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lupo

Chissà quanti, tra quelli che Gli andavano appresso, gliel'avranno detto in tutte le salse: “Tieniti da parte qualcosa, che se poi ti mollano ti ritroverai da solo a svangare la vita!” E Lui, ogni volta, a battere a testa bassa la sua strada, a rimettere mano nelle tasche del suo cuore per non cedere alle diavolerie: “Fa niente, ho già messo in conto che i miei amori di oggi possano diventare i miei carnefici di domani. Avanti sempre!” La linea di confine è sottilissima: la pecora ringrazia il pastore che tiene lontano il lupo dalla sua gola, è il suo liberatore. Il lupo, invece, denuncia lo stesso pastore per aver distrutto la sua libertà. “E' la libertà, amici miei – avrà detto sommessamente tra un buu e un urrà! il Messia -: sarà sempre la libertà a fare la differenza tra pastori e mercenari. Il segreto è tutto qui!” Ecco chiarita la prima legge di pastorizia: quando il pastore è cieco, il gregge si disperde. E il pastore mostra d'essere un mercenario, il migliore amico del lupo: «Il mercenario – non è sprovveduto in materia il Cristo narratore – che non è pastore, e al quale le pecore non appartengono, vede venire il lupo, abbandona le pecore e fugge. Il lupo le rapisce e le disperde; perché è un mercenario e non gli importa delle pecore». Non gliene frega un fico secco delle pecore: dentro i vangeli, mai manifestazione di disinteresse più schietta è mai stata lasciata ai posteri. Fregarsene, disinteressarsene, lasciare per strada: chissenefrega!
Da piccoli c'insegnano che ogni gregge ha la sua pecora nera. I Vangeli, al netto di qualsiasi malinteso, avvisano dell'esistenza dei pastori-neri: «Io sono il buon pastore» mette in chiaro Cristo. “Buono” nel senso greco di “bello”: è il bel pastore, il più bello tra tutti i pastori, quello Maiuscolo perchè «dà la vita per le proprie pecore». Strano come pastore, basterebbe chiederlo ai pastori: per tutto il bene che si voglia ad una pecora, nessun pastore darebbe la sua vita al posto di quella d'una pecora. Morisse una pecora, piangerebbe, scriverebbe un post su Facebook, si dispererebbe. Magari anche cadrebbe in depressione, ma da qui a morire al posto di una pecora ce ne passa di cuore. Cristo, invece, alza l'asticella: “La mia vita viene dopo la tua, prima tu e poi me: fatti avanti tu, che io muoio al posto tuo!” Con annessa cagione di arrabbiatura da parte del gregge suo: «Ho altre pecore che non provengono da questo recinto: anche quelle io devo guidare». Che non nascano gelosie, insomma, da parte di chi dice: “È mio il pastore. No: è mio! Sono arrivato prima io. Zitta tu, che sei fuggita dall'ovile tre volte: vergognati!” A catechismo c'insegnano ad avere paura del lupo, quando il vero pericolo, nelle comunità cristiane, sovente viene dalle pecore. Non dai lupi.
Gioca (quasi) d'anticipo sulla Chiesa, il fondatore. Quanti pastori diventano mercenari appena ricevuto lo stemma di pastore: dal grado più alto, a quello più piccolo. Comunità abbandonate, greggi orfani con pastori viventi, ovili chiusi per non doverli pulire. Peggio: pecore aizzate perché diventino lupi nei confronti di altre pecorelle del medesimo gregge. I mercenari – la dodicesima percentuale della prima chiesa, (don) Giuda mostrò d'essere tale – sono padri bravissimi coi figli che non chiedono la faccia del padre, si fanno latitanti quando un figlio avrà bisogno che il padre dica una parola, prenda posizione, mostri d'esser pastore. “Non è il bastone, o il cappello, a fare il pastore – avrà insegnato nonno Gioacchino a Gesù -. È la voce: chi possiede quella, possederà il gregge intero”. Irridono un Papa quando chiama al telefono. Applaudono (applaudivano, n.d.r) gli uomini di Chiesa quando indossano strumenti di potere. A conti fatti, però, ciò che rimane è l'eco di una voce, non il frastuono di un applauso pilotato: “Pronto, sono Papa Francesco”. La gente si stupisce, non ci crede, tracolla: «Ascolteranno la mia voce». L'aveva detto, tutto semplice: solo il pastore che usa la voce è pastore. Al pastore afono nessun potere sulle pecore. Ecco perché un esercito di pecore condotte da un leone sconfiggerà un esercito di leoni condotto da una pecora.

(da Il Sussidiario24 aprile 2021)

In quel tempo, Gesù disse: «Io sono il buon pastore. Il buon pastore dà la propria vita per le pecore. Il mercenario – che non è pastore e al quale le pecore non appartengono – vede venire il lupo, abbandona le pecore e fugge, e il lupo le rapisce e le disperde; perché è un mercenario e non gli importa delle pecore.
Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me, così come il Padre conosce me e io conosco il Padre, e do la mia vita per le pecore. E ho altre pecore che non provengono da questo recinto: anche quelle io devo guidare. Ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge, un solo pastore.
Per questo il Padre mi ama: perché io do la mia vita, per poi riprenderla di nuovo. Nessuno me la toglie: io la do da me stesso. Ho il potere di darla e il potere di riprenderla di nuovo. Questo è il comando che ho ricevuto dal Padre mio» ((Giovanni 10,11-18.


Editoriali della Quaresima e del Tempo di Pasqua
Mercoledì delle Ceneri, Ricordati che sei polvere (di stelle), 17 febbraio 2021
I^ Domenica di Quaresima, Cristo in controvento, 20 febbraio 2021
II^ Domenica di Quaresima, Il divino Lavandaio27 febbraio 2021
III^ Domenica di Quaresima, Vendono il sole per comprare una candela, 6 marzo 2021
IV^ Domenica di Quaresima, Chiaroscuri sui pipistrelli13 marzo 2021
V^ Domenica di Quaresima, La voglia di Te è più forte della voglia di me20 marzo 2021
Domenica delle Palme, Il Diomendicante e il frutto della Passione, 27 marzo 2021
Giovedì Santo, Masticami, Giuda. Ovverosia del Giovedì Santo, 1 aprile 2021
Venerdì Santo, Pilato e Veronica. Ovverosia, del Venerdì Santo, 2 aprile 2021
Sabato Santo, Silenzio per cena. Ovverosia, del Sabato Santo, 3 aprile 2023
Domenica di Pasqua, Tana libera tutti. Ovverosia, del mattino di Pasqua, 4 aprile 2021
Domenica in Albis, Ferite da leccare o da lucidare11 aprile 2021
III^ Domenica di Pasqua, L'intoccabile chiede d'essere toccato18 aprile 2021

INVIDIAsatan

Da lunedì 19 aprile 2021, in tutte le librerie, L'invidia di Satàn (San Paolo, 2021), il nuovo libro di Marco Pozza su Maria di Nazareth.

(dalla quarta di copertina) - Adesso è facile, «basta il suo nome, Maria, perchè gli uomini esagerino, non capiscano più nulla. La chiamano povera donna, Madonna, bella donna. L'Immacolata, l'Avvocata, la Regina. I poeti hanno grattato il fondo del barile per escogitare le parole più giuste, le meno slabbrate, le più ardite». Lei, però, ama presentarsi con passi felpati, raccontata dalle nonne ai bambini, pregata dai bambini per i nonni. Invocata da santi, delinquenti e criminali.
Marco Pozza, “alla prova di Maria”, ne celebra l'unicità tessendo in armonia la devozione popolare, la teologia cattolica, i racconti paesani. Rievoca la storia di Gesuina, una vecchia amica della nonna che, solo nel nome, teneva nascosto l'agguato di Maria. Del suo Figliolo: «Perchè Gesuina è la versione femminile del maschile Gesù». Maria è il Gesù in miniatura, «la versione umana più vicina al Dio (dis)umano». Dalla nonna, mentre cucinava i broccoli impastava i dolci, faceva la pasta a mano: l'ha conosciuta lì, l'autore, la Vergine di Nazareth.
L'invidia di Satàn, l'imbecille fatto carne.
Il libro è un viaggio dissacrante e profondo attraverso le quattro stagioni della Vergine, con sullo sfondo i venti misteri del santo Rosario, «la corda di impiccagione di Satàn». Una storia ch'è tutt'ora muro di cinta tra il tempo e il non-tempo. Tra l'uomo mortale e il suo Dio.
Storia di una Madre, affidata alle labbra: «Dovevate sentire nonna recitare il rosario!»

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toccare

Ritorna dagli amici vestito da spiga, Lui che se n'era andato via vestito da chicco di grano. E' il medesimo, l'identica persona, lo stesso gigantesco Amore: lo aveva (pre)detto che «se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane da solo; se invece muore, produce molto frutto» (Gv 12,24). Cadere a terra, venire sepolto sotto terra, poi marcire: non per il gusto macabro di morire, ma per il sogno nascosto di tramutarsi in una spiga, la spiga più bella. (Diospiga bellissima, ora pro nobis!) Loro, quando udirono la storiella, forse fecero cenni col capo a mò d'apertura, o forse non ci dettero più di tanto peso (“E' una delle tante storie del nostro amico narratore. E' per gli altri” si saranno detti tra di loro gli amici): di certo non acciuffarono al volo il nettare di quel messaggio. Erano, pure loro, uomini da tutto-e-subito: il sugo di pesce pronto, la ricetta di una torta veloce, una cena surgelata, la fotocamera istantanea. Lui, Chicco aspirante Spiga, s'intestardì nell'insegnare loro l'arte della pazienza. Quando sentiva di fallire il bersaglio, si ripeteva che occorreva tanta pazienza per imparare bene la pazienza: nel frattempo, si mostrò Re della pazienza. D'allora ogni potere umano è composto di tempo (tanto) e pazienza (altrettanta): perdere la pazienza, Cristo lo sa bene, significa perdere la guerra, anche la testa. La guerra, però, è tutta da vincere: una battaglia si può anche perdere, ma la guerra quella no. E nella guerra, un sorriso può fare molto, anzi moltissimo, certamente di più di uno sghignazzo: «Perchè siete turbati, e perchè sorgono dubbi nel vostro cuore?» La spiga non è un fantasma, è il chicco che ha mantenuto la promessa di diventare grande.
Anche da Risorto, come quand'era in vita, soffre per l'incredulità degli amici suoi. Oggi ancora più di ieri, perchè la croce Gli è passata sopra come un trattore nelle ossa. Patisce – è la seconda passione del Cristo, tutt'ora in corso d'opera – che alla morte gli amici ci abbiano creduto così tanto da scappare via sotto la contraerea delle minacce, delle ritorsioni, dei dubbi. La risurrezione, invece, non è materia affidabile per loro, pare ancora un espediente lasciato per soffrire meno il viaggio d'addio, sembra fuffa in confronto al rumore dei chiodi. Dunque, Cristo, che facciamo? “Il maggior disprezzo che io conosca è quello di lasciare qualcuno morire di dubbi. A maggior ragione se amico!” ribatte all'interlocutore esitante. Per questo ricomincia: riprende dalla materia-prima di comprensione per uomini avvezzi al pesce. Ricomincia dal pesce la festa del grande ritorno dell'Amico. A Gennesaret, quella volta, il Chicco disse ai pescatori di abbandonare tutto e di andare dietro a Lui. Stavolta, stessa storia, ma vestito da Spiga: «Toccatemi e guardate; un fantasma non ha carne e ossa, come vedete che io ho». L'invito a toccare, per i creduloni, parrà quasi una bestemmia: “Dio è intoccabile, bisogna mantenere le distanze del galateo. Gli va dato del Lei, cos'è tutta questa vostra confidenza, gente? É pur sempre Dio, portategli rispetto”, dicono gli scettici. Lui, invece, alza l'asticella: «Toccatemi!» L'intoccabile diventa toccabile, dopo essersi fatto mangiabile, deglutibile: prendete e mangiate(mi). Chiede d'essere toccato, perchè il tatto è una memoria, il tocco ha una sua memoria innata. Guarire è (ri)toccare con amore ciò che prima è stato toccato, o anche solo guardato, con tanta paura: «Allora aprì loro la mente per comprendere le Scritture». L'odore di quella pelle risorta fu per gli amici una musica da toccare: senza nemmeno toccarlo, nonostante l'invito a farlo, fu così chiaro che s'illuminò loro la vita. “Ciao piccolo dubbio – ribattè Andrea ripensando al suo passato, alla sua fatica di credere -: adesso mi ricordo di te, di quando eri solo un piccolo dubbio. Adesso non sei più nemmeno un dubbio: è Lui!” Tornato dagli amici suoi, preme l'interruttore e accende in loro la luce della memoria. É strana la Risurrezione: è una lampada che fa luce indietro, il presente illumina il passato, la speranza riaccende la memoria. S'accorgono, tempo di una cena a base di pesce, che stando con Lui non s'illumina il futuro, ma si comprende ciò che è stato. Trovando la forza di continuare a fidarsi, visto com'è andata l'ultima volta. La spiga non è un chicco che ti abbandona, è un chicco pronto a sposarti.

In quel tempo, [i due discepoli che erano ritornati da Èmmaus] narravano [agli Undici e a quelli che erano con loro] ciò che era accaduto lungo la via e come avevano riconosciuto [Gesù] nello spezzare il pane.
Mentre essi parlavano di queste cose, Gesù in persona stette in mezzo a loro e disse: «Pace a voi!». Sconvolti e pieni di paura, credevano di vedere un fantasma. Ma egli disse loro: «Perché siete turbati, e perché sorgono dubbi nel vostro cuore? Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io! Toccatemi e guardate; un fantasma non ha carne e ossa, come vedete che io ho». Dicendo questo, mostrò loro le mani e i piedi. Ma poiché per la gioia non credevano ancora ed erano pieni di stupore, disse: «Avete qui qualche cosa da mangiare?». Gli offrirono una porzione di pesce arrostito; egli lo prese e lo mangiò davanti a loro.
Poi disse: «Sono queste le parole che io vi dissi quando ero ancora con voi: bisogna che si compiano tutte le cose scritte su di me nella legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi». Allora aprì loro la mente per comprendere le Scritture e disse loro: «Così sta scritto: il Cristo patirà e risorgerà dai morti il terzo giorno, e nel suo nome saranno predicati a tutti i popoli la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme. Di questo voi siete testimoni» (Luca 24,35-48).


Editoriali della Quaresima e del Tempo di Pasqua
Mercoledì delle Ceneri, Ricordati che sei polvere (di stelle), 17 febbraio 2021
I^ Domenica di Quaresima, Cristo in controvento, 20 febbraio 2021
II^ Domenica di Quaresima, Il divino Lavandaio27 febbraio 2021
III^ Domenica di Quaresima, Vendono il sole per comprare una candela, 6 marzo 2021
IV^ Domenica di Quaresima, Chiaroscuri sui pipistrelli13 marzo 2021
V^ Domenica di Quaresima, La voglia di Te è più forte della voglia di me20 marzo 2021
Domenica delle Palme, Il Diomendicante e il frutto della Passione, 27 marzo 2021
Giovedì Santo, Masticami, Giuda. Ovverosia del Giovedì Santo, 1 aprile 2021
Venerdì Santo, Pilato e Veronica. Ovverosia, del Venerdì Santo, 2 aprile 2021
Sabato Santo, Silenzio per cena. Ovverosia, del Sabato Santo, 3 aprile 2023
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Domenica in Albis, Ferite da leccare o da lucidare11 aprile 2021

 

INVIDIAsatan


Da lunedì 19 aprile 2021, in tutte le librerie, L'invidia di Satàn (San Paolo, 2021), il nuovo libro di Marco Pozza su Maria di Nazareth.


(dalla quarta di copertina) - Adesso è facile, «basta il suo nome, Maria, perchè gli uomini esagerino, non capiscano più nulla. La chiamano povera donna, Madonna, bella donna. L'Immacolata, l'Avvocata, la Regina. I poeti hanno grattato il fondo del barile per escogitare le parole più giuste, le meno slabbrate, le più ardite». Lei, però, ama presentarsi con passi felpati, raccontata dalle nonne ai bambini, pregata dai bambini per i nonni. Invocata da santi, delinquenti e criminali.
Marco Pozza, “alla prova di Maria”, ne celebra l'unicità tessendo in armonia la devozione popolare, la teologia cattolica, i racconti paesani. Rievoca la storia di Gesuina, una vecchia amica della nonna che, solo nel nome, teneva nascosto l'agguato di Maria. Del suo Figliolo: «Perchè Gesuina è la versione femminile del maschile Gesù». Maria è il Gesù in miniatura, «la versione umana più vicina al Dio (dis)umano». Dalla nonna, mentre cucinava i broccoli impastava i dolci, faceva la pasta a mano: l'ha conosciuta lì, l'autore, la Vergine di Nazareth.
L'invidia di Satàn, l'imbecille fatto carne.
Il libro è un viaggio dissacrante e profondo attraverso le quattro stagioni della Vergine, con sullo sfondo i venti misteri del santo Rosario, «la corda di impiccagione di Satàn». Una storia ch'è tutt'ora muro di cinta tra il tempo e il non-tempo. Tra l'uomo mortale e il suo Dio.
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taglio

Per innamorarsi ci vuole coraggio, ma per ritornare indietro e riparare quello che si è rotto ce ne vuole molto di più: “Fà niente, fatti forza – confida Cristo al suo cuore bambino -. Questo era il rischio d'andarsene, lo sapevi: quando ritorni, magari scopri che si sono abituati alla tua assenza. Fà niente, ripeto: ricomincerò io anche stavolta, come quella mattina a Gennesaret (Alziamoci, andiamo!)”. Dentro la clausura del cenacolo erano andati a nascondersi i vecchi spavaldi d'un tempo: col vento a favore pareva che scoperchiassero il mondo, ma quando il vento infuriò contrario filarono via a tutta velocità. L'ultima volta li hanno adocchiati alle pendici del Monte Golgota: poi hanno fatto perdere le tracce tutti, tranne Giovanni. I pescatori, per natura, sanno remare contro al vento; adesso, però, sono le paure a (t)remare loro contro: “Saremo anche pusillanimi a nasconderci – borbottano tra di loro – ma provasse la gente a vivere quello che abbiamo vissuto noi, con quell'intensità: poi vedrete se era facile ripartire senza di Lui”. Date loro torto, se siete capaci: la delusione, e la paura, sono direttamente proporzionali all'amore amato. Paura, tanta paura, paura gaglioffa di fare la stessa fine: «Mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei». Nessuna paura, comunque, della paura: non riuscirai mai a metterla a dormire, lei rimarrà sempre sveglia. “Basta! Chiudiamo tutto, non voglio più sentire gente che ci insegna cosa dobbiamo fare, che cosa non avremmo dovuto fare. Tutti bravi, adesso: ma noi abbiamo dovuto reagire in diretta a quello Sguardo”. Sono esauriti, atterriti, sgomenti: fare entrare qualcuno nelle proprie paure, in attimi così, è più intimo che andarci a letto per fare l'amore.
Lui non bussa, ma nemmeno si deprime: “Li conosco – ragiona tra Sè nel mentre cammina a passi di velluto verso il Cenacolo -: non bisogna avere fretta, le persone migliori si raccontano una paura alla volta, a poco a poco. Sono amici miei: li riconquisterò, ci vuole calma con i cuori feriti”. Arrivato, entra subito, come un coinquilino che ha le chiavi inb tasca: «Pace a voi!» L'invito più bello, la pace, per poi ritornare in guerra, a fare la guerra alla paura: troppi di noi non vivono i loro sogni perchè stanno vivendo le loro paure. «Ma ricordati sempre – scrisse quel genio di Cesare Pavese - che i mostri non muoiono. Quello che muore è la paura che t'incutono». Paura del Cristo? «Mostrò loro le mani e il fianco». Per convincerli, ancora una volta, si mostra loro gracile, ferito, ricucito. Uguale identico a loro: a volte per far combaciare due persone bisogna prima rompersi in migliaia di pezzi. Rotti sono i discepoli, rotto è il (loro) Maestro: “Non temete, mica vi rimbrotto: non vi chiedo dov'eravate i giorni scorsi, cos'avete fatto, perchè siete fuggiti. Vi chiedo solo d'innamorarvi di queste ferite. Un giorno racconterete che han fatto di voi quello che diventerete!” Tutti zitti, imbambolati, più distesi: “Cosa ti avevo detto, Pietro – bisbiglia Maria all'orecchio del capociurma -: vedi, ci sono delle ferite che sanno essere delle feritoie se hai il coraggio di guardarci dentro”. Ci sono ferite, quelle dei discepoli, che hanno bisogno di altre ferite, quelle del Risorto, per poi cicatrizzarsi: riderà delle cicatrici solamente chi non ha mai avuto una ferita.
Alcune ferite, poi, riusciranno a diventare cicatrici: «(Tommaso), abbiamo visto il Signore!» Le accarezzi, le racconti con complicità come fossero vecchie compagne di vita: loro lo sanno bene, perchè «tutti abbiamo una ferita segreta per riscattare la quale combattiamo» (I. Calvino). Sulla strada della paura, Cristo è il primo dei viandanti, rende al mondo il favore del Calvario facendosi Cireneo dell'uomo in panne: «(Tommaso), metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!» Tommaso, fede disorientata, non fa nulla di ciò che gli viene offerto di fare da Colui che può fare tutto. Gli basta quella Sua fragilità risorta per capire ch'è Lui: «Mio Signore e mio Dio!”» (cfr Gv 20,19-31). Satàn, da fuori, si lecca le ferite: dentro il Cenacolo il Risorto aiuta gli amici a lucidare le (loro) ferite.

(da Il Sussidiario10 aprile 2021)

La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore.
Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati».
Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. Gli dicevano gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo».
Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: «Pace a voi!». Poi disse a Tommaso: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!». Gli rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!». Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!».
Gesù, in presenza dei suoi discepoli, fece molti altri segni che non sono stati scritti in questo libro. Ma questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome (Giovanni 20,19-31).

 


 

Editoriali della Quaresima e del Tempo di Pasqua
Mercoledì delle Ceneri, Ricordati che sei polvere (di stelle), 17 febbraio 2021
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La Quaresima con Giotto
I^ giovedì con Giotto, L'ingiustizia e la giustizia, 18 febbraio 2021
II^ giovedì con Giotto, L'incostanza e la fortezza25 febbraio 2021
III^ giovedì con Giotto, L'ira e la temperanza4 marzo 2021
IV^ giovedì con Giotto, La stoltezza e la prudenza, 11 marzo 2021
V^ giovedì con Giotto, L'infedeltà e la fede, 18 marzo 2021
VI^ giovedì con Giotto, L'invidia e la carità25 marzo 2021
VI^ Giovedì con Giotto, La disperazione e la speranza, 31 marzo 2021

PapaVizi facebook

Dal 2 marzo, in tutte le librerie, Dei vizi e delle virtù (Rizzoli 2021), il nuovo libro di Papa Francesco e Marco Pozza

A Padova, nella Cappella degli Scrovegni, uno dei massimi capolavori dell'arte occidentale, Giotto racconta il percorso della salvezza umana attraverso le storie di Gesù e di Maria sulle pareti e il Giudizio Universale sulla controfacciata. Nel registro inferiore, in bianco e nero quasi fossero formelle in bassorilievo, Giotto dipinge le quattro virtù cardinali e le tre teologali alla destra del Cristo giudice, e alla sinistra sette vizi che delle virtù rappresentano il contraltare. Proprio a queste coppie di opposti - ingiustizia-giustizia, incostanza-fortezza, ira-temperanza, stoltezza-prudenza, infedeltà-fede, gelosia-carità, disperazione-speranza - è dedicata la nuova conversazione tra Papa Francesco e don Marco Pozza. Le virtù sono le strade che conducono alla salvezza, i vizi quelle che finiscono nella perdizione: "Le virtù ti fanno forte, ti spingono avanti, ti aiutano a lottare, a capire gli altri, a essere giusto, equanime. I vizi invece ti abbattono. La virtù è come la vitamina: ti fa crescere, vai avanti. Il vizio è essenzialmente parassitario". Riflettere su questi temi serve a "capire bene in quale direzione dobbiamo andare, perché sia i vizi sia le virtù entrano nel nostro modo di agire, di pensare, di sentire". Per questo, ogni capitolo è arricchito da un testo di Papa Francesco che approfondisce un tema del dialogo e da una storia di vita che don Marco Pozza ha ricavato dalla sua esperienza di cappellano del carcere di Padova. Perché nella vita quotidiana vizi e virtù procedono sempre intrecciati, e questo libro è un percorso che ci consente di ripensare insieme il compito, difficile e necessario, del discernimento tra il bene e il male.

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