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deposizione

Gli affittò, gratis, il suo sepolcro come un amico cede all'amico la sua casa quando lo vede di fretta: “Prendi le chiavi: riposati pure un po'. Poi, quando esci, lasciale lì, sotto lo zerbino d'ingresso”. Quando vide il corpo penzolare, come un tronco di carne morta, sentì il pudore salirgli in gola. Lui – che aveva la tessera del Sinedrio, l'organo che firmò la sevizia di Cristoddio – fu uno dei pochi a non avvallare quella scelta. Vigendo, però, la regola maggioranza (di viltà), prese atto della decisione e cercò di distanziarsene a modo suo: “Tieni, Madonnasantissima, ciò ch'è mio è del tuo Dio, che è anche il mio”. Andò lui, da Pilato, a chiedergli il suo più grande cruccio: “Anche se morto, ridammi il corpo di quest'uomo!” Gli riuscì di portarselo a casa: fu uno dei pochi, eccetto la Madre, a toccare il corpo di Dio morto. Per toccarlo quand'era vivo, c'era una lista di attesa infinita. Per toccarlo da morto non c'era un'ombra nei paraggi. A lui, però, quel corpo, pure da morto, gli procurava una certa allegrezza: come ci fosse un non so che di ancora vivo che ribatteva in quelle ossa massacrate dal ferro e dalla villaneria. O, forse, era tutto scritto, da qualche parte, che fossero due uomini di nome Giuseppe a fare da cornice alla vita di Cristo: un (san) Giuseppe lo protegge quand'è bambino e gli insegna come piantare i chiodi nel legno, come fare i chiodi di ferro. Un altro Giuseppe, quello d'Arimatea, i chiodi ficcati nel legno glieli toglierà, schiodando Dio dalla croce. Tra i chiodi e i Giuseppe, Cristoddìo visse la lode e l'infamia.
Collego, per questo sovrappiù di delicatezza, questo signor-x d'Arimatea al fascino del pudore. E' un giusto, dicono i Vangeli: timorato di Dio. Qualcuno dei quattro evangelisti dice ch'era pure discepolo di Gesù. È il suo pudore, però, a farlo entrare, seppur all'ultimo, dentro il grande spettacolo della Croce. Per quel gesto, far calare il suoddìo dalla Croce, testimoniò al mondo che il vero pudore è coprire ciò che non è bello far vedere. Nasconderlo con gusto, raffinatezza e non per il solo disgusto di non vederlo appeso: «Essi presero allora il corpo di Gesù e lo avvolsero con teli, insieme ad aromi» (Gv 19,40). L'uomo d'Arimatea – assieme all'altro compagno d'avventure, Nicodemo – ha il pudore addosso. Anche Iddio, però, non è da meno: pur morto, per uno strano miscuglio d'umanità e divinità, è pur sempre capace d'intendere e di volere. Lo calano, abbracciandolo, perchè è Lui a lasciarsi calare e abbracciare. E in questra fragilità pazza e disumana, c'è tutto il pudore di chi non si vergogna di mostrare la sua fragilità, di darsi in pasto a mani di passaggio. Questo pudore, di farsi calare dalla Croce a peso morto, è il confine ultimo – più basso della morte – toccato da Dio. Quaggiù, in giù.
Avanza la Madresantissima: occhi gonfi, schiena piegata, la veste ancora tutta piena della confusione della Via Crucis. Nelle sue braccia, Giuseppe, posa il pesomorto di Dio: per tutti è diventato un peso, soltanto per Lei quel giogo è così leggero d'apparirle ancora fanciullo, poco più che un pugno di carne, come a Betlemme quella notte. “Non ti preoccupare, Donna, se non ci siamo mai visti prima d'ora – pare di sentirlo il pudorato d'Arimatea -: ero un suo estimatore. A me, adesso, non serve la tomba: fai come se fosse tua. Mettiamolo lì!” Pure lei, in un battibaleno, si rivestì di pudore: pudore nel mostrarsi grata, nel linguaggio, nell'accettare quell'ultimo gesto di raffinatezza dopo il cabaret d'insulti, sputi e di aceto. Il pudore è femmina. “Quant'è bella la Madonna – avrà detto Nicodemo a se stesso -: guardala! Si racconta senza pudore. E Giuseppe, ascoltandola, non arrossisce”. Lo adagiano lì dentro, come l'amico a cui presti la stanza: “Fatti una doccia al volo, sistemati un po': ti aspettiamo fuori” fu, più o meno, il pensiero di Giuseppe, Maria con Nicodemo. Lui, da dentro il sepolcro, ringraziò per quella accoglienza così inaspettata, così sfarzosa. Accettò, vi stette a peso morto per tre giorni. Loro, fuori, ad aspettarlo. Con un orecchio ad ascoltare le chiacchiere di Gerusalemme e l'altro a vedere se Lui, dentro, chiedesse aiuto per qualcosa.

(da Il Sussidiario, 16 aprile 2022)


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don Marco Pozza
L'autore: don Marco Pozza

Marco Pozza (1979), parroco della parrocchia del carcere Due Palazzi di Padova, è uno «straccio di prete al quale Dio s'intestardisce ad accreditare simpatia, usando misericordia», come ama dire di se stesso.
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Commenti   

mgiovanna
#1 Re: Il sepolcro prestato.mgiovanna 2022-04-16 21:27
Meraviglioso Commento ad una pagina "scura" per abbandono (dei discepoli); crudeltà (dei soldati); villania (della gente curiosa e di chi Gli chiede di scendere dalla Croce).
E invece don Marco scorge una luce, quella dell'ospitalità (Dio ospita e si lascia ospitare) nonché un sentimento quasi ignorato ai nostri giorni come allora: il senso del pudore.
Signore Gesù, rendi possibile ancora oggi tendere l'orecchio verso le Tue richieste piuttosto che verso le chiacchiere mondane.
Donaci il coraggio di Giuseppe d'Arimatea e di Nicodemo, anzi di prendere a modello entrambi per farti compagnia all'esterno del sepolcro che, domattina all'alba, sarà nuovamente vuoto.
Donaci di sentire la delicatezza della Madonna mentre ti accoglie tra le Sue braccia, fedele alle Tue promesse; donaci di sperare fortemente sognando che domattina, all'alba, il fragore delle armi sarà cessato.
Amen.

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