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In quel tempo, Gesù, disceso con i Dodici, si fermò in un luogo pianeggiante. C’era gran folla di suoi discepoli e gran moltitudine di gente da tutta la Giudea, da Gerusalemme e dal litorale di Tiro e di Sidòne. Ed egli, alzàti gli occhi verso i suoi discepoli, diceva:
«Beati voi, poveri, perché vostro è il regno di Dio.
Beati voi, che ora avete fame, perché sarete saziati.
Beati voi, che ora piangete, perché riderete.
Beati voi, quando gli uomini vi odieranno e quando vi metteranno al bando e vi insulteranno e disprezzeranno il vostro nome come infame, a causa del Figlio dell’uomo. Rallegratevi in quel giorno ed esultate perché, ecco, la vostra ricompensa è grande nel cielo. Allo stesso modo infatti agivano i loro padri con i profeti.
Ma guai a voi, ricchi, perché avete già ricevuto la vostra consolazione.
Guai a voi, che ora siete sazi, perché avrete fame.
Guai a voi, che ora ridete, perché sarete nel dolore e piangerete.
Guai,quando tutti gli uomini diranno bene di voi. Allo stesso modo infatti agivano i loro padri con i falsi profeti».
(Vangelo di Luca 6,17.20-26)

follaUna crociera è da sogno nei depliant, ma per gustarla occorre compierla.
Una Porche fa bella figura in garage, ma altra cosa è accenderla e darle gas.
Bella cosa è il progetto di una casa, ma tutt’altra soddisfazione vederlo realizzato.
Pensa che potenza se ne sta nascosta in un computer, ma lo si deve accendere per poterlo apprezzare.
Se hai fame, che sorriso quando vedi arrivare il cibo sul tavolo, ma devi muovere le dita e metterlo in bocca per gustarne la prelibatezza.
Che gioia un collier d’oro. Ma se non l’indossi rimane anonimo nella scatola.
Una crociera va intrapresa, un Porche va accesa, un progetto va realizzato, un cibo va ingoiato, un collier va indossato. In caso contrario, dove sta la loro preziosità?

“Tutta la moltitudine cercava di toccarlo”. Una folla gigantesca: radunati tutti assieme hanno un solo bisogno, una sola curiosità. Quale sia l’interrogativo che vogliono porre a Gesù essi stessi lo ignorano. Ma Lui lo sa bene. Molto bene. E oggi risponderà. Essi vogliono sapere della felicità: se esiste, cos’è, per chi è. Perché la covano talmente dentro i loro pensieri, che si deve fare di tutto per raggiungerla. Allora Gesù si pone a sedere, non fa miracoli su quelle gambe ciondolanti ma tenta il miracolo sui destini di questi poveri uomini aggomitolatisi attorno. Apre la bocca e insegna la felicità. Sai, l’uomo è un bambino sbadato, è uno spensierato superficiale finchè il pianto non lo fa adulto, riflessivo, intelligente. L’uomo dice di voler la felicità, poi s’addormenta nella contentezza. Sogna le vette ma s’innamora della palude. Grida l’eterno ma affitta lo spazio. “Beati!”. Beati chi? Si parla già di gente felice? Non ci sono grandi discorsi, commoventi introduzioni, un po’ di preambolo? No, Costui parte subito. “Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli (...) Beati i mansueti perché possederanno la terra”. Poveri in spirito? Cioè? Penso siano quelli che non credono in se stessi, i prigionieri di una timidezza invincibile, gli uomini che non hanno fantasia per progettare il loro domani, che non possiedono personalità per realizzarlo. Sono solamente signori della speranza, ma di una speranza che non sono capaci di agganciare a nessuna scadenza. Sono i silenziosi che vivono senza toccare nulla, guardano il cielo perché sanno che è l’unica cosa che non si contende a nessuno. I cieli a loro, la terra ai mansueti. I miti non sono dei tonti, ma coloro che difendono i diritti senza ricorrere alla violenza.
“Beati coloro che piangono, perché saranno consolati (...) Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia”. Incredibile: piangere è già una beatitudine. Il pianto ci rende misericordiosi, ci fa provare pietà di noi stessi e degli altri. E quando siamo misericordia, finalmente si spacca il confine che separa l’uomo dal suo Creatore.
piangereE’ facile essere generosi e disinteressati un giorno si e l’altro no. E’ facile essere schietti e leali qualche volta. E’ facile essere giusti a giorni alterni, o dove il rischio non è troppo alto. E’ facile perdonare quando non ce l’hanno fatta troppo grossa. E’ facile tifare per la pace quando nessuno ci da fastidio. Così come è facile studiare quando ce ne va, fare sportfinchè non diventa impegnativo, coltivare l’amicizia con le persone simpatiche. Ma non si diventa campioni allenandosi quando ce ne va, quando non si ha niente altro da fare. Così si diventa solo schiappe. “Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio (...) Beati i pacifici, perché saranno chiamati figli di Dio”. Almeno il cuore resti puro, visto che la carne tante volte si contamina facilmente passeggiando in questo mondo. Se Dio non lo potremo abbracciare perché le nostre mani non sono pure, almeno il cuore si salvi in una innocenza generosa per poter vedere il suo volto. Sono le persone leali, schiette, sincere, limpide. Sono quelli che non dicono una cosa e ne pensano un’altra. Quelli che non ti fanno lo sgambetto appena ti distrai, quelli che non ti fanno il sorrisetto davanti per pugnalarti alle spalle. E se vorremmo essere chiamati figli di Dio, allora dobbiamo arruolarci nell’esercito dei pacifici: che è una durissima milizia e tutto vuol dire fuorché vivere in pace e disertare la lotta, ma battersi con tutti gli Abele della storia. E “beati coloro che soffrono persecuzioni per la giustizia, perché di loro è il regno dei cieli (...) Beati voi, quando gli uomini vi odieranno e vi perseguiteranno, e rigetteranno il vostro nome. E diranno ogni male di voi per causa mia”. E chi non soffre per l’ingiustizia? Eppure anche questi “beati”. Ma come, quando? Subito. Sempre. Già oggi, non domani. E’ un avvertimento, un incoraggiamento da parte di Gesù: guardate che se vi comportate così non avrete vita facile! Ma la vostra ricompensa è grande nei cieli. E’! Non: sarà. La vita di costoro è beata, bella, felice, costruttiva fin d’adesso. E se sarà splendida la loro eternità, di morire quasi quasi non s’accorgeranno. Quante volte ci siamo illusi pensando: “Copio gli altri e diventerò qualcuno anch’io”. Abbiamo copiato, scopiazzato, ricopiato e siamo s-coppiati! Ma non abbiamo imparato la lezione: copiamo, copiamo, copiamo e ci scopriamo mezze cartucce. E allora? “Perché vivere?” – ti chiedi? Sbagli, secondo me. Devi chiederti: “Per chi vivere!”. E’ meglio. Se vivo per qualcosa guardo sempre e solo a me. Se vivo per qualcuno esco da me. Ma allora viviamo per qualcuno o per Qualcuno? Con la lettera maiuscola o minuscola? Attenzione: perché la vita dipende da una maiuscola o da una minuscola. La stragrande maggioranza sceglie “qualcuno”. Sai perché? Perché “Qualcuno” con la Q maiuscola fa uscire dal branco, richiede coraggio per camminare da soli, per camminare contro utti, per incontrare, stringere, abbracciare.
Capisci perché su quella pianura oggi è un giorno speciale. Bisognava fare qualcosa di grande e d’immediato per quella sterminata turba di gente che soffre per rincorrere la felicità. Bisognava capovolgere il mondo, metterlo come un carro di fieno a ruote per aria.

carroE poi quei guai!
Un bambino è malato. La madre chiama il medico e il medico dice: “Per guarire occorre digiuno assoluto”. Il piccolo piange, strilla, supplica, sembra languire. La mamma, pietosa sempre, unisce i suoi lamenti a quelli del figlio. Le pare durezza quello che il medico ha prescritto. Ma il medico non cambia terapia e dice: “Signora, io so. Lei non sa. Vuole perdere il bambino o lo vuole salvo?”. La madre urla: “Voglio che egli viva!”.”E allora – dice il medico – non può magiare. Sarebbe la morte”.
Forse anche noi un giorno giungeremo a dire: “Signore, grazie di non aver ascoltato la mia stoltezza”.

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In quel tempo, mentre la folla gli faceva ressa attorno per ascoltare la parola di Dio, Gesù, stando presso il lago di Gennèsaret, vide due barche accostate alla sponda. I pescatori erano scesi e lavavano le reti. Salì in una barca, che era di Simone, e lo pregò di scostarsi un poco da terra. Sedette e insegnava alle folle dalla barca.Quando ebbe finito di parlare, disse a Simone: «Prendi il largo e gettate le vostre reti per la pesca». Simone rispose: «Maestro, abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso nulla; ma sulla tua parola getterò le reti». Fecero così e presero una quantità enorme di pesci e le loro reti quasi si rompevano. Allora fecero cenno ai compagni dell’altra barca, che venissero ad aiutarli. Essi vennero e riempirono tutte e due le barche fino a farle quasi affondare. Al vedere questo, Simon Pietro si gettò alle ginocchia di Gesù, dicendo: «Signore, allontànati da me, perché sono un peccatore». Lo stupore infatti aveva invaso lui e tutti quelli che erano con lui, per la pesca che avevano fatto; così pure Giacomo e Giovanni, figli di Zebedèo, che erano soci di Simone. Gesù disse a Simone: «Non temere; d’ora in poi sarai pescatore di uomini».
E, tirate le barche a terra, lasciarono tutto e lo seguirono. (Vangelo di Luca cap. 5 vv. 1 - 11)
pescatorePescare in alto mare di giorno è un po’ come accelerare quando vedi in fondo al rettilineo un telelaser della polizia. Non farti dare lo scontrino se vedi la finanza all’esterno del supermarket. Tentare di conquistare una ragazza quando la vedi baciarsi con il suo ragazzo. Tuffarti dallo scoglio quando vedi tantissima sabbia e nessuna goccia d’acqua. E’ un po’ come metterti gli sci quando c’è il sole e il grano è maturo. Aspettare l’apertura del bar nel suo giorno di chiusura. Chiedere ad un senza lavoro quanto guadagna al mese. Andare a registrare un esame il quindici di agosto. Correre per prendere l’autobus in un giorno di sciopero generale. E’ un po’ come pescare sulla riva del mare mentre tutti fanno il bagno e il sole brucia. A Chioggia i pescatori chiamerebbero Striscia la notizia!

Ma aspetta: non sempre è pazzia!
Genesaret, primo mattino: che tristezza.
Due barche ormeggiate sulla sponda. Pescatori che lavano le reti. Tempo di lavoro: una notte intera. Fatturato: nullo. Sono ormeggiate. Un disastro quel verbo. Parcheggiate e spente perché storie di pescatori rassegnate che portano sulle spalle una notte di lavoro inutile. Storia quotidiana. Anche il pescatore più esperto conosce momenti in cui si sente incapace di reagire, in cui i flutti delle onde non reggono l’entusiasmo di un mestiere raccontato di generazione in generazione. Ma Lui sale. Sale, perché per Lui salire significa piantare la sua tenda dentro quelle storie desolate, nelle tessiture di vite che la notte ha gettato nello sbaraglio più totale. Perché quei pescatori escano da quella malinconica rassegnazione è necessario che qualcuno dia loro fiducia. “Salì… e lo pregò di scostarsi un poco da terra”. Incredibile, siamo ai limiti dell’educazione: vede due barche, non chiede permesso, sale in una barca, chiede di spostarsi. Cioè chiede di lavorare a gente che ha i nervi a fior di pelle. Ma lo sa che carattere è nascosto sotto i muscoli di quel pescatore di Galilea. Le parole di Simon Pietro sono chiare, forse stupisce anche la sua calma, tutto sommato: “Abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso nulla” (Lc 5,5). E’ dunque stanco, deluso, forse infuriato, quando Gesù sale sulla barca per ammaestrare la folla che si accalca sulla riva del lago. Finito il discorso e tornata la calma, è proprio a lui, pescatore di un mare finora conosciuto, che Gesù si rivolge con un invito assurdo: “Prendi il largo e calate le reti per la pesca”. Gesù non gli era sconosciuto: era già stato a casa sua, l’aveva già visto chinarsi per guarire la madre della sua sposa, era già per lui il “Maestro”, ma tornare su quelle acque avare e vuote quando si è ormai sfiniti e soltanto bisognosi di riposo, era davvero troppo. E’ come ricevere uno sfottò e ringraziare. Imparare a pescare da un falegname? Di giorno? E’ come dire: sono un pescatore incapace, fallito, incompetente. Sono pescatore ma non so pescare!
spesaParla Simone, dichiaratosi capo-ciurma di quel manipolo di marinai: “Maestro, abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso nulla”. E’ lui, è Simone. Piano con le prese in giro! Uomo libero, vero, dà voce a quello che prova, fugge il rischio della mistificazione, possiede la capacità rarissima di dare alle cose il nome che hanno. Non ha paura a puntualizzare la situazione. Ma su questa barca chi se ne intende di pesca tra noi due sono io, non te. Caro Cristo, con calma e per favore! Non è forse di notte che si pesca? E’ vero, Simone: è stupido pescare di giorno, come sarà stupido evangelizzare dove non c’è nessuno. Uomo libero, Simone. Così libero da non azzardarsi a fingere che tutto funzioni alla grande: farla franca, per chi ha le reti vuote, è la pazzia più grande che il pescatore possa azzardarsi di compiere. Se la notte è stata inutile, se le reti son vuote, se il morale è a terra anche il rischio va bene per salvare la faccia! “Ma sulla tua parola getterò le reti”. Saggio, quel pescatore: lascia aperta la possibilità d’incontrare Qualcuno più sapiente di Lui nell’arte della pesca! Un artista dagli occhi profondi Pietro di Galilea. Buttare la rete dalla parte giusta è questione di fiducia. Si può anche ritornare sui propri passi, si può rimettere in discussione una notte di fatica, l’arte di un mestiere imparato in una vita intera, si può essere insultati nel ritornare a pescare in ore inopportune, ma se quella pesca ti disegna il miracolo di una vita nuova: “sulla tua parola getterò le reti”.
“Abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso nulla”. Anche noi, Pietro, come te: “preso nulla!”. Eppure il frigorifero non si chiude più, i supermercati s’ingrandiscono, le borse si spezzano, le pance son la contentezza dei dietisti. Aumentiamo, c’ingrassiamo, mangiamo, beviamo, ruttiamo. “Preso nulla!” Eppure dalla mattina alla sera corriamo, otto-dieci-quindici ore di fatica, turni di lavoro che in Egitto la schiavitù non conosceva. Le strade non ce la fanno più a contenere le macchine, si fa scuola negli scantinati, le carceri scoppiano, gli stadi vomitano gli idioti, le case di cura chiudono per affollamento, le farmacie vivono di psicofarmaci e lassativi. Ci suicidiamo, ci ammazziamo, ci consoliamo, le imprese funebri fanno orario continuato. “Preso nulla!” Eppure, allo specchio, siamo laureati e dottori, ingegneri e preti, notai e avvocati, facchini, camionisti e calciatori. Veline, infermiere e presentatrici. Il portafoglio scoppia, la casa è piccola, il sistema nervoso è un miracolo di equilibrio. “Preso nulla!”

Gente: tanta fatica per nulla! Forse che stiamo pescando dalla parte sbagliata? Anche a Babele pescavano in maniera così ridicola. Ma la festa è finita: è rimasta solo polvere. L’11 settembre 2001 è finita a New York, in America. L’11 marzo 2004 è finita a Madrid. Il 7 luglio 2005 è finita a Londra. La festa è finita: è rimasta solo polvere. “Signore, allontanati da me che sono un peccatore”. No, Gesù non si allontana da Pietro. Anzi lo chiama a Sé come mai prima, invitandolo a prendere il largo, ad andare nel profondo mare per pescare. Ma stavolta sarà diverso: si pescheranno uomini!
Hai ragione! Si può lavorare tanto e non raccogliere nulla. Si può studiare un sacco e tornarsene con un fiasco. Si può educare un figlio e trovarsi non contraccambiati. Si può correre e non vedere mai la mèta. Si può amare e sentirsi abbandonati. Si può fare scoprire d’aver corso una vita intera e sentirsi tristi.
E se stessimo pescando dalla parte sbagliata?

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"In quel tempo, Gesù cominciò a dire nella sinagoga: «Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato». Tutti gli davano testimonianza ed erano meravigliati delle parole di grazia che uscivano dalla sua bocca e dicevano: «Non è costui il figlio di Giuseppe?». Ma egli rispose loro: «Certamente voi mi citerete questo proverbio: “Medico, cura te stesso. Quanto abbiamo udito che accadde a Cafàrnao, fallo anche qui, nella tua patria!”». Poi aggiunse: «In verità io vi dico: nessun profeta è bene accetto nella sua patria. Anzi, in verità io vi dico: c’erano molte vedove in Israele al tempo di Elìa, quando il cielo fu chiuso per tre anni e sei mesi e ci fu una grande carestia in tutto il paese; ma a nessuna di esse fu mandato Elìa, se non a una vedova a Sarèpta di Sidòne. C’erano molti lebbrosi in Israele al tempo del profeta Eliseo; ma nessuno di loro fu purificato, se non Naamàn, il Siro». All’udire queste cose, tutti nella sinagoga si riempirono di sdegno. Si alzarono e lo cacciarono fuori della città e lo condussero fin sul ciglio del monte, sul quale era costruita la loro città, per gettarlo giù. Ma egli, passando in mezzo a loro, si mise in cammino" (Vangelo di Luca 4, 21-30)

Stai mangiando.
minestraAssaggi la minestra: manca il sale. Prendi il sale, lo getti nel cestino e ti arrabbi perché la minestra è ancora insipida. Ma se hai buttato il sale nel cestino! Sei a scuola. Prendi l’astuccio, lo getti nella spazzatura e ti arrabbi con la maestra perché tutti disegnano e tu no. Ma sei hai buttato i colori nella spazzatura! Sei in autostrada da dieci ore: caldo, traffico, multe, sorpassi, benzina. Non sai dove andare. T’arrabbi con il vigile perché la strada non finisce mai. Ma se non hai deciso la mèta! Hai 40 anni. Dormito, riposato, giocato, russato, mangiato, bevuto. Ti arrabbi con l’anziana madre perché i tuoi figli non ti abbracciano. Ma se non ti è mai passato per la testa l’idea di una famiglia! Accendi il telefonino: non s’accende. Tutto nervoso sferri un pugno al rivenditore. Ma se non hai inserito la batteria! L’auto è nuova. Non vuoi far benzina. Diventi furibondo perché non s’accende. Ma se non fai benzina!

A Nazareth avevano gonfiato il petto d’orgoglio.
Per un giorno, al centro del mondo.
Tornava a casa uno di loro, uno dei pochi che erano riusciti a far parlare di sé fuori dalle campagne di Galilea. Poi era dolce e discreto come un bambino, ma sapeva anche diventare ferreo e coraggioso contro le ingiustizie. Non temeva di chiamare “volpe” Erode e serpenti i capi religiosi della sua epoca.
Nella sinagoga del suo paese avvenne qualcosa di strano. Tutti, all’udirlo, “erano meravigliati dalle parole di grazia che uscivano dalla sua bocca”, fino a renderne testimonianza (Lc 4,22). E non ci risulta difficile immaginarcela quella povera gente: attonita, con il fiato sospeso davanti a quello che Gesù aveva da poco catapultato nei loro cuori. Lì per lì ne restano affascinati, sedotti, catturati, ma basta un attimo e tutto si capovolge in odio feroce. Come si permette Lui – semplice figlio di Giuseppe, falegname di Nazareth – di parlare in quel modo? Quell’Uomo, che avevano visto giocare insieme ai loro figli, uno che avevano sentito più e più volte tossire per le viuzze al calar del sole, uno che avevano visto rantolare dopo un lungo inseguimento sui prati ingialliti di anemoni? Nessuno è profeta in patria: questo anche i muri lo sanno. Ma c’è da credere che Gesù s’aspettasse da quelli del suo paese uno strappo alla regola, un’eccezione che confermi la norma, un exploit che confermi la normalità. E invece, strada facendo, dovrà accorgersi che i suoi nemici sono proprio lì, “tra i suoi parenti, in casa sua… e si meravigliava della loro incredulità” (Lc 6,4-6).
Luca dipinge bene la rabbia che stava montando nel cuore dei suoi paesani: "lo cacciarono fuori della città e lo condussero fin sul ciglio del monte per gettarlo giù dal precipizio”. Insomma, volevano ammazzarlo, tutti insieme, a denti stretti, compatti. Perché? Perché la santità, quando è pura, diventa “segno di contraddizione”, svela i pensieri dei cuori e, perciò, scandalizza, fino a diventare mortale. Soprattutto se c’è una folla unanime disposta a scagliarsi contro di lui.
finestraI suoi paesani sono ingordi di miracoli. Vogliono il miracolo! Cavolo, una magia a casa sua la può concedere. Vogliono l’emozione, l’eccezione, la magia. Come a Cafarnao! Sono “raccomandati”, sono paesani di Gesù, è il figlio di Giuseppe! Ma dei miracoli, Cristo fu nemico. Quale più quale meno, tutti i miracoli sono strappati alla sua pietà, carpiti alla sua condiscendenza, persino rubati con l’astuzia. E ogni volta che ne concede uno, noi sappiamo che quel cieco che apre gli occhi, quello storpio che getta le grucce, quel morto che risuscita non è il vero miracolo. Se non per noi. Per Lui il miracolo è un altro, quello che dovrebbe sgorgare di conseguenza, per ottenere il quale ha ceduto a farsi mago e che invece gli riesce solo raramente: la fede. Vogliono il miracolo, ma Lui non lo compie perché manca la fede! E loro? “Furono pieni di sdegno, si levarono, lo cacciarono fuori dalla città e lo condussero fin sul ciglio del monte… per gettarlo giù dal precipizio”.
Eppure Dio non cambia idea sull’uomo! “Prima di formarti nel grembo materno, ti conoscevo, prima che tu uscissi alla luce, ti avevo consacrato. Ti ho stabilito profeta delle nazioni. Ti muoveranno guerra ma non ti vinceranno, perché io sono con te per salvarti” – dichiara con amore eterno Dio al profeta Geremia. Verrebbe da deriderli, da condannarli, da tirare le orecchie a questi paesani scomposti di Gesù. Verrebbe da far tutto questo se non c’accorgessimo che noi stiamo facendo lo stesso. Dopo millenni si è avverata la profezia che tutti attendevano. Ma non come l’attendevano! Si sognava un posto al sole in compagnia di quell’uomo e ci si trova con la rabbia nel cuore. Siamo uomini, ma stiamo perdendo. Abbiamo inventato il navigatore satellitare, il gprs, le cartine stradali su cellulare, le voci metalliche che ci indicano la strada, Porche e Ferrari, Lamborghini e jumbo, sfidiamo la velocità del suono ma non sappiamo più dove andare! Ma gettiamo la Via. Abbiamo firmato invenzioni millenarie, scritto montagne di libri, intavolato migliaia di discorsi. Abbiamo urlato, convinto, venduto, comprato. Come ai tempi di Noè! Ci siamo fidati di mille cartomanti, indovini e fattucchieri. Mangiamo psicofarmaci e lassativi, beviamo diuretici e sciroppi, per merenda Valium e per dormire Tavor: ma gettiamo la Verità. Siamo uomini, ma stiamo perdendo il senno. Conosciamo l’uomo a menadito, sappiamo smontarlo e rimontarlo, amarlo e tradirlo, generarlo, assisterlo e clonarlo. Lo facciamo piangere, ridere, godere, diventare goloso e anoressico, bulimico e affamato. Lo regoliamo a nostro piacimento! Ma gettiamo la Vita!
Possibile che a nessuno venga il dubbio che nell’istante in cui gettiamo la Via, la Verità, la Vita gettiamo la nostra serenità? La nostra felicità d’essere uomini?

sogno1Insomma.
Vuoi la minestra salata ma non vuoi mettere il sale.
Vuoi disegnare, ma non vuoi i colori.
Vuoi arrivare, ma non sai decidere dove andare.
Non vuoi una famiglia e vuoi l’abbraccio di un figlio. Vuoi accendere il telefonino, ma non vuoi la batteria.
Vuoi accendere l’auto, ma non vuoi far benzina.
Insomma siamo come i paesani di Gesù. Vogliamo Gesù, ma non quello che Gesù dice.
Sogni di gloria li chiamerebbe Qualcuno!


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