5 1 1 1 1 1
5 1 1 1 1 1

tavolata

A stomacare il Re, alla fine, non fu tanto il fatto che gli invitati alle nozze gli rifiutarono la loro presenza. Il suo cuore si rattristò per le bugie con le quali tentarono di giustificare quel rifiuto: chi un affare da concludere, chi un bue appena comprato da portare a spasso per la campagna, chi un impegno sopraggiunto poc'anzi. Capita sempre che i perdenti trovino delle scuse mentre i vincenti si inventino delle soluzioni. Fatto sta che alla festa indetta dal re gli invitati diedero buca. Qualcuno fece il bulletto facendo finta di non aver ricevuto l'invito, altri fecero spallucce, altri ancora «andarono chi al proprio campo, chi ai propri affari». Altri, poi, infastiditi dalla gioia del re, usarono i pugni per rispondere all'affetto: «Presero i suoi servi, li insultarono e li uccisero» è la diagnosi di quell'invito rifiutato. “Metti un bel vestito che ti porto fuori a cena” pare fosse stato scritto come annuncio. Gli invitati, però, non seppero abbinare il vestito alla felicità. Non s'accorsero, nel mentre rifiutavano, che «ciò che uno rifiuta in un minuto non glielo restituisce l'eternità» (F. Schiller). A tutti, ovviamente, capitano degli imprevisti: in ogni lista nozze c'è un margine che oscilla tra gli invitati che si vorrebbero partecipi e gli inviti accolti. E' veramente libero colui che rifiuta un pranzo o una cena senza sentire il bisogno d'inventarsi una scusa: forse dovevano finire di farsi deludere da qualche aspettativa per poi entrare più tardi alla festa? O, al più, non trovarono in loro le forze per gioire della felicità del Re? Fatto sta che il sospetto serpeggia tra le righe: non è che, per gelosia, volessero boicottare una gioia che sentivano di non possedere? Non sarebbe la prima volta, nemmeno l'ultima. Oppure, gli invitati, erano gente senza più appetito: “Al povero manca il pane e al ricco l'appetito” diceva il nonno. La nonna: “Dio dà il cappone al ricco e al povero l'appetito”. Festa rovinata per mancanza di pubblico? Figuratevi!
L'appetito vien guardando più che mangiando: «La festa di nozze è pronta (…) Andate ora ai crocicchi delle strade, tutti quelli che troverete chiamateli alle nozze». La festa, dunque, si farà lo stesso, a maggior ragione: il sabotaggio non è riuscito, il Re non accetta d'annullare il tutto per la mancata partecipazione del pubblico invitato. Alle aspettative disilluse, rilancia la quotazione delle sue più che valide ragioni: si sposa il figlio! Eccoli, dunque, gli invitati che popoleranno la sala: rachitici, strabici, mignotte e filibustieri, gente-rotta, miscredenti e farabutti. Vengono dai crocicchi come fossero paesi, popolano le notti a suon d'insonnie, odorano come chi non frequenta l'acqua da una vita. Eppure, a ben guardare, è grazie a loro che la festa si accende: spostano l'appuntamento, evitano d'andare a rubacchiare, posticipano un impegno. Si liberano perchè si sentono onorati di essere stati invitati direttamente dal re. Gli altri, quelli del gran torto, avevano più cibo che appetito: loro, invece, sono tutta gente che ha più appetito che cibo. Gli altri era gente che andava sempre a scuola, in chiesa: “Presente!” rispondevano in coro, con il grembiulino stirato. Loro, invece, erano sempre segnati con il rosso di un'assenza: “I grandi assenti” li soprannominavano a scuola, in chiesa. Sempre sul punto d'essere bocciati, crocifissi, bollati e derisi. Poi, una mattina, improvvisamente entra in chiesa il re, si siede, e invece di chiedere ai presenti la giustificazione per l'assenza domanda la motivazione della presenza. “Perchè si è sempre venuti, maestà! Perchè bisogna venirci, è festa di precetto. Ci è stato detto di farlo, altrimenti Dio si arrabbia”. Il posto è occupato, l'invitato è presente: tutto chiaro. Il cuore, però, è altrove.
Esserci è scegliere d'esserci: rifiutare è sempre una sicurezza, scegliere è una complessità. La prova del nove sarà quando il re si siederà per cenare: saprai che è la persona giusta per quella cena quando l'altro non avrà bisogno di controllare lo smartphone mentre starà seduto accanto a te. Chi non ha più appetito ha sempre tantissime cose da fare: come al tempo della scuola, però, le giustificazioni per le assenze sono quasi tutte bugie. Chi, invece, ha fame, si siede e ringrazia: la sua presenza è la forma di contestazione più bella verso chi ha la pancia piena. “Contestare” è un verbo sublime: con-te-stare. “Stare con te, maestà! L'appetito vien guardandoTi”. Buon appetito!

(da Il Sussidiario, 10 ottobre 2020)

In quel tempo, Gesù, riprese a parlare con parabole [ai capi dei sacerdoti e ai farisei] e disse:
«Il regno dei cieli è simile a un re, che fece una festa di nozze per suo figlio. Egli mandò i suoi servi a chiamare gli invitati alle nozze, ma questi non volevano venire.
Mandò di nuovo altri servi con quest’ordine: Dite agli invitati: “Ecco, ho preparato il mio pranzo; i miei buoi e gli animali ingrassati sono già uccisi e tutto è pronto; venite alle nozze!”. Ma quelli non se ne curarono e andarono chi al proprio campo, chi ai propri affari; altri poi presero i suoi servi, li insultarono e li uccisero. Allora il re si indignò: mandò le sue truppe, fece uccidere quegli assassini e diede alle fiamme la loro città.
Poi disse ai suoi servi: “La festa di nozze è pronta, ma gli invitati non erano degni; andate ora ai crocicchi delle strade e tutti quelli che troverete, chiamateli alle nozze”. Usciti per le strade, quei servi radunarono tutti quelli che trovarono, cattivi e buoni, e la sala delle nozze si riempì di commensali» (Matteo 22,1-10).

IMG 1159

Dal 9 ottobre, in tutte le librerie, Ciò che vuoto non è (San Paolo, 2020), il nuovo libro di Marco Pozza
Il vuoto: «Mesi di vuoto dappertutto: dentro, fuori, in basso, qualcuno temeva pure lassù. Non è stato così: eppure “benvenuti alla resa finale!” hanno pensato in tanti». E se quel vuoto fosse stata una misura: “Quanto ti manco?” In una casa, l'unica stanza piena è quella vuota: è tutta colma del suo vuoto, di se stessa. E' davvero necessario riempire ogni vuoto a tutti i costi?
In Ciò che vuoto non è l'autore ripercorre gli articoli del Credo cristiano alla luce del vuoto dei mesi di pandemia: «L'uomo ha diritto di voto, la bellezza ha diritto di vuoto per brillare» scrive. Che nome dare a quel vuoto? Per chi crede il vuoto è una mancanza piena di nostalgia, per chi non crede è pur sempre un'esperienza mistica: certe domande, comunque, hanno bisogno di vuoto attorno per respirare. Ripartiamo, dunque! Da quel sepolcro che le donne, a Gerusalemme, hanno trovato vuoto il mattino di Pasqua. E' d'allora che quella cristiana è fede fondata sul vuoto, fede che ha diritto di vuoto.
Tra memorie paesane e sprazzi di attualità, l'autore si concede delle lezioni di lentezza per cercare una risposta alla domanda che ci interpella ovunque, soprattutto sul ciglio dell'afflizione: “Perchè credere quando attorno è buio”? Nell'emergenza il Vangelo resta uno spicchio di luna a forma di falce: la parte fulgente illumina quella oscura. Che vuota non è (dall'aletta di copertina).

Per acquistarlo online clicca qui

Per vedere i pulsanti di condivisione per i social (Facebook, Twitter ecc.), accetta i c o o k i e di "terze parti" relativi a mappe, video e plugin social (se prima di accettare vuoi saperne di più sui c o o k i e di questo sito, leggi l'informativa estesa).
Accetta c o o k i e di "terze parti"
5 1 1 1 1 1

vigna

Erano dei semplici amministratori. Poi, una mattina, si son svegliati con un sogno sconfinato: diventare padroni a tutti gli effetti. La qual cosa, badate bene, non è affatto cagione di paternale a priori: a chi non piace, raggiunta una vetta, tentarne un'altra? Loro, però, han tentato di intestarsi la vigna per vie traverse: deprendandone la proprietà, uccidendo i servi preposti (dal padrone stesso) per la riscossione, freddando l'unico avente diritto dell'eredità per via dinastica: suo figlio. L'accusa, stante alle indagini evangeliche, è da giramento: una sorta di appropriazione indebita, tutt'al più di distrazione di bene immobile appartenente ad altri. Una sorta di peculato agricolo, commesso da chi ne aveva il possesso in ragione di un ufficio affidatogli da altri. Robe d'altri tempi, comunque: peccato soltanto che i ladri non conoscano la storia delle cose che rubano. Nemmeno la destinazione d'uso delle cose che hanno depredato. Puoi impedire ad un uomo di non rubare, ma non di essere ladro: dunque «ascoltate un'altra parabola».
Ancora una vigna: terra da lavorare, viti da potare, grappoli da spremere, il contratto da rispettare. Poi, un giorno, la gola – ch'è un viziaccio di quelli tosti – ha la meglio sulle mani: “A che pro lavorare per il padrone, farlo guadagnare sul nostro sudore, mentre per noi sono solo spiccioli?” si chiedono gli affittuari. Da qui alla bozza di un nuovo contratto fai-da-te il passo è breve: botte coi bastoni, omicidio colposo, lapidazione in diretta. Temeva d'averci visto male il padrone, la qual cosa – questa sua apparente ingenuità professionale – lo rende ancora più avvilito: «Mandò di nuovo altri servi», quasi a non voler credere che ci fosse qualcuno che alla fiducia d'avere avuto in affitto una terra rispondesse con una bastonata fin quasi esagerata: “Vedrai che si sono sbagliati, mi avranno riferito in malo modo. Che valga anche per loro la presunzione d'innocenza”. Ancora pestaggi, invece: brutali, immeritati, ingrati. “Non ci posso davvero credere – è il retropensiero del padrone -: davvero ho dato fiducia a gente col cuore di ferro? Provo l'ultima, mi pare quasi impossibile!” E' l'ultima chiave del mazzo, di solito, ad aprire la porta. Stavolta, però, la porta della vigna resta sbarrata, il padrone è tenuto fuori: «Su uccidiamolo (il Figlio), avremo noi la sua eredità! Lo presero, lo cacciarono fuori dalla vigna e lo uccisero». Proprio così, padrone: tu hai dato loro la tua fiducia e loro/noi ti abbiamo dato la nostra rabbia, l'ingordigia ghiotta di chi vorrebbe essere padrone invece che amministratore. Di chi non sa stare al proprio posto: «Se si ammazza un uomo, si è un assassino – scrive Jean Rostand -. Se si ammazzano milioni di uomini, si è un conquistatore. Se li si ammazza tutti, si è un Dio». Si pensa d'essere Dio, coscienti di non esserlo.
Un delitto passionale oppure un'avarizia in fase acuta? Chi ascoltò la parabola gridò: “Morte agli assassini, galera a vita. Che marciscano!” Il padrone della vigna, invece, è l'unico a non perdere il lume. Nessuna vendetta eccetto la punizione di vedersi svuotato il conto della fiducia accreditata loro anzitempo: «Li farà morire miseramente». Da collaboratori fidati del padrone (ha siglato Lui il contratto in essere) a gentaglia della quale non fidarsi più. La vigna, però, non diventerà una discarica abusiva: quella vigna ha una storia tutta sua, nasconde dei segreti, è memoria di mille rinunce, di altrettante ore donate gratis per far sì che fruttasse. Lunga vita a quella vigna, allora, che verrà proposta «in affitto ad altri contadini, che gli consegneranno i frutti a suo tempo». La vigna è la vigna: non perchè è stata lavorata da dirigenti licenziosi diventerà immondezzaio. Resterà vigna ad oltranza, ma cambierà la gestione: quella vigna - il padrone sa cosa c'è in gioco - anche lui l'ha ereditata. Poi, per sentirla sua, l'ha rimessa in gioco. Al padre, nell'atto di riceverla, non promise di raddoppiare il fatturato: con onestà gli disse semplicemente che se qualcuno avesse provato ad offendere la storia nascosta in quella terra si sarebbe scavato la fossa con i suoi denti.

(da Il Sussidiario, 3 ottobre 2020)

In quel tempo, Gesù disse ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo:
«Ascoltate un’altra parabola: c’era un uomo, che possedeva un terreno e vi piantò una vigna. La circondò con una siepe, vi scavò una buca per il torchio e costruì una torre. La diede in affitto a dei contadini e se ne andò lontano.
Quando arrivò il tempo di raccogliere i frutti, mandò i suoi servi dai contadini a ritirare il raccolto. Ma i contadini presero i servi e uno lo bastonarono, un altro lo uccisero, un altro lo lapidarono. Mandò di nuovo altri servi, più numerosi dei primi, ma li trattarono allo stesso modo.
Da ultimo mandò loro il proprio figlio dicendo: “Avranno rispetto per mio figlio!”. Ma i contadini, visto il figlio, dissero tra loro: “Costui è l’erede. Su, uccidiamolo e avremo noi la sua eredità!”. Lo presero, lo cacciarono fuori dalla vigna e lo uccisero.
Quando verrà dunque il padrone della vigna, che cosa farà a quei contadini?».
Gli risposero: «Quei malvagi, li farà morire miseramente e darà in affitto la vigna ad altri contadini, che gli consegneranno i frutti a suo tempo».
E Gesù disse loro: «Non avete mai letto nelle Scritture:
“La pietra che i costruttori hanno scartato
è diventata la pietra d’angolo;
questo è stato fatto dal Signore
ed è una meraviglia ai nostri occhi”?
Perciò io vi dico: a voi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a un popolo che ne produca i frutti» (Matteo 21,33-43).

 

IMG 0030

Una riflessione in occasione della Giornata per la Carità del Papa

«
Eccellenza, domenica prossima si terrà la colletta per la carità del Papa. Ma la gente è turbata perché legge che quei soldi non sono utilizzati per aiutare i poveri, ma per fare investimenti speculativi nei paradisi fiscali, acquistare palazzi lussuosi e dare soldi ai fratelli. Come farete a chiedere le offerte ai fedeli?»

«Non c’è dubbio che quest’anno la colletta per la carità del Papa si svolge in un momento davvero difficile e complicato. Aggiungo che tre domeniche di settembre e due di ottobre sono state indicate dalla Cei come collette obbligatorie. Parlando coi sacerdoti, mi hanno detto che cinque domeniche di collette obbligatorie sono un po’ pesanti nel momento in cui nelle parrocchie i numeri sono ancora contingentati. E tra queste cinque domeniche c’è anche quella della carità del Papa. Da un lato sappiamo che chi sbaglia nelle questioni economiche sono anche persone molto vicine a Francesco, come nel caso del cardinale Becciu. Dall’altro, però, il gesto del Papa di essere così severo con chi sbaglia nel cattivo uso del denaro è un intervento che va a suo favore. Bergoglio, infatti, non ha fatto silenzio, non ha steso un velo pietoso. Poi lasciamo che la verità, come sempre, venga a galla e si sappia chi ha sbagliato. Per me è stata inopportuna la conferenza stampa del cardinale Becciu perché può accadere che nella Chiesa tanti vescovi e preti, nel passato come nel presente, ricevano dei rimproveri, anche abbastanza duri. Però non è che tutti facciano una conferenza stampa subito dopo. Si accetta in silenzio e se uno ha la coscienza a posto la verità, prima o dopo, verrà fuori».

«Quindi i fedeli dovrebbero ancora fidarsi?»

«Sì, nonostante tutto, poiché abbiamo visto e conosciamo il cuore del Papa per i poveri, i migranti e le persone abbandonate. Noi sappiamo bene qual è il suo personale impegno attraverso anche il suo elemosiniere, il cardinale Krajewski, e tante altre sue iniziative che probabilmente noi non conosciamo. Per questo credo che anche quest’anno la nostra fiducia di cattolici non deve comunque venire meno. Certo non è facile, lo sottolineo, andare a chiedere soldi ai fedeli. Però è la carità del Papa. Qualcuno intorno a lui ha sbagliato. Pazienza. È dell’animo umano sbagliare, se ovviamente in questo caso il cardinale Becciu ha sbagliato lui o chi per lui. Però allarghiamo lo sguardo e vediamo comunque che la carità del Papa va a buon fine. Il mio auspicio è che su questo denaro ci sia una vigilanza veramente scrupolosa. Queste cose non possono più accadere».

(dall'intervista a Giovanni Ricchiuti, presidente nazionale di Pax Christi e vescovo di Altamura-Gravina-Acquaviva delle Fonti, alla vigilia della colletta per l'Obolo di San Pietro)

Per vedere i pulsanti di condivisione per i social (Facebook, Twitter ecc.), accetta i c o o k i e di "terze parti" relativi a mappe, video e plugin social (se prima di accettare vuoi saperne di più sui c o o k i e di questo sito, leggi l'informativa estesa).
Accetta c o o k i e di "terze parti"
5 1 1 1 1 1

vendemmia

“Che me ne faccio di un bravo ragazzo? - riflettè il Cristo – E se fosse tutta una facciata?” Come quelle case finte che hanno solo la facciata, mai finite per mancanza di quattrini: l'ingresso è degno d'essere l'ingresso d'una reggia, ma le stanze dentro sono più squallide di un tugurio. «Che ve ne pare?» chiede un Cristo curioso ai sacerdoti e alla gente anziana del popolo: li interroga, vuol che si sentano partecipi del (ri)fiorire del Regno, capiscano che l'obbedienza, senza il cuore libero, è la più viscida apparenza. Dunque, ancora una volta, ecco una parabola a disposizione, su misura, materia di artigianato: ancora un uomo, due figli (ha sempre due figli l'uomo del Vangelo, ndr), l'identica situazione e, ovvio, due risposte differenti. Una da “Gli dico sì e poi me ne sbatto”, l'altra “Mica sono sfigato da lavorare con mio padre. Un attimo: ci ho ripensato”: «Chi dei due ha compiuto la volontà del padre?» Il devotissimo disobbediente oppure l'altro, il disobbediente devoto? La risposta, quand'è evidente da non poterla tacere, non ammette dubbi: «Il primo». Questione di logica, di buon senso, di praticità.
Eppure l'altro, la bella facciata senza stanze, subito gli fa fare bella figura, fa la sua bella figura: “Voi fermatevi pure alla stazione dell'apparenza – sembra bisbigliare Cristo ai suoi lettori -, io scendo dopo, a quella della sostanza”. Sono facce note, quelle da primi-della-classe, al Cristo operaio: è tutta gente che con un'app sembra quasi assomigliare ad un'opera d'arte, ma qualora tu le volessi riconoscere dal vivo ti servirebbe una guida. Nei Vangeli l'apparenza t'incanta, ti incarta: è quando la scarti che ti delude: «”Sì, signore. Ma non vi andò». Case con la sola facciata addosso, fiori finti che «restano belli per sempre e proprio per questo non sono belli mai» (G. Faletti). Storie senz'anima, di quelle che poi durano pochi decenni. Una personalità, pur attorcigliata e sbuffante, regge per tutta la vita: «”Non ne ho voglia”. Ma poi si pentì e vi andò». Quest'ultimo è una faccia stramba, diversa: nessuna proforma, reverenza, inchino. Solo l'autenticità di un'anima libera. Che, essendo libera, è libera anche di ricredersi: “La vigna è di famiglia, non è soltanto di mio padre: che senso ha, allora, non collaborare alla potatura?” Cristo, se potesse essere l'aiuto del pubblico alla titubanza degli interpellati: “Che ne me faccio di un bravo figliolo tutto casa e chiesa ma senza un pizzico d'amore? Preferisco di gran lunga i ribelli innamorati che gli amori abituati”. Le abitudini, certo, rendono la vita più comoda ma anche meno eroica.
Essere o apparire, dunque? Soprattutto quando la storia dimostra che i più grandi misfatti non sono stati affatto compiuti da gente che ha infranto le regole ma da persone che hanno seguito le regole alla cieca, senza pensarci, evitando l'urto della coscienza. Il vaglio della ribellione. È una legge di natura che Cristo prende a prestito: sono i cani più fedeli al padrone quelli che abbaiano, gli altri sono bigiotteria, compagnia, buon-gusto. Al momento opportuno, tradiranno per un tozzo di pane, una valigia di soldi, una berretta cardinalizia di troppo. Eppure la forma è rispettata, l'apparente educazione assicurata: risposte di circostanza ne hanno a bizzeffe. A parole dicono di andare a lavorare nella vigna, poi quella vigna la danno in sub-appalto ad altri. E per loro lavorare sarà guardare la vigna dal balcone: le bugie più crudeli - «”Sì, signore. Ma non vi andò» - sono sempre raccontate con onestà, pronunciate con tanta educazione. La fedeltà, invece, è sempre una ribellione iniziale. Mi piace il verbo ri-bellarsi: mi suona un po' come (ri)voltarsi, una sorta di torcicollo verso il bello. (Ri)bellare è tornare a guardare il bello dopo averlo rifiutato: «Volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto» (Gv 19,37), si ri-belleranno a Lui. Torneranno belli. Mignotte e farabutti si (ri)bellano, hanno il torcicollo: provano anche ad andarsene ma, facendolo, scoprono d'essere sul punto d'ammattire: “Dove andare senza di te, amore?” Chissenefrega dei bravi ragazzi. Peccato che in me, a giorni alterni, convivano entrambi. Dilaniandomi. 

(da Il Sussidiario, 26 settembre 2020)

In quel tempo, Gesù disse ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo: «Che ve ne pare? Un uomo aveva due figli. Si rivolse al primo e disse: “Figlio, oggi va’ a lavorare nella vigna”. Ed egli rispose: “Non ne ho voglia”. Ma poi si pentì e vi andò. Si rivolse al secondo e disse lo stesso. Ed egli rispose: “Sì, signore”. Ma non vi andò. Chi dei due ha compiuto la volontà del padre?». Risposero: «Il primo».
E Gesù disse loro: «In verità io vi dico: i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio. Giovanni infatti venne a voi sulla via della giustizia, e non gli avete creduto; i pubblicani e le prostitute invece gli hanno creduto. Voi, al contrario, avete visto queste cose, ma poi non vi siete nemmeno pentiti così da credergli» (Matteo 21,28-32).

Per vedere i pulsanti di condivisione per i social (Facebook, Twitter ecc.), accetta i c o o k i e di "terze parti" relativi a mappe, video e plugin social (se prima di accettare vuoi saperne di più sui c o o k i e di questo sito, leggi l'informativa estesa).
Accetta c o o k i e di "terze parti"