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Poiché molti hanno cercato di raccontare con ordine gli avvenimenti che si sono compiuti in mezzo a noi, come ce li hanno trasmessi coloro che ne furono testimoni oculari fin da principio e divennero ministri della Parola, così anch’io ho deciso di fare ricerche accurate su ogni circostanza, fin dagli inizi, e di scriverne un resoconto ordinato per te, illustre Teòfilo, in modo che tu possa renderti conto della solidità degli insegnamenti che hai ricevuto.In quel tempo, Gesù ritornò in Galilea con la potenza dello Spirito e la sua fama si diffuse in tutta la regione. Insegnava nelle loro sinagoghe e gli rendevano lode.Venne a Nàzaret, dove era cresciuto, e secondo il suo solito, di sabato, entrò nella sinagoga e si alzò a leggere. Gli fu dato il rotolo del profeta Isaìa; aprì il rotolo e trovò il passo dove era scritto: «Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione e mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio, a proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista ;a rimettere in libertà gli oppressi e proclamare l’anno di grazia del Signore».
Riavvolse il rotolo, lo riconsegnò all’inserviente e sedette. Nella sinagoga, gli occhi di tutti erano fissi su di lui. Allora cominciò a dire loro: «Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato». (Lc 1,1-4; 4,14-21)

invidiaQuanto pagherei per poter incontrare delle persone! Per esempio. Le maestre delle elementari di Roberto Benigni. Lo hanno visto ripetere l’alfabeto, imparare le tabelline, scrivere i verbi, sbagliare le doppie. Adesso è un genio nel parlare. Cosa si prova a rivederlo? I catechisti di Joseph Ratzinger: lo hanno visto imparare i comandamenti, ripassare le virtù teologali, cardinali, i sette vizi capitali, le opere di misericordia, le giaculatorie. Adesso è papa. Cosa si prova a rivederlo? La mamma di Pippo Baudo. Gli ha insegnato lei ad accendere la televisione premendo il tasto. Adesso fa parte dell’arredamento: lo trovi su tutti i canali! Cosa si prova a rivederlo? I compagni di classe di Fabio Cannavaro: lo hanno visto piccolo, che dormiva sui banchi di scuola, che sognava gli scarpini dorati, che si arrabbiava. Poi lo trovano con la Coppa del Mondo. Cosa si prova a rivederlo? Partito scugnizzo, torna goleador!
Lasciate le dure prove del deserto, Gesù – riempito di Spirito Santo – fa ritorno nella terra di Galilea, nella sua patria natìa. E lì insegna nelle sinagoghe, viene seguito, lodato, onorato. Ed è proprio questo calore umano, questo fiatone d’affetto, di comprensione e di umanità che lo spingerà a Nazareth, il paese “dove era stato allevato”, dove tutti lo avevano visto correre, crescere, lavorare il legno con le sue mani e piallandolo con un tocco di fantasia e di purezza. Chissà se avrà esitato seppur per un attimo. Se avrà intuito che stava per affrontare una delle prove più escandescenti della sua vita pubblica. Sai: accogliere un uomo diventato in pochi mesi straordinario quando si è prima conosciuta bene, molto bene, la sua ordinarietà non è cosa assai scontata. Soprattutto per quella piccolissima arte che rende l’uomo genio: l’arte d’essere invidiosi. Ma questo sembra non disturbare il Nazareno più del dovuto. Anzi: un giorno scopriremo che provocare era un po’ il suo forte!
E allora, com’era solito fare sin dall’infanzia, Gesù entra nella sinagoga del suo villaggio per partecipare alla liturgia del sabato. E la novità non è quello che Gesù fa (qualsiasi uomo poteva alzarsi in piedi per leggere il rotolo della Legge e commentarlo). Novità è quello che Gesù dice dopo la lettura del brano di Isaia. Attenzione: non parla subito. C’è qualche attimo di silenzio: a Gesù servirà spesso il silenzio per dare impeto alle cose che ha da dire. Compie tre gesti sfruttando il silenzio di quegli attimi: arrotola il volume, lo consegna all’inserviente, si siede. Solo a quel punto, mentre gli occhi di tutti lo fissano, fa dono del segreto che porta dentro: “Oggi si è adempiuta questa scrittura che voi avete udita con i vostri orecchi” (Lc 4,21).
Il tempo di tre gesti, quasi al rallentatore, per sfruttare il pensiero prima di parlare. Capisci? Quest’uomo ha un difetto: pensa prima di parlare. Pensare! Sono anni che gli astronomi stanno frugando tra le stelle in cerca di vita. Finora han trovato silenzio, silenzio, ancora silenzio. Siamo ancora l’unica specie di pensatori finora conosciuta. Ma l’uomo ha paura del silenzio, perché nel silenzio sente un grido che lo spaventa. Nervosi, agitati, arrabbiati. La fretta fa festa. Serve ritmo: l’importante è non riflettere, perché i pensieri rovinano il nostro tempo libero. Vanno di moda i libri che promettono di far guadagnare il primo milione in pochissimo tempo. Successo programmato, insuccesso nemmeno previsto. I grandi convegni parlano solo di strade per il successo, per la carriera, per la ricchezza. Ma chi insegna a perdere, a far fronte alle sconfitte, alle crisi? Eppure il cinquanta per cento del lavoro è insuccesso. “Arrotolò il volume, lo consegnò all’inserviente e sedette”. Cioè prese del tempo per pensare. E poi la mazzata che nessun rabbino ebreo – per quanto fuori le righe – aveva osato giocare: “oggi si adempie questa scrittura”. Immaginate la meraviglia, lo stupore, lo sgomento: l’attesa – millenaria, faticosa, logorante - diventava storia.
Per tutti!
Per i ciechi, per i prigionieri, per gli oppressi. Fisici, ma anche spirituali. Per quelli che un po’ di Signore, un po’ di preghiere, un po’ di giaculatorie e poi anche bestemmia, disonestà, ingiustizia. Per quelli che facciamo un tutt’uno: si va in chiesa, si ascolta la messa, si fa il proposito di cambiare. Poi, tempo perso! Per quelli che già sentito, già provato, tutte balle. Non importa: mandato per annunciare a tutti la buona novella! A tutti e nessuno può metterlo in tasca. Ai negri, ai bianchi, ai gialli, ai poveri e ai ricchi, ai sani e ai belli, agli atleti e agli handicappati. A tutti. Ai bambini ancora nel grembo materno e ai vecchi nutriti da un filone di flebo. Alle top model splendenti e scattanti e alle vecchiette dalle gambe malferme per l’artrosi. Agli industriali e ai lavavetri, ai laureati e agli analfabeti. A tutti. A quello di destra e a quello di sinistra. Ai cacciatori e agli ambientalisti. A quelli con la tessera e a quelli senza. A quelli che ascoltano! Ma tu hai sentito che ai tempi di Neemia ”tutto il popolo piangeva, mentre ascoltava le parole della Legge”. Dallo spuntar della luce fino a mezzogiorno! Il popolo piangeva. Ieri.
E in chiesa da noi?
follia1Finchè si leggeva la Parola di Dio c’era chi sbadigliava, chi schiacciava un pisolino, chi scriveva un sms, chi allentava la cintura, chi si metteva le dita nel naso, chi scrutava la vicina, chi gettava gli occhi nel vuoto. Certo: chi ascoltava! Trattiamo così la Scrittura: capisci che delinquenti! Trattiamo da bestie un testo che dice con coraggio e senza indorare la pillola la nuda verità della vita e della morte, dell’eros e della violenza. L'incanto e il sapore di cenere, l'altezza cui possono arrivare gli uomini agganciati ad un Dio che li trascende, li sorregge, li annienta. La bassezza cui quegli stessi uomini possono giungere.

O Dio, mandaci dei folli, che si impegnino a fondo, che dimentichino, che amino non soltanto a parole, che si donino per davvero sino alla fine. Abbiamo bisogno di folli, di irragionevoli, di appassionati, capaci di tuffarsi nell’insicurezza, l’ignoto sempre più spalancato della povertà. Abbiamo bisogno dei folli del presente, innamorati della semplicità, amanti della pace, liberi dal compromesso, decisi a non tradire mai, obbedienti e insieme spontanei e tenaci, forti e dolci. O Dio, mandaci dei folli.
Dacci ancora la forza di far ridere gli uomini, di sopportare serenamente le loro assordanti risate e lascia pure che essi ci credano felici. Se le mie buffonate servono ad alleviare le loro pene, rendi pure questa mia faccia ancora più ridicola; ma aiutami a portarla in giro con disinvoltura.
C’è tanta gente che si diverte a far piangere l’umanità. Noi dobbiamo soffrire per divertirla.
Manda, se puoi, qualcuno su questo mondo capace di far ridere me. Come io faccio ridere gli altri.

GOD BLESS YOU!
Buona settimana
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"In quel tempo, vi fu una festa di nozze a Cana di Galilea e c’era la madre di Gesù. Fu invitato alle nozze anche Gesù con i suoi discepoli. Venuto a mancare il vino, la madre di Gesù gli disse: «Non hanno vino». E Gesù le rispose: «Donna, che vuoi da me? Non è ancora giunta la mia ora». Sua madre disse ai servitori: «Qualsiasi cosa vi dica, fatela».Vi erano là sei anfore di pietra per la purificazione rituale dei Giudei, contenenti ciascuna da ottanta a centoventi litri. E Gesù disse loro: «Riempite d’acqua le anfore»; e le riempirono fino all’orlo. Disse loro di nuovo: «Ora prendetene e portatene a colui che dirige il banchetto». Ed essi gliene portarono. Come ebbe assaggiato l’acqua diventata vino, colui che dirigeva il banchetto – il quale non sapeva da dove venisse, ma lo sapevano i servitori che avevano preso l’acqua – chiamò lo sposo e gli disse: «Tutti mettono in tavola il vino buono all’inizio e, quando si è già bevuto molto, quello meno buono. Tu invece hai tenuto da parte il vino buono finora».Questo, a Cana di Galilea, fu l’inizio dei segni compiuti da Gesù; egli manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in lui." (Vangelo di Giovanni cap. 2 vv. 1-12)

Ubriachi? Macché...!
canadigalileaE’ questione di attimi, magari impercettibili, e la vita è rigirata. Nella natura è questione di attimi: la gemma si spacca e il bianco fiore di ciliegio inizia a fare capolino tra i rami. Nella storia è questione di attimi: l’intuito di una scoperta e l’umanità è pronta a voltar pagina. Nella vita è questione di istanti: basta un episodio e il bambino improvvisamente diventa – o è costretto a diventare – adulto. Il futuro di una persona regge su un istante: dopo anni di fatiche e di pensieri decidi che è giunto il momento di volare da solo e ci si sposa. Nel lavoro contano gli attimi: studi, apprendi, fai il garzone di qualcuno e poi avverti che è giunto il momento di mettersi in proprio. L’amore è questione di frammenti: ci pensi, magari provi e poi decidi che è il momento di legarti a quel viso. La vita intera è una somma di tanti attimi intrecciati assieme.
Nella vita tutti serbano il ricordo in uno scorcio di tempo cui legano la loro maturità.
Tutti! Anche Gesù.

Ma quale doveva essere, dunque, l’attimo decisivo di Gesù? Forse aveva scelto di iniziare davanti ad un piaga da suturare, o al capezzale di un’infermiera (la suocera di Pietro cui scompare la febbre sarà, di lì a pochi giorni, il suo secondo miracolo). O magari in un attimo qualunque: all’aria aperta, ad un passaggio di rondini, ad un impercettibile turbamento del sangue. Certamente l’ora si avvicinava, la privacy diminuiva. Già uscendo per le strade, tre giorni prima, si sentì gridare: “Ecco l’agnello di Dio”. E in quei giorni capitava che se posava lo sguardo su qualcuno, ancor prima che aprisse bocca, quello smetteva di riassettare le reti o di contar denari al banco e gli andava dietro.
Oggi lo zoom dell’evangelista si pianta a Cana di Galilea. Pranzo di nozze. C’è festa, allegria, serenità. Come dovrebbe essere sempre nella vita. Però, come sempre nella vita, capita l’inghippo: viene a mancare il vino. Oh, attenzione: manca il vino! Non il pane, il companatico, i sottaceti o e tartine. Il vino! Uno potrebbe dire: “Che vuoi che sia! Meglio, così non si ubriacano e non cominciano a fae gli scemi”. Senonchè nella Scrittura Sacra il vino è il simbolo della gioia. Già, don Marco, cos’è la vita senza gioia? Un castigo, un macello, un disastro. Un quadretto di vita familiare commovente, quindi. E qui, al calare del vino, s’accende un siparietto tutt’altro che lineare intessuto tra una madre e un figlio. La madre spinge per un piccolo miracolo – d’altronde in lunghi anni di silenzio ha intuito le sue potenzialità – il Figlio tiene nascosta la sua ora in cui intervenire come un bracconiere che s’apposta con pazienza per afferrare la preda. “Che c’è tra me e te, o donna?” Risposta che avrebbe scoraggiato chiunque. Non Maria che, come niente fosse, dice ai servi: “Fate quello che vi dirà”. Sa che Gesù farà ciò che gli chiede. Sia perché è venuto apposta per portare la gioia, sia perché sa che a chi accetta le sue rotture e si fida di lui (ma sul serio) non dice mai di no.
Sullo sfondo “sei giare di pietra per la purificazione del Giudei”. Necessarie per la purificazione. Squallide nella loro immobilità, ingombranti nella loro ampiezza, gelide perché di pietra. Giare “panciute, maestose… come una badessa” – direbbe Pirandello. Sei, tra l’altro. Non sette: simbolo malinconico di ciò che non giungerà mai alla perfezione. Ebbene, di fronte a questa immobilità che somiglia al cibo avariato, Maria avverte che la Legge ha fatto la sua storia, che la legge di Mosè è importante ma non è più tutto, che il passato è stato fotocopiato quanto basta, che la novità deve irrompere, che gli argini vanno spaccati per irrorare i terreni vicini. E sollecita il cambiamento.
Scrivilo!
mariadinazarethSollecita il cambiamento! Vede un mondo che sta boccheggiando nella tristezza, nella solitudine, nell’affanno e invoca un nuovo corso della storia. Perchè Maria non rattoppa, travolge. A costo di accelerare la carriera del Figlio. Gioca d’anticipo perché la legge di Mosè non è più in grado di purificare nessuno, non rallegra più il cuore dell’uomo. Questa è Maria di Nazareth: non la bambinella, tutta casa e sinagoga che ci hanno tramandato generazioni di catechismo più o meno ortodosso. Maria è amante della giovinezza, amante del cambiamento. Maria trova il coraggio di rischiare con suo Figlio. E questo discorso, fatto ai giovani, li seduce. Perché anche lei, come noi giovani, non è soddisfatta delle cose come vanno, perché è proprio dell’animo giovane percepire l’usura di scheletri che non affascinano più e implorare bellezze che si ottengono solo rovesciando il fronte, non con impercettibili trucchi da laboratorio.
Mi sembra di vederla questa madre: premurosa, preoccupata, orgogliosa di poter intervenire sul Figlio. Non hanno più vino! La storia d’amore di questa giovane sposa inizia con un’umiliazione, sono parenti. Un piccolo miracolo e la festa continua. E sembra di vedere questo Figlio che vuol rimanere ancora un istante nell’anonimato, che vorrebbe rimanere ancora per qualche attimo il falegname di Nazareth. Possedere una madre, un angolo di silenzio, un letto in cui abbarbicarsi al tramontar della luce. Se lo riconosceranno sarà la fine della sua privacy.
Ma le donne non cedono.
Le mamme: figurati, non si rassegnano, decidono che anche l’impossibile si può sciogliere. Il vino serve: è proprio convinta Maria. E stavolta il Figlio cede. E in questo suo cedere firma l’inizio di mille miracoli, di altrettanti stupori e ravvedimenti, di infinite gioie e insperati recuperi. Maria ha vinto: per la prima volta. Poi Maria non vincerà più. Meglio ancora: non parlerà più in tutti i Vangeli. Vedessimo il volto di Maria, lo vedremmo raggiante: guarda il Figlio (il suo bambino), scava gli occhi dei commensali che bevono un vino dal gusto insperato. E’ felice, Maria. Così felice che vorrebbe che tutto si fermasse qui, alla tavola imbandita di Cana di Galilea: questo sotterfugio di gioia, questo piccolo trionfo, questi piccoli uomini che s’accodano come discepoli. Maria non sa che ha anticipato tutto. La macchina dei miracoli è partita, è stata lei a scegliere l’ora. Lei l’ha mossa e non immagina dove la porterà! Non sa dove la porterà, ma conosce la fatica d’aver acceso questa partenza.

In un villaggio si organizzò una festa. Tutti furono invitati a contribuire con un fiasco di vino da versare in una grande botte. Quando cominciò la festa si aprì il rubinetto e ne venne fuori acqua. Ciascuno aveva detto: “Se metto un fiasco di acqua in una botte di vino, nessuno se ne accorgerà”, ma non aveva pensato che tutti avrebbero fatto come lui.
Giocando al risparmio l’acqua rimane acqua!
Dovrò ripetermelo spesso. Prima di tutto tra i muri di casa mia questa settimana.

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In quei giorni un decreto di Cesare Augusto ordinò che si facesse il censimento di tutta la terra. Questo primo censimento fu fatto quando era governatore della Siria Quirinio. Andavano tutti a farsi registrare, ciascuno nella sua città. Anche Giuseppe, che era della casa e della famiglia di Davide, dalla città di Nazareth e dalla Galilea salì in Giudea alla città di Davide, chiamata Betlemme, per farsi registrare insieme con Maria sua sposa, che era incinta. Ora, mentre si trovavano in quel luogo, si compirono per lei i giorni del parto. Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo depose in una mangiatoia, perché non c'era posto per loro nell'albergo. C'erano in quella regione alcuni pastori che vegliavano di notte facendo la guardia al loro gregge. Un angelo del Signore si presentò davanti a loro e la gloria del Signore li avvolse di luce. Essi furono presi da grande spavento, ma l'angelo disse loro: “Non temete, ecco vi annunzio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi vi è nato nella città di Davide un salvatore, che è il Cristo Signore. Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, che giace in una mangiatoia”. E subito apparve con l'angelo una moltitudine dell'esercito celeste che lodava Dio e diceva: “Gloria a Dio nel più alto dei cieli e pace in terra agli uomini che egli ama”. Appena gli angeli si furono allontanati per tornare al cielo, i pastori dicevano fra loro: “Andiamo fino a Betlemme, vediamo questo avvenimento che il Signore ci ha fatto conoscere”. Andarono dunque senz'indugio e trovarono Maria e Giuseppe e il bambino, che giaceva nella mangiatoia. E dopo averlo visto, riferirono ciò che del bambino era stato detto loro.Tutti quelli che udirono, si stupirono delle cose che i pastori dicevano. Maria, da parte sua, serbava tutte queste cose meditandole nel suo cuore. (Vangelo di Luca, cap. 2 vv.1-19)

partireUn giorno partirono. Anzi, sarebbe meglio dire che furono costretti a partire! Meglio ancora: volevano farli partire. Capisci: era già scomodo ancor prima di nascere. E così, dalle sinuose colline di Nazareth, profumate di menta e di anemoni selvatici, popolate di lavandaie, di poeti e di funamboli, ricche di storia per cultura, fede e tradizione… un modesto falegname, discendente diretto della stirpe di Davide, annodò la sua giovane sposa, vergine - incinta - innamorata, figlia di Gioacchino ed Anna, sulla dolcezza di una schiena d’asino e s’incamminò verso Bethlem, la “casa del pane”. Costretti a partire perché un uomo, Cesare Augusto, si pensava Dio. Come tanti oggi: voleva mettere un numero agli abitanti di quella regione, voleva schedarli, voleva averli sotto controllo. Dai tempi di Adamo, l’uomo sogna la schiavitù. Capisci che imbecille. E per non sentirsi schiavo, schiavizza gli altri. E tutto il mondo diventa un mondo di schiavi che sognano di essere Dio e s’accorgono di essere schiavi. Schiavi dei loro schiavi. Che schifo!
Comunque sia, non tutti ragionano così. Parte Giuseppe, parte Maria perché a loro la storia degli uomini non fa paura. Non la vogliono evitare, vogliono viverla, scriverla, firmarla. Pochi indizi, ma il viaggio si prospetta faticoso: 100 miglia da percorrere a piedi (o sulla groppa di un asino – ma con un bambino che danza dentro -), in salita, con il fiato sulle spalle, un po’ clandestini in quello spazio di terra gestito da uomini. E poi mettici il parto che sta per arrivare! Chiedi alla mamma se in simili condizioni avrebbe voglia di avventurarsi in un viaggio simile. Loro partono, sono costretti a partire, non si tirano indietro quand’è ora di partire.
Non sono dei privilegiati, non lo vogliono essere, avrebbero paura di essere privilegiati. Da bambino la radio, per farti addormentare sul tuo dolcissimo cuscino popolato di stelline, anatroccoli e acrobazie di Winnie the Pooh ti raccontava che “una volta c’era una bambina tanto carina e dolce, che era amata da tutti. Ella amava molto la sua mammina e la vecchia nonna che abitava nel bosco vicino”. Si, ti raccontava la favola di Cappuccetto Rosso.
La Scrittura Sacra, questa valanga di sogni, acrobazie e risurrezioni non racconta favole. Racconta La storia, per eccellenza.
Tre protagonisti sul palcoscenico della vita, un Uomo dietro le quinte per insegnare i tempi d’uscita e un Angelo “indaffaratissimo” per tranquillizzare animi turbati. Un “casino” boia quei giorni. E se ti dico perché, forse rischi di ridere: stava nascendo un Bambino!

 
Giuseppe: nella bottega stavano trucioli di sogni!
Colui che c’interessa è Giuseppe. Giuseppe è casto, nobile e falegname. Tanti concepimenti nel legno.Un uomo asciutto, le cui mani non hanno toccato che pane, legno, cuoio, tessuto di vesti e cenere di focolare.
Nobile. E per questo non assomiglia a nessuno degli antenati. La sapienza di Salomone e l’ardire di Davide sono colati, per le vene dei secoli fino a lui. li ha stemperati in una candida dimenticanza, li ha trasformati in una verginità che assomiglia tantissimo ad un’infanzia che non tramonta. Invecchierà in quella fanciullezza come dentro un involucro trasparente con quel color anemico addosso che accomuna la gente di bottega.
Perché Giuseppe è il falegname. E questo spiega tantissime cose. Il legno è una materia nobile e strana, non è terra, non è carne. E’ come il latte che non è sangue ma è già molto più dell’acqua. Il legno è sensibile e casto, e quell’uomo esercitava la sua innocente sensualità ripassando le palme aperte sulle assi denudate dalla pialla, carezzando gli spigoli smussati al tornio e respirando dalle narici la fragranza dei trucioli, quell’odore di fatica che diventa profumo speziato al tramontar della giornata. Il legno, insomma, è bontà!
Questo Giuseppe m’incuriosisce. Perché da falegname è stato eletto custode nella bottega del cielo.
Guardandoti, Giuseppe, t’invidio, provo rabbia. Tu, artigiano dai sogni di perfezione, elabori, getti lo schizzo, lo correggi, lo raddrizzi, ne spingi i lineamenti, ne addolcisci le smussature, lo guardi, lo interpreti, lo aggiusti. Oggi…si produce tutto in serie! Botteghe d'artigiani ne esistono poche: non si genera più! Oggi, se tu venissi a trovarmi, vedresti che la fantasia, la passione, il “perderci tempo” nel partorire una cosa… è disprezzata! Tu racconti un sogno e loro ti riproducono mille sosia. Mostriciattoli dalla vita breve. Belli, ma senz’anima. Perfetti, ma senza identità. Lucidi, ma indistinti. Il legno non parla più perché non è frutto di amore. Giuseppe, abbiamo creduto che per fare un tavolo fosse sufficiente il legno. Si, hai ragione, esagero. Forse riusciamo pure ad ammettere che per fare il legno ci vuole l’albero, e che per fare l’albero ci vuole il seme e, persino, che per fare il seme ci voglia il fiore. Ma non abbiamo più il coraggio di ammettere che per fare un tavolo ci vuole un fiore. Lo lasciamo dire solo ai poeti! “Non fosse per la fantasia – scrisse Samuel Johnson – un uomo sarebbe tanto felice fra le braccia di una cameriera quanto fra quelle di una duchessa”.

All’uomo più limpido è capitato l’incidente più scabroso. Maria, la dolce aurora del villaggio di Nazareth, è incinta. E Giuseppe…non l’ha toccata. Tutta la Giudea, lapidatrice di adultere ruggisce attorno al destino di Giuseppe, i polsi di questo falegname – musicista martellano, la sua mente è smarrita. Lo scandalo, lo scandalo beffardo e crudele, in una terra che non sa compatire e nemmeno sorridere. Solo condannare.
Giorni tormentosi. La pena di Giuseppe non è sentirsi il ludibrio di una città puritana, non è il rancore di chi si sente tradito o di chi perde la donna del suo cuore. E’ una pena più alta: quella di chi scopre fallibile la creatura che credeva migliore di tutte. E’ solo, Giuseppe, solo con i suoi legni, nella penombra di quella bottega dove tutto sembra immutato, dove corre la pialla e canta la sega mentre il dramma esplode che gonfia nel cuore. Ma il Vangelo s’inginocchia di fronte alla trasparenza di Giuseppe: “Però Giuseppe suo sposo, che era un uomo giusto e non la voleva diffamare, decise di ripudiarla in segreto”. Giuseppe, come le anime caste, sogna. Sogna molto. Sogna sempre. E nel sogno un angelo lo visita: “Non temere di prendere con te la tua sposa”.
Dunque sei pura: posso portarti nella mia casa!

Mi vien da commuovermi, falegname di Galilea. Vedo che da te entra il bambino in lacrime con la ruzzola a cui rifare l’asse, la vecchietta ingobbita con una scranna da impagliare di nuovo, un contadino con il rastrello da aggiustare, un carrettiere per tirare i mozzi di una ruota. Il mio mondo riderebbe perché se una cosa si rompe si butta: fosse anche un uomo o una donna. Altro che riparare! Le cose, ma anche le persone! Del resto, se in quella ruota non c’è passione, sudore, se dentro non c’è un’anima non la sentiamo nostra! Usa e getta! Invece ti guardo e mi dico: “quante carezze su quel legno!”. Con le palme delle mani, con i pennelli, con le spatole, con gli occhi. Si, anche con gli occhi perché, finita la culla, non ti stanchi di cullarla con lo sguardo.
La nostra fede sa troppo di tavolino, di banco. La nostra fede non ha molta polvere sulle scarpe, non sa di polvere, non ha profumi di strada, non ha sapori di piazza, non ha odori di condomini. Ha solo il profumo d’incenso delle nostre chiese. Fossi poeta canterei la voglia di rischiare di Giuseppe. Ragazzi: noi abbiamo paura della novità. Aprite gli occhi e guardate il mondo: i cambiamenti ci danno fastidio, ci colgono impreparati, ci fanno nascondere dietro un muro, ci obbligano a bloccare la profezia. Ragazzi, dov’è andato a finire il rischio? Il rischio sano, il rischio di chi rischia la vita per un sogno gigante, il rischio di chi rischia dopo aver pregato, il rischio di chi vuol scrivere pagine di storia, il rischio di chi rischia qualche gesto “sopra le righe” per raccontare un Amore. Dov’è la capacità di rischiare per un sogno d’amore? Ragazzi, ci hanno imbambolato, ci stanno drogando, è in atto un’anestesia generale: poi ci accusano, ci vogliono curare con una “terapia di gruppo”, ci fanno passare per degli imbecilli. E siccome quel Bambino – la provocazione più sublime che solo Dio poteva firmare – scombina sempre i nostri piani, mette in discussione i nostri programmi, manda in crisi le nostre certezze: ogni volta che ne sentiamo i passi, evitiamo di incontrarlo. Non c’è posto per Lui. O meglio ci sarebbe, ma siamo come gli uomini e le donne del tempo di Gesù: quello che ci rompe lo spostiamo.
Mi spiace deluderti, Giuseppe. Ma te lo devo dire. Lo so che se fosse per te a Natale mi faresti dono di una pialla, un martello, una sega, dei chiodi, la carta vetrata, l’intagliatore. Ma sai, ti do un consiglio! Portaci una fotocopiatrice: gli uomini sono più contenti. Sai, Giuseppe, non abbiamo tempo, voglia, passione per inventare. E’ più facile fotocopiare
Non ci rompere anche tu: regalaci cose già partorite!

Poi basta. Cala il silenzio su quell’ingenuo fidanzato di Galilea. Tutta la sua vita sarà un lungo tacere, un lento capire l’enigma di questa frase. Capire la sposa, capire il figlio, capire lui stesso che sarà il primo santo della storia. Da questo momento non sapremo più nulla di lui. Ancora poche pagine e non lo nomineranno più, il Vangelo lo ingoia. Intravvedremo solamente le sue mani sulla pialla, udremo il morso ovattato della sega per un numero d’anni che nessuno conosce. Poi lo ritroveremo sugli altari delle chiese, nei quadri a capo del letto, nelle immagini delle anime pie e devote, canuto e rugoso, come se davvero fosse stato sempre un vecchio. A noi fa comodo dimenticare che, vicino a Maria, fosti un giovane bello e forte: un giovane innamorato.

Maria di Nazareth: nell’anfora acqua e bellezza!
donnaE’ vero. Il Vangelo non ci dice nulla del volto di Maria. Come,del resto, non ci dice nulla del volto di Gesù. Forse è meglio. Così a nessuno di noi viene tolta la speranza di sentirsi dire magari da un arcangelo di passaggio: “Lo sai che assomigli tanto a tua madre?”. Maria, comunque. Doveva essere bellissima. Non parlo solo della sua anima. Parlo anche del suo corpo di donna. Celebrato dai poeti, musicato dai cantanti, dipinto dagli artisti, rubato dai poeti…graziata dall’Altissimo.
Insomma, un giorno quel falegname di Nazareth le avrà pure detto: “Ti voglio bene, amore”. A monosillabi, con parole povere, tremanti, sbagliando le doppie. Ma sarà successo! Non so se ai tempi di Maria si adoperassero gli stessi messaggi d’amore, teneri come giaculatorie e rapidi come graffiti, che le ragazze di oggi incidono clandestinamente sul libro di storia o sugli zaini colorati dei loro compagni di scuola. Che bello pensare che anche Maria ha sperimentato quella stagione splendida dell’esistenza, fatta di stupori e di lacrime, di trasalimenti e di dubbi, di tenerezza e di trepidazione in cui sembrano distillarsi tutti i profumi dell’universo. Ha assaporato pure lei la gioia degli incontri, l’attesa delle feste, gli slanci dell’amicizia, l’ebbrezza della danza, le lusinghe innocenti per un complimento, la felicità per un abito nuovo.
Sfogliando con lei i petali nei prati, le compagne non capivano come facesse a comporre i suoi rapimenti in Dio e le sue passioni per una creatura. Non potevano mai capire le ragazze di Nazareth che l’amore di Maria non aveva fondigli, perché il suo era un pozzo senza fondo.

“Non temere Maria”. Non aver paura, don Marco. “Paura” ha la stessa radice di pavimento (“battere il terreno per livellarlo”). Anche terreno ha la stessa radice di terra. Paura, quindi, è la conseguenza dell’essere battuto, appiattito, avvallato, calpestato. Ora: cosa dice il Signore di fronte a queste paure? Rimani lì steso sul pavimento? Rimani appiattito, atterrato? No! Mi dice la stessa cosa che ha detto a Giuseppe: “Non temere”. Non aver paura di attendere.
Te lo ripeto: c’è un mondo che attende. L’alunno attende il voto, il paziente l’esito dell’esame, la mamma il figlio da scuola, il bambino l’acqua calda dalla doccia, l’innamorato il bacio dell’amata. L’albero attende le stagioni, il mare i fiumi, il fuoco l’ossigeno, l’affamato il cameriere, lo stomaco il cibo, la moglie il marito. Nella Scrittura c’è attesa: per entrare nella terra promessa, per ricevere il perdono dopo l’infedeltà, per una vittoria, per un urlo disperato. Tutto vive di attese: il mondo, la politica, lo sport. La vita, praticamente, è un’enorme, confusa, disorganizzata, pericolosa, splendida e chiassosissima sala d’aspetto. E’ sempre in attesa. E l’uomo, per accorciare l’attesa, pone una scadenza. Ma la scadenza crea un’altra attesa e così il gioco non finisce mai. Non è un problema: siamo nati per attendere. Attendendo, ci addormentiamo. E’ anche bello dormire pensando che è sempre stato così!
“Alzati!” significa proprio il contrario! Significa credere che il Signore è venuto sulla terra duemila anni fa proprio per aiutarci a vincere la rassegnazione. Alzarsi significa abbandonare il pavimento, la stanchezza, la svogliatezza, la comodità di dire “è sempre stato così”, la nostalgia di ciò che non c’è più, l’incapacità di leggere la novità, di accettare la fantasia. Alzarsi è il contrario di dormire!

Chiedono un po’ di posto per poter starci. Forse basterebbe spostare un somaro, quel crocchio di giocatori a dadi potrebbe stringersi, con le bisacce e i mantelli potrebbero inventarsi un lettuccio per questa donna gravida. L’uomo, poi, resterebbe in piedi. Ma le membra stanno così bene appisolate, ciascuno assapora il piacere della stanchezza che… non s’accorgono di nulla. Non ci stanno. Eppure sta passando Dio. Non sanno quanto sia passato loro vicino questo Dio, che fra poco verrà al mondo anche per essi.

“Levare il capo” significa fare un colpo di testa. Reagire, muoversi, scendere dal letto. Essere convinti che il Signore viene ogni giorno, in ogni momento della storia. Alzatevi e levate il capo. Muovetevi, fate qualcosa, il mondo cambierà. Anzi, sta già cambiando. Non li vedete i segni dei tempi? Basta un raggio di sole e la primavera scalpita per inondarti di bellezza, vince il freddo dell’inverno, il grigiore delle bufere. Gli alberi fra poco metteranno già le prime foglie e sul nostro cielo di uomini il rosso della sera non si è ancora scolorito.
Voi siete testimoni di tutto quello che sta succedendo oggi. Immagino che anche nel vostro cuore c’è tanta tristezza perché vedete questa sofferenza del mondo. Però ricordatevi che il mondo può cambiare, il mondo deve cambiare, il mondo sta già cambiando. E io vi vorrei felici di vivere, capaci di innamorarvi delle cose belle della vita: del cielo, della terra, del mare, delle persone che vi attraversano la strada, di quelli che camminano, studiano, lavorano, pregano vicino a voi. Vorrei tanto, la notte di Natale, sedermi accanto a voi e, come un fratello, aiutarvi a scegliere per la vita sempre. E scegliere la vita significa amare la bellezza. La bellezza nella maestà delle vette innevate, nell’assorto silenzio dei boschi, nella forza furente del mare, nel brivido profumato dell’erba, nella pace della sera. Lo splendore nelle lacrime di un bambino, nell’armonia del corpo di una donna, nell’incanto di occhi ridenti e fuggitivi, nel bianco tremore dei vegliardi, nella tacita apparizione di una canoa sul fiume. Perché questo mondo che sta diventando così turpe, così osceno sarà la bellezza a salvarlo. Non la nostra saggezza. Non la nostra arroganza. La bellezza! Credetemi: il mondo ha bisogno di voi!

Quella ragazzina silenziosa, Maria, non era considerata nulla, come tutte le donne a quel tempo. Eppure per secoli lei sarebbe stata detta “beata”, per millenni sarebbe stata acclamata come “Regina”, amata come nessuna mai, rappresentata e cantata da centinaia di artisti, invocata da oceani di infelici come il loro dolce soccorso, chiamata da poveracci e re. La sua bellezza giovanissima, i suoi occhi azzurri, la dolcezza della sua voce, dicono siano sconvolgenti e fanno desiderare di andare con lei. Medjugorje era un pugno di case, fra povere vigne, colli sassosi, strade sconnesse e campi di tabacco. Ancora oggi, dopo 25 anni, ogni volta che la Madonna scompare per i ragazzi è un dolore acutissimo tornare “sulla terra”.
Penso che sia il Paradiso.

L’Attesa si fa storia
Dalla Tracia e dall’Illiria, dalla Mesopotamia alla Grecia, dalla Spagna alla terra Dei Parti, dei Britanni e degli Sciti…è tutto un formicolare di armenti umani. Vanno a farsi contare. L’imperatore vuol sapere quanti sono, vuol sapere da quanti è adorato. E crede di averli contati tutti. Che ridicolo! Crede! Ma c’è un suddito che non è stato contato, di cui manca, nelle mille urne, la scheda. Ma Augusto, nascosto nel suo bel viso liscio, non ha paura: nella sterminata moltitudine, uno più, uno meno. Al massimo vorrebbe pure lui proporre il ri-conteggio delle schede…ma la sua voglia di schiavitù lo ha reso schiavo. Fra poco si accorgerà che i conti non tornano: il censimento è sbagliato. “Come mai?” – si chiederà Cesare con il piglio del dittatore -. “Strano, o Signore, – gli risponderanno i suoi chierichetti – il censimento fu perfetto”. “Strano – sussurra Cesare – eppure i conti non tornano. Qualcuno non è stato contato”. E quell’Uno che non aveva contato, gli gioca uno scherzo fatale: si fa uomo!

Che cosa significa “si è fatto uomo” se non la carriera di Dio? Si è fatto uomo. Così come io mi sono fatto prete. O come Sandra si è fatta infermiera. O come Franco si è fatto meccanico. Ha studiato da uomo. Così come Giorgio ha studiato da medico. E come Massimo ha studiato da assistente sociale. Ha fatto carriera da uomo. Come il papà di Elena che sta facendo carriera militare. Lui, il Figlio di Dio, si è fatto uomo. E’ diventato esperto di umanità. Non c’è che dire: è una provocazione per noi, per noi che pensiamo che si nasca uomini. E, invece, uomini si diventa. Lo dici anche tu: “Quello non è uomo”. Hai ragione: quello è un essere che potrebbe diventare uomo. Potrebbe, ma non necessariamente sarà Uomo. Perché uomini si diventa. Pagando il prezzo di lunghe fatiche. Dopo trafile di studi. Sottoponendosi ad estenuanti sacrifici. Affrontando la tribolazione di esami che non finiscono mai.
Farsi uomo: è tutto un programma. Che va svolto con pazienza, che richiede i suoi tempi. Che non può essere bruciato con riassunti superficiali, o abbreviato con scorciatoie di comodo. Farsi uomo per essere esperti di umanità. Capaci di comprensione e di perdono, di accoglienza e di sorriso, di lacrime e di ebbrezze. Pronti a scommettere, a ricominciare, a non scandalizzarsi delle miserie altrui, a capire le lentezze, ad accelerare i segni di speranza.

E così la storia dichiarò perdente Cesare Augusto. Guarda: partirono da Nazareth in due, arrivarono a Betlemme in tre. Scherzo della Scrittura Sacra. La storia condannerà Erode: la sua misura sarà estrema e inefficace. E’ dimostrato da Mosè in poi, che ne scampa sempre uno, quello giusto, che è un riassunto di tutti gli altri uccisi. E costui, per risarcire, si diede da fare.

Storia di uomini sotto il cielo dell'Eterno
bambino2Per tutta la vita frequentò una folla di bambini mancati. Molti prodigi erano scherzi di bambino che giocavano a fare i dottori, s salvare la natura curando lebbra e storpiature. Erano miracoli, ma non colossali. Non inceppò la macchina del tempo come Giosuè che fermò il sole in Gabàon e la luna sulla valle di Aialon. Non aprì le acque come Mosè, ma ci camminò sopra senza bagnarsi. Non creò il frutto della vite, ma seppe, in una festa, vendemmiare vino dall’acqua. Non creò il sole, il fuoco, la luna e le stelle, ma diede la vista ai ciechi e questo è un modo di diventare luce. Fu battezzato in acqua dolce, amò la pesca, frequentò pescatori, ne riempì le reti, placò la tempesta sul mare di Tiberiade. Delle Scritture preferì Isaia; di Davide gustò più i salmi che le imprese. Non scrisse, ma lasciò che le sue parole facessero il viaggio delle api sopra i petali aperti alle orecchie. Amava le donne, non pretese astinenza: il celibato venne dopo, a chiese fatte.
Dopo di Lui nessuno è più residente sulla terra: siamo tutti ospiti in attesa di un visto provvisorio.
Questo è Natale: ricordarti che anche tu sei stato bambino.
Sì, proprio come Dio!

Buon Natale: che Dio si fermi a casa vostra!

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