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vuoti

La domanda, anche per uno come Cristo, dev'essere parsa inaudita, forse devastante: «Cosa devo fare per avere in eredità la vita eterna?» A porgliela, in pieno sinodo dei giovani, è un giovane di quelli nati con la camicia: ricco, basta a se stesso, pensa di bastare a se stesso. Poi, un giorno, avverte l'urto di una domanda: il suo cuore, scriverebbe Jannacci, si fa urgente. E nulla è più tragico di non riuscire a trovare risposta quando la domanda si fa urgente, incalzante, impellente. La felicità, ch'è traduzione laica della vita eterna, è la nostra sperata eredità: «Quello che tu erediti dai tuoi padri, riguadagnatelo, per possederlo» scrisse Goethe. Fosse stata questione d'osservanza, a quel giovane la felicità sarebbe stata dovuta: «Tutte queste cose (i comandamenti) le ho osservate fin dalla mia giovinezza». Un tipetto così è il sogno di ogni catechista, in parrocchia gli varrebbe il cavalierato di capo-animatori, è l'osservanza fatta carne. I comandamenti, però, sono il sei-meno-meno della vita cristiana: non basta dire d'averli osservati per essere felici. Per sognare d'aver fatto felice il Cielo: Dio, il vero Dio, non s'accontenterà mai dei compiti per casa. Tanto più che le tavole di quella Legge vennero scritte in un contesto d'amicizia, col sorriso sulle labbra e non col ghigno fosco di una certa spiritualità. I comandamenti c'insegnano l'arte dell'amicizia con Dio, altro che regole. Se vissuti come regole, il cristianesimo è la più frustrante delle dittature: se vissuti come segreto d'amicizia, è il cuore del più rocambolesco degli inizi: quella della mia storia d'amore con Lui. Con Dio.
Quel giovane – nessun capello fuori posto, pantaloni con la piega, camicia stirata – si lamenta. Non è soddisfatto, vuole essere rimborsato: “A cosa è valsa tutta la mia osservanza? Avevate detto che bastava osservare i comandamenti per essere felici. Bugiardi! Sento un vuoto dentro: adesso chi me lo colma?” La diagnosi è da batticuore. Gli vale la più alta quotazione di credito, lo sguardo del Maestro: «Gesù fissò lo sguardo su di lui, lo amò». Dio gioca d'anticipo: decide d'amarlo ancor prima di sapere se lui Gli andrà dietro o s'allontanerà. Nel cuore di quel giovane splende un vuoto, una mancanza. Cristo, a quella mancanza, gli insegna a dare un nome: «Di che è mancanza questa mancanza, cuore, che a un tratto ne sei pieno?» s'interroga il poeta Mario Luzi. “Vuoto a rendere” leggo scritto in certi contenitori di bottiglie di vetro. E' Vangelo: “Portatemi i vostri vuoti e v'insegnerò a darci un nome” dice Cristo. Non dice “li riempirò”: i vuoti fanno spavento solo a chi li vuol riempire a tutti i costi. All'inizio il vuoto sembra essere una maledizione, ma è una benedizione: è il trono nel quale potrebbe andarsi a sedere il Dio che, a tentoni, abbiamo cercato tra mille pieni. La felicità che ci ha stregati, anche stremati, con la sua perpetua mancanza. «Va', vendi quello che hai e dallo ai poveri, e avrai un tesoro in cielo; e vieni! Seguimi!». La diagnosi di Cristo è infallibile, ha mira di cecchino: “I compiti per casa sono ottimi, ragazzo. Il fatto-serio è chiedersi per chi hai fatto tutto quello che hai fatto”. Eccolo Cristo: per chi ha mira, basta un colpo solo e si va a bersaglio. Quel vuoto non si sazia con nessun alimento, si può solo soffocare con falsi-d'autore. Il nome di quella mancanza è l'Uomo che Gli sta dinanzi: «C'è un vuoto a forma di Dio nel cuore di ogni persona – scrive commosso il genio di B. Pascal - e non può mai essere riempito da nessuna cosa». Vivere è avvertire questo vuoto, fare in modo che rimanga tale, accettare che Dio se ne serva per insegnarci come si chiama quella mancanza che, tormentandoci, ci rende vivi. Rende possibile l'urto di Dio.
Chiese, ottenne risposta, rifiutò l'offerta. Sgattaiolò «rattristato. Possedeva infatti molte ricchezze». Il miracolo, stavolta, non avvenne: la sequela rimarrà il miracolo più ardito da lasciare che accada. Esiste una cosa ben più triste di non aver avuto un'occasione: averla avuta, non averla afferrata. Non c'indurre nella tentazione: di riempire il vuoto senza saper prima qual è il suo vero nome.

(da Il Sussidiario, 13 ottobre 2018)

In quel tempo, mentre Gesù andava per la strada, un tale gli corse incontro e, gettandosi in ginocchio davanti a lui, gli domandò: «Maestro buono, che cosa devo fare per avere in eredità la vita eterna?». Gesù gli disse: «Perché mi chiami buono? Nessuno è buono, se non Dio solo. Tu conosci i comandamenti: “Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non testimoniare il falso, non frodare, onora tuo padre e tua madre”». 
Egli allora gli disse: «Maestro, tutte queste cose le ho osservate fin dalla mia giovinezza». Allora Gesù fissò lo sguardo su di lui, lo amò e gli disse: «Una cosa sola ti manca: va’, vendi quello che hai e dallo ai poveri, e avrai un tesoro in cielo; e vieni! Seguimi!». Ma a queste parole egli si fece scuro in volto e se ne andò rattristato; possedeva infatti molti beni.
Gesù, volgendo lo sguardo attorno, disse ai suoi discepoli: «Quanto è difficile, per quelli che possiedono ricchezze, entrare nel regno di Dio!». I discepoli erano sconcertati dalle sue parole; ma Gesù riprese e disse loro: «Figli, quanto è difficile entrare nel regno di Dio! È più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno di Dio». Essi, ancora più stupiti, dicevano tra loro: «E chi può essere salvato?». Ma Gesù, guardandoli in faccia, disse: «Impossibile agli uomini, ma non a Dio! Perché tutto è possibile a Dio».
Pietro allora prese a dirgli: «Ecco, noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito». Gesù gli rispose: «In verità io vi dico: non c’è nessuno che abbia lasciato casa o fratelli o sorelle o madre o padre o figli o campi per causa mia e per causa del Vangelo, che non riceva già ora, in questo tempo, cento volte tanto in case e fratelli e sorelle e madri e figli e campi, insieme a persecuzioni, e la vita eterna nel tempo che verrà» (Marco 10,17-30).

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camera da letto
Un colpo di classe senza eguali, triplo salto mortale: chapeau! L'accaduto: i farisei, che sono tutta gente frustrata, vogliono mettere alla prova, ancora una volta, Gesù. Non lo sopportano affatto: troppo larga la sua vista perché gli occhi di Cristo non smascherino la ristrettezza del loro sguardo da topolini. Stavolta, fatalità, scelgono una storia "sotto-le-coperte". Acrobazie, voglie: «Domandavano a Gesù se è lecito a un marito ripudiare la propria moglie». Pitocchi come sono, scambiano Cristo per un esperto di sessualità, tutt'al più di morale. Il che, poveri cristi, li smaschera dall'inizio: Cristo, quello narrato nei Vangeli, non ha redatto nessuna forma di morale. Ha semplicemente operato con l'amore, mettendolo in circolo ovunque transitasse. Accortasi d'essere amata in anticipo, la creatura da sola ha deciso, deciderà, il da farsi. «Ascolta, Israele!» (Dt 6,4): nascono così i comandamenti, dentro un contesto di amicizia. Ascolta(ti): guarda chi eri ieri, guarda chi sei oggi. Poi, vedi un po' tu che fare. Come fare. Il Maestro sferra colpi di fioretto: «Che cosa vi ha ordinato Mosè?» è la domanda che rivolge ai farisei. Loro, tutta gente di forte memoria, di poco cuore, sbraitano: «Ha permesso di scrivere un atto di ripudio e di ripudiarla». La qual cosa è verissima, ma lo è perché cela una motivazione, che loro tacciono: “Perché voi avete la testa dura” («per la durezza del vostro cuore») risponde loro Gesù. Fregati!
Dopo il goal, la moviola. Li prende per mano, li riporta all'origine: le notizie, per non diventare fake-news, devono essere verificate. “Dicono” è la forma di sapere della gente all'osteria, sotto il casco della parrucchiera. “Il soggetto, per cortesia, altrimenti l'affermazione è invalida”. È lo stile di Cristo: li raccoglie, li porta più indietro di Mosè, mostra loro quale fosse l'affermazione iniziale. A quella ci si deve riferire perché una notizia diffusa non si tramuti in un mostro: «Dall'inizio della creazione (Dio) li fece maschio e femmina (…) e i due diventeranno una carne sola. Dunque l'uomo non divida ciò che Dio ha congiunto». Letteralmente smontati gli interrogatori: da loro soli si sono firmati il destino, che è quello di essere tutta legge e poco cuore. Tanto fumo, poco arrosto. È la pedagogia di Dio, l'uomo dalla pazienza geologica quando si tratta d'accordare i cuori delle creature. Gli avversari di Cristo – gli avversari del Papa, della Chiesa di ogni tempo – vogliono risposte precise, certificate Iso 9001, a tutte le domande di ogni tempo. Non s'accorgono che è impossibile. Cristo, da parte sua, ha scelto anzitempo uno stile tutto suo: nessuna risposta - eccetto l'amare allo sfinimento, allo stordimento dei sensi – ma lo star seduti accanto alla sofferenza. Aiutando a tener lo sguardo fisso alla sorgente: «Dall'inizio della creazione...». Se poi le cose – le norme, le tanto amate norme – sono cambiate, lo sono per la durezza del cuore: alla sorgente del fiume va cercata la freschezza dell'acqua, però, non nel punto d'ingresso del fiume immissario.
C'è un qualcosa che è ancora più grande della norma, della legge che pur serve per regolamentare l'afflusso delle anime nelle chiese, in Paradiso: è la persona. Prima lei, solo dopo il regolamento. Certi, notando il regolamento largo e la flessibilità alle stelle, minacciano lo scisma. Per chi, invece, volge lo sguardo alla sorgente la visuale è limpida: «Dio è l'amante perfetto – scrive T. Radcliffe ne Il bordo del mistero - Ci lascia così grande spazio che alcune persone non notano per nulla la sua presenza». Dopo Cristo, non sarà più possibile essere veramente felici se non s'impara a lasciarsi toccare dal dolore del mondo. Dalla creatura, che è sempre un miscuglio di grandezza e di miseria. Che è sempre più grande di ogni norma, di quelle ritoccate a causa della durezza del cuore. È fantastico, Cristo: all'interrogatorio dei farisei, risponde prendendoli per mano e accompagnandoli – Lui che ha le chiavi – dentro il sogno primigenio di Dio. Per dare loro la possibilità di guardare il mondo dal punto panoramico migliore. E decidersi, visto che adesso è l'attimo esatto nel quale sta iniziando ad andare in onda il nostro futuro.

(da Il Sussidiario, 6 ottobre 2018)

In quel tempo, alcuni farisei si avvicinarono e, per metterlo alla prova, domandavano a Gesù se è lecito a un marito ripudiare la propria moglie. Ma egli rispose loro: «Che cosa vi ha ordinato Mosè?». Dissero: «Mosè ha permesso di scrivere un atto di ripudio e di ripudiarla». 
Gesù disse loro: «Per la durezza del vostro cuore egli scrisse per voi questa norma. Ma dall’inizio della creazione [Dio] li fece maschio e femmina; per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due diventeranno una carne sola. Così non sono più due, ma una sola carne. Dunque l’uomo non divida quello che Dio ha congiunto». 
A casa, i discepoli lo interrogavano di nuovo su questo argomento. E disse loro: «Chi ripudia la propria moglie e ne sposa un’altra, commette adulterio verso di lei; e se lei, ripudiato il marito, ne sposa un altro, commette adulterio».
Gli presentavano dei bambini perché li toccasse, ma i discepoli li rimproverarono. Gesù, al vedere questo, s’indignò e disse loro: «Lasciate che i bambini vengano a me, non glielo impedite: a chi è come loro infatti appartiene il regno di Dio. In verità io vi dico: chi non accoglie il regno di Dio come lo accoglie un bambino, non entrerà in esso». E, prendendoli tra le braccia, li benediceva, imponendo le mani su di loro (Vangelo di Marco 10,2-16).

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gelosia

Pizzicati, anche stavolta, in fuorigioco. Goal annullato: «Maestro, abbiamo visto uno che scacciava dèmoni nel tuo nome e volevamo impedirglielo, perchè non ci seguiva». Fianco a fianco col loro Maestro, stanno diventando persone intelligenti i discepoli: fatica, tanta fatica, ma lentamente imparano a leggere nel trambusto delle cose, nelle pieghe del reale, nel bailamme quotidiano. Quando, poi, diverranno capaci di leggere-dentro, un'altra sfida sarà pronta ad attenderli: l'intelligenza da sola, senza la bontà, è come un abito da sera messa addosso a un cadavere. Bellezza sprecata: è inutile. E' la bontà, invece, nemica dichiarata della gelosia, a fare di un'intelligente una persona saggia. Dunque umanamente rilevante: «Il giorno in cui acconsentiamo a un po' di bontà – scrive C. Bobin – è un giorno che la morte non potrà più strappare dal calendario». Gli apostoli, che Gli sono amici, sono gente rigida: hanno preso uno schema e l'hanno imparato a memoria. Del dogma hanno fatto la loro identità: a furia d'imparare a memoria la grammatica, sono diventati delle zucche in fatto di sintassi. Senza la sintassi, però, la grammatica non sa stare in piedi: il sostantivo, per quanto bello possa essere d'aspetto, è natura morta senza una relazione con il resto. Quando lo si sposa con un verbo, magari abbinandogli altri complementi, diventa natura viva.
E' l'eredità che il Cristo, piccione-viaggiatore, vorrebbe mettere dentro quei cuori schematici dei suoi amici. Loro, nostri padri nella gelosia, vorrebbero che il Cristo fosse proprietà-privata loro: che il fuoco dello Spirito, lungi dal soffiare dove vuole, iniziasse a soffiare dove può, cioè dove loro vorrebbero soffiasse. Il Cristo, però, non ci sta. Li bacchetta, senza acrimonia e senza ambiguità: «Non glielo impedite, perchè non c'è nessuno che faccia un miracolo nel mio nome e subito possa parlare di me». Hanno paura della bontà e della tenerezza: poiché non hanno la loro firma, ne decretano la nullità. “Non sono dell'Azione Cattolica, non vengono in chiesa la domenica, non fanno volontariato in patronato, è tutta gente di fuori”. Pensieri che, agglomerati assieme, diventano bestemmia, la più ecumenica delle bestemmie: “Non sono dei nostri. Fuori-tutti!” Hanno paura che una piccolina candelina, accesasi ai confini della parrocchia, possa disturbare il frastuono delle luci alogene delle loro navate: «Non abbiate paura della bontà e neanche della tenerezza» esorta a più riprese papa Francesco. Nessuna paura, è la natura a dircelo: come i raggi di una piccolissima candela, di un cerino, son capaci di arrivare lontano, così un'azione di bontà può splendere in un mondo di malvagità. Il Vangelo in una candela, un bicchier d'acqua: «Chiunque vi darà da bere un bicchiere d'acqua nel mio nome, non perderà la sua ricompensa».
Pare chiaro che ci voglia un certo stile nel praticare l'arte dell'esagerazione.
Ammettere d'aver incontrato Cristo – «La fede cristiana non è un'idea ma una vita» scrive Ratzinger - più che un diritto di prelazione acquisita accredita un obbligo di testimonianza: far in modo che la nostra vita divenga un'occasione di incontro tra la storia e la presenza di Cristo, tra la città degli uomini e quella di Dio. Più che segnali stradali – dicono verso dove si deve andare, ma loro non ci sono mai andati – i cristiani sono incroci d'appuntamenti, zone di smistamento, porti di mare. “Questa chiesa è tutta un porto di mare!” - mi disse un sacerdote anziano sulla soglia di quella casa così di Dio d'essere di tutti. Un porto di mare: immagine bellissima della Chiesa. Dice attracco e scambio, viaggi di andata, di ritorno, naufragio e salvataggio. Giubbotto salvagente, àncora d'ormeggio. Porti ad ingresso gratuito, porte aperte a chiunque abbia a cuore il bene, fatto bene. Cristo è fatto così: di tutto, un po' a tutti. Il Regno di Dio è più caccia al tesoro che seminagione di patate: scoprire i germogli da Lui nascosti, farli brillare.
Accendere la luce nel mondo: «Fossero tutti profeti nel popolo di Dio» (Num 11,29). La gelosia è una brutta bestia: l'amore prende per mano, lei per il collo.

(da Il Sussidiario, 29 settembre 2018)

In quel tempo, Giovanni disse a Gesù: «Maestro, abbiamo visto uno che scacciava demòni nel tuo nome e volevamo impedirglielo, perché non ci seguiva». Ma Gesù disse: «Non glielo impedite, perché non c’è nessuno che faccia un miracolo nel mio nome e subito possa parlare male di me: chi non è contro di noi è per noi.
Chiunque infatti vi darà da bere un bicchiere d’acqua nel mio nome perché siete di Cristo, in verità io vi dico, non perderà la sua ricompensa.
Chi scandalizzerà uno solo di questi piccoli che credono in me, è molto meglio per lui che gli venga messa al collo una macina da mulino e sia gettato nel mare. Se la tua mano ti è motivo di scandalo, tagliala: è meglio per te entrare nella vita con una mano sola, anziché con le due mani andare nella Geènna, nel fuoco inestinguibile. E se il tuo piede ti è motivo di scandalo, taglialo: è meglio per te entrare nella vita con un piede solo, anziché con i due piedi essere gettato nella Geènna. E se il tuo occhio ti è motivo di scandalo, gettalo via: è meglio per te entrare nel regno di Dio con un occhio solo, anziché con due occhi essere gettato nella Geènna, dove il loro verme non muore e il fuoco non si estingue» (Vangelo di Marco, 9,38-43.45.47-48)


(Immagine tratta da https://bibliobuscate.wordpress.com)

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