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dettaglio

La differenza tra qualcosa di buono e qualcosa di grande? – domandò un giorno ad alta voce la mia prof, domandandolo a se stessa – È l'attenzione che riservi per i piccoli dettagli: «I dettagli fanno la perfezione e la perfezione non è un dettaglio» (L. Da Vinci). Amo furiosamente i dettagli: una parola inaspettata, il batticuore di un sorriso. Piccoli gesti che riscaldano il cuore. In piccoli dettagli si manifesta Iddio, coi suoi misteri tutt'intorno. In un piccolissimo dettaglio cadrà, alla fine, Lucifero coi suoi infelici supporters: “Lasciami qui – ho letto sul vagone di un treno dismesso - tra i dettagli invisibili di cui solo tu ti accorgi”. Glielo ripeto spesso al mio Dio: “Nascondimi in un tuo piccolo dettaglio. Nasconditi in un tuo dettaglio: ho voglia di cercarti, sapendo che da qualche parte ti sei nascosto”. I dettagli, però, non sono per chiunque: chi riesce a coglierne la bellezza, mostra d'essere così intelligente da comprendere il tutto. Parola di Gesù: «Dalla pianta di fico imparate la parabola: quando ormai il suo ramo diventa tenero, spuntano le fogli, sapete che l'estate è vicina». E' pazzo Dio: giura d'aver nascosto il Tutto in un dettaglio, il Cielo in una gemma che s'intenerisce stando appesa al ramo del fico. E' solo una gemma con la pancia, incinta, in stato-di-parto. Eppure, per chi sa leggere i dettagli, non è più solo gemma: è l'estate che si avvicina. Piccoli dettagli, impercettibili ai senz'anima, decidono tutto. O, per lo meno, avvisano la vicinanza dell'estate. Iddio in arrivo: «Così anche voi: quando vedrete accadere queste cose, sappiate che egli è vicino, è alle porte». Dell'arrivo di Dio anche un pitocco come Satana ne è al corrente: ciò che temiamo (lui teme Dio) nell'animo arriva prima di quando in realtà arriva. Solo che lui, mostriciattolo d'attenzione, è pessimista circa quell'arrivo: “Affrettiamoci a spargere il fango. Quando arriva, sarà la fine”. La fine, dice lui: fine-corsa, patatrac, chi s'è visto s'è visto. Cristo, invece, alla fine preferisce il fine: “Affrettiamoci a fare il bene. Quando arriverà, quel giorno raggiungeremo la pienezza del nostro sogno. Arriveremo in vetta!”
Mi affascina Cristo: è pazzesco il suo realismo, micidiale la sua precisione di profeta, fenomenale la sua capacità di trafiggere con un dettaglio. Esigente al grado massimo la sua richiesta d'attenzione. È vietato distrarsi, quando la meta s'avvicina: «L'attenzione genera tutte le virtù – scrive A. Haspel -, la distrazione tutti i vizi». Ecco perché Satana, l'avversario avverso, riesce a farti concentrare l'attenzione solo sulle distrazioni: è un vizioso, lui. Vuole una corte di figli viziati, dunque li distrae, rendendoli tonti di fronte ai piccoli dettagli. E' toccando il ramo che s'avverte la tenerezza del germoglio: è legge di natura. E' affinando i sensi – vista, udito, tatto, odorato, olfatto – che s'affina il fiuto del Regno di Dio. Lassù si arriva solo attraverso quaggiù: è la logica del Natale di Betlemme, il seguito di quel primo viaggio verso-il-basso, perché noi andassimo verso-l'alto. Attaccati a fragili segni feriali, dentro i quali batte forte il sussulto della presenza di Dio.
Cristo chiede massima attenzione: “Fate attenzione, il tempo è vicino”. Ciò che chiede, lo chiede a gente che ti presta attenzione con tassi da usuraio: non s'accorgono nemmeno della tua presenza, figurarsi se s'accorgeranno della tua assenza. Per questo Cristo, Dio-furbissimo, tace sull'ora esatta: son capaci tutti d'organizzare una cena per tempo. Eppure, a ben pensarci, la cena più gustosa è quella di quella sera che, senz'avvisare, hai bussato alla porta. Li hai colti alla sprovvista, eppure han aggiunto una sedia, un bicchiere d'acqua alla minestra, un tozzo di pane sulla tavola: buon appetito! Buona cena, quella cena. Così è di Cristo: dice che arriva, non dice quando arriva. Raccomanda di fare attenzione, e l'attenzione è l'unico modo di amare davvero. È specie-unica di generosità.
Arriverà, sarà un piacere. L'attesa del piacere, però, è già essa stessa una forma di piacere. In spagnolo aspettare è esperar: aspettare è sperare. Sperare di non perdersi un piccolo dettaglio: lì è andato a confinarsi Dio, l'Imprevedibile.

(da Il Sussidiario, 17 novembre 2018)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: 
«In quei giorni, dopo quella tribolazione,
il sole si oscurerà,
la luna non darà più la sua luce,
le stelle cadranno dal cielo
e le potenze che sono nei cieli saranno sconvolte.
Allora vedranno il Figlio dell’uomo venire sulle nubi con grande potenza e gloria. Egli manderà gli angeli e radunerà i suoi eletti dai quattro venti, dall’estremità della terra fino all’estremità del cielo.
Dalla pianta di fico imparate la parabola: quando ormai il suo ramo diventa tenero e spuntano le foglie, sapete che l’estate è vicina. Così anche voi: quando vedrete accadere queste cose, sappiate che egli è vicino, è alle porte. 
In verità io vi dico: non passerà questa generazione prima che tutto questo avvenga. Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno. 
Quanto però a quel giorno o a quell’ora, nessuno lo sa, né gli angeli nel cielo né il Figlio, eccetto il Padre» (Marco 13,24-32).

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monetine
La partita è ancora in corso. Da una parte sta il mondo della sinagoga con tutto il suo ambaradan di scribi riveriti per le loro preghiere, fedeli che entrano a gettare monete, riciclandole in preghiere. Dall'altra il Cristo, diretto alla stazione di Gerusalemme: s'inquieta, si fa beffe di loro, tiene gli occhi aperti. Siamo in un punto morto della partita: i farisei non lo interrogano più – troppo alto il rischio di venir umiliati in mondovisione -, Lui non agisce quasi più. I primi tacciono: sono stati informati di ciò che sta per accadere, portano pazienza. Si vendicheranno. Anche Cristo tace, senza mai tacere. Rimpicciolendoli: «Questa vedova, così povera, ha gettato nel tesoro più di tutti gli altri». Smascherati, ancora una volta. Cioè, tra le righe, Cristo ammaestra i suoi circa due specie d'umani nel Tempio: i farisei, gente in via d'ostentazione, e la povera donna, una di quelle che dentro il Tempio era in via d'estinzione. Basta uno sguardo, al Cristo, per riaccender la guerra a degli avversari impauriti di imbastire ancora guerra. Basta un nonnulla, è lectio-magistralis: il pudore è solo di chi può permetterselo, l'ostentazione è un po' di tutti. Benvenuti nello sguardo di Cristo: «Tutti hanno gettato parte del loro superfluo. Lei invece, nella sua miseria, vi ha gettato tutto quello che aveva per vivere». È il Vangelo: «Di generosi non ci sono che i poveri» (H. de Balzac).
Ciò che i discepoli capiscono – loro che pur non son geni in fatto di Cielo e dei misteri di Cristo – è che nessuno diventa povero donando. Ciò che gli altri, gli avversari avversi, afferrano al volo è che l'esibizionismo (in materia di fede) è il parente più prossimo della solitudine. Chi ha soldi, è potente e temuto; chi non ne ha, è poco considerato da tutti. A tutti, però, è capitato d'imbattersi, almeno in un'occasione, nella generosità di un povero. E scoprire che, di solito, son proprio loro, quelli che han meno da dare, le persone più generose. Quand'ero piccolo, il sabato pomeriggio, portavo il foglietto parrocchiale nelle case del mio paese: a colpirmi erano le offerte che la gente lasciava in gesto di cortesia. Ricordo l'abbinamento che la mia mente bambina faceva: laddove, per l'eleganza della casa, mi aspettavo una banconota di carta, arrivava (forse) un cenno di saluto, qualora si fossero degnati di dar retta al suono del campanello. Dove ero quasi certo d'andarmene vuoto, appariva una banconota. Le mance migliori venivano sempre dalla gente più povera. Quella che t'aspettava e, offrendo una bibita alla tua sete, ti confidava pure una bella notizia. Il che, tra mille pettegolezzi, era un raddoppio di carità cristiana. Il Vangelo, quando è in apparente stato di stallo, è un cacciabombardiere in azione: elogiando un gesto d'altri, smaschera l'intento di tutto ciò che gli gravita attorno. Illuminandolo di luce interrogativa: «Che vale un'elemosina che ci priva di nulla? Forse non abbiamo mai dato nulla» scrive F. Mauriac accarezzando con la sua penna la nobiltà povera di questa vedova.
È un dettaglio insignificante: “Ho solamente due monetine!” avrà detto, tra sé, la donna frugando con le mani nelle tasche. Nessuno, eccetto Cristo, aveva notato il gesto: «Il grido del povero sale fino a Dio, ma non arriva alle orecchie dell'uomo» scriveva Felicitè-Robert de Lamennais. Quand'arriva alle orecchie e agli occhi del Cristo, però, rimbalza come un fulmine, accecando tutti. Poteva, la donna, tenersi una monetina: per un caffè, un tozzo di pane, un'acciuga. Una per sé e una per Dio: il gesto sarebbe stato pure bellissimo. No: niente per sé, tutto per Dio. Poi, la sua fede bambina ne è certa, Dio baderà a lei: è sollievo di non poco conto non essere costretti a far sfoggio di doti che non si posseggono. Lo sguardo di Cristo è roba da grandangolo, il campo visivo è fuori-misura: farci entrare il mondo è la sua passione, denudarne il cuore la sua specializzazione, svelarne l'anima è biglietto d'ingresso per il Regno. Due monetine, gettate con il cuore, fan voltare Cristo. Una manciata, fatta cadere perché risuoni nel cestino, fa voltare la gente, rivoltare il cuore di Dio. Lui ha un debole per i dettagli.

(da Il Sussidiario, 10 novembre 2018)

In quel tempo, Gesù [nel tempio] diceva alla folla nel suo insegnamento: «Guardatevi dagli scribi, che amano passeggiare in lunghe vesti, ricevere saluti nelle piazze, avere i primi seggi nelle sinagoghe e i primi posti nei banchetti. Divorano le case delle vedove e pregano a lungo per farsi vedere. Essi riceveranno una condanna più severa».
Seduto di fronte al tesoro, osservava come la folla vi gettava monete. Tanti ricchi ne gettavano molte. Ma, venuta una vedova povera, vi gettò due monetine, che fanno un soldo. 
Allora, chiamati a sé i suoi discepoli, disse loro: «In verità io vi dico: questa vedova, così povera, ha gettato nel tesoro più di tutti gli altri. Tutti infatti hanno gettato parte del loro superfluo. Lei invece, nella sua miseria, vi ha gettato tutto quello che aveva, tutto quanto aveva per vivere» (Marco 12,38-44).

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giochi
È uno dei giochi che fan divertire i bambini. Nascondi un oggetto facendo in modo che chi gioca, occhi tappati, non ti veda. Poi dai il
via al gioco: tutti che corrono a cercare l'oggetto! L'aiuto che tu puoi dare sono due parole: acqua, se sono troppo fuori strada, fuoco se sono prossimi a trovarlo. “Vietato barare”: se bari, sei escluso per un turno. Il Regno di Dio è un gioco, nel senso più fanciullo del termine: è ricerca, scoperta, inseguimento, agguati e appostamenti. Sono le istruzioni d'uso fornite da Dio stesso: «Cercate invece, anzitutto, il Regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose (companatico e alloggio) vi saranno date in abbondanza» (Mt 6,33). Cercate, per divertirvi: per rallegrare l'anima. Oggi la pagina del Vangelo, di primo acchito, confonde. C'è uno scriba ad interrogare il Cristo: «Qual è il primo di tutti i comandamenti?» L'Uomo, quello Maiuscolo, mal sopporta gli scribi: sovente li taccia d'essere troppo attenti alla lettera, poco allo spirito. Stavolta, invece, la storia finisce stringendosi la mano: «Non sei lontano dal Regno dei Cieli». Il che è un complimento d'incoraggiamento pazzesco, che manco t'aspetteresti rivolto ad uno scriba avverso. Cristo gli dice: “Fuoco, fuoco. Sei vicino: la strada è quella giusta per arrivare al Regno”. Che sorpresa!
Cristo poteva arrestarsi alla facciata - “È scriba, mi fa perdere tempo” - e liquidarlo. Sceglie, invece, d'andare oltre, accreditandogli fiducia. Lo ascolta e ne apprezza l'indole spericolata, sbarazzina: perché un uomo che s'interroga, rifuggendo la comodità delle frasi-fatte, è un patrimonio d'inestimabile valore. E Cristo, questo, lo sa. Sta al gioco, che non è un gioco: nella foresta di comandi e comandamenti che la legge proponeva, accetta di buttare giù dalla torre quelli inutili, stilando la graduatoria di quelli importanti. Come fare in mezzo a tutto quell'imbarazzo di codici e cavilli? È un gioco da bambini per Chi conosce Dio a menadito come il Figlio suo: «Il primo è: “Amerai il Signore tuo Dio”». Amare è il verbo-preferito di Dio. Mica per nulla: «L'amore – scriveva A. Einstein – è sapere tutto su qualcuno, e avere la voglia di essere ancora con lui più che con ogni altra persona». Amarlo non nonostante-tutto, ma perché, anche deludendo, lui è rimasto il grande cuore ch'era stato. Poi Cristo, geniale, oltrepassa: gli dice che non basta amare, gli insegna come si fa ad amare per davvero. È il di più che solo Cristo può chiedere: «Con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua mente, con tutta la tua forza». Con passione, cuore e intelligenza: è il tutto che Dio chiede a chi Lo ama. Non è troppo-poco, non è troppo-tanto: è la forma massima, quella che sfiora l'impossibile. È tutto. E, così facendo, amerai quello che sta più a cuore al Signore stesso: «Amerai il tuo prossimo». Lui dice che, rispettando questo ordine, non sarà così difficile amare il prossimo come la gente pensa: amando Dio, è il mondo stesso a venire amato in contemporanea. Il mondo più bello tra quelli inventati da Dio: l'uomo, l'immagine di Dio quaggiù.
L'uomo che, più di altri, è vicino a noi stessi: «Come te stesso». È il colpo di tacco a fine partita. L'avvertimento: “Stai attento: non ti sarà possibile amarmi se non ami il tuo prossimo, non sarai capace di amare il prossimo se non ami te stesso”. Come è avverbio-di-misura, particella d'avviso: è la faccia dell'Amore maiuscolo. La persona giusta, infatti, riesce a farti innamorare due volte: prima di lei, poi di te stesso. «Hai detto bene, Maestro. (Questo) vale più di tutti gli olocausti e i sacrifici». Glielo dice lo scriba al Maestro. E il Maestro, splendido, lo incoraggia: “Fuoco!” Pazzesco Cristo! Mettendo in cima alla classifica l'amore – declamato al futuro («Amerai»), tempo dell'Eterno – svela la sua convinzione: le forze che accendono e fanno accedere al Regno, sono le stesse che tengono in vita il cuore della storia umana. Fuoco! «Non sei lontano dal Regno di Dio». È complimento sommo, appena sotto la santità. Ad uno scriba-strafottente: per come sanno guardare, gli occhi di Cristo meriterebbero di stare al Louvre.

(da Il Sussidiario, 3 novembre 2018)

In quel tempo, si avvicinò a Gesù uno degli scribi e gli domandò: «Qual è il primo di tutti i comandamenti?». 
Gesù rispose: «Il primo è: “Ascolta, Israele! Il Signore nostro Dio è l’unico Signore; amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore e con tutta la tua anima, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza”. Il secondo è questo: “Amerai il tuo prossimo come te stesso”. Non c’è altro comandamento più grande di questi». 
Lo scriba gli disse: «Hai detto bene, Maestro, e secondo verità, che Egli è unico e non vi è altri all’infuori di lui; amarlo con tutto il cuore, con tutta l’intelligenza e con tutta la forza e amare il prossimo come se stesso vale più di tutti gli olocausti e i sacrifici». 
Vedendo che egli aveva risposto saggiamente, Gesù gli disse: «Non sei lontano dal regno di Dio». E nessuno aveva più il coraggio di interrogarlo (Marco 12,28-34).

(Foto tratta da http://www.iitaly.org)

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