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[ "Conversazione notturna" - A colloquio con Claudia Koll - attrice ]

Chiesa di VillanovaQuella di giovedì 11 settembre 2008 sarà una data che la piccola parrocchia di Villanova di Forlì faticherà a dimenticare. Oltre cinquecento persone hanno preso parte alla "Conversazione notturna con Claudia Koll", ideata e presentata da don Marco Pozza, con il saluto del parroco don Libero Gardelli. E' stata la festa di una comunità attiva, impegnata e desiderosa di lasciarsi interpellare e scuotere dalla Parola Eterna. Silenzi, canti e commozione hanno intervallato una serata che ha voluto aprire il cammino che questa piccola comunità ha ideato per quest'anno: "Conversazioni notturne con Paolo di Tarso" (ogni secondo venerdì del mese) in compagnia del sacerdote vicentino.

CERN di Ginevra, 10 settembre 2008, ore 10.25. I protoni iniettati nel sistema compiono il primo giro di 27 km. A impresa lanciata compiranno 11.000 giri al secondo pari alla velocità della luce. E' l'ennesimo parto dell'uomo che s'accinge a firmare l'impresa del secolo: ricreare le condizioni che resero possibile lo scoppio del Big Bang. L'uomo, scortato da un sogno in tasca: rintracciare la cosiddetta "particella di Dio" per riassaporare l'inedito dei primi attimi della creazione, questo ineguagliabile concerto che accese il respiro della storia. Un Dio che, infastidito dal nulla, s'appropinqua alla terra. L'ammira. L'accarezza. La bacia. S'insinua tenero nel profondo delle sue labbra fino al punto che il suo respiro diventa il respiro della terra. Due respiri che si confondono, s'intersecano, s'aggomitolano. Due respiri che diventano un unico respiro. Perché nella scienza ignorante di Dio 1+1 non fa mai 2. Ma sempre e solamente 1 più grande.
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Ad attendere il risultato del CERN comparirebbero le rughe appena sopra il volto. E un pizzico di delusione: anche a Babele quella volta rimase solo un pugno di polvere. E una miriade di lingue. Contrariamente, a tuffarti da sconsiderato dentro la fiumana dei Rotoli Sacri scopri che quell'esperimento è insignificante. Folle. Babelico. Inutile. Esattamente: è umano. Perché le "particelle di Dio" non viaggiano nei laboratori, non nuotano nell'Acqua Lete, ma prendono vita tra le strade, nelle piazze e nei quartieri delle città degli uomini. A mettere il naso sull'uscio della Scrittura Sacra, senti profumo di pane e di bucato. Di mani, di fuso e di legno. Di vita. E' mio onore stasera bussare e aprire una delle tante porte - lei non è l'unica - che mi rendono familiare la Scrittura. Che la rendono un paese dove cielo e terra intrattengono lunghissime conversazioni notturne. E farvi sedere al tavolo con questa piccola "particella di Dio".

Claudia KollFacilmente immaginabile: da bambina il viso odorava di bellezza. Da ragazza il fascino premiava. Da donna divenne seducente. Sognava, faceva sognare, guadagnava con i sogni. La bellezza risiedeva nel DNA di questa bambina che s'era addirittura cambiata il cognome per diventare una star. Più o meno come a Ginevra: pure lei pensava che la bellezza fosse un intruso apprestato da mani umane. Peccato o fortuna volle che il brevetto fosse depositato altrove. E l'Inventore un giorno le presentò il conto. Perché era attento e intento alla sua felicità. Perché sa che quando tutto gli va bene, quando ha tranquillità economica, prestigio sociale, l'uomo è sicuro di se stesso, si sente al centro del mondo, si sente un Dio, anche se continua ad adorare il Dio dei cieli che - secondo la sua povera testolina - gli ha concesso soldi e onore perché se li è meritati con la sua onestà e le sue opere buone. E allora Dio gli fa la più grande grazia: gli da un gran calcione nel culo che lo manda con il muso nella polvere. Da' una scossa all'edificio di sabbia, di presunzione, di illusione che quell'uomo si è costruito. Nel cadere, quell'edificio fa un gran polverone. Quell'uomo non vede, non capisce niente. Ma poi, un po' alla volta, il polverone si dirada, e l'uomo comincia a capire, a vedere la realtà della vita, a respirare un'aria nuova di libertà. S'è risvegliata quella stella che abita nell'oscurità del nostro nome. Perché la vita non avanza per delle coercizioni, ma per una passione. E la passione fiorisce da una bellezza: intuita, intravista, gustata.
Gesti, parole, emozioni capaci di vincere il cuore.
Di vincere e con-vincere. Perché questo è l'incredibile sogno di Dio: che nessuno sia solo nella vita e che nessuna casa sia senza festa del cuore.
Il bambino e la bambina sognano. Hanno il diritto di sognare. Si nutrono di sogni. Ma rimangono sempre sogni di bambino. Il resto - assicura l'ex tagliatore di teste Saulo di Tarso - sarà tutto da grattare con i denti: "Quand'ero bambino, parlavo da bambino, pensavo da bambino, ragionavo da bambino. Ma, divenuto uomo, ciò che era da bambino l'ho abbandonato" (1Cor 13). Perché, è proprio vero, non si può rimanere sempre bambini. Non si deve. Non è corretto. Nei confronti di Dio, della vita, di se stessi.
Sei la nostra benvenuta, stasera, carissima Claudia. Ad accoglierti è una piccola ma tenace parrocchia di periferia. Una comunità cristiana che s'accampa alla periferia della città. Un parroco di periferia, don Libero. Un pugno di gente che ha voglia di fare. Meglio: che ha voglia di esserci. Meglio ancora: che ha voglia di scalare il sentiero della santità. Orgogliosi d'essere un quartiere di periferia: perché tu ce lo racconterai subito che Dio parte sempre dalla periferia per trasformare il mondo. Tu, donna di periferia. Io, prete di periferia. Loro, cristiani di periferia. Il complimento più bello che ti afferra per il mantello e ti getta violento nelle prossimità più prossime di donna Maria Nazarena. Lei era donna di Palestina: piccola provincia periferica dell'impero romano. Donna di Galilea: la regione ai margini d'Israele. Quasi Siria, quasi Libano, quasi eretica. Donna di Nazareth: paese mai nominato nella Bibbia. Senza storia, senza ricordi, senza futuro. Donna in una città di uomini. Donna giovane: ma il popolo era comandato dagli anziani. Ragazza analfabeta: in una religione fondata sulla Parola. Donna incinta: prima di vivere assieme con uomo.
Don Marco Pozza, Claudia Koll, don Libero Gardelli
Donna di periferia. La bellezza di ciò che l'uomo spregia!
Nella parrocchia di Villanova quest'anno s'è deciso di fare le cose in grande. Esageratamente. Oppure nel nascostamente piccolo: dipende sempre dalle prospettive. Ogni secondo venerdì del mese ci daremo appuntamento per scoprire la figura intrigante, affascinante, deleteria, massacrante, sublime, misteriosa, celeste di Saulo di Tarso. Convertito in Paolo per quello strano trucco di cambiare i nomi ch'era il passatempo riconosciuto dell'Uomo di Nazareth. In sua compagnia sbatteremo il naso contro la Parola: quella Parola che parla davvero, però. Quella Parola che, se hai l'ardire sfrontato di appostarti nudo in fronte a Lei, ti fa sentire freddo. Ti prende per i capelli, ti stramazza a terra, t'accarezza e ti sfiora, t'ingigantisce e ti massacra. Ti stupisce, t'innervosisce, ti fa sentire le vertigini. T'impoverisce per arricchirti. Noi, Paolo-Saulo e quel vecchio Restauratore d'uomini svegliatosi nella casa di Nazareth. Tu stasera ci trovi all'entrata di Tarso: cioè all'inizio del nostro cammino. L'amico che ci verrà a trovare a maggio ci troverà appena dopo Damasco: in mezzo c'è tutta la via che porta a Damasco. In mezzo, come canta Nicolò Fabi, "nel mezzo c'è tutto il resto/ e tutto il resto è giorno dopo giorno/e giorno dopo giorno è/silenziosamente costruire/e costruire è sapere e potere/rinunciare alla perfezione" (N. Fabi, Costruire). Il resto: ovvero l'avventura di un uomo che non s'è convertito. S'è trasformato.
Qualcuno vive a Tarso. Qualche altro a Damasco. Altri ancora a Villanova: non importa. E' legge accertata nella Scrittura che quando tu apri la tua vita a Dio non devi più avere dimore. Non puoi accettare una dimora. La tua rotta la interpreterai con le ginocchia piegate verso le stelle. Tanto non vinci: è impossibile rimanere latitanti quando c'è un mandato di cattura emesso dall'Alto. Nessuno è uscito indenne da quell'incontro.
Quella di stasera sarà l'ennesima conferma.

Nelle mie vallate questi son giorni di frenetica preparazione: il rumore dei campanacci, lo sferrare dei cavalli, il raglio degli asini e le strade odorose di strame pre-annunciano l'antichissima celebrazione della transumanza, questa splendida liturgia contadina che ancor oggi incanta, affascina e strega. Transumanza è termine latino: deriva da trans - humus (che significa spostarsi da un terreno ad un altro). E' l'avventura del bestiame che dalla montagna scende a valle. Perché prima dalla valle era salito alla montagna.
Quella di stasera è la storia di una transumanza tutta biblica. Che racconta di un passaggio dall'amor profano all'amor sacro. Lasciandosi guidare dal cielo. La storia di una donna che, pizzicata da Dio in "eccesso di velocità" al pari di Paolo di Tarso, ha accettato di farsi ammanettare dalla sua seduzione.
Scrisse Mario Rigoni Stern, compianto scrittore dell'Alto Vicentino: "Ma ci saranno ancora degli innamorati che in una notte d'inverno si faranno trasportare su una slitta trainata da un generoso cavallo per la piana di Marchesina imbevuta di luce lunare? Se non ci fossero come sarebbe triste il mondo".
Davvero: come sarebbe triste il mondo se non ci fossero i pazzi di Dio!




Claudia Koll ha fondato, nel 2005, l'Associazione Onlus "Le Opere del Padre" «[...] come risposta concreta all'esperienza fatta dell'amore misericordioso del Padre, tenero come una madre, che perdona, restituisce dignità, rimette in cammino, sostiene e consola nella sofferenza chi a Lui si rivolge con fiducia [...]».
L'Associazione si occupa di progetti, in Congo e Burundi, atti a sostenere le famiglie e i bambini bisognosi di queste zone povere dell'Africa anche, ma non solo, attraverso la costruzione di strutture sanitarie e scuole.

Il sito ufficiale dell'Associazione "Le Opere del Padre": http://www.leoperedelpadre.it/



Alcuni momenti dell'incontro
Don Marco e Claudia Koll Don Marco e Claudia Koll
Uno scorcio sul vasto pubblico che ha partecipato all'incontro Uno scorcio sul vasto pubblico che ha partecipato all'incontro
Claudia Koll e don Libero Claudia Koll
Gli articoli apparsi su "il Resto del Carlino" (edizione di Forlì)
L'annuncio apparso su 'il Resto del Carlino' - Edizione di Forlì - di mercoledì 10 settembre 2008 L'articolo apparso su 'il Resto del Carlino' - Edizione di Forlì - di sabato 13 settembre 2008
Cliccare sulle immagini degli articoli per ingrandirle.
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[ Solennità dell'Esaltazione della Santa Croce ]

Raoul Follerau, l'apostolo dei malati di lebbra, racconta che un giorno arrivò in un campo di lebbrosi senza niente da offrire loro: né soldi, né vestiti, né medicine. Un po' impacciato, disse: "Fratelli, non ho nulla da darvi, ma tornerò". Allora il capo del campo chiese a Follerau di stringere la mano ad uno ad uno e così lui fece. Una stretta di mano: era poca cosa, ma era tutto quello che in quel momento poteva donare. Se ne andò un po' avvilito per non aver potuto fare quasi nulla. Poi un giorno gli arrivò una lettera: "Caro Follerau, al campo nessuno s'è lavato le mani per una settimana, per non perdere il profumo delle mani".
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Lato B e lato A, il dietro  e il davanti. Alle calcagna abita l'Egitto dei ladri, della schiavitù, delle pentole traboccanti di cipolle. Di fronte campeggia nella sua folgorante bellezza la Terra, quella Promessa: sogno antichissimo, vergine, luminoso. Azzardato. Tra il dietro e il davanti c'è tutto il rischio del cammino, questo traghettamento dell'antico popolo d'Israele che, partito dal Monte Cor, si sta dirigendo verso il mar Rosso per aggirare il paese di Edom. Guarda la precisione della geografia sacra: puntuale, definita, precisa! La marcia non è conclusa, ma siamo a buon punto: eppure il popolo si lamenta. Contro Mosè, contro Dio, contro la speranza. La schiavitù porta sempre una sua sicurezza: la libertà chiede come prezzo un rischio da correre. Il popolo si lamenta, s'infuria, s'arrabbia. I cronisti dell'epoca hanno raccolto una delle prime bestemmie contro Dio. In pieno deserto, cioè in zona pericolosa, sbraitano contro Dio: "perché ci avete fatti uscire dall'Egitto per farci morire in questo deserto? Perché qui non c'è né pane né acqua e siamo nauseati di questo cibo così leggero" (Nm 21,2-9). Nauseati del cibo leggero, del Dio faticoso, del Mosè esigente. Gente stanca di tutto: persino di camminare. Cioè di crescere, di diventare grande, di rischiare la felicità. Eppure il deserto è un talamo divino, è il luogo dell'intimità tra Dio e il popolo, l'incrocio nel quale dà appuntamento a chi vuole denudare per ricolorare di luce. "Ti condurrò nel deserto e parlerò al tuo cuore... Ti fidanzerò a me e ti farò mia sposa per sempre" - sussurra Dio per bocca del profeta Osea. Ma il deserto fa paura: quando sei bambino, quando diventi giovane, quando t'apri alla maturità. Quando sei papà, mamma, nonna, nonno, prete. Pure vescovo mi assicurano. Anche noi tante volte, abbiamo la sensazione che i nostri piedi tocchino la polvere del deserto. Proviamo paura perché della logica di Dio non sappiamo che farne. Tremiamo perché non vogliamo capire che anche Dio è entrato nel deserto. Lui, il Figlio di Dio, venne adescato dall'intuizione che il deserto, oltre che del silenzio, è anche l'ambito delle parole che contano. Oltre che degli ululati solitari è anche il luogo dove s'apprendono melodie. Oltre che riparo dall'assedio è anche recinto in cui incrociare la bellezza. Dio ci è entrato per attraversarlo, non per rimanervi. Per ripetere l'avventura dell'esodo verso la terra promessa. Per dirti che non sei solo, non sei l'unico, c'è un popolo che ha la residenza nel deserto. E per ricordare a te (che immagini di poter tutto) che non sempre è disposto a lasciarsi maledire, bestemmiare, scanzonare. C'è un Dio che si stanca: "allora il Signore mandò fra il popolo serpenti velenosi i quali mordevano la gente e un grande numero d'Israeliti morì". Anche Dio, Creatore dal genio insuperabile, si stanca. Nel vedere una Creazione deturpata, un Amore frainteso, una fiducia accecata. Un popolo che, trasportato su ali d'aquila, su carrozze di prima classe in testa al treno, trova ancora il gusto di ribellarsi. E quando Dio si stanca non scherza. Come quando ama non scherza. E il popolo ragiona, ha paura, chiede aiuto: "Abbiamo peccato, perché abbiamo parlato contro il Signore e contro di te: prega il Signore che allontani da noi questi serpenti". In pieno deserto, attaccato dai serpenti e dimentico di un Dio eccezionale il popolo ha paura. Trema. Chiede aiuto a Mosè, l'ultimo aggancio col cielo presente nell'accampamento. Stanco di un Dio esigente, demoralizzato da un popolo traditore e mormoratore, debilitato da anni di pascoli, passaggi e diplomazie, gioca la carta della preghiera. Ma Mosè non è un supereroe, semplicemente accetta di mettere in gioco tutto. Perché negli occhi di ogni creatura abita una preghiera, anche in quelle che non hanno occhi. Pregare è contemplare, piangere, stupirsi, sedursi. Ammirare, singhiozzare, sorprendersi. Sedersi, chiedere e attendere. Le cose non tengono nulla, ma tu puoi farle cantare, farle pregare! Alberi, montagne, pesci, coccinelle, neve, brina... tutto può passare nella tua mente e nel tuo cuore e farsi preghiera. Puoi diventare poeta dell'universo!  Ed è bello pensare che Dio ti sfiora non solo nelle liturgie solenni delle cattedrali, nelle sinagoghe o nelle cappelle, nelle giornate mondiali o nei ritiri, ma anche - e soprattutto - nella vita comune, nel tran tran quotidiano. Nella vita comune, nei giorni di festa e nelle notti di burrasca. Ecco come nasce la sete della solitudine. E' il desiderio del deserto che prende tutte le persone che Dio chiama. Se oggi la società sta andando a puttane, se stiamo allevando una società di neuropatici, è perché ci siamo lasciati fregare dalla mania del rumore, che comincia al mattino con la radio accesa, continua durante il giorno con il frastuono delle macchine e finisce a notte fonda con il diapason lacerante delle discoteche.

Suoni che non saziano: quando invece l'uomo è un essere affamato. L'uomo nasce affamato. Del pane, dei sogni, di speranza. Della musica, della poesia, dell'arte. Della vicinanza, dell'affetto, dell'intimità. Della sessualità, della spiritualità, della compagnia. L'uomo ha fame, non vuole rimanere solo. Ha paura quand'avverte di rimanere solo. Il popolo nel deserto non lo sa: ma, furioso, invoca Dio. Con la bestemmia, con l'insulto, con la maledizione ma lo va cercando. E quando la vita stringe ogni uomo cerca la mano, gli occhi, la carezza di chi gli ha dato più vita. Immagina una carezza offerta ad una sposa tradita, ad un padre senza lavoro, ad una bimba che perde la sua mamma. Nella Scrittura è legge certa il deserto. Di più: è garanzia che la pista è giusta. Che Lui non si sta grattando il capo. E' nel deserto Dio firma i progetti più sostanziosi. Come - parola di De Andrè - è nel letame che nascono i fiori più belli. Non nei diamanti.
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E' notizia battuta più volte che il Buonarrotti scultore quando scrutava un blocco di marmo scorgeva già dentro l'opera d'arte: il suo lavoro non era altro che togliere il superfluo, il troppo che ingabbiava la statua. Stessa opera è l'uomo: c'è gia tutto. Resta solo da imbracciare gli strumenti e liberarla. C'è tutto, ma resta tutto da fare. Un conto è voler stare meglio, un conto è essere felici. Per stare meglio basta poco: innamorarsi ogni tanto, arraffare qualcosa, vedersi un tantino di stipendio in più. Un po' come arredare una cella di prigione. Con la finestra chiusa e un abat-jour al posto del sole. Si può anche vivere così. Anche se noi siamo nati per farci baciare dal sole.
Dicono che a Tarso Paolo c'avesse provato: risultato fallimentare. Perché non è facile ingabbiare il sole. Soprattutto quando decide di scottarti la pelle!
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Se ne sta acquartierata alle porte di Forlì con le sembianze discrete di una sentinella fedele. E una manciata di fede da serbare con divina gelosia e umana trepidazione. Una piccola chiesa e il suo campanile, il suo oratorio e il suo campetto. La sua gente, quella statale che corre impazzita e il vecchio curato. In una Romagna colorata nell'immaginario di rosso: che non è solo il colore della Divina Passione. Ma anche di umane passioni.
Parrocchia di periferia, gente di periferia, aria di periferia.
Anche nella Scrittura - Vento Prestante sulla frivolezza delle chiacchiere umane - Dio dà lo sparo d'inizio sempre dalla periferia. Maria è "donna di periferia". Grembo di periferia. Orgoglio della periferia. Maria e tutto quello stuolo silenzioso di donne anonime, di profeti sconosciuti, di poeti convertiti che parlano la lingua di tutti i giorni e non solo quella del sabato, il linguaggio dei bambini e non solo dei rabbini, la lingua di casa e non solo quella di chiesa. Il dialetto del cuore.
C'erano i dromedari di Madian come promessa d'invasione per la bella Gerusalemme, ma c'è pure tutto uno stuolo nascosto che nella Storia Sacra sta giocando. Giocando, da giocare. Il verbo dei bambini, del passatempo, dei pomeriggi appena tornati da scuola. Sotto i lampioni, sulla riva di un ruscello, nell'aria aperta. "E' così confortante pensare che Dio ti sfiora non solo nelle chiese o nelle sinagoghe, ma nella vita comune, ti sfiora nei giorni di festa come nelle notti di burrasca" (E. Ronchi).
Anche a Dio piace giocare.
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Nel catechismo cacciato dalle chiese, forestiero tra i banchi e minacciato di morte dai pulpiti - quello che tanto piaceva al Camillo prete del Giovannino Guareschi - si racconta che il Signore Dio, dopo aver creato la terra, le piante e gli animali, progettò l'uomo e la donna perché sognava di trovare qualcuno che stesse davanti a Lui, capace come Lui di amare. Un giorno disse agli uomini: "La mia gioia sta nel giocare sulla terra con i figli dell'uomo. Volete giocare con me?" Gli uomini risposero in coro: "Si, ma a cosa giochiamo?" "A nascondino" propose Dio. "Che bello!" esclamarono gli uomini. E cominciarono il gioco. A Dio più che cercare piaceva farsi cercare: anche perché quando Lui "stava sotto" riusciva a scoprire e a chiamare tutti per nome in un battibaleno. Così andò a nascondersi e lasciò agli uomini e alle donne l'incarico di cercarlo.
Aspetta, aspetta... non arrivava nessuno.
Dopo parecchio tempo s'accorse che gli uomini si erano dimenticati di Lui ed erano occupati in altre attività. Dio ci rimase male: nessuno andava a trovarlo. Egli era davvero il grande emarginato: voleva farsi trovare, anche perché aveva dei doni da regalare ad ognuno, ma nessuno sembrava interessato di lui. Poiché Dio è fedele, andò lui a cercare gli uomini. Li trovò indaffarati in mille occupazioni (nessuno aveva più tempo), attorniati da una vera e propria montagna di oggetti inutili, nascosti dietro alla moda del momento, pieni di cattiveria dietro i loro simili. Di più! Alcuni si nascosero alla sua vista, pieni di paura, molti si vergognavano di averlo conosciuto.
Altri, addirittura, non sapevano nemmeno della sua esistenza.
Ma Dio non si diede per vinto. Ostinatamente cercò qualcuno che facesse amicizia con Lui. Chiese, cercò, bussò: perché alla fine sapeva di trovare.
Di trovare dove l'uomo aveva già deciso di sbarrare le saracinesche.

Successe anche a Tarso. Capitale della provincia romana della Cilicia Pedia. 10 miglia nell'entroterra, sul fiume Cidno, una storia vecchia di 4000 anni da vantare come credenziale. Cereali, uva e tanto lino. Oltre che il feltro prodotto con la lana delle capre nere. Quella sera la luna iniziava ad arrampicarsi sui tetti, ma una locanda - ormai deserta - rimaneva aperta e trepidante, una mensa frugale stava improvvisata, un parlare sommesso riempiva quel silenzio. Quattro spighe di grano, due fiori di ginestra, un canestro di pane e un persecutore. Fuori un profumo di zagara saliva dagli aranceti e la brezza marina inebriava l'anima di profumi d'Oriente.
Il Giocatore e il giocato. L'Eterno e l'umano. L'Amore e la persecuzione. La Misericordia e l'odio. Più semplicemente: Saulo e Gesù di Nazareth. Impossibile rimanere latitanti quando s'è braccati da Dio. Come sarà impossibile uscire indenni dal combattimento con Lui. Se tu non giochi, gioca Lui. Se non lo cerchi, ti cerca Lui. Corre fino a Tarso, fino alla tua Tarso. Fin dentro casa tua: "è bello pensare che Dio ti sfiora non solo nelle liturgie solenni delle cattedrali, nelle sinagoghe o nelle cappelle, nelle giornate mondiali o nei giorni di ritiro, ma anche - e soprattutto - nella vita comune, nel quotidiano".
I papiri antichi raccontano di una lotta agghiacciante, di una partita giocata fin oltre i supplementari. Tramandano l'eco di urla, coltelli e silenzi. Parole da Lassù, parole da quaggiù. Parole che scavano, che strapazzano, che tagliano. Che urtano, spingono e rattrappiscono. Che infiammano, tolgono il sonno, schiacciano. Certo che a Tarso s'è combattuto uno dei match più imprevedibili nella storia del "nascondino di Dio". Ancor oggi sul monitor di quel videogame il livello più avanzato si chiama "livello Tarso". Cioè: confine con l'insospettato.

Un giorno, tra le viuzze di sullastradadiemmaus.it, ho stretto una mano. Mano rugosa, volto scavato, tante primavere e altrettanti inverni sulle spalle. Teneva l'identità di un vecchio servitore di Dio. Ci sediamo al tavolo e mi racconta della sua chiesa in sobborgo, della sua gente, della faticosa bellezza d'essere prete a settant'anni. Il tempo scorreva veloce. E più fluivano i minuti più il suo volto trascolorava. Avevo davanti agli occhi un vecchio prete di periferia: don Libero Gardelli. La stessa bella vecchiaia di Giovanni, il custode col cappello della nostra parrocchia. Io stavo giocando: con la Scrittura che mi afferrava per il collo, cercavo tracce di falliti là dentro per sentirmi meno solo nella vita. Nella scelta. Nella corsa.
Un certo Saulo mi stava insegnando una tecnica per far fuori facilmente Dio dalla partita. M'appassionava, m'intrigava, mi prendeva. Vidi confusamente sul suo zainetto un graffito stampato di suo pugno: "Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la mia corsa, ho conservato la fede. Ora mi resta solo la corona di giustizia che il Signore, giusto giudice, mi consegnerà in quel giorno" (2Cor 4,7-8). Involontario appassionato, entra in gioco don Libero.
Due dadi, una piantina, un indirizzo.
"Giochiamo assieme" - urla con la sua voce da nonno.
"Non ci stiamo, padre" - ribattiamo in coro io e Saulo.
"Andiamo a Forlì: in oratorio c'è posto per tutti" - calò puntuale il vecchio servitore di Dio. E lanciò i dadi.

Nasce così - dall'intreccio tra una mano giovane, una mano vecchia e una Mano Eterna - "Conversazioni notturne con Paolo di Tarso", un percorso alla scoperta della "partita a nascondino" giocata millenni fa tra un Uomo sceso dalla periferia della Galilea e uno spietato torturatore uscito dalla periferica Tarso.
Una storia di periferia! Bellissima: come sono belle tutte le storie che nascono nelle periferie. Come sono belli gli amori fuggitivi rubati agli occhi di una zingara. E' lo "splendore del dimesso" che tanto piaceva all'Heidegger filosofo. E al Von Balthassar teologo. E pure al Creatore Divino.
Partiremo dalla periferia: l'ouverture sarà la storia di una donna beccata nella periferia, stregata laddove l'uomo condanna, colorata negli atelier che resero bella Giuditta, Ester, Raab, Rut ed Elisabetta. Claudia Koll lancerà i dadi e inizierà la partita.
L'appuntamento è ogni secondo venerdì del mese nella parrocchia di Villanova, periferia di Forlì [*]. Custodita dal don Libero parroco. Ci troveremo: pregheremo, ci lasceremo strangolare dalla Parola Eterna, inginocchiare dalla bellezza trasfigurata dell'Uomo della Croce, accendere dall'incredibile storia di Saulo. Divenuto Paolo per uno strano e riconosciuto scherzo dell'Uomo di Nazareth: quello di cambiare i nomi. Poi, a chiesa chiusa, ci ritroveremo nella piazza di Internet, all'indirizzo sullastradadiemmaus.it e condivideremo la nostra fede. Posteremo commenti. Lanceremo dubbi. Accenderemo ribellioni. Costruiremo un laboratorio. Perché "per me - diceva Norberto Bobbio - la differenza non è tra il credente e il non credente, ma tra chi prende sul serio questi problemi e chi non li prende sul serio".
Strada facendo, ci verranno a trovare amici beccati pure loro sulla via di Damasco. In pieno eccesso di velocità. Gente stracciona, beduini incalliti ri-abbelliti da Dio per colorare l'umanità. Che invece d'essere multati son stati trasformati. Fin nei pensieri: "Non conformatevi alla mentalità di questo secolo, ma trasformatevi rinnovando la vostra mente, per poter discernere la volontà di Dio" (Rm 12,2).
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Quel giorno suonò il campanello in oratorio. E al gioco si pose fine: mi piacerebbe anticipartela quella fine. Ma Paolo non me lo perdonerebbe: perché la Scrittura va gustata metro dopo metro, silenzio dopo silenzio, caduta dopo caduta. E' come un nocciolo d'oliva, ci ricorda il muratore Erri de Luca. Un nocciolo d'oliva da rigirare in bocca. Leggere le Scritture è questo: inaugurare il tuo risveglio con un pugno di versi, così che il giorno pigli un filo d'inizio. Al mattino, a testa vuota, accogli quelle parole sacre. Capirle non è afferrarle, ma essere raggiunto da loro, lasciarti agitare da loro. Così diventerai ospite a casa delle parole della Scrittura Sacra. Nel giorno puoi sbandare dietro alle minuzie del da farsi, ma hai trattenuto per te una caparra di parole dure, un nocciolo d'oliva da rigirare in bocca.
Entra che giochiamo. Più siamo più s'incasina la partita. Più Dio si diverte.
Io t'aspetto. Egli t'aspetta. Noi t'aspettiamo.
Non è la declinazione del verbo aspettare. E' un invito innamorato!
Ti prenderanno in giro?
"L'uomo è irragionevole, illogico, egocentrico.
Non importa, amalo.
Se fai il bene, ti attribuiranno secondi fini egoistici:
non importa, fa' il bene.
Se realizzi i tuoi obiettivi, troverai falsi amici e veri nemici:
non importa, realizzali.
Il bene che fai verrà domani dimenticato:
non importa, fa' il bene.
L'onestà e la sincerità ti rendono vulnerabile:
non importa, sii franco e onesto.
Quello che per anni hai costruito può essere distrutto in un attimo:
non importa, costruisci.
Se aiuti la gente, se ne risentirà:
non importa, aiutala.
Da' al mondo il meglio di te, e ti prenderanno a calci:
non importa, da' il meglio di te"
(Madre Teresa di Calcutta)


[*] Parrocchia di Villanova - Forlì
Viale Bologna n. 332
Tel. 0543.754174
Sito Internet: http://www.parrocchiavillanova.net/
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