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redicuoriL'armato e il disarmato. Pilato è armato di un'arma gagliarda: del potere. Cristo, oramai ridotto ad un brandello di stracci e schiaffi, il potere non lo ha mai avuto, mai l'ha voluto. Il potere di Pilato, s'intende: «Sei tu il re dei Giudei?» è la domanda che il governatore pone al Suddito. Che, fedele alla sua pedagogia, a domanda risponde con una domanda: «Dici questo da te, oppure altri ti hanno parlato di me?» L'interrogatore, d'un tratto, si tramuta in interrogato. E' tutta una questione d'identità, entrambi stanno compilando la loro carta d'identità: «Non si può conoscere veramente la natura di un uomo – scriveva il pensatore Sofocle – finchè non lo si vede gestire il potere». Il potere è l'afrodisiaco supremo: fare i conti con esso è raccontarsi, mostrarsi per quello che si è. Pilato è un fifone, ha paura, teme di fare cilecca: quell'Uomo gli è d'inciampo nella sua scalata, averlo contro è non dormire sonni tranquilli. “Chi sei, tu che m'interroghi?”: è questa la domanda che il Cristo gli ribatte nella loro partita a ping-pong. E' geniale Cristo: non odia il potere, giacchè lui ricorda bene di non aver mai sentito un uomo che abbia attaccato il potere senza volerlo tutto per sé. In questo, scrive E. Canetti, «i moralisti religiosi sono i peggiori». Cristo non lo attacca, lo sfida: anche Lui è un potente. Ha dimostrato a Betlemme di che pasta era fatto, sin da bambino: in quel tempo occupava lo spazio di una culla, ma già mostrava i tratti di chi era convinto di occupare il mondo intero. “Se non lo capiscono, saranno affari loro!”
Pilato, il fifone, è pure grullo: «(I tuoi) ti hanno consegnato a me. Che cosa hai fatto?» Non capisce, il potere, che il Potere non ha né corte né cortigiani: chi ha se stesso in suo potere costui è il vero potente. E sarà capace di governare il mondo intero. Da tre anni – più i trent'anni di apprendistato a Nazareth – Colui che ora sta in fronte a Pilato racconta la solita storia, l'unica che Lui abbia a sua disposizione: «Il tempo è compiuto, il regno di Dio è vicino; convertitevi, credete al Vangelo» (Mc 1,15). Pochi gli han dato retta: «La storia è sempre la stessa: la vecchia storia dell'indifferenza, suonata in diverso tono, da cuori nuovi e in tempi nuovi» (F. Sheen). Da subito mise le cose in chiaro. Parlò di Regno, ch'è sempre legato ad un potere, ad un governo, all'autorità. Ne parlò così a lungo, a fondo, che mise in subbuglio il mondo intero: “Questo ci espelle tutti. Mettiamoci tutti d'accordo, amici e nemici: facciamolo fuori il prima possibile”. Quello che tutti ebbero chiaro fu che quell'Uomo non lasciava indifferente nessuno. Parlava del potere, certo: ma quando il pitocco di Satana glielo offrì, lo rifiutò. Era strano come uomo. Però lo voleva il potere, voleva quello vero. Lo fraintesero: mentre parlavano, loro guardavano verso il basso, Lui verso l'alto. Il fraintendimento è tutt'ora in corso: “Cosa vuole fare da grande quest'uomo?” si dibattevano l'uno all'altro. Voleva diventare, questo voleva: «Tu lo dici: io sono re». E' chiaro una volta per tutte? «Per questo sono nato e per questo sono venuto nel mondo». Era da quand'era piccolo che sognava di diventare Re. Per questo, adesso è chiaro, non c'era posto per Lui: c'era la fila per diventare re a quel tempo. Le iscrizioni sono a numero chiuso: «Non c'era posto per lui a Nazareth quando viveva, non c'era posto per lui a Gerusalemme quando moriva» (F. Sheen).
Lui, che di diventare re mai smise di sognare, Re lo diventò: il Re dei cuori. Era l'unica regalità che andava cercando, sfidando il mondo a carte scoperte: «Il mio regno non è di questo mondo». Gli dissero ch'era pazzo, l'accusarono di sobillare il popolo, andavano dicendo che bestemmiava. Eppoi meretrici, usurai, malavitosi e donne di malcostume. Tacque, s'inginocchiò, sciacquò e asciugò. Il catino, la brocca: pane, acqua. Al livello del pavimento non trovò rivali: lavare i piedi non fa curriculum. Lui, invece, fece carriera servendo, cioè governando. Ecce homo! rise Pilato. Non s'accorse d'averlo incoronato re: “Non è un uomo qualsiasi, è l'uomo-maiuscolo!” Scivolò su una buccia di banana: disse la verità.

(da Il Sussidiario, 24 novembre 2018)

In quel tempo, Pilato disse a Gesù: «Sei tu il re dei Giudei?». Gesù rispose: «Dici questo da te, oppure altri ti hanno parlato di me?». Pilato disse: «Sono forse io Giudeo? La tua gente e i capi dei sacerdoti ti hanno consegnato a me. Che cosa hai fatto?». 
Rispose Gesù: «Il mio regno non è di questo mondo; se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai Giudei; ma il mio regno non è di quaggiù». 
Allora Pilato gli disse: «Dunque tu sei re?». Rispose Gesù: «Tu lo dici: io sono re. Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per dare testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce» (Giovanni, 18, 33-37).

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dettaglio

La differenza tra qualcosa di buono e qualcosa di grande? – domandò un giorno ad alta voce la mia prof, domandandolo a se stessa – È l'attenzione che riservi per i piccoli dettagli: «I dettagli fanno la perfezione e la perfezione non è un dettaglio» (L. Da Vinci). Amo furiosamente i dettagli: una parola inaspettata, il batticuore di un sorriso. Piccoli gesti che riscaldano il cuore. In piccoli dettagli si manifesta Iddio, coi suoi misteri tutt'intorno. In un piccolissimo dettaglio cadrà, alla fine, Lucifero coi suoi infelici supporters: “Lasciami qui – ho letto sul vagone di un treno dismesso - tra i dettagli invisibili di cui solo tu ti accorgi”. Glielo ripeto spesso al mio Dio: “Nascondimi in un tuo piccolo dettaglio. Nasconditi in un tuo dettaglio: ho voglia di cercarti, sapendo che da qualche parte ti sei nascosto”. I dettagli, però, non sono per chiunque: chi riesce a coglierne la bellezza, mostra d'essere così intelligente da comprendere il tutto. Parola di Gesù: «Dalla pianta di fico imparate la parabola: quando ormai il suo ramo diventa tenero, spuntano le fogli, sapete che l'estate è vicina». E' pazzo Dio: giura d'aver nascosto il Tutto in un dettaglio, il Cielo in una gemma che s'intenerisce stando appesa al ramo del fico. E' solo una gemma con la pancia, incinta, in stato-di-parto. Eppure, per chi sa leggere i dettagli, non è più solo gemma: è l'estate che si avvicina. Piccoli dettagli, impercettibili ai senz'anima, decidono tutto. O, per lo meno, avvisano la vicinanza dell'estate. Iddio in arrivo: «Così anche voi: quando vedrete accadere queste cose, sappiate che egli è vicino, è alle porte». Dell'arrivo di Dio anche un pitocco come Satana ne è al corrente: ciò che temiamo (lui teme Dio) nell'animo arriva prima di quando in realtà arriva. Solo che lui, mostriciattolo d'attenzione, è pessimista circa quell'arrivo: “Affrettiamoci a spargere il fango. Quando arriva, sarà la fine”. La fine, dice lui: fine-corsa, patatrac, chi s'è visto s'è visto. Cristo, invece, alla fine preferisce il fine: “Affrettiamoci a fare il bene. Quando arriverà, quel giorno raggiungeremo la pienezza del nostro sogno. Arriveremo in vetta!”
Mi affascina Cristo: è pazzesco il suo realismo, micidiale la sua precisione di profeta, fenomenale la sua capacità di trafiggere con un dettaglio. Esigente al grado massimo la sua richiesta d'attenzione. È vietato distrarsi, quando la meta s'avvicina: «L'attenzione genera tutte le virtù – scrive A. Haspel -, la distrazione tutti i vizi». Ecco perché Satana, l'avversario avverso, riesce a farti concentrare l'attenzione solo sulle distrazioni: è un vizioso, lui. Vuole una corte di figli viziati, dunque li distrae, rendendoli tonti di fronte ai piccoli dettagli. E' toccando il ramo che s'avverte la tenerezza del germoglio: è legge di natura. E' affinando i sensi – vista, udito, tatto, odorato, olfatto – che s'affina il fiuto del Regno di Dio. Lassù si arriva solo attraverso quaggiù: è la logica del Natale di Betlemme, il seguito di quel primo viaggio verso-il-basso, perché noi andassimo verso-l'alto. Attaccati a fragili segni feriali, dentro i quali batte forte il sussulto della presenza di Dio.
Cristo chiede massima attenzione: “Fate attenzione, il tempo è vicino”. Ciò che chiede, lo chiede a gente che ti presta attenzione con tassi da usuraio: non s'accorgono nemmeno della tua presenza, figurarsi se s'accorgeranno della tua assenza. Per questo Cristo, Dio-furbissimo, tace sull'ora esatta: son capaci tutti d'organizzare una cena per tempo. Eppure, a ben pensarci, la cena più gustosa è quella di quella sera che, senz'avvisare, hai bussato alla porta. Li hai colti alla sprovvista, eppure han aggiunto una sedia, un bicchiere d'acqua alla minestra, un tozzo di pane sulla tavola: buon appetito! Buona cena, quella cena. Così è di Cristo: dice che arriva, non dice quando arriva. Raccomanda di fare attenzione, e l'attenzione è l'unico modo di amare davvero. È specie-unica di generosità.
Arriverà, sarà un piacere. L'attesa del piacere, però, è già essa stessa una forma di piacere. In spagnolo aspettare è esperar: aspettare è sperare. Sperare di non perdersi un piccolo dettaglio: lì è andato a confinarsi Dio, l'Imprevedibile.

(da Il Sussidiario, 17 novembre 2018)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: 
«In quei giorni, dopo quella tribolazione,
il sole si oscurerà,
la luna non darà più la sua luce,
le stelle cadranno dal cielo
e le potenze che sono nei cieli saranno sconvolte.
Allora vedranno il Figlio dell’uomo venire sulle nubi con grande potenza e gloria. Egli manderà gli angeli e radunerà i suoi eletti dai quattro venti, dall’estremità della terra fino all’estremità del cielo.
Dalla pianta di fico imparate la parabola: quando ormai il suo ramo diventa tenero e spuntano le foglie, sapete che l’estate è vicina. Così anche voi: quando vedrete accadere queste cose, sappiate che egli è vicino, è alle porte. 
In verità io vi dico: non passerà questa generazione prima che tutto questo avvenga. Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno. 
Quanto però a quel giorno o a quell’ora, nessuno lo sa, né gli angeli nel cielo né il Figlio, eccetto il Padre» (Marco 13,24-32).

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monetine
La partita è ancora in corso. Da una parte sta il mondo della sinagoga con tutto il suo ambaradan di scribi riveriti per le loro preghiere, fedeli che entrano a gettare monete, riciclandole in preghiere. Dall'altra il Cristo, diretto alla stazione di Gerusalemme: s'inquieta, si fa beffe di loro, tiene gli occhi aperti. Siamo in un punto morto della partita: i farisei non lo interrogano più – troppo alto il rischio di venir umiliati in mondovisione -, Lui non agisce quasi più. I primi tacciono: sono stati informati di ciò che sta per accadere, portano pazienza. Si vendicheranno. Anche Cristo tace, senza mai tacere. Rimpicciolendoli: «Questa vedova, così povera, ha gettato nel tesoro più di tutti gli altri». Smascherati, ancora una volta. Cioè, tra le righe, Cristo ammaestra i suoi circa due specie d'umani nel Tempio: i farisei, gente in via d'ostentazione, e la povera donna, una di quelle che dentro il Tempio era in via d'estinzione. Basta uno sguardo, al Cristo, per riaccender la guerra a degli avversari impauriti di imbastire ancora guerra. Basta un nonnulla, è lectio-magistralis: il pudore è solo di chi può permetterselo, l'ostentazione è un po' di tutti. Benvenuti nello sguardo di Cristo: «Tutti hanno gettato parte del loro superfluo. Lei invece, nella sua miseria, vi ha gettato tutto quello che aveva per vivere». È il Vangelo: «Di generosi non ci sono che i poveri» (H. de Balzac).
Ciò che i discepoli capiscono – loro che pur non son geni in fatto di Cielo e dei misteri di Cristo – è che nessuno diventa povero donando. Ciò che gli altri, gli avversari avversi, afferrano al volo è che l'esibizionismo (in materia di fede) è il parente più prossimo della solitudine. Chi ha soldi, è potente e temuto; chi non ne ha, è poco considerato da tutti. A tutti, però, è capitato d'imbattersi, almeno in un'occasione, nella generosità di un povero. E scoprire che, di solito, son proprio loro, quelli che han meno da dare, le persone più generose. Quand'ero piccolo, il sabato pomeriggio, portavo il foglietto parrocchiale nelle case del mio paese: a colpirmi erano le offerte che la gente lasciava in gesto di cortesia. Ricordo l'abbinamento che la mia mente bambina faceva: laddove, per l'eleganza della casa, mi aspettavo una banconota di carta, arrivava (forse) un cenno di saluto, qualora si fossero degnati di dar retta al suono del campanello. Dove ero quasi certo d'andarmene vuoto, appariva una banconota. Le mance migliori venivano sempre dalla gente più povera. Quella che t'aspettava e, offrendo una bibita alla tua sete, ti confidava pure una bella notizia. Il che, tra mille pettegolezzi, era un raddoppio di carità cristiana. Il Vangelo, quando è in apparente stato di stallo, è un cacciabombardiere in azione: elogiando un gesto d'altri, smaschera l'intento di tutto ciò che gli gravita attorno. Illuminandolo di luce interrogativa: «Che vale un'elemosina che ci priva di nulla? Forse non abbiamo mai dato nulla» scrive F. Mauriac accarezzando con la sua penna la nobiltà povera di questa vedova.
È un dettaglio insignificante: “Ho solamente due monetine!” avrà detto, tra sé, la donna frugando con le mani nelle tasche. Nessuno, eccetto Cristo, aveva notato il gesto: «Il grido del povero sale fino a Dio, ma non arriva alle orecchie dell'uomo» scriveva Felicitè-Robert de Lamennais. Quand'arriva alle orecchie e agli occhi del Cristo, però, rimbalza come un fulmine, accecando tutti. Poteva, la donna, tenersi una monetina: per un caffè, un tozzo di pane, un'acciuga. Una per sé e una per Dio: il gesto sarebbe stato pure bellissimo. No: niente per sé, tutto per Dio. Poi, la sua fede bambina ne è certa, Dio baderà a lei: è sollievo di non poco conto non essere costretti a far sfoggio di doti che non si posseggono. Lo sguardo di Cristo è roba da grandangolo, il campo visivo è fuori-misura: farci entrare il mondo è la sua passione, denudarne il cuore la sua specializzazione, svelarne l'anima è biglietto d'ingresso per il Regno. Due monetine, gettate con il cuore, fan voltare Cristo. Una manciata, fatta cadere perché risuoni nel cestino, fa voltare la gente, rivoltare il cuore di Dio. Lui ha un debole per i dettagli.

(da Il Sussidiario, 10 novembre 2018)

In quel tempo, Gesù [nel tempio] diceva alla folla nel suo insegnamento: «Guardatevi dagli scribi, che amano passeggiare in lunghe vesti, ricevere saluti nelle piazze, avere i primi seggi nelle sinagoghe e i primi posti nei banchetti. Divorano le case delle vedove e pregano a lungo per farsi vedere. Essi riceveranno una condanna più severa».
Seduto di fronte al tesoro, osservava come la folla vi gettava monete. Tanti ricchi ne gettavano molte. Ma, venuta una vedova povera, vi gettò due monetine, che fanno un soldo. 
Allora, chiamati a sé i suoi discepoli, disse loro: «In verità io vi dico: questa vedova, così povera, ha gettato nel tesoro più di tutti gli altri. Tutti infatti hanno gettato parte del loro superfluo. Lei invece, nella sua miseria, vi ha gettato tutto quello che aveva, tutto quanto aveva per vivere» (Marco 12,38-44).

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