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delusione

Li ha delusi alla grande, i suoi genitori: capita sempre che le persone che più ci deludono siano quelle che abbiamo idealizzato maggiormente. È la carta d'identità della delusione: «La delusione – scrive F. Mauriac – è un sentimento che non delude mai». L'esperienza, poi, altro non è che la somma delle nostre delusioni; la storia dell'uomo e di Dio, in fin dei conti, è la storia di una delusione reciproca. Che inizia a Nazareth, non sul Calvario, nei primi anni d'età del Dio-Bambino. Inizia con due protagonisti di eccezione, tali Maria e Giuseppe. Due di quelli che abbiamo idealizzato al punto tale da confiscare loro l'umanità che è loro propria, rendendoli gente asfittica, senza nerbo, storia. “Che fortuna hanno avuto ad avere un Figlio così” si erano detti in tanti in quei giorni, scrutando la magia di quelle occhiate. Tempo al tempo, il Bambino iniziò a deludere un po' tutti. Fattosi le ossa alle scuole elementari di Nazareth, decise di mettersi in proprio. Di deludere le aspettative della gente, di casa sua. Tirò dritto per la sua strada, senza imboccare quella strada che tutti s'attendevano da Lui: «Mentre riprendevano la via del ritorno, il fanciullo Gesù rimase a Gerusalemme, senza che i genitori se ne accorgessero». Ne fecero le spese due umani di tutto rispetto, gente la cui effige oggi è appesa dappertutto: nelle chiese, nelle stalle, nei tir, nei petti, nei bicipiti. Toccò a Maria e Giuseppe, primi tra gli umani, fare i conti con la delusione di Dio. Nulla è più orribile di un Dio che risponda diverso da quello che avremmo sognato rispondesse: «Ecco, tuo padre e io, angosciati, ti cercavamo». Angosciati: genitori in panne e ossa. Storie in carne ed ossa.
Lui, Bambino tutto d'un pezzo, sapeva bene che la delusione che brucia di più è quella che, un giorno, ti arriva da chi non ti aveva promesso nulla. Forse la bugia, se di bugia si potrà un giorno parlare, se l'erano raccontata loro, quei due umani in procinto di una crisi di nervi: “Diventerà veramente quello che ci hanno detto, Giuseppe? L'azienda di famiglia, Maria: speriamo s'innamori del mestiere di suo padre. Vedrai che ci obbedirà: è pur sempre figlio! Speriamo si accorga di quanti sacrifici abbiam fatto per Lui”. Pensieri di casa e bottega, di madre e di padre. Puntualmente smentiti da chi, date tempo al tempo, obbedirà solamente alla sua coscienza: «Perché mi cercavate? Non sapevate che debbo occuparmi delle cose del Padre mio?». Punto, a capo: inizio della delusione più cupa. Una delusione muta, sorda, cieca. Il Figlio annunciava a dei genitori-in-panne che la sua vita sarebbe stata diversa da quella che loro s'erano immaginati per lui. E' il destino della gente di carattere: saper deludere le aspettative, imboccare strade da “mai me lo sarei aspettato da te”, mettersi in proprio per giocarsi la vita: «Un molo è un ponte deluso» (J. Barnes). Il molo è anche palcoscenico d'amori.
A dodici anni, se ne va dritto per la sua strada, rincasando a Nazareth assieme a loro. Sembra controsenso: “Non diventerò mai colui che vi aspettate da me. Come Figlio, però, riconosco che in quanto a vita devo ancora imparare molto da voi. Torno a casa ancora per un po'”. Lo disse a modo suo, sussurrato a bassa voce, in punta di piedi com'è tipico d'Iddio: sapeva bene che, dicendole ad alta voce, le cose belle non succedono mai. Chissà cos'avranno capito, quei due vecchietti ancora giovani, delle giravolte di pensiero di quel Figliolo strambo e assai indipendente. Chissà come smaltirono quella delusione: sta di fatto che, certe delusioni fanno immenso onore a chi si dimostra capace di viverle. Tornò, ritornò a vivere con loro, «stava loro sottomesso». Loro ritornarono a vivere con Lui: Maria, anche a nome di papà, «custodiva tutte queste cose nel suo cuore». Nessuno rinfacciò all'altro d'essere una delusione alle sue aspettative, faticando assai per tenere unita la matassa di casa. Crebbero tutti e tre in sapienza, età e grazia: sciacquandosi i piedi l'un l'altro, senza mai ritenersi una proprietà privata dell'altro. Tanto non si troverà mai un salto di ballerina alto come ci si aspettava.

(da Il Sussidiario, 29 dicembre 2018)

I genitori di Gesù si recavano ogni anno a Gerusalemme per la festa di Pasqua. Quando egli ebbe dodici anni, vi salirono secondo la consuetudine della festa. Ma, trascorsi i giorni, mentre riprendevano la via del ritorno, il fanciullo Gesù rimase a Gerusalemme, senza che i genitori se ne accorgessero. Credendo che egli fosse nella comitiva, fecero una giornata di viaggio, e poi si misero a cercarlo tra i parenti e i conoscenti; non avendolo trovato, tornarono in cerca di lui a Gerusalemme. 
Dopo tre giorni lo trovarono nel tempio, seduto in mezzo ai maestri, mentre li ascoltava e li interrogava. E tutti quelli che l’udivano erano pieni di stupore per la sua intelligenza e le sue risposte. 
Al vederlo restarono stupiti, e sua madre gli disse: «Figlio, perché ci hai fatto questo? Ecco, tuo padre e io, angosciati, ti cercavamo». Ed egli rispose loro: «Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?». Ma essi non compresero ciò che aveva detto loro.
Scese dunque con loro e venne a Nàzaret e stava loro sottomesso. Sua madre custodiva tutte queste cose nel suo cuore. E Gesù cresceva in sapienza, età e grazia davanti a Dio e agli uomini (Vangelo di Luca 2,41-52).

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bambino
La chiamiamo, anche stamattina, sorpresa. Eppure non aspettavamo altro:
«È nato!» È frastuono di guerra, vagito di bambino, bisbiglìo di madre: una stalla, un'officina, può tramutarsi in un battibaleno nell'anticamera del Paradiso. Più che nato, è (ri)nato: il Dio dell'impossibile è sempre sul punto di far guerra al Nemico, il Lucifero gradasso, tenendo fede alla promessa. “È tutta una bugia - spende la vita il Nemico per calunniarlo -. Non c'è favola più scordata del Natale di quell'Uomo”. Lui, mani in pasta e maniche rimboccate, risponde senza aprire bocca. Riaprendo la strada della vita: «È nato!» È cosa risaputa che, al mondo, tutti l'aspettassero: oggi, la prima volta, sarà trama per i prossimi Natali. Capitò, però, che chi l'aspettava non l'abbia riconosciuto: la bellezza, quando torna, non torna mai con lo stesso vestito dell'altra volta. Pur nascendo ancora bambino, è Bambino dell'impossibile: la vita è il perpetuo trionfo dell'improbabile, il continuo miracolo inatteso. E' il Natale dell'amore, amore maiuscolo: «Non c'è da stupirsi che non ci sia nulla di più magico della sorpresa di essere amati: è il dito di Dio sulla spalla dell'uomo» (C. Morgan). Siamo nati originali. Perchè nessuno muoia come copia: per questo è nato e venuto al mondo Iddio in persona. Pazzesco!
Lo attende un mondo orfano: figli senza padri, padri senza figli, una storia senza più eredi in circolazione. Torna per rimettere mano alla storia, il Dio sarto di Betlemme. E' in perfetto orario, il frutto è maturo: «Quando venne la pienezza del tempo – scrive Paolo – Dio mandò il suo Figlio, nato da donna, nato sotto la Legge». Nessun sconto per esser Figlio-di-Papà. “Sotto la legge”: complemento di obbedienza all'impero. “Da donna”: complemento di origine femminile. E' nato così: imbottigliato nella strada per Betlemme, incolonnato all'anagrafe della sua città, tutto preso nell'imparare a dire m-a-m-m-a. Tempo di (ri)nascere ed è tutto chiarito il movente per il quale nasce: «Per riscattare quelli che erano sotto la Legge, perchè ricevessimo l'adozione a figli» (Gal 4,4-5). Più triste del vedere un figlio morire è vederlo vivere malamente: con tutta probabilità proprio così ci vedeva, dall'alto, Iddio. Non gli bastò, dunque, nascere: volle far sapere a tutto il mondo il perchè dell'essere nato. D'allora non basterà più nascere, occorrerà andare a fondo sul perchè siamo nati: «I due giorni più importanti nella tua vita – scrisse M. Twain - sono il giorno in cui nasci e il giorno in cui scopri il perché sei nato». Scoprire il perchè siamo nati è scoprirci in ginocchio davanti alla culla di Betlemme. È l'annunciazione del Bambino a quell'orfano che ero io: “Sei nato originale, non morire come copia”. Punto, a capo: è l'inizio del mio Vangelo.
A guardare il suo albero genealogico si prova vergogna: storie di adultèri e di omicidi, di incesti e prostituzioni, di ormoni impazziti e corpi sgozzati. Storie di re, di infami e di contrabbandieri: nessun uomo può vantare genealogia carnale più gretta di quella di Cristo. Nessuna storia, però, potrà più dirsi sacra senza aver mutato bestie in angeli, lordura in incensi, bestemmie in canti. Sottovoce, a bassa voce, in punta di piedi: «Troverete un bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia» È con le bestie, prima d'essere con noi: prima con le bestie, con i pastori. Poi con i Magi. L'ignoranza e la sapienza, grazia e (di)sgrazia, il Cielo e la Terra. «E' nato!»: nel traffico di Betlemme, dentro il trambusto di un censimento, tra ragli di asini, muggiti di vacche, grida di imperatori: «Non già in un silenzio d'adorazione e d'amore: dimorava nel bel mezzo d'una tribù» scrisse F. Mauriac. Nacque così, all'addiaccio, apparentemente sotto una cattiva stella, in mezzo alla circolazione congestionata di cuori in perpetuo stato d'assedio. Fu così che nacque il Dio-bambino, «adagiato in una mangiatoia». A guardarlo negli occhi, però, già brilla la dolce prepotenza del suo cuore: “Oggi riempio una greppia, domattina riempirò il mondo intero. Lo giuro!”. Erode è un fessacchiotto.

Buon Natale!

(da Il Sussidiario, 25 dicembre 2018)
foto tratta da www.mammaoggi.it

In quei giorni un decreto di Cesare Augusto ordinò che si facesse il censimento di tutta la terra. Questo primo censimento fu fatto quando Quirinio era governatore della Siria. Tutti andavano a farsi censire, ciascuno nella propria città. 
Anche Giuseppe, dalla Galilea, dalla città di Nàzaret, salì in Giudea alla città di Davide chiamata Betlemme: egli apparteneva infatti alla casa e alla famiglia di Davide. Doveva farsi censire insieme a Maria, sua sposa, che era incinta. 
Mentre si trovavano in quel luogo, si compirono per lei i giorni del parto. Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo pose in una mangiatoia, perché per loro non c’era posto nell’alloggio.
C’erano in quella regione alcuni pastori che, pernottando all’aperto, vegliavano tutta la notte facendo la guardia al loro gregge. Un angelo del Signore si presentò a loro e la gloria del Signore li avvolse di luce. Essi furono presi da grande timore, ma l’angelo disse loro: «Non temete: ecco, vi annuncio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore. Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia». 
E subito apparve con l’angelo una moltitudine dell’esercito celeste, che lodava Dio e diceva:
«Gloria a Dio nel più alto dei cieli
e sulla terra pace agli uomini, che egli ama» (Vangelo di Luca, 2-1-14).

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pannocchie
E' da sempre il sogno di Dio, il più pazzo, il più rocambolesco. Per l'uomo il Cielo scatenò una sfuriata di genialità. Li radunò tutti e tre assieme – il Padre, il Figlio, l'Amore – e li aiutò a rimboccarsi le maniche: «Facciamo l'uomo a nostra immagine e somiglianza» (Gen 1,26). Nacque lì, si era giusto agli inizi, il sogno di Dio: che l'uomo fosse felice, per davvero. Nacque lì, proprio in quegli attimi, il sogno furioso di Lucifero: che l'uomo iniziasse a dubitare di tutta quella gratuità. Scatenò, lui ch'è principe delle mosche nullatenenti, una tempesta di gelosia su quegli sguardi tra loro innamorati. Geloso, aizzò gelosia dappertutto. Perderà per grossi problemi di vista, quell'essere nauseabondo: «Colui che è geloso non è mai geloso di ciò che vede. Ciò che immagina è sufficiente» (J. Benavente). Il giorno in cui, invece d'immaginare, vedrà la realtà così com'è, una (Ma)donna gli fracasserà la testa. Sarà tardi: Dio è puntualissimo nei suoi apparenti ritardi. D'allora la gelosia è figlia dell'orgoglio, ma si spaccia sorella-gemella dell'amore.
Il mondo, da quell'agguato satanico, non ne uscì indenne: la felicità rimase una ferita aperta. Accecato di gelosia, l'uomo divenne geloso di Dio. Fu il reale capolavoro di Lucifero: fare in modo che un frutto diventasse più imponente di tutto un giardino. Si accese un annuncio all'ingresso della storia: «Benvenuti nel meraviglioso mondo della gelosia – scrisse W. Penn – Con il prezzo del biglietto si ottiene un mal di testa, un impulso quasi indomito a commettere un omicidio, un complesso d'inferiorità». L'uomo pagò pegno: dovette dar inizio al conto alla rovescia del ritorno di Dio. Anche il Pirla pagò pegno: non riuscì a cancellare del tutto la nostalgia di Dio dal cuore di Adamo, che è rimasto mio padre. Il geloso è un fastidio per gli altri, è anche un tormento per se stesso. Fu così che venne al mondo l'attesa: scollegati da Dio, tutto divenne attesa. Cosicché anche quando tutto quello che l'uomo attende dovesse giungergli nella più bella delle maniere, gli nasce d'acchito l'ansia che tutto questo, siccome è così bello, finisca presto: ancora un'attesa, dunque, di quelle che sembrano non finire mai. Quelle attese che non cessano di tenere ostaggio il cuore manco di notte. Attese nottambule. L'uomo, ch'è capace di un genio creatore, fissa un'attesa più piccola per non farsi vincere da quella più grande. Anche quell'attesa, però, crea un'altra attesa: il gioco sembra non finire mai. E' così l'uomo diventa schiavo dell'attesa: se gli dovesse capitare di costruire la casa della felicità, la sala d'attesa sarebbe la più grande. Avrà ragione Satana a dire ch'è tutta una truffa o avrà ragione Iddio a dirti che Satana è tutta fuffa? Nel frattempo Sofonia – consolazione nell'attesa – alza la mano. Interviene: «Non temere, Sion, non lasciarti cadere le braccia! Il Signore tuo Dio in mezzo a te è un Salvatore potente» (cfr Sof 3,14-18)
Dunque, per chi non s'arrende alle fusa del demonio, «che cosa dobbiamo fare?» (cfr Lc 3,10-18) La domanda dritta al Battista dalle folle, dai pubblicani e dai soldati: tutte categorie che stazionano sotto il potere. Non sono il potere: chi comanda non può prendersi il lusso di mostrarsi dubbioso. Il popolo, invece, è capace di sogni e speranze: non è sempre massa d'imbecilli, misera somma di carni. Il Battista, statuario lì in mezzo, sembra non rispondere. Tutti si aspettano da lui che dica: “E' tutto sbagliato, cambiate mestiere. Inventatevi un'altra vita da zero”. Il Battista li spiazza: invece che buttare via, chiede d'aggiustare. Non sempre la cosa rotta è per forza di cose destinata ad essere gettata: si può aggiustare. Certe riparazioni, poi, ridaranno più fascino. Alla folla non chiede di mutare sostanza dei loro sogni, l'invita ad andare a lezione dalla divisione, che è mamma della condivisione. Ai pubblicani dice: “Rispettate quello che vi viene chiesto, ma non approfittatene”. Ai soldati: “Continuate a fare i soldati, ma fatela finita con le minacce!” Tutto questo sembra poca roba, eppure basterebbe. Se quel poco non costasse così tanto. Per questo sembra così-troppo per noi.

In quel tempo, le folle interrogavano Giovanni, dicendo: «Che cosa dobbiamo fare?». Rispondeva loro: «Chi ha due tuniche, ne dia a chi non ne ha, e chi ha da mangiare, faccia altrettanto». 
Vennero anche dei pubblicani a farsi battezzare e gli chiesero: «Maestro, che cosa dobbiamo fare?». Ed egli disse loro: «Non esigete nulla di più di quanto vi è stato fissato». 
Lo interrogavano anche alcuni soldati: «E noi, che cosa dobbiamo fare?». Rispose loro: «Non maltrattate e non estorcete niente a nessuno; accontentatevi delle vostre paghe».
Poiché il popolo era in attesa e tutti, riguardo a Giovanni, si domandavano in cuor loro se non fosse lui il Cristo, Giovanni rispose a tutti dicendo: «Io vi battezzo con acqua; ma viene colui che è più forte di me, a cui non sono degno di slegare i lacci dei sandali. Egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco. Tiene in mano la pala per pulire la sua aia e per raccogliere il frumento nel suo granaio; ma brucerà la paglia con un fuoco inestinguibile».
Con molte altre esortazioni Giovanni evangelizzava il popolo (Luca 3,10-18).

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