanni - il mansueto coccolone - c'era posto per tutti: tipi bizzarri, irrequieti, turbolenti, monelli incorreggibili, stravaganti, insoliti, estrosi. Disordinati, perturbatori ed esagitati. In faccia al mare Arpa capivamo d'essere discendenti non dell'homo sapiens ma dell'homo demens. Eravamo ignoranti, analfabeti e idioti. E Quello, moltiplicando e mai dividendo, costruì il teorema dell'uomo che, agganciato all'Uomo, insegna a diventare uomo.
Il Gesù che ho conosciuto io era un ineguagliabile facitore di stile.

Divenne celebre quella notte di pesca infruttuosa. All'alba - dopo ore di non pagata fatica - uno s'arrischia di farvi tornare in mare. Col sole a picco, se non erro: roba da far ridere i pesci!
Ormeggiate erano le barche. Ma ormeggiata era anche la nostra vita. Stanca, sfiduciata e triste. Malinconica, insipida e solita. Due possibilità: o il tram-tram improduttivo o la follia di ri-tornare in mare. Sia chiaro: tra me e Lui chi se ne intendeva di pesca ero io. Gliel'ho detto, ripetuto con tutta la mia veemente naturalezza, fatto capire che il sole non è partner ideale per delle reti da riempire. Ancor oggi qualcuno m'addita come il pescatore sfacciato: ma far finta di niente quando le reti sono vuote, a casa mia è pazzia! Come per me sarebbe stupido evangelizzare dove non c'era nessuno. Per me! Ma lui scrutava la rete, ci girava attorno, la scioglieva tra le mani, ci avvicinava gli occhi... come a sfottere teneramente: "Sarai anche dotto di pesca, ma i pesci dove stanno allora?" Come contraddirlo? Cosa dirgli? Che fare? Le reti Gli davano ragione. Intasco, ri-torno in mare (bisbetico come non mai) e me ne torno sconfitto dalla sua ragione. Lì ho capito l'eccentricità di quella Voce. Entrai vestito da Simone pescatore di pesci, all'uscita avvertii la fecondazione del Pietro pescatore di uomini. Stranezze assaporate troppe volte...!

In presa diretta vi siete imbattuti nella novità della storia. Dalle rive di Tiberiade al pretorio di Ponzio Pilato s'è consumata la storia dell'amicizia tra la semplicità della gente e la semplicità semplice dell'Altissimo.
Un giorno ricordo che, a Maestro assente, lungo una stradina secondaria, facevamo tre conti. Io, mio fratello, Giacomo e qualche altro. Ci chiedevamo - attenti a mantenere un tono di voce dal profilo basso - chi di noi fosse il più grande. Ma così, tanto per fare. Anche se, sotto sotto... Serrata la porta di casa, arrivò un acquazzone sulle nostre teste. La tempesta del Maestro ancora una volta c'avea sorpresi in alto mare nelle nostre miserie. Si, fu un'amicizia unica, strana, passionale e appassionante. Tanto era burbero con noi nelle piazze, quanto esagerava nella tenerezza attorno al camino: attento alla minima tristezza, affettuoso e discreto, appassionato e appassionante, compassionevole ed eroicamente testardo. Misericordioso: parola mia! Quanta gente ci presentò a casa: donne sfinite e giovani madri, imprenditori, ladri ed esattori. Scribi, farisei e analfabeti. Sporcaccioni, truffatori e funamboli. Ogni giorno sembrava un carnevale di gente: eppure lui toglieva ad ognuno la maschera e registrava una storia di rivoluzionaria amicizia.

Se allunghiamo lo sguardo oltre la carezza del molo, dal sedile del pescatore si scorge una chiesa affaticata, Simone. Che non rischia più, che agli uomini preferisce i pesci, agli areopaghi le sacrestie, all'immaginazione una tradizione traditrice. Simone, cosa sta succedendo: le chiavi ce le hai tu!
Sento che in questi giorni vi state chiedendo se il Papa veste Prada, sento che il Camillo Cardinale chiede scusa per aver pregato poco in 17 anni di porporato, che il Martini da Gerusalemme grida le nefandezze perpetrate nella nostra zattera. Sento di suicidi e omicidi, fratricidi e bombardamenti. Vedo Bush entrare e uscire come un amico d'oltralpe, scorgo cardinali messi "sotto contratto" dallo showbiz, vedo bambini trattati come giocattoli gonfiabili... Vedo! Vedo, e un po' m'impaurisco, perchè la mano del Maestro inizia a muoversi, quasi volesse fischiare la fine della partita. Ma una mano di donna lo stringe al suo petto. Non so cosa significhi. Ma so chi è Lei: a Cana di Galilea un giorno sfidò il cielo con la sua maternità. Inginocchiatevi e pregatela: è la vostra salvezza!

Il Caravaggio pittore s'ispirò volentieri alle vostra gesta folli. Cristiani con la schiena diritta, non con il collo storto. Pure tu al misticismo di Giovanni preferisti il "faccia a faccia" con il Maestro di Nazareth. Agli incensi la schiuma delle onde. Al fascino della schiavitù il rischio della libertà. Della tua libertà!
Fiero, nella mia fierezza, d'essere stato un provocatore. Ho tentato di pro - vocare, cioè chiamare avanti, chiamare fuori. Non è che mi divertissi a passare per pazzo. La pazzia non è stata una mia scelta bizzarra, estrosa, qualunquista. E' stata volontà esplicita della Voce chiamante. Ha ragione J. Descalzo quando afferma che l'amore folle di Gesù tutt'oggi deve sopportare qualcosa di più atroce della morte stessa: la tortura quotidiana di vedersi ridotto alla mediocrità, addolcito, edulcorato, mitigato, alleggerito, rimpicciolito, fatto noioso, compassionevole, insulso, reso digeribile ogni Settimana Santa perché no disturbi troppo, perché si adatti alle nostre misure e ai nostri calcoli.
Gli struzzi (che se non sbaglio ingoiano qualsiasi cosa trovino) al vostro confronto paiono esseri delicatini, un po' schizzinosi. Quasi fossero sottoposti a dieta speciale!

Simone. O Pietro?
Simone è la storia di un pescatore che sognava all'ombra del levatoio. Pietro è l'avventura di un uomo sognato nelle altezze celesti. E' la dichiarazione d'amore di un Dio che ha scommesso la sua faccia sulla mia debole povertà! Un giorno pensai di morire. Nel bel mezzo di una discussione, improvvisata alle porte di Cafarnao, gridai ciò che stringevo dentro da mesi, cioè che per me Lui era Dio, nella sua nudità e crudezza. Lui si voltò improvviso, mi scaraventò addosso quegli occhi graffianti e mi fece sobbalzare il cuore: "Tu sei Pietro - mi intimò - e su questa pietra io edificherò la mia chiesa". Fu la firma di una fiducia sbocciata mentre salutavo le mie tristi reti da pesca.

Pietro, ma che tipo era il Rabbì?
(improvvisa arriva una folata di vento che gli strapazza i frastagliati capelli). Eccolo: "parli del diavolo e spuntano le corna", come dite voi laggiù. Un vento di follia fu per me quell'uomo. Lo conobbi, lo ri-conobbi, ma non mutò mai lineamenti: rabbioso e irridente nella sua maternità. Scompigliava, sollevava, trascinava, sconvolgeva, sbuffava, scombinava, scuoteva, sradicava, spazzava, schiaffeggiava. Direi che faceva molto bene il suo mestiere! Sento che laggiù lo immaginate biondo, figlio genetico di Ratz Degan, discendente estetico di Angelina Jolie e figlio spirituale dalla testina inclinata. Magari con un sorrisino beffardo sull'apice destro della boccuccia mentre batte i pugnetti tra di loro "stile Winnie the Pooh". Immaginate pure. Ma prestate attenzione: svegliatevi presto, perché qui inizia a piovere. Vedi quella costruzione? Guarda le fondamenta: sulla sabbia. Mi viene in mente quella strana immagine congegnata di sabbia, roccia, vento e pioggia che tratteggiò un giorno il mio Maestro...!
Se qualcosa ho capito di quell'Uomo, penso proprio che sulla Croce il mio Maestro non soffrisse per la croce, ma per ciò che vedeva dalla Croce.
Il suo fu sin dall'inizio un osservatorio pericoloso...
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Ne Il vecchio e il mare di E. Hemingway, per 84 giorni il vecchio pescatore non prese pesci  E se ne tornò a riva con la barca vuota, faccia triste, ferito orgoglio. Fac simile della storia di Simone, pescatore evoluto in Pietro, se un giorno non avesse captato l'origine vera di quella pesca infeconda.
Problema era che stava pescando dalla parte sbagliata della barca.
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