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“Entrato in Gerico, (Gesù) attraversava la città. Ed ecco un uomo, di nome Zaccheo, capo dei pubblicani e ricco, cercava di vedere quale fosse Gesù, ma non gli riusciva a causa della folla, poiché era piccolo di statura. Allora corse avanti e, per poterlo vedere, salì su un sicomoro, poiché doveva passare di là. Quando giunse sul luogo, Gesù alzò lo sguardo e gli disse: “Zaccheo, scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua. In fretta scese e lo accolse pieno di gioia. Vedendo ciò, tutti mormoravano: “E’ andato ad alloggiare da un peccatore”. Ma Zaccheo, alzatosi, disse al Signore: “Ecco, Signore, io do la metà dei miei beni ai poveri; e se ho frodato qualcuno, restituisco quattro volte tanto”.Gesù gli rispose: “Oggi la salvezza è entrata in questa casa, perché anch’egli è figlio di Abramo; il Figlio dell’uomo infatti, è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto”. (Vangelo di Luca, cap. 19 vv. 1-10)

Gerico, un sicomoro e un “ricco” nella cui casa “è venuta la salvezza”.
profumoIl nome di una città, di una pianta e di un uomo: su tre nomi è costruito uno degli incontri più singolari del Vangelo (e dobbiamo essere grati a Luca di non esserselo lasciato sfuggire; gli altri evangelisti, troppo occupati nel descrivere l’inerpicarsi di Cristo verso il Calvario, non hanno interrotto il filo della loro narrazione per occuparsi della sosta in casa di Zaccheo. Neppure Matteo, ex pubblicano, ha avuto molti riguardi nei confronti del suo ex collega).Ma veniamo alle descrizioni.
Gerico. Una rinomata stazione climatica. Una località mondana piuttosto rinomata (è stata nominata la Nizza della Giudea), frequentata da grossi nomi della politica e della finanza. Tanto per dire, Erode vi si recava a svernare con tutta la sua corte in un palazzo fiabesco e lì, secondo la tradizione, sarebbe morto. Gerico significa “la profumata”. Ma non doveva certo essere un profumo di virtù quello che aleggiava sulla città, tenuto anche conto delle sgualdrine d’alto borgo che vi soggiornavano, non certo con propositi di penitenza e di conversione.
Il sicomoro. Stando alle informazioni degli esperti in botanica, si tratterebbe di una pianta le cui foglie sono simili a quelle del gelso e i cui frutti ricordano i fichi. Le radici emergono all’esterno e risalgono verso il tronco in forma di archi, per cui l’ascesa sull’albero non comporta grandissimi prestazioni atletiche, nemmeno per chi fa vita sedentaria come Zaccheo.
Zaccheo. Un tipo mingherlino. Odiato cordialmente da tutta la popolazione per via del mestiere che esercita: capo dell’ufficio delle dogane. La sua professione lo fa collocare tra i “pubblici peccatori”. E’ ricco. Lui stesso ci fornisce un’indiscrezione appetitosa circa la provenienza della propria ricchezza: “se ho frodato qualcuno…” Per colmo dell’ironia - uno dei linguaggi più pungenti della Scrittura Sacra – si porta addosso un nome, Zaccheo, che nel gergo locale significa “il puro” e sembra fatto apposta per attirargli i commenti più graffianti da parte della gente.Ed è proprio questo personaggio che dobbiamo mettere a fuoco, resistendo alla tentazione piacevole di ridurlo ad una caricatura. Se riusciremo a liberarlo da tutte le incrostazioni macchiettistiche che una certa letteratura gli ha appiccicato, scopriremo un comportamento, dei gesti, delle decisioni estremamente scomode per noi. Zaccheo è un ostinato. Sicuramente glielo avevano detto in tanti: “Zaccheo, datti una calmata! Cambia musica!”. Glielo avevano cantato i suoi amici, pochi e più interessati ai suoi soldi che al suo comportamento: “Se continui così, prima o poi qualcuno di quelli che spelli perderà la testa e te la farà pagare”. Glielo avevano cantato le sue vittime, tante ed esasperate: “Ci vuoi rovinare, ma stai attento: prima ti roviniamo noi, e poi succeda quello che deve succedere”. Ma lui si è cacciato in testa di vedere Gesù. Si mette di buona volontà. Non si lascia scoraggiare dagli ostacoli. Non disarma fino ad impresa conclusa. Vogliamo fermare tre azioni di Zaccheo: il salire sull’albero, il discendere dall’albero, il testamento. Sono come una manciata di rimorsi che questo testardo, dalla sua casa dov’è avvenuta la salvezza, scaraventa nella nostra casa dov’è arrivato il quietismo.

La dignità appesa al naso della gente.
"Corse allora innanzi e salì sopra un sicomoro per vederlo, poiché doveva passare di là”. La folla gli impedisce l’incontro. Strana gente quella di Gerico. Sembra che la sua specialità sia quella di evitare il contatto diretto con Cristo. Prima soffoca il grido di Bartimeo, adesso soffoca la vista di Zaccheo. Lui è piccolo e non può certo far valere i propri privilegi per salire sul palco d’onore. Tutt’altro. E allora si mette a correre, precede Gesù. Adocchia un sicomoro e vi si arrampica. Ed eccolo appollaiato sopra, in attesa di gustare lo spettacolo da un balcone singolare. Presto detto: “salì sopra un sicomoro”. Ma prima di iniziare la scalata, Zaccheo ha dovuto togliersi la giacca. Voglio dire: si è spogliato della propria dignità. Chi non ha mai osservato, magari da dentro, il comportamento di una massa assiepata ai margini di un viale aspettando l’arrivo di un grosso personaggio, non può capire tutto questo. La gente ammazza l’attesa aggrappandosi ai particolari più insignificanti. E’ sufficiente si verifichi un piccolo avvenimento, un accidente qualsiasi, ed è tutto un darsi di gomito, un ammiccare, migliaia di occhi puntati là, un crepitare di risa, un’ondata di sorrisi che scuote la moltitudine.E i commenti si sprecano. Figuriamoci a Gerico. Il signor Zaccheo, il direttore dell’ufficio delle dogane che si mette a correre come un tifoso all’arrivo del campione preferito, che si arrampica sulla pianta come un ragazzino alla ricerca dei nidi. E’ uno spettacolo che scatena l’ilarità generale. Succede il pandemonio. Ma Zaccheo ha deciso. Sfida il ridicolo pur di “vedere chi era Gesù”. Come un uomo che debba trasportare un armadio si toglie la giacca e l’appenda all’attaccapanni di casa, Zaccheo si toglie la giacca della propria rispettabilità e l’appende al naso della gente. Zaccheo compie un gesto che potrebbe entrare nei trattati di ascetica. Si sveste della propria rispettabilità, compostezza, dignità, prestigio. Si libera di tutte le impalcature sociali ingombranti, manda al diavolo le formalità. E si ritrova, ridotto all’essenziale, appollaiato sul sicomoro. Come un fanciullo. Nella condizione ideale per vedere Gesù. Ricordate: “se non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli” (Mt 18,3). Zaccheo se ne infischia dei commenti pungenti della gente. Sfida i berci e i lazzi pur di vedere chi era Gesù. Chissà quanti pensieri rimugina Zaccheo mentre, nascosto tra le foglie del sicomoro, aspetta di vedere quel Maestro di cui tutti parlavano come di un uomo particolare, diverso. Addirittura straordinario. Tanto straordinario da aver convinto anche Matteo, un suo collega di frodi, ad entrare tra i suoi discepoli. Chi vuol vedere Gesù deve compiere un atteggiamento di rottura nei confronti della folla. Non lasciarsi intruppare, non camminare al coperto. Ma “uscire fuori”, correre innanzi, bruciarsi gli occhi in una ricerca personale. Soltanto negli eccessi – ti ricorda Zaccheo - troveremo la giusta misura!

Le coordinate geografiche della casa del Signore
follia“Come giunse in quel punto, guardò in su e gli disse: Zaccheo, scendi in fretta perché oggi devo fermarmi in casa tua”. Cristo gli tronca lo spettacolo. Per proporgliene uno che non aveva inserito nella sua scaletta. Se potesse, Zaccheo schizzerebbe fra i rami fin sulla cima dell’albero per poi volare via lontano. Ma lui, che pure ha tutto, le ali non le ha. Zaccheo, tremando, guarda giù. Tra le foglie vede il volto del maestro. Non è un volto di condanna, di disprezzo, di minaccia. Tutt’altro. Lo snida: “scendi in fretta”. Zaccheo, proprio come un uccello, viene “snidato”. “Scendi in fretta”. Vuol conoscerlo? Qualcosa di più: “Oggi devo fermarmi in casa tua”. Devo! E non l’aveva mai visto prima. A Gerico l’uomo di Nazareth ha fretta. Fretta! Si, anche Dio ha fretta! Dio è paziente: può attendere per degli anni e dei millenni. D’altra parte il suo calendario non coincide con il nostro. C’è una grossa sfasatura. “Un giorno nei tuoi atri è come mille altrove” (2Pt 3,8). Ma quando vede che la salvezza è matura, allora ha una fretta terribile.Guai se nel Vangelo non ci fosse quest’omino di bassa statura: è un entusiasta, che torna a saldare una catena che sembrava spezzata. Un entusiasta senza rispetti umani che in barba al prestigio dei suoi poderi, della veste di porpora, si arrampica come una scimmia sul sicomoro per riuscire a vedere il profeta. Per questo Cristo gli grida, forse con un divertito sorriso: “Scendi presto, Zaccheo!”. Zaccheo scende. Pensa, di ramo in ramo, alle raffinate vivande con cui sbigottirà il maestro e gli altri commensali. Pensa di quanto gli costerà risarcire del quadruplo le persone che ha defraudato. Ma già lo ha deciso dentro, e fra pochi attimi lo griderà a tutti, in quel suicidio di galantuomo con cui vuol dichiararsi, in faccia a tutti, uno sfruttatore. E sarà proprio quella confessione, quella cambiale firmata, il più imbroccato affare della sua vita.I due se ne vanno, tra lo scandalo generale. Anche Zaccheo è sbalordito per quanto gli sta succedendo. Possiamo sapere dove abbiamo incontrato il Cristo. Possiamo anche ricordarne l’ora. Ma, dopo l’incontro, non è dato sapere dove si va a finire. La gente non capisce. Si scandalizza: “Tutti mormoravano tra loro e dicevano: E’ andato ad alloggiare da un peccatore”. Già. Ma se fosse venuto nella mia casa, nella tua casa? Sarebbe stata forse la casa di una persona giusta, degna di ospitarlo? Resta il fatto che nella casa di Zaccheo “è venuta la salvezza”. La casa del capo dell’ufficio delle dogane, un ladro probabilmente, è diventata una chiesa. E noi stiamo a mormorare. Invece di toglierci il cappello. Entrare e inginocchiarci.

Il suo testamento
A pranzo. Zaccheo pensa che la predica è solo un attimo in ritardo. Ma adesso arriverà: pazienza! Qua dentro, lontano dalla folla, qualsiasi cosa dirà sarà sopportabile. Invece il tempo passa e il Maestro non dice niente, non chiede niente. Non parla, non rimprovera, non domanda. Allora Zaccheo decide. Se non parla Lui, parla lui. Perché a comportamento straordinario bisogna rispondere in maniera straordinaria. “Ecco, la metà dei miei beni, Signore, la do ai poveri, e se ho frodato qualcuno gli restituisco il quadruplo”. Incantevole nella sua semplicità: è il testamento di Zaccheo. Un testamento che va in esecuzione subito. Ho sempre trovato strano che i testamenti degli uomini comincino con la formula: "lascio…”. Sarebbe più esatto: “Sono costretto a lasciare…”. Zaccheo, invece, lascia spontaneamente la metà dei suoi beni ai poveri, senza che nessuno glielo imponga. Senza esservi obbligato dalla paura o da una morte imminente. Comprende che il troppo avere gli impedisce di essere. Prova vergogna ad essere felice da solo.
Per Padre Lebret, il massimo ispiratore dell’enciclica Populorum Progressio una delle più grandi sofferenze è quella di constatare l’assenza di follia tra i cristiani, quasi tutti ammalati di eccessiva prudenza. Ai giovani che si presentavano davanti a lui per essere accolti nelle sue équipes, poneva una semplice domanda: “Siete pazzi?”.
Ascolta questa storia. Tanti anni fa, in Cina, vivevano due amici. Uno era molto bravo a suonare l’arpa. L’altro era molto bravo ad ascoltarlo. Quando il primo suonava una canzone che parlava di montagna, il secondo diceva: “Vedo la montagna come se l’avessi davanti”. Quando il primo suonava a proposito di un ruscello, quello che ascoltava diceva estasiato: “Sento scorrere l’acqua tra le pietre”. Ma un giorno quello che ascoltava si ammalò e morì. Il primo amico tagliò le corde dell’arpa e non suonò mai più. Noi esistiamo veramente solo se qualcuno ci ascolta!
lampadinaGuarda che c’è differenza tra ascoltare e sentire. Sentire è un problema di acustica, ascoltare è un problema di cuore. Ascoltare è lasciare che le parole dell’altro cadano dentro di noi, nel profondo, nell’anima. Non si ascolta solo con le orecchie! Ascoltare è sedersi vicino. Concentrare l’attenzione su di lui. Non sbirciare l’orologio. Si ascolta con lo sguardo. Si ascolta con gli occhi. Si ascolta con le mani. Se tu ascolti, regali la possibilità di sognare. E i sogni spingono l’umanità. I sogni richiamano la pazzia. I sogni sono lo specchio dell’impossibile che diventa possibile. La storia parla chiaro. Il padre di Pascal gli nascose i libri di matematica. Il padre di Petrarca gli bruciò i libri di latino. Il padre di Strass non voleva che il figli studiasse musica. Il padre di Michelangelo voleva un figlio commerciante.Ma nessuno di essi si fermò.Proprio come Zaccheo: tutti gli intimavano di cambiare, Cristo gli propone d’essere se stesso.Zaccheo, il testardoZaccheo cerca di “vedere Gesù”. E’ un peccatore, è maledetto, la gente lo disprezza: se ne infischia. Vuole vedere Gesù! Sa di essere piccolo – di statura e di cuore – e sale su un albero per vedere Gesù. La gente dabbene sa di essere apposto. Non corre. Non sale su nessun albero. E’ convinta che non occorre muoversi. E pensare che quell’albero era li’ da sempre, era libero, nessuno ci era salito per vedere Gesù. Era li’ da sempre: praticamente è come dire che non c’era più per la gente. Non sono bugie. Il sicomoro c’è da sempre. Ma ci siamo abituati, lo abbiamo lavato, abbiamo pensato che non occorre salirci sopra, basta sapere che c’è. E quando un peccatore, forte della sua semplicità, non si vergogna e ci sale sopra tutti con le lacrime agli occhi. Commossi. Increduli. Un po’ tutti vergognati, perché quell'uomo ci ha fatto capire che soltanto abitando negli “eccessi” potremo ritrovare la nostra giusta misura. Se Zaccheo avesse detto: “Cosa diranno se salgo sull’albero? Che figura ci faccio di fronte agli altri che se ne stanno composti? No, no, io me ne sto nascosto e faccio finta di niente”, si sarebbe dato la zappa sui piedi. Quell’albero, invece, è bastato per diventare un esempio di sana follia per gli uomini come me e come te. Vedi che basta poco. Pochissimo. L’albero c’era da sempre, forse mancava il coraggio di sfidare la gente. Vuoi vedere Gesù e non sei alto? Gioca sul fatto che sei basso e agile ad arrampicarti. Non hai un bel naso? Giocati il fatto di avere una bella bocca. Non hai una bella bocca? Punta tutto sulle tue mani. Sei proprio brutto da spaventare anche le galline? Spendi la capacità di essere leale. I tuoi genitori sono un po’ orsi? Però sono generosi. Guai a farci bloccare dal giudizio degli altri. Siamo scemi? Vuoi ridurre Dio ad una fotocopiatrice? Dio è un genio, il più genio di tutti i geni messi assieme.
Il grande scienziato Thomas Edison lavorava alla lampadina ad incandescenza, quando un giorno ne consegnò una finita ad un giovane assistente che, nervosamente, gradino dopo gradino, la portò su per le scale. Però all’ultimo tratto, nervosamente, la lasciò cadere per terra riducendola in tante briciole.Lo scienziato, con l’intera equipe, dovette impegnarsi altre 24 ore per fabbricare un’altra lampadina. Allora Edison si guardò in giro e la porse allo stesso assistente. Quel gesto cambiò la vita del giovane.Thomas sapeva bene che era in gioco qualcosa di più della lampadina: era in gioco l’autostima di un suo collaboratore!Gesù risponde: “Oggi la salvezza è entrata in questa casa”.
E con la salvezza, la conversione e la gioia.

Se non è straordinario Gesù!
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Un giorno una donna portò il figlioletto dal Mahatma Gandhi e gli domandò: “Mahatma, digli di non mangiare più dolci”. “Abbi la bontà di tornare fra tre giorni" rispose Gandhi.
Tre giorni dopo la donna tornò con il bambino e Gandhi disse al bambino: “Non mangiare più dolci!”. La donna domandò: “Perché ci hai fatti aspettare tre giorni per dire soltanto questo?”. Il Mahatma rispose: “Perché tre giorni fa anch’io mangiavo ancora dolci”.

girasoleIn verità Pilato non era nato burocrate. Aveva avuto buoni maestri: era un ragazzo vivace d’ingegno e d’indole. La filosofia era il suo talento. O forse la scena: i bei dialoghi, le frasi ben alternate, senza retorica ma pregnanti. Non era nato burocrate, ma ormai lo era diventato. Amministrare la giustizia è un affaraccio in un paese di fanatici, ipocriti e superbi insieme. Aveva capito che senza interessi non si governa e non si siede in tribunale. I barbagianni gli conducono Gesù di Nazareth. Glielo conducono presto, perché lo processi. Dicono che quell’Uomo sia un sovvertitore, che impedisca di pagare il tributo a Cesare, che affermi di essere re. Lo interroga e lo scopre di bell’aspetto, mite e fermo nel guardarlo, un uomo inconsueto. Quanto al re, gli risponde che è re, ma il suo regno non è di quaggiù. E Pilato viaggia sull’ironia, pensando di essere davanti ad uno dei tanti miserabili che la storia ha partorito. Mah! Se è un sognatore, un mistico non si capisce allora perché abbia una ciurma di gente che pende dalle sue labbra, perché giri per le piazze e si mescoli al popolo. Soprattutto non si capisce perché pesti i calli ai gerarchi della sua nazione. Ma ribadisce chiaramente di essere re. Anzi, puntualizza: “Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per rendere testimonianza alla Verità. Chiunque è dalla Verità, ascolta la mia voce”. La verità è che quell’Uomo aveva qualcosa. Con la concretezza del romano e la spregiudicatezza del filosofo, Pilato era stato alquanto sedotto dal Nazareno.
Puntualissima la precisazione di Gesù alla risposta di Pilato! “Tu lo dici” e subito dopo chiarisce: “il mio Regno non è di questo mondo”. Non ha le sfumature di un progetto politico, non è un sistema di potere, non profuma di strategie militari. Loro s’aggrappanno all’ingegneria militare, alle guardie del corpo, alle legioni terrene, Lui fa sfoggio della sua solitaria debolezza orfana di oppressione, di sopraffazione, di menzogne. C’è un piccolo seme nascosto nelle viscere della terra, dentro al solco della storia, nel cuore dell’umanità… ed è un seme indistruttibile. C’è una gemma che si sta colorando nel freddo dell’inverno, anche se ne nessuno ne coglie i suoi passi. C’è un mantello di grano che sta germogliando, ma i nostri orecchi sono distratti dal tintinnio delle lancette dell’orologio. C’è un sogno che si sta dischiudendo, anche se siamo tutt’intenti nei nostri scarabocchi. “Non temere, piccolo gregge, perché il Padre vostro sa di quali cose avete bisogno” (Lc 12,42).
C’è un procuratore romano che accusa e un Uomo galileo accusato. Mi fa tenerezza questo Gesù oggi. Anzi: mi fa paura! Peggio ancora: mi mette con le spalle al muro perché il Cristo che oggi adoriamo, al tramontare di quest’anno liturgico, non è un Gesù Cristo tranquillo, pacifico, buono, dolce, remissivo, con il collo inclinato sulla spalla destra e con gli occhi celesti languidamente rivolti verso il cielo. Tutt’altro! E’ un uomo deciso, convinto, libero che spinge in avanti l’umanità senza armate o potenze eppure riesce a seminare paura in mezzo alle file del male.
“Chiunque è nella verità ascolta la mia voce!” Ma se stamane lo troviamo al cospetto di Pilato è segno che qualcuno non ha ascoltato la sua voce altrimenti avrebbero combattuto perché non fosse consegnato. Qualcuno?! Mah…forse anch’io. Certo: anch’io! Per questo oggi, se potessi tirare il mantello di quel Nazareno finchè Pilato si distrae per lavarsi le mani, gli direi semplicemente grazie. Non so se per commozione, convinzione o rimorso. Semplicemente grazie!
Grazie perché non ti è ancora venuto il voltastomaco per i miei peccati. Perché continui a nutrire fiducia in me, pur vedendo che tante altre persone ti darebbero forse ben diverse soddisfazioni. Grazie perché non solo mi sopporti, ma mi fai capire che non sai fare a meno di me. Perché con me adoperi infinite tenerezze e mi preservi da impietosi rossori. Perché mi fai celebrare l’eucaristia anche quando la coscienza della mia povertà mi fa sprofondare nella vergogna. Grazie perché se mi fai sperimentare la povertà della mietitura e mi fai vivere con dolore il tempo delle vacche magre, è per dimostrarmi che mi vuoi bene, che non vuoi espormi al ridicolo di fronte alla storia. Grazie perchè continui a custodirmi gelosamente, anzi a nascondermi, come fa la madre con i figli più discoli, perché non mi svergogneresti mai davanti alla gente e non fai venire meno davanti agli occhi degli uomini i motivi per i quali, nonostante tutto, ai tuoi occhi sono prezioso. Grazie perché, anche se non capisco, continui a scommettere su di me, non mi avvilisci per le mie inefficienze, perché al tuo sguardo non c’è bancarotta che tenga, perché nonostante il deficit di cattiveria contenuto nelle lettere che ricevo non mi fai disperare. Anzi, mi metti nell’anima un così vivo desiderio di recupero che già vedo il nuovo anno come spazio di speranza, tempo propizio per nuove semine, terreno su cui rischiare assieme a te!

grazie“Ti porterò soprattutto il silenzio e la pazienza.
Percorreremo assieme le vie che portano all'essenza.
I profumi d'amore inebrieranno i nostri corpi, la bonaccia d'agosto non calmerà i nostri sensi.
Tesserò i tuoi capelli come trame di un canto.
Conosco le leggi del mondo, e te ne farò dono.
Supererò le correnti gravitazionali,
lo spazio e la luce per non farti invecchiare.
Ti salverò da ogni malinconia,
perché sei un essere speciale ed io avrò cura di te.
Io sì, che avrò cura di te” (F. Battiato, La cura, da L’imboscata 1996)

Percorreremo assieme le vie che portano alla Verità e tu, Dio, non mi abbandonerai. Perché per te sono un essere speciale, e Tu avrai cura di me!

Buon fine anno liturgico.
Arrivederci all'Avvento!
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Mi fu rivolta la parola del Signore: “Prima di formarti nel grembo materno, ti conoscevo, prima che tu uscissi alla luce ti avevo consacrato; ti ho stabilito profeta delle nazioni”.
Risposi: “Ahimè, Signore Dio, ecco io non so parlare, perché sono giovane”. Ma il Signore mi disse: “Non dire: sono giovane, ma và da coloro a cui ti manderò e annunzia ciò che ti ordinerò. Non temerli perché io sono con te per proteggerti”.
(...)
“Mi hai sedotto, Signore, e io mi sono lasciato sedurre; mi hai fatto forza e hai prevalso. Sono diventato oggetto di scherno ogni giorno, ognuno si fa beffe di me! Quando parlo, devo gridare, devo proclamare: “Violenza, oppressione!”. Così la parola del Signore è diventata per me motivo di obbrobrio e di scherno ogni giorno. Mi dicevo: “Non penserò più a lui, non parlerò più in suo nome!”.
Ma nel mio cuore c’era come un fuoco ardente chiuso nelle mie ossa; mi sforzavo di contenerlo, ma non potevo. Sentivo le insinuazioni di molti: “Terrore all’intorno! Denunciatelo e lo denunceremo!”. Tutti i miei amici spiavano la mia caduta: “Forse si lascerà trarre in inganno, così noi prevarremo su di lui, ci prenderemo la nostra vendetta”. Ma il Signore è al mio fianco come un prode valoroso, per questo i miei persecutori cadranno e non potranno prevalere; saranno molto confusi perché non riusciranno, la loro vergogna sarà eterna e incancellabile” (Ger 20,7-11)
sognoUn bambino e i suoi sogni
Volete far ridere Dio? ParlateGli dei vostri sogni.
Sui banchi di scuola, alunno attento, rispettoso e magari un po’ scomposto, il piccolo Geremia – tra un appunto scarabocchiato e un foglietto gettato con la cerbottana – amava sognare. Oltre il velo di quella tenda adibita a scuola, il profumo dei prati in fiore, il mistero di un terra fecondata da gocce di pioggia, il silenzio accattivante di quelle file di beduini che agganciavano i loro cammelli alle rotte del cielo.
La maestra spiegava, i compagni scrivevano, Geremia disegnava sogni nel pensiero. La musica era il suo forte: con il flauto incavato in una canna di bambù metteva in musica le sue frasi d’amore, su quelle note appoggiava i suoi sogni innamorati, su quella melodia raccontava la sua storia.
Sentiva parlare del mercato di Gerusalemme, delle mura di Gerico, del deserto di Giuda e pensava: “Da grande mi nasconderò in qualche angolo delle piazze e farò innamorare la gente sulle note del mio flauto”.
“Sogna, ragazzo. Sogna” – gli direbbe volentieri il Vecchioni cantautore. Un piccolissimo difetto rimprovera sempre alla sua mamma, magari davanti ad un piatto di legumi e di pane azzimo… Quel rossore sul volto, quel senso di vergogna, quella timidezza che lo fa sentire a disagio quando parla davanti ai suoi compagni.
Sul retro del suo diario un giorno scrisse: “L’unico mestiere che non farei mai è l’oratore”. La maestra non lo sapeva, Qualcun altro sì, però.
Piccolo Geremia, è fatta. Alzati, metti il tuo flauto nella fodera, i sogni lasciali scritti sul banco, esci da quella piccola tenda e fermati sulla soglia.
Tu, che oratore non l’avresti mai fatto, sarai profeta di un Dio che non ti lascerà mai più in pace fino al tramonto della tua vita.
Non piangere, Geremia. Ma soprattutto non azzardarti di dire: “Sono troppo giovane”.
Proprio per questo quell’Uomo ti ha puntato.
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