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distanza

«In quel tempo». Pagine di Vangelo che esordiscono così mi fanno impazzire: ho la sensazione che, con quel tempo, Cristo voglia parlare alla suocera al fine di far ragionare la nuora (che sono io). “In quel tempo, è il tuo tempo, Marco”: la storia fila che è una meraviglia. «In quel tempo» - (“Oggi, nel mio tempo”) me lo traduco in simultanea – il disumano dominava sull'umano: capitava che ci fosse più richiesta che offerta di umanità. “Passarci sempre sopra – alle persone, alle cose, alle situazioni – è disumano”, diceva la gente: poi, alla prova dei fatti, non si accorgeva che era proprio la disumanità una delle caratteristiche dell'essere umano. «Cos'è la storia? - s'interrogava Emil Cioran – E' la dimostrazione della disumanità dell'uomo». Iddio, nel frattempo, assiste (im)potente: “Che sforzo disumano, sovrumano, dev'essere fare finta di niente” trabatta tra sé. Che abbia ragione? Niente è più disumano del chiudere la porta quando qualcuno chiede, supplicando, d'entrare. E della bellezza d'aprir le braccia a chi ci corre incontro?
«Se vuoi, puoi purificarmi!» urla il lebbroso al Cristo di passaggio. La multa pende come una ghigliottina. E' un lebbroso, dunque un untore: allora è meglio che se ne stia a debita distanza. “Mantenere la distanza di sicurezza di almeno un metro” continuano a ripetergli. Sono vietati gli assembramenti intorno a Dio, i vigili-discepoli sono in allerta, le multe stanno per essere firmate. Già con Cristo – si era ai primi vagiti della Chiesa nascente – la “distanza di sicurezza” era un sogno. Legalizzato. “C'è la lebbra, il virus, l'infezione. C'è il rischio di contagiarci a vicenda!” si ripetevano. La distanza, però, la tenevano già da prima: adesso, il tempo non cambia, avevano la scusa che giustificava ciò che loro già facevano: mantenere a debita distanza lo straccione, il lebbroso, lo sderenato, folle. Mica s'accorgevano che, tenendo a distanza il mondo, si erano disumanizzati: erano profumati di amuchina, ma non c'era più umanità attorno a loro. Erano rimasti soli nella loro regolare perfezione. Lui, invece, se n'infischia: “Una multa? Il loro rimbrotto? Che cosa sarà mai di fronte alla lebbra che mi divora? Io, quell'uomo non me lo faccio scappare. Costi quel che costi?” ragionò il lebbroso. Eccolo!
Cristo, vedendolo, sente le viscere palpitare. Infrange la legge, lo tocca, gli dice che ha fatto bene. Che Gli ha letto in cuore: «Lo voglio!» Un matrimonio in piena regola: «Vuoi tu, Marco, prendere me come mia sposa? Sì, lo voglio!» C'è una forza più potente del vapore, ancor più dell'energia elettrica: è la volontà, la forza di volontà. Da che mondo è mondo – lo insegnava Eschilo, ancor prima di Gesù - Dio lavora sempre con coloro che lavorano con la volontà. Tolto anche il dubbio più atroce: che Dio volesse la lebbra, desiderasse il male, sognasse una nuova macelleria da aprire. Cristo, l'unica distanza che mantiene, è con il male: «Sii purificato. Subito la lebbra scomparve». A distanza di sicurezza lei, non lui. La nuora ha capito bene anche se, per delicatezza, ha parlato alla suocera: non c'è nulla di ciò che affligge l'uomo che non affligga anche Dio. Non c'è nessuna legge dell'uomo che impedisca a Dio d'andargli contro, per salvare l'uomo.
Poi, a miracolo avvenuto, la richiesta più folle mai più fatta dal Cristo, tanto da sembrare ingenuo in fatto d'allegria: «Guarda di non dire niente a nessuno!». Glielo dice, ma tanto sa che è impossibile tacere l'allegria: «Quello si allontanò e si mise a proclamare e divulgare il fatto». Un fatto disarmante: “Ho incontrato un Uomo che non si nasconde dietro le distanze! Ho incontrato Uno che, anche se era chiuso, mi ha aperto la bottega della guarigione! Fate presto, prima che scompaia! Andategli incontro!” Lo sapeva, il Cristo, che sarebbe andata a finire così: tant'è che nessuno degli evangelisti racconta che, per avere disobbedito al silenzio, sia ripartito nella sua pelle un focolaio di lebbra. Anche Cristo, da parte sua, aveva disobbedito: alla legge, ai puritani. Nessuno a dirgli nulla (stavolta): sapevano bene che la distanza da mantenere era il problema, non la soluzione.

(da Il Sussidiario, 13 febbraio 2021)

In quel tempo, venne da Gesù un lebbroso, che lo supplicava in ginocchio e gli diceva: «Se vuoi, puoi purificarmi!». Ne ebbe compassione, tese la mano, lo toccò e gli disse: «Lo voglio, sii purificato!». E subito la lebbra scomparve da lui ed egli fu purificato.
E, ammonendolo severamente, lo cacciò via subito e gli disse: «Guarda di non dire niente a nessuno; va’, invece, a mostrarti al sacerdote e offri per la tua purificazione quello che Mosè ha prescritto, come testimonianza per loro».
Ma quello si allontanò e si mise a proclamare e a divulgare il fatto, tanto che Gesù non poteva più entrare pubblicamente in una città, ma rimaneva fuori, in luoghi deserti; e venivano a lui da ogni parte (Vangelo di Marco 1,40-45).

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Painting

La sinagoga inizia a stare stretta a Cristo: siamo appena all'inizio! O, forse, è proprio perchè siamo all'inizio – l'inizio della storia madre di tutte le altre storie – che Cristo mette le cose in chiaro: “In sinagoga, in Chiesa, si andrà per fare il rifornimento: poi tutti in strada. Nessuno scambi la navata per un dormitorio!”. Lui dà l'esempio: dopo aver pregato, esce dalla sinagoga per buttarsi in strada. Di più: fa della strada il suo salotto dei ricevimenti. Quelli urgenti, dove la vita fa pressione, infuria, accelera. Per strada Cristo incide, scalpella. Non abbisogna di vedere tutto bello dentro casa. Predilige la sorpresa di una casa quotidiana: dove il letto è sempre da rifare, la sedia ha la gamba rotta da anni, il pigiama è per terra, la carta igienica manca quando servirebbe maggiormente. Il rubinetto perde, il vetro è sporco, le scatole di marmellata si svuotano (misteriosamente) da sole. Qui, Cristo, mostra d'essere a suo agio: è nel disordine più disordinato che nasce la nostalgia dell'ordine. La sinagoga è a posto, profumata, incensata: la strada è fetida, profuma di odori, incrocia i misteri. Meglio la strada, dunque: «I cattolici sono veramente insopportabili nella loro sicurezza mistica – scrive C. Péguy -. Immaginano che lo stato naturale del cristiano sia la pace, la pace per mezzo dell'intelligenza, la pace nell'intelligenza». Invece? «Propria del mistico è un'inquietudine invincibile». Cristo, a conti fatti, è il più quieto tra gli inquieti.
Fuori, dunque! Subito dentro la febbre della città. Non la febbre del sabato sera, la febbre ch'è malattia, indisposizione, nessuna-voglia di vedere qualcuno. E' la suocera di Pietro a stare male: appena ne viene a conoscenza, Cristo non avvisa, non si fa precedere, non chiede spiegazioni. Entra in casa, la cerca. Poi la trova, la guarisce: «La fece alzare prendendola per mano; la febbre la lasciò ed ella li serviva». L'avessero avvisata ch'era in arrivo un medico così titolato, la donna forse si sarebbe fatta una doccia, come ho visto nonna lavare il nonno la mattina che veniva il medico a visitarlo. Invece niente: si sarà fatta trovare con il pigiama stropicciato, o forse la sottana infilata alla rinfusa. Spettinata, con l'alito un po' pesante, scalza e senza occhiali. Cristo ne approfittò per imbastire la sua lezione quotidiana di catechesi agli amici pescatori: Iddio, quando arriva, non si fa avvertire, non lo precedono i portavoce, se ne infischia del bon ton. Ciò che gli preme forte, ancor prima delle buone maniere, è la salvezza, la guarigione, il lieto annuncio che la febbre, qualsiasi febbre, non potrà nulla contro di Lui. Non chiede prestazioni, non guarda le graduatorie. Entra e tramuta il disordine in un ordine che accende la vita: «Tutta la città era riunita davanti alla porta».
Sui rapporti di Pietro con la suocera, gli evangelisti tacciono. I maligni, son sempre in agguato, vanno dicendo che Pietro rimase in buoni rapporti con Gesù nonostante gli avesse guarito la suocera. Il fatto curioso, invece, è tutt'altro: e gli evangelisti lo colorano. Vedendo quel tripudio di acclamazione fuori casa, Pietro perde la testa: è pur sempre amico di quell'Uomo che tutti acclamano. Sospetta di poterci guadagnare pure lui qualcosina: «Tutti ti cercano!», grida al Maestro sfregandosi le mani. Cristo, piedi a terra, corregge la misura nelle aspettative di Pietro, degli amici suoi: «Andiamocene altrove, nei villaggi vicini». Visto che tutti lo cercano, Cristo rifiuta l'offerta. E va avanti: «Perchè io predichi anche là; per questo infatti sono venuto». Pietro, pur ambiziosetto, è intelligente. Ha capito e non insiste. È tutto chiaro: troppo facile ritirarsi quando il vento sarà contrario, le uova addosso, le spalle della gente. Il fuoriclasse, invece, si ritira quando sente di farlo, spesso all'apice del successo, della prestanza. Quando ode una voce dire: «Andiamocene altrove» (cfr Mc 1,29-39). Nell'altrove di Dio. Là, senza folla, apparirà chiaro che venire sconfitti non sarà mai la prova più scottante. Quella più grande, la più grande prova, sarà vincere senza poi cedere alla tentazione d'esercitare la persecuzione. La persecuzione d'umiliare, mostrandosi superiori, raccomandati.

(da Il Sussidiario, 6 febbraio 2021)

In quel tempo, Gesù, uscito dalla sinagoga, subito andò nella casa di Simone e Andrea, in compagnia di Giacomo e Giovanni. La suocera di Simone era a letto con la febbre e subito gli parlarono di lei. Egli si avvicinò e la fece alzare prendendola per mano; la febbre la lasciò ed ella li serviva.
Venuta la sera, dopo il tramonto del sole, gli portavano tutti i malati e gli indemoniati. Tutta la città era riunita davanti alla porta. Guarì molti che erano affetti da varie malattie e scacciò molti demòni; ma non permetteva ai demòni di parlare, perché lo conoscevano.
Al mattino presto si alzò quando ancora era buio e, uscito, si ritirò in un luogo deserto, e là pregava. Ma Simone e quelli che erano con lui si misero sulle sue tracce. Lo trovarono e gli dissero: «Tutti ti cercano!». Egli disse loro: «Andiamocene altrove, nei villaggi vicini, perché io predichi anche là; per questo infatti sono venuto!».
E andò per tutta la Galilea, predicando nelle loro sinagoghe e scacciando i demòni (Marco 1,29-39).

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succo limone

Chissà quante omelie degli scribi, magari tutte teologicamente ineccepibili, quell'indemoniato aveva sentito in vita sua prima d'allora. Perchè se quel giorno, un giorno qualunque, stava nella sinagoga, è probabile che ci andasse spesso: nessuno sapeva che quel giorno, lì dentro, sarebbe passato Cristo. D'altronde si può andare in chiesa per anni senza che la vita cambi di una virgola, è molto semplice: basta accettare che la fede resti un sapere – precetti, comandamenti, clergyman, manipoli, latino e giaculatorie – senza correre il rischio che diventi il sapore della vita. Un po' quello che accade seduti a tavola: c'è chi mangia tanto per riempire la pancia, chi invece mangia assaporando le pietanze. M'immagino quell'indemoniato mentre, il sabato, entrava in sinagoga: “Se parlo rovino tutto e se non parlo mi rovino dentro” bisbigliava tra sé. La voglia di parlare, svuotarsi, ricostruirsi: per farlo, però, occorreva rovinare il dèmone, prenderne le distanze, dirgli di andare a quel paese. Satàn è sterco: puzza di cacca, odora di marcio, fa tanfo: però scalda. “Al calduccio non si sta poi così male” ti fa dire.
Poi, una mattina, entra Cristo. Sono trent'anni che si sta preparando: nella stamberga di Nazareth, giorno dopo giorno, è diventato uomo. Trent'anni a dare di fino alla pialla, a rimuginare la Parola, a diventare sempre meglio ciò che già era negli inizi: «Il Verbo di Dio si fece carne» (Gv 1,14). Il Figlio, facente funzione di figlio a Nazareth, diventò sempre più simile a ciò che sognava Dio-Padre: sempre più Parola. Perchè le parole, gli uomini lo sanno, sono la droga più esplosiva: non esiste nulla al mondo con più potere. A Nazareth, Cristo imparò soprattutto le parole da non pronunciare, perchè da che mondo è mondo, raccontano di più su un'epoca le parole che non si usano più che le parole che si abusano. “Vacci piano, figliolo mio – Gli avrà suggerito con discrezione sua madre Maria mentre filava la tela -. Vacci piano con le belle parole, perchè poi ti arriva il momento di dimostrarle”. Ci andò piano, Cristo: per trent'anni condusse una vita a basso profilo, muto come un pesce, obbediente come nessuno. Il giorno in cui parlò, però, fu una rovina per il mondo intero. Il primo a fiutarne la mattanza, fu Satàn in persona. Schifoso com'è – un lordume di prima categoria – mica andò lui a sfidare Iddio: si prese in affitto un corpo, si nascose dentro, gli chiese d'andare al massacro guidato da lui. Sapeva, quello sterco di arcangelo maledetto, che le parole di Cristo valevano doppio, triplo, avevano un surplus di valore. Lo sapeva, per questo mandò avanti un altro, promettendo ciò che non poteva mantenere.
Vigliacco, le truffe sono tutte in serie. Tutt'oggi, ancora oggi però ci cadiamo.
Il risultato: «Che vuoi da noi, Gesù Nazareno? Sei venuto a rovinarci? Io so chi tu sei: il santo di Dio!» Chiaro: Satàn, Cristo, lo riconosce al volo. Ha fiuto da vendere: come conosce lui Dio, nessun altro. E' un fine teologo, l'ha studiato a meraviglia, ne conosce tutte le sfumature: siccome vuol combatterlo, non può permettersi d'essere ignorante. Sa bene che quell'uomo è la sua grande rovina, per questo gli dice «Sei venuto a rovinarci?» Perchè sa ch'è venuto quaggiù per rovinare lui. “Per rovinare tutti è spesso sufficiente non fare niente, figliolo” gli insegnò Giuseppe in bottega. Cristo imparò presto, fece tesoro: appena potè, mise in moto la macchina, accelerò. Non è un caso se, per l'evangelista Marco, il primo miracolo sia un ceffone al Ceffo: nella sinagoga tutti s'aspettavano si ripetesse che “Dio è amore, il tempo è vicino, vogliamoci bene” Vecchie parole di sacristia. Quel giorno, ch'è sempre oggi, la Parola invece mantenne fede: chi c'era percepì che quella Parola era viva, accesa. Una presenza. Nessuno prese sonno durante l'omelia: chi parlò non parlò a vanvera. Le parole molestarono Satàn, tappandogli la bocca: «Taci!» (cfr Mc 1,21-28). Così chiare che, incosciente, l'indemoniato disse la verità: che Dio è venuto per rovinare Satàn. Anche se lui dice che Dio è venuto per rovinare l'uomo. La macchina del fango è ancora accesa. Ovunque.

(da Il Sussidiario, 30 gennaio 2021)

In quel tempo, Gesù, entrato di sabato nella sinagoga, [a Cafàrnao,] insegnava. Ed erano stupiti del suo insegnamento: egli infatti insegnava loro come uno che ha autorità, e non come gli scribi.
Ed ecco, nella loro sinagoga vi era un uomo posseduto da uno spirito impuro e cominciò a gridare, dicendo: «Che vuoi da noi, Gesù Nazareno? Sei venuto a rovinarci? Io so chi tu sei: il santo di Dio!». E Gesù gli ordinò severamente: «Taci! Esci da lui!». E lo spirito impuro, straziandolo e gridando forte, uscì da lui.
Tutti furono presi da timore, tanto che si chiedevano a vicenda: «Che è mai questo? Un insegnamento nuovo, dato con autorità. Comanda persino agli spiriti impuri e gli obbediscono!».
La sua fama si diffuse subito dovunque, in tutta la regione della Galilea (Marco 1,21-28)

copertina

In tutte le librerie, Ciò che vuoto non è (San Paolo, 2020), il nuovo libro di Marco Pozza
Il vuoto: «Mesi di vuoto dappertutto: dentro, fuori, in basso, qualcuno temeva pure lassù. Non è stato così: eppure “benvenuti alla resa finale!” hanno pensato in tanti». E se quel vuoto fosse stata una misura: “Quanto ti manco?” In una casa, l'unica stanza piena è quella vuota: è tutta colma del suo vuoto, di se stessa. E' davvero necessario riempire ogni vuoto a tutti i costi?
In Ciò che vuoto non è l'autore ripercorre gli articoli del Credo cristiano alla luce del vuoto dei mesi di pandemia: «L'uomo ha diritto di voto, la bellezza ha diritto di vuoto per brillare» scrive. Che nome dare a quel vuoto? Per chi crede il vuoto è una mancanza piena di nostalgia, per chi non crede è pur sempre un'esperienza mistica: certe domande, comunque, hanno bisogno di vuoto attorno per respirare. Ripartiamo, dunque! Da quel sepolcro che le donne, a Gerusalemme, hanno trovato vuoto il mattino di Pasqua. E' d'allora che quella cristiana è fede fondata sul vuoto, fede che ha diritto di vuoto.
Tra memorie paesane e sprazzi di attualità, l'autore si concede delle lezioni di lentezza per cercare una risposta alla domanda che ci interpella ovunque, soprattutto sul ciglio dell'afflizione: “Perchè credere quando attorno è buio”? Nell'emergenza il Vangelo resta uno spicchio di luna a forma di falce: la parte fulgente illumina quella oscura. Che vuota non è (dall'aletta di copertina).
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