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Malaysian Christians participate in the communion rite at a Sunday service inside a church in Petaling Jaya near Kuala Lumpur on January 10, 2010. Malaysian Christians turned up to Sunday services in their thousands, presenting a united front of defiance in the face of a series of church firebombings that has heightened ethnic tensions. Four churches have been targeted since January 8 amid an escalating row over the use of the word "Allah" as a translation for the Christian God by non-Muslims in the Muslim-majority nation. AFP PHOTO/Saeed KHAN (Photo credit should read SAEED KHAN/AFP/Getty Images)

Alla fine, per finire, ha fatto i conti: ha voluto che fossero fatti tutti i conti. E, sommato tutto, tutto sommato, capì che ciò che aveva fatto fino allora non era il minimo sufficiente: “Perché non si scomodassero, sono andato a casa loro, li ho presi per mano, li ho allevati come si alleva l'amore primogenito. Eran in quattro a Tiberiade, quattro pescatori di numero: li ho fatti diventare una comunità, il più invidiato gruppo d'assaltatori della storia. Ho aperto loro la strada, ho detto loro di non fare null'altro che quello che avevo insegnato, mi son fatto in quattro per dar loro un indirizzo. Eppure non basta!” Questo, più o meno, fu il ragionare del Cristo, Figlio di Dio, nell'ultima cena. Sciacquò loro pure l'alluce, il mignolo, tutte le dita dei piedi: “Più in basso di così, non potrà andare. Già mi è di scandalo”, è PietroSimone a bisbigliarlo. Il Cristo dell'Ultima Cena è un re che ha abdicato il potere nelle mani dei suoi sudditi. Poi, d'un tratto, ancora giù, più giù dei piedi, in fondo alla pancia: «Prendete (e mangiate), questo è il mio corpo». Non solo il pavimento, anche lo stomaco degli amici va a santificare: il Re, d'allora, è il Re che si fa mangiare, masticare, deglutire. Dio-tascabile, l'uomo è tabernacolo ma tutt'ora, sovente, non vuol saperlo d'essere. Dio, invece, continua: “Mangiami!”
Prova a dire, d'allora, che il Corpo non conta: «Questo è il mio corpo» dice Dio agli amici. C'è del pane, s'è fatto (di) Pane: «È un segno, ciò che appare: nasconde nel mistero realtà sublimi» recita la sequenza del Corpus Domini. E il Dio dei filosofi – l'essere perfettissimo, immutabile, impassibile – dov'è andato a finire? In quel tozzo di Pane da mangiare abita, come al civico quarantuno di via Roma: un Dio tremante, timoroso, inquieto davanti alla possibilità di non trovare «quel peccatore che se n'è andato e che ha rischiato di perdersi» (C. Péguy). Il Giuda, l'Iscariota, s'impiccò col Pane in pancia: proprio lui che non voleva più avere a che fare con Iddio, finì per andarsene con Iddio nel corpo: “Non posso forzare la tua libertà, amico – deve avergli confidato Gesù –, ma tu non potrai impormi di andarmene da te. Verrò con te ovunque, mi sei caro, Giudammio!” (Il Corpo di Cristo, Giuda. Amen). Quella briciola di Pane, deglutita come medicina dalla più lurida delle anime, è la speranza di Dio nell'attesa che il peccatore si converta: «Bisogna che aspetti che il signor peccatore abbia la compiacenza di pensare un poco alla sua salvezza – scrive Péguy ne Il Mistero della carità di Giovanna d'Arco -. Colui che ama cade in schiavitù di colui che ama». L'uomo, quaggiù, si diverte a giocare con il “Gratta e Vinci”; Cristo, invece, ha inaugurato la prima della serie di partite del “Vinciperdi”. Nel Pane – l'Ostia consacrata – Dio gioca con l'uomo: «È il caso di dirlo – continua il buon peccatore Péguy -, noi giochiamo a vinciperdi. Per lo meno lui, perché io, Dio, se perdessi perderei. Ma l'uomo, quando perde, è solo allora che vince. Singolare gioco, io sono il suo compagno e il suo avversario. Lui vuole vincere contro di me, cioè perdere. Io, suo avversario, voglio farlo vincere». È il gioco di Dio, l'Eucaristia, con una sola regola: non c'è amore, salvezza, senza la libertà. «Se lo sostengo troppo, non è più libero. E se non lo sostengo cade (…) Quando ho il (suo) cuore, trovo che va bene. Non sono difficile» dice il Dio di Péguy. Dove lo si trova, un Altro così?
In quel pezzo di Pane, Dio è disarmato: non è più l'uomo ad essere nelle mani di Dio, tutto si rovescia: è Dio ad essere nelle mani dell'uomo. Un giorno intuiremo che niente è più bello dell'essere amati da un Dio libero. Non da un borioso feticcio, ma da un Dio la cui unica paura, giocando a vinciperdi, è di non riuscire a salvare l'uomo: «Io gioco spesso contro l'uomo, dice Dio, ma è lui che vuol perdere, l'imbecille, sono io che voglio che vinca. Riesco qualche volta a far sì che vinca» chiude Péguy. Prova a dire che il Corpo (di Cristo) non conta: quando si è gustato una volta l'essere amati liberamente, tutto il resto è servitù. «Il Corpo di Cristo, Marco (Amen)»: è la mia partita quotidiana di vinciperdi.

(da Il Sussidiario, 5 giugno 2021)

Il primo giorno degli Àzzimi, quando si immolava la Pasqua, i discepoli dissero a Gesù: «Dove vuoi che andiamo a preparare, perché tu possa mangiare la Pasqua?».
Allora mandò due dei suoi discepoli, dicendo loro: «Andate in città e vi verrà incontro un uomo con una brocca d’acqua; seguitelo. Là dove entrerà, dite al padrone di casa: “Il Maestro dice: Dov’è la mia stanza, in cui io possa mangiare la Pasqua con i miei discepoli?”. Egli vi mostrerà al piano superiore una grande sala, arredata e già pronta; lì preparate la cena per noi».
I discepoli andarono e, entrati in città, trovarono come aveva detto loro e prepararono la Pasqua.
Mentre mangiavano, prese il pane e recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro, dicendo: «Prendete, questo è il mio corpo». Poi prese un calice e rese grazie, lo diede loro e ne bevvero tutti. E disse loro: «Questo è il mio sangue dell’alleanza, che è versato per molti. In verità io vi dico che non berrò mai più del frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò nuovo, nel regno di Dio».
Dopo aver cantato l’inno, uscirono verso il monte degli Ulivi (Marco 14,12-16.22-26).

Copertina

In tutte le librerie, L'invidia di Satàn (San Paolo, 2021), il nuovo libro di Marco Pozza su Maria di Nazareth.

(dalla quarta di copertina) - Adesso è facile, «basta il suo nome, Maria, perchè gli uomini esagerino, non capiscano più nulla. La chiamano povera donna, Madonna, bella donna. L'Immacolata, l'Avvocata, la Regina. I poeti hanno grattato il fondo del barile per escogitare le parole più giuste, le meno slabbrate, le più ardite». Lei, però, ama presentarsi con passi felpati, raccontata dalle nonne ai bambini, pregata dai bambini per i nonni. Invocata da santi, delinquenti e criminali.
Marco Pozza, “alla prova di Maria”, ne celebra l'unicità tessendo in armonia la devozione popolare, la teologia cattolica, i racconti paesani. Rievoca la storia di Gesuina, una vecchia amica della nonna che, solo nel nome, teneva nascosto l'agguato di Maria. Del suo Figliolo: «Perchè Gesuina è la versione femminile del maschile Gesù». Maria è il Gesù in miniatura, «la versione umana più vicina al Dio (dis)umano». Dalla nonna, mentre cucinava i broccoli impastava i dolci, faceva la pasta a mano: l'ha conosciuta lì, l'autore, la Vergine di Nazareth.
L'invidia di Satàn, l'imbecille fatto carne.
Il libro è un viaggio dissacrante e profondo attraverso le quattro stagioni della Vergine, con sullo sfondo i venti misteri del santo Rosario, «la corda di impiccagione di Satàn». Una storia ch'è tutt'ora muro di cinta tra il tempo e il non-tempo. Tra l'uomo mortale e il suo Dio.
Storia di una Madre, affidata alle labbra: «Dovevate sentire nonna recitare il rosario!»

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tre cuori

Niente da fare: gli Undici – gli antenati dei cristiani d'ogni tempo – non sono proprio capaci di gioire. La Croce dev'essere stata una mattanza così deleteria se nemmeno i cinquanta giorni d'apparizione del Risorto e lo Spirito Santo sono riusciti a togliere in loro l'amarezza di quel venerdì. Certo, in qualcosina sono migliorati, o almeno si sforzano, forzando la loro volontà di dubitare: «Quando lo videro – scrive l'evangelista – si prostrarono». Tipo quando si entra in una chiesa: si fa la genuflessione (in automatico, qualche volta), ma non per questo si crede veramente che nel tabernacolo ci sia il Cristo Risorto. Lo credessimo davvero, stramazzeremmo a terra dall'eccitazione. Comunque niente di nuovo sotto il sole. Si comportò così anche la prima Chiesa, quella nascente: s'inginocchiarono ma – specifica l'evangelista - «essi dubitarono». Gesto di facciata, dunque, la genuflessione? Ci mancherebbe: è l'attestazione, da replicarsi nei secoli futuri, che credere alla gioia è immensamente più difficile di credere alla sfiga, alla jella, al dolore e alle sue matte mattanze. Avessero detto agli Undici: “Tutto finito, è finita proprio come dicevano tantissimi” loro, forse, ci avrebbero creduto. Non erano pronti a credere che Lui la promessa l'avrebbe mantenuta. Per Cristo, invece, da sempre la più grande dichiarazione d'amore che conosce è la presenza. Dio galantuomo, ora pro nobis peccatoribus.
La vicinanza di Dio spaventa assai. Ha sempre inquietato l'uomo se, già dall'inizio della storia, Dio aveva supplicato Israele – tramite il suo portavoce Mosè - di pensarci due volte prima d'andare a spellarsi le ginocchia genuflettendo di fronte ad altre divinità: «Vi fu mai una cosa grande come questa? Che un popolo abbia udito la voce di Dio parlare dal fuoco, come l'hai udita tu, e rimanesse vivo?» (Dt 4,33). Già d'allora la Trinità Santissima mostrò di sapere molto bene il principio di funzionamento del cuore: non esiste gioia più grande nella vita se non quella d'essere amati. Nel nome del Padre, del Figlio, dello Spirito Santo è l'incipit di migliaia d'orazioni del popolo cristiano. Non sono tre alleati che hanno messo su cooperativa tra di loro, ma tre persone che sono la medesima. “Hai visto come si è fatto in quattro per darti una mano?” dice ogni tanto la gente quando qualcuno, forte di cuore, compie gli straordinari per aiutare qualche altro. E' uno, ma vale per quattro. La Trinità, invece, s'è fatta in Tre per stare in mezzo al popolo che si è scelto come suo erede. Poteva inventarsi chissà quale altra magia e sarebbe stato poco più che una creduloneria: invece ha scelto la presenza come grammatica preferita. Una presenza che dice l'interesse - “M'interessi!” -, la cura, l'apprensione: il suo contrario non è l'assenza ma una distratta presenza. Uno scarso interesse. Dio, invece, s'è fatto-in-Tre per noi: è gioia difficile da credere. Provate, per curiosità, a guardare la faccia di certa gente quando esce di chiesa la domenica!
Gli Undici non smettono di tentennare: “E' Lui davvero? Saremo in grado di farcela a portare avanti la baracca? Il mondo, poi, ci crederà?” Lui, da parte sua, non molla la presa: “Smettetela con questa storia delle rotelle della bicicletta – sembra rimbrottarli – Vi ho detto che ve le ho smontate perchè è ora che impariate a pedalare senza. Tanto sapete che, in caso d'emergenza, ci sono io. Non cadrete!” Il Vangelo, ovviamente, lo dice alla sua maniera. Cristo imprime un'accelerata a quella ciurma di dubbiosi cronici, prova ad alzare il ritmo senza staccarli sulla salita: «Andate (…) nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo». Come dire: usate pure le nostre credenziali perchè il mondo vi creda e s'aggreghi alla tribù dei discepoli. Chiaro che c'è un filo di paura, tremolìo, batticuore: pure un pizzico d'ansia! Per questo la Trinità non li manda allo sbaraglio, non è sua intenzione farli sfigurare davanti al mondo, nemmeno che vadano a rotolare giù per qualche dirupo. Infatti aggiunge: «Ecco, io sono con voi tutti i giorni fino alla fine del mondo». Dice che sarà sempre con loro, dunque con noi: a noi stupisce chi fa sembrare semplici le cose difficili, tipo esserci. Loro Tre, invece, si sono-fatti-in-Tre per coprire il maggior numero di cuori possibili. Per dare loro appuntamento nella gioia: «Ti aspetto con gioia come se tu fossi un intero paese completamente nuovo. Ti aspetto sul confine tra me e te» (M. Cvetaeva).
Peccato che la vicinanza di Dio spaventi ancora (un po') troppo i cristiani. Non sono proprio capaci di credere alla gioia, uffa!

(da Il Sussidiario, 29 maggio 2021)

In quel tempo, gli undici discepoli andarono in Galilea, sul monte che Gesù aveva loro indicato.
Quando lo videro, si prostrarono. Essi però dubitarono.
Gesù si avvicinò e disse loro: «A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra. Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo» (Matteo 28,16-20).

(foto tratta da: www.casamedica.it/

Copertina

Da lunedì 19 aprile 2021, in tutte le librerie, L'invidia di Satàn (San Paolo, 2021), il nuovo libro di Marco Pozza su Maria di Nazareth.

(dalla quarta di copertina) - Adesso è facile, «basta il suo nome, Maria, perchè gli uomini esagerino, non capiscano più nulla. La chiamano povera donna, Madonna, bella donna. L'Immacolata, l'Avvocata, la Regina. I poeti hanno grattato il fondo del barile per escogitare le parole più giuste, le meno slabbrate, le più ardite». Lei, però, ama presentarsi con passi felpati, raccontata dalle nonne ai bambini, pregata dai bambini per i nonni. Invocata da santi, delinquenti e criminali.
Marco Pozza, “alla prova di Maria”, ne celebra l'unicità tessendo in armonia la devozione popolare, la teologia cattolica, i racconti paesani. Rievoca la storia di Gesuina, una vecchia amica della nonna che, solo nel nome, teneva nascosto l'agguato di Maria. Del suo Figliolo: «Perchè Gesuina è la versione femminile del maschile Gesù». Maria è il Gesù in miniatura, «la versione umana più vicina al Dio (dis)umano». Dalla nonna, mentre cucinava i broccoli impastava i dolci, faceva la pasta a mano: l'ha conosciuta lì, l'autore, la Vergine di Nazareth.
L'invidia di Satàn, l'imbecille fatto carne.
Il libro è un viaggio dissacrante e profondo attraverso le quattro stagioni della Vergine, con sullo sfondo i venti misteri del santo Rosario, «la corda di impiccagione di Satàn». Una storia ch'è tutt'ora muro di cinta tra il tempo e il non-tempo. Tra l'uomo mortale e il suo Dio.
Storia di una Madre, affidata alle labbra: «Dovevate sentire nonna recitare il rosario!»

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gambero

Nell'istante dell'ascensione in cielo, agli amici Cristo tolse le rotelle dal triciclo: “È ora d'imparare ad andare per strada da soli. Se non parto, non crescerete mai!” Non mancarono mugugni, lamentele e smorfie dettati più dalla paura di non farcela, senza più l'Amico-stampella, che dalla poca voglia di partire. «Quel che ho scritto, ho scritto» (Gv 19,22) disse Pilato a chi gli chiedeva di cambiare la scritta affissa sulla Croce. Cristo, invece, a Pentecoste: “Ciò che ho deciso, ho deciso”. D'ora innanzi, il non detto, è di tirarsi su le maniche, darsi da fare, agguantare più anime possibili per la salvezza. Tolse loro le rotelle andando verso il Padre. Loro, gli amici che avevano appena ritrovato il brio dopo il tonfo della morte, stavano tutti presi, «fissando il cielo» (At 1,10). Imbambolati, leggermente imbarazzati, intimoriti: “E adesso che facciamo? Riusciremo mai a pedalare per strada senza le rotelle?” Pronti, partenza, indietro: fu la prima disobbedienza della Chiesa nascente al suo Signore. Ne seguiranno altre, troppe, contemporanee: forse tutte le vite iniziano con una falsa partenza, con una prudenza di troppo. Aggiustarle è il compito che spetterà a Dio, ai suoi ministri per Sua gentile concessione. Anche questo aveva calcolato: «Quando verrà lui, lo Spirito della verità – è Cristo a parlare -, vi guiderà a tutta la verità». “Guidare” è verbo di scuola guida: a destra, a sinistra,  sempre diritto.
Quando Cristo partì, gli amici ritornarono indietro, dentro il cenacolo: la paura di non farcela, la paura degli avversari, di essere in minoranza, la fece da padrone. “Partire è un po' come morire” si confidarono tra loro mentre, mogi-mogi, rincasavano al punto di partenza. Non capirono subito che, certe volte, partire è rinascere, non è sempre un po' morire. L'Amico, appena raggiunto il Padre, gettò un'occhiata al mondo amico e, leggermente sconsolato, già fiutava le scuse sulle labbra dei suoi primi dodici eredi: “Siamo fatti così, Maestro. Non è mica cattiveria!” Che bellissimo posto dev'essere il “sono fatto così”. Così bello che, nei secoli, si farà garage di nascondimento per la Chiesa senza coraggio: si andrà in chiesa, lo si farà dicendo che è il cenacolo di Cristo, ma poi non ci si impegnerà a conoscere il Cristo. Tante messe e altrettante catechesi, ma tanto poco Cristo. Tante barche da rimettere in sesto: «Conosco barche che si dimenticano di partire, hanno paura del mare a furia di invecchiare» (J. Brel). S'infuriò Cristo? Figurarsi, anche questo aveva calcolato nel suo preventivo di spesa. L'aveva pure detto, giocando d'anticipo: «Quando verrà il Paraclito, che io vi manderò dal Padre, lo Spirito della verità che procede dal Padre, egli darà testimonianza di me». Cioè aveva detto loro: “Fidatevi, amici miei. Non abbiate paura se vi toglierò le rotelle dal triciclo: è il modo migliore per imparare ad andare in bicicletta per la strada. Non preoccupatevi, però: io vi starò dietro, quando mi accorgerò che starete per cadere, ho già la mano sulla sella per tenervi su”.
Nulla da fare: pronti, attenti, indietro. Eppure il segnale era stato appeso in anticipo, li aveva avvisati ancora prima di appenderlo: “Divieto di fermata” c'era scritto. Solo una sosta tutt'al più, il tempo di rifornirsi di Lui e via. Cioè: “Nessuno si nasconda, tutti all'attacco, c'è il mondo intero da salvare”. Lo disse con parole di più alta finezza, di più fine fattura - «Andate in tutto il mondo e predicate il Vangelo ad ogni creatura» (Mc 16,15) – ma il succo del discorso non cambia: tutti in strada, nel cenacolo giusto il tempo di ricaricare le anime, di rinfrancare i cuori, di confrontarsi con Lui. Poi a cercare Lui negli occhi dell'uomo. Ma che nessuno confonda la chiesa, le sacristie come nascondigli per vivere a rimorchio. Quando cala lo Spirito sopra di loro, il rossore sul volto s'accese improvviso: capirono d'essersi fidati a parole, di non esser stati all'altezza nemmeno stavolta, di aver confuso il loro cervello col cielo e le sue galassie. Non fu la fine, comunque. Rimase il più confortante degli inizi: a volte le strade più panoramiche sono le deviazioni che non si aveva nessuna intenzione di prendere. Fu così che venne al mondo la Chiesa: fiacca, senza il coraggio della strada, impaurita dal carattere pirata di Cristo. Tutto ciò non turbò Iddio. Gli fu chiaro, però, che non potrà mai perderla d'occhio un attimo. Ma questa era (anche) la sua promessa: rimane il bello di un'avventura a due.

(da Il Sussidiario, 22 maggio 2021)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Quando verrà il Paràclito, che io vi manderò dal Padre, lo Spirito della verità che procede dal Padre, egli darà testimonianza di me; e anche voi date testimonianza, perché siete con me fin dal principio.
Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso. Quando verrà lui, lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la verità, perché non parlerà da se stesso, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annuncerà le cose future. Egli mi glorificherà, perché prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà. Tutto quello che il Padre possiede è mio; per questo ho detto che prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà» (Gv 15,26-27; 16,12-15).


Editoriali della Quaresima e del Tempo di Pasqua
Mercoledì delle Ceneri, Ricordati che sei polvere (di stelle), 17 febbraio 2021
I^ Domenica di Quaresima, Cristo in controvento, 20 febbraio 2021
II^ Domenica di Quaresima, Il divino Lavandaio27 febbraio 2021
III^ Domenica di Quaresima, Vendono il sole per comprare una candela, 6 marzo 2021
IV^ Domenica di Quaresima, Chiaroscuri sui pipistrelli13 marzo 2021
V^ Domenica di Quaresima, La voglia di Te è più forte della voglia di me20 marzo 2021
Domenica delle Palme, Il Diomendicante e il frutto della Passione, 27 marzo 2021
Giovedì Santo, Masticami, Giuda. Ovverosia del Giovedì Santo, 1 aprile 2021
Venerdì Santo, Pilato e Veronica. Ovverosia, del Venerdì Santo, 2 aprile 2021
Sabato Santo, Silenzio per cena. Ovverosia, del Sabato Santo, 3 aprile 2023
Domenica di Pasqua, Tana libera tutti. Ovverosia, del mattino di Pasqua, 4 aprile 2021
Domenica in Albis, Ferite da leccare o da lucidare11 aprile 2021
III^ Domenica di Pasqua, L'intoccabile chiede d'essere toccato18 aprile 2021
IV^ Domenica di Pasqua, Non al lupo, attenti al (falso) pastore25 aprile 2021
V^ Domenica di Pasqua, Chi non fa luce è pregato di non fare ombra1 maggio 2021
VI^ Domenica di Pasqua, Marco, tra noi è (in)finita8 maggio 2021
Domenica dell'Ascensione del Signore, Cristo toglie le rotelle al triciclo15 maggio 2021

Copertina

Da lunedì 19 aprile 2021, in tutte le librerie, L'invidia di Satàn (San Paolo, 2021), il nuovo libro di Marco Pozza su Maria di Nazareth.

(dalla quarta di copertina) - Adesso è facile, «basta il suo nome, Maria, perchè gli uomini esagerino, non capiscano più nulla. La chiamano povera donna, Madonna, bella donna. L'Immacolata, l'Avvocata, la Regina. I poeti hanno grattato il fondo del barile per escogitare le parole più giuste, le meno slabbrate, le più ardite». Lei, però, ama presentarsi con passi felpati, raccontata dalle nonne ai bambini, pregata dai bambini per i nonni. Invocata da santi, delinquenti e criminali.
Marco Pozza, “alla prova di Maria”, ne celebra l'unicità tessendo in armonia la devozione popolare, la teologia cattolica, i racconti paesani. Rievoca la storia di Gesuina, una vecchia amica della nonna che, solo nel nome, teneva nascosto l'agguato di Maria. Del suo Figliolo: «Perchè Gesuina è la versione femminile del maschile Gesù». Maria è il Gesù in miniatura, «la versione umana più vicina al Dio (dis)umano». Dalla nonna, mentre cucinava i broccoli impastava i dolci, faceva la pasta a mano: l'ha conosciuta lì, l'autore, la Vergine di Nazareth.
L'invidia di Satàn, l'imbecille fatto carne.
Il libro è un viaggio dissacrante e profondo attraverso le quattro stagioni della Vergine, con sullo sfondo i venti misteri del santo Rosario, «la corda di impiccagione di Satàn». Una storia ch'è tutt'ora muro di cinta tra il tempo e il non-tempo. Tra l'uomo mortale e il suo Dio.
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