5 1 1 1 1 1
4.5 1 1 1 1 1

Pane
Nei bassifondi del mare, qualche tempo fa, hanno recuperato un naufrago adolescente con la pagella cucita nella tasca dei pantaloni. Un altro, invece, appena messo piede in zona-salvezza, ha baciato il bracciale che teneva al polso: era il regalo fatto dalla madre morente alla sua partenza. Ognuno, per guadare il mare della la vita, porta con sè qualcosa che gli parli in continuo di casa sua, della cose più care, di cose della memoria. A qualcuno, poi, sembra che la vita sia addirittura migliore se riesce a posarla nella memoria di qualche altro. E' arnese strano la memoria – appuntava lo scrittore Primo Levi -, «può restituire, come il mare, dei brandelli, dei rottami, magari a distanza di anni». Briciole, che sono stracci di pane, rottami di una storia che si pensava fosse andata persa. Pane-sfornato in quella sera dove nessuna storia, dopo il frangersi della storia maiuscola, pareva più possibile: «Fate questo in memoria di me». Detto così – assicura l'apostolo Paolo -, attorno ad un tavolo. Con la mestizia nel cuore, l'aspettativa nel volto.

Di Dio, oggi, ci è rimasto un pezzo d'ostia. Pane non-più-pane, il cibo per la domenica, il farmaco salvavita. Non c'è nulla che apra gli occhi della memoria come quel pane che il sacerdote alza durante la celebrazione dell'eucaristia: in quell'istante, dis-umano perchè divino, il Pane restituisce la vita all'Uomo che, in carne ed ossa, non c'è più. Qualcuno, perfino, s'inginocchia: mai, prima d'ora, si era sentito che un pane pesasse così tanto da costringere l'uomo a camminare in ginocchio per portarselo a casa. Mai, prima d'allora, qualcuno s'era azzardato di farsi mangiare – ingoiare, deglutire, masticare, espellere – come il Dio amato dal popolo cristiano. Era materia d'eccitazione, presso il popolo antico, dormire nel letto della persona che si era sconfitta in battaglia: violare quell'intimità ch'è, per sua natura, simbolo eccelso della conoscenza, significava aver disintegrato l'avversario. Dopo aver scuoiato il corpo era ridotto a brandelli pure il cuore: per un generale rappresentava l'apice della goduria, per il vinto la forma suprema dell'umiliazione. Nessuno, allora, osava pensare ci fosse dell'altro che facesse godere ancora di più. Dell'altro che, d'improvviso, una sera Cristo-fornaio lasciò come pro-memoria agli amici: «Questo è il mio corpo, che è per voi; fate questo in memoria di me». D'allora al soldato semplice verrà offerta l'occasione di mangiare il corpo del suo generale d'armata. Materia d'insonnia.

A sfornare quel Pane, dopo averlo impastato di terra e miseria, sono uomini che il mondo giudica sciupati, additandoli come gente-perditempo. I sacerdoti, quella sera, si sono visti raddoppiare la destinazione d'uso delle loro vite sotto il naso: come primo mestiere pescatori d'uomini poi, per arrotondare lo stipendio, fornai di quel Pane che sazia a sazietà. Che, a conti fatti, è il medesimo lavoro: pescare la curiosità dell'uomo-errante facendogli assaporare la fragranza di un pezzo di quel Pane-Uomo. Ad impastare quel Pane saranno sempre mani dalle dita luride di peccato, sfacciate di omissioni per il bene-non-fatto, odorose dello strame della disobbedienza. Uscito dal forno di quelle mani, quel Pane laverà le stesse mani che l'hanno impastato: è il più grande mistero della fede, maestra-supplente alle deficienze della virtù del sacerdote. Il che, “divieto di gioco”, fa di quel Pane la discriminante per i giorni futuri. Cibarsene o gettarlo mica produrrà gli stessi effetti: «Vita ai buoni, morte agli empi – è la sequenza della Solennità del Corpus Domini - nella stessa comunione ben diverso è l'esito».

E' per tutti quel Pane, non servirà a nulla spintonarsi per guadagnare posti. Ognuno arrivi col suo passo ma che, arrivando, gli aumenti la fame: quel Pane è affamato della fame di chi lo morderà. Cristo è assetato della sete dell'uomo a cui chiederà un bicchiere d'acqua: «Pane di sudore – si dice in paese - ha gran sapore». Quel Pane è la più massiccia dichiarazione d'amore che io conosca.

(da Il Sussidiario, 23 giugno 2019)

Fratelli, io ho ricevuto dal Signore quello che a mia volta vi ho trasmesso: il Signore Gesù, nella notte in cui veniva tradito, prese del pane e, dopo aver reso grazie, lo spezzò e disse: «Questo è il mio corpo, che è per voi; fate questo in memoria di me». 
Allo stesso modo, dopo aver cenato, prese anche il calice, dicendo: «Questo calice è la Nuova Alleanza nel mio sangue; fate questo, ogni volta che ne bevete, in memoria di me». 
Ogni volta infatti che mangiate questo pane e bevete al calice, voi annunciate la morte del Signore, finché egli venga (1Cor 11,23-26).

Per vedere i pulsanti di condivisione per i social (Facebook, Twitter ecc.), accetta i c o o k i e di "terze parti" relativi a mappe, video e plugin social (se prima di accettare vuoi saperne di più sui c o o k i e di questo sito, leggi l'informativa estesa).
Accetta c o o k i e di "terze parti"
5 1 1 1 1 1

merlo
Non fosse veramente morto per noi, domandarglielo sarebbe quanto meno lecito: “Che considerazione hai di noi, Dio-santo?” Il problema, anche con Dio, è capirsi: perchè ogni merlo crede di aver messo nel becco un significato capitale, che solo lui capisce però. L'altro merlo gli ribatte qualcosa senza attinenza con quanto appena detto: «Un dialogo tra sordi, una conversazione senza capo né coda. I dialoghi umani sono qualcosa di diverso?» (I. Calvino). Che Iddio sia Dio e l'uomo sia mortale, nessuno dubita: nessuna creatura vedrebbe la luce senza la disarmante passione di un Amore che le dona vita. Ma sono quelle parole lì, all'indomani della spintonata della Pentecoste, a rattristar gli animi: pensavamo d'essere maturi, d'aver ottenuto l'indipendenza, d'esser pronti a salpare da soli. Invece tutto rallenta: una frenata brusca, fulminea, inaspettata. La coperta, d'un tratto, sembra esser diventata piccola: «Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso». Detto cosi'. Quindi se ne è andato via tenendoci nascoste delle cose: vuoi per incapacità di intendere, per una sorta di tutela o di quant'altro, fatto sta che non ci ha detto tutto mentre era quaggiù a svangare la nuda ferialità della terra. E' stato un Dio bugiardo, allora?

Figurarsi, è un Dio rispettoso dei ruoli. Non nutre smanie di protagonismo, sa molto bene che ciascuno, a-casa-sua, ha un compito: «Quando verrà lui, lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la verità». In casa sua, la casa della Trinità, ognuno sa fare bene il suo mestiere. Il Cristo s'è tuffato quaggiù: ritornato a casa, ha lasciato lo Spirito al lavoro, perchè sviluppasse il disegno tracciato in quei trent'anni passati a battere strade comuni, fischiettare canzoni popolari, rimettere in sesto occhiate smarrite. Un cambio gestione, allora? Giusto perchè la gente, spintonata dal lurido Lucifero, inizi a chiedersi: “Chissà se la prossima che verrà sarà meglio o peggio di questa!” Non sarà né meglio né peggio: è la medesima: «Non parlerà da se stesso, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annuncerà cose future». Dunque – è quello che capiamo noi - arriverà un genio ad amministrare questa storia che più passa il tempo e più s'ingarbuglia invece che sciogliersi? No, il mistero è molto più fanciullesco, così fanciullo da essere impenetrabile da comprendere. I Tre – Padre, Figlio, Spirito – sono il medesimo Dio: «Tutto quello che il Padre possiede è mio». Son Dio perchè sanno tenere accesa la relazione tra loro, son così eterni perchè ciascuno vive dell'amore dell'altro e chi vive d'amore nessuna morte lo potrà mai ammazzare. Sono così invincibili perchè han capito che un Dio da solo è un Dio destinato a morire: non c'è amore in grado di stare in piedi da solo. Uniti si vincerà. Di più: si risorgerà.

Fu così dall'inizio, anche se noi lo scopriamo adesso: certe cose diventano chiare solo quando si diventa grandi. Fare nascere l'uomo non fu uno sfizio del Padre, un'improvvisata. Ci fu una riunione familiare: «Facciamo l'uomo a nostra immagine, a nostra somiglianza» (cfr Gen 1,26-28). Il verbo al plurale, sei mani all'opera, nessuno decise nulla da sé solo. Non badarono solo all'immagine: lo zigomo, la punta del naso, i lineamenti. Ci tennero molto anche alla somiglianza: che l'uomo diventasse la copia perfetta del Padre. Che l'uomo, guardando l'uomo, dicesse: “E' tutto Dio”. Dio che assomiglia all'uomo: era il Paradiso, lo ritornerà ad essere. Quando, per invidia del Bastardo, l'uomo perse la somiglianza, tentò d'essere felice da solo, elogiando la solitudine: «Ci son momenti di solitudine – scrive Alda Merini - che cadono all'improvviso come una maledizione, nel bel mezzo di una giornata. Son i momenti in cui l'anima non vibra più». La Trinità è porto-aperto: l'uomo, senza relazioni, muore d'asfissia. Perde i lineamenti di suo Padre e, perdendoli, và raccontandosi che esser da soli è bello. Quand'invece una certa solitudine è bella quando hai qualcuno a cui dirlo che è bella. Quant'è complicato il Dio-Uno-Trino cristiano: complicato come l'amore. Altro che un dialogo tra merli.

(da Il Sussidiario, 15 giugno 2019)

In quel tempo, disse Gesù ai suoi discepoli: 
«Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso. 
Quando verrà lui, lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la verità, perché non parlerà da se stesso, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annuncerà le cose future. 
Egli mi glorificherà, perché prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà. Tutto quello che il Padre possiede è mio; per questo ho detto che prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà» (Giovanni 16,12-15).

Per vedere i pulsanti di condivisione per i social (Facebook, Twitter ecc.), accetta i c o o k i e di "terze parti" relativi a mappe, video e plugin social (se prima di accettare vuoi saperne di più sui c o o k i e di questo sito, leggi l'informativa estesa).
Accetta c o o k i e di "terze parti"
5 1 1 1 1 1

siepe
Era ossessionato dall'infinito Giacomo Leopardi: finalmente toccarlo, dopo averlo a lungo immaginato, carezzato. Seduto lassù, sul colle, per dipingere con parole da batticuore L'infinito confidò, senz'affatto negarlo, il grande cruccio, la fiamma che gli ardeva forte nel petto: che l'Infinito s'offrisse all'uomo, che gli desse la possibilità di toccarlo, portandoselo al cuore. Una Maledetta (benedetta) siepe, però, è di traverso, staziona nel mezzo: «Questa siepe che da tanta parte dell'orizzonte il guardo esclude». E' siepe-distanza, incidente di percorso, obbligo ad uno sguardo limitato: «Io nel pensier mi fingo». L'immaginazione, il figurarsi, sono ali per un poeta: ci si sporge fin oltre la carne per braccare la verità. Oltre, però, resta un'immensità che annega, nella quale «s'annega il pensier mio: e il naufragare m'è dolce in questo mare». Lassù, da Recanati con vista-mare, non poteva accettare che fosse l'Infinito a fare il primo passo: a cavalcare Lui la siepe, per farsi toccare dall'uomo. L'impossibile degli uomini è il possibile di Dio.

A Betlemme, in quella prima notte cristiana, il Cielo ha svangato il terreno, ha strappato la siepe: più nessuna distanza tra il finito e l'Infinito, tra l'uomo e il suo Dio. L'uomo diventa l'universo di Dio, il tabernacolo-ambulante costruito per andare di casa in casa: a pensarci per più di due secondi il cuore stramazza. In nessuna religione si era mai osato tanto: ci si era fermati davanti alla siepe, ci si era arrestati ad un passo dal possibile, si era avvezzi a farsi bastare l'immagine per mettersi in ginocchio. Che il Cielo piantasse la sua tenda proprio quaggiù, però, nessuno aveva osato immaginarlo: troppo, quel troppo che storpia. Invece avvenne, avviene ogni qual volta il prete alza al Cielo l'ostia divenuta la carne di Dio: l'Infinito è tra le sue mani, pronto per farsi toccare, masticare, bestemmiare. Bellezza inaudita, inaspettata, fuori-misura: «Rallegrati grandemente – è di san Giovanni della Croce quest'intuizione pazzesca – sapendo che tutto il tuo bene e l'intera tua speranza è così vicina a te da abitare dentro di te». Sotto-casa.

Mistero così grande che nemmeno un intuito poeta riesce a delimitare, un raddoppio di gratuità che solo il Cielo riesce a dispensare: «Vi ho detto queste cose mentre sono ancora presso di voi – scandì, senza far sfoggio di filosofia, il Rabbì di Nazareth -. Ma il Paràclito, lo Spirito Santo che il Padre vi manderà nel mio nome, lui vi insegnerà ogni cosa, e vi ricorderà tutto ciò che vi ho detto». Lo Spirito è pro-memoria di una siepe che ora non c'è più, è la rievocazione di una distanza annullata, è previsione d'una pioggia che arriverà copiosa a bagnare le lacrime riarse per troppo vaneggiare. Nessun intrigo nascosto dentro quel soffio divino, il movente è tutto chiaro: lo manda «perchè rimanga con voi per sempre, vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che vi ho detto». “Rimanere” è complemento di compagnia cucita addosso: più nessuno vivrà da solo in casa sua. “Insegnare”, poi, è verbo d'accensione, è più voto di vastità che di castità: addestrarsi ad adocchiare l'infinito nel finito, il Regno nel lievito, Dio nell'uomo. “Ricordare” è affare della cardiologia: ricondurre al cuore, ridare casa ai pensieri sparpagliati, prendere per mano i timori girovaghi. Quant'è aguzzo l'ingegno di Dio: s'alza in volo per ficcarsi meglio dentro la terra, tra-noi. Nascosto in quello Spirito concepito apposta per rimanere ad insegnarci come si fa a ricordare. A ricordare l'annuncio più ambizioso, persino paradossale: “Dio ha tolto la siepe, ti cerca: fatti trovare, ti ritroverai”. L'orizzonte non è più escluso dallo sguardo.

C'è una crepa in ogni cosa: è così che entra «un raggio della sua luce». E' invasione di luce, senza quell'irruzione «nulla è nell'uomo, nulla è senza colpa». Da lassù, ch'è esattamente nelle profondità di quaggiù, «mi sovvien l’eterno, le morte stagioni, la presente e viva, il suon di lei». Per costruir casa tra-noi, il Cielo ha tolto la siepe. E il naufragare s'è fatto d'amore nel pane di quell'Ostia.

(da Il Sussidiario, 8 giugno 2019)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: 
«Se mi amate, osserverete i miei comandamenti; e io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito perché rimanga con voi per sempre. 
Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui. Chi non mi ama, non osserva le mie parole; e la parola che voi ascoltate non è mia, ma del Padre che mi ha mandato.
Vi ho detto queste cose mentre sono ancora presso di voi. Ma il Paràclito, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, lui vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto» (Giovanni, 14,15-16.23-26)

Per vedere i pulsanti di condivisione per i social (Facebook, Twitter ecc.), accetta i c o o k i e di "terze parti" relativi a mappe, video e plugin social (se prima di accettare vuoi saperne di più sui c o o k i e di questo sito, leggi l'informativa estesa).
Accetta c o o k i e di "terze parti"