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Fu rivolta a Giona, figlio di Amittai questa parola del Signore: “Alzati, và a Ninive la grande città e in essa proclama che la loro malizia è salita fino a me”. Giona, però, si mise in cammino per fuggire a Tarsis, lontano dal Signore. Scese a Giaffa, dove trovò una nave diretta a Tarsis. Pagato il prezzo del trasporto, s’imbarcò con loro per Tarsis, lontano dal Signore.(…)Fu rivolta a Giona una seconda volta questa parola del Signore: “Alzati, va’ a Ninive la grande città e annunzia loro quanto ti dirò”. Giona si alzò e andò a Ninive secondo la parola del Signore. Ninive era una città molto grande, di tre giornate di cammino. Giona cominciò a percorrere la città, per un giorno di cammino e predicava: “Ancora quaranta giorni e Ninive sarà distrutta”. I cittadini di Ninive cedettero a Dio e bandirono un digiuno, vestirono di sacco, dal più grande al più piccolo. Giunta la notizia fino al re di Ninive, egli si alzò dal trono, si tolse il manto, si coprì di sacco e si mise a sedere sulla cenere. (…)
Dio vide le loro opere, che cioè si erano convertiti dalla loro condotta malvagia, e Dio si impietosì riguardo al male che aveva minacciato di fare loro e non lo fece.(…)
Ma Giona ne provò grande dispiacere e ne fu indispettito. Pregò il Signore: “Signore, non era forse questo che dicevo quand’ero nel mio paese? Perciò mi affrettai a fuggire a Tarsis; perché so che tu sei un Dio misericordioso e clemente, longanime, di grande amore e che ti lasci impietosire riguardo al male minacciato. Or dunque, Signore, toglimi la vita, perché meglio è per me morire che vivere!”. Ma il Signore gli rispose: “Ti sembra giusto essere sdegnato così?”.
(Gn 1,1-3.3,1-6.10.4,1-4)

Un venditore di colombe
colombaL’alba è appena sorta, il mercato sta riaprendo i battenti, la vita frenetica della città sta per ricominciare.
Ognuno il suo lavoro, ognuno la sua preoccupazione, ognuno la sua storia… Stoffe e pentole, pellame e verdure, frutta e sementi, calzature e ferro, fichi secchi e pane azzimo…di primo mattino i banconi del mercato accalappiano gli occhi dei compratori. In fondo alla strada, prima della svolta a destra, c’è un botteghino strano all’aria aperta, il laboratorio di Giona, il venditore di colombe dalla voce più strana della città. Da sempre questo è il suo mestiere agli occhi della gente: allevare e vendere colombe non per prendere soldi ma in cambio di un pugno di fichi o di qualche oliva. Fino a qualche tempo fa aveva una spalla valorosa: il padre Amittai che gl’insegnò ad interpretare i gesti di quegli animali dal volto così pacifico. Poi, alla morte del padre, non trovò più nessuno disposto a collaborare con lui. Dicono sia un uomo schivo che risponde a pochissime domande, uomo dall’affare veloce, con la mente sveglia e la furbizia nel suo mestiere: parla con pochi, addomestica le colombe, fugge ogni minimo accenno di notorietà.
La sera qualche barzelletta nell’osteria del villaggio, poi scompare dentro il mistero dei silenzi suoi e delle sue colombe.
Per tantissimi anni.
Poi un sabato, a mercato chiuso, se ne stava seduto in mezzo alle sue gabbie. Il cielo sgombro come i suoi pensieri, le mani libere come i suoi sogni, la mente fresca come le sue aspirazioni. All’improvviso un urlo: “Giona, alzati, va corri a Ninive, la grande città!”. Un urlo potente, quasi maleducato: le gabbie si spalancarono, le colombe volarono via tutte per il terrore e la libertà. Lo stormo salì alto nel cielo come gli affari di quel povero mercante bruciati nell’aria.
Il mezzo a quel turbine di ali e di gabbie rovesciate, la voce inaspettata e non gradita di uno sconosciuto chiamato Dio.
Anche Dio… Non poteva dire la sua frase a voce normale? Doveva proprio disperdere tutto l’allevamento di quel povero venditore? Perché tutto così all’improvviso… Il giorno dopo divenne lo zimbello del mercato. Perché voi capite che uno che si chiama Giona (che in ebraico significa “colomba) e si trova senza colombe ben presto è l’ occasione ghiotta per scrivere barzellette…
Il lunedì pomeriggio, in terra d’Israele, non si parlava d’altro.
E lui, povero mercante con le gabbie vuote di colombe, costretto a correre svogliato per le strade di una città sconosciuta mentre gli altri continuavano a proliferare nei loro affari.

La chiamata di Dio, la ribellione dell’uomo
“Tutto sommato il giudizio complessivo è buono, signora. Rimane il fatto che suo figlio è svogliato: potrebbe fare di più”. Quante volte le mamme sui corridoi o nelle aule di scuola si son sentite ripetere questa cantilena. Se la moglie di Amittai, la madre di Giona, fosse entrata nella scuola dove s’apprendeva l’arte del profetismo e avesse interrogato il docente sull’andamento di suo figlio, penso che il giudizio non avrebbe mutato alquanto. “Signora, Giona è svogliato:potrebbe fare di più”.
Il libro di Giona (47 versetti in tutto!) spezza subito le gambe con la voce diretta di Dio che esplode nelle orecchie di questo sciagurato all’improvviso: “Alzati, vai a Ninive, la città grande ed esclama contro di lei. Perché è salito il loro male al mio volto”. La voce di Dio non è sempre la stessa, ogni profeta l’ha intesa in versioni differenti, nessuno l’ha mai descritta. Solo Elia parla come “voce di silenzio lieve”. “Alzati” è un suono nient’affatto lieve. Colpito alle orecchie, alla testa come da uno schiaffo, si volta e s’imbarca per la direzione opposta. Non dice ne “a” né “ba”, reagisce con tutta l’opposizione che può, che vuole. Va ad ovest, anziché ad est. E’ il primo marinaio della storia che tenta scampo verso occidente, in fuga dal vecchio mondo. Fugge il più lontano possibile. Non dice una parola, Giona il taciturno, scende al porto e s’imbarca per la direzione opposta. Come uno che fugga terre avare, tenta le rotte dell’Occidente, deriva di emigranti. Se è vero che le chiamate divine non prevedono addestramento ma esigono lo sbaraglio, è altrettanto vero che non tutti l’accolgono con il sorriso.
Ma è difficile essere latitanti quando si è ricercati da Dio. “Ma il Signore scatenò sul mare un forte vento”: Dio riprende l’iniziativa, perché non si può fuggire dal Signore. Osserva la vita della barca: i marinai lavorano e pregano, Giona dorme. Guarda la descrizione rapidissima: scese, si coricò, si addormentò. Buona notte, Giona! I marinai pagani sono più simpatici di Giona, più positivi. Pregano i loro dei, hanno timore del Dio d’Israele, sono restii a gettare Giona in mare e fanno di tutto per evitarlo.
Il dialogo fra Giona e il capitano di quella nave è concitato, nervoso, insofferente. Giona, obbligato, rivela finalmente la sua identità e la sua fede. Parlando ai pagani presenta Dio come Creatore e ne sottolinea il suo dominio nella terra e sul mare. E’ vero che il suo annuncio è costretto e controvoglia, ma è pur sempre un annuncio corretto ed efficace. Tanto che i marinai si affidano al Dio che annuncia. Sarà anche vero che è un disubbidiente, ma è pur sempre un ortodosso.

prigioneNel ventre di un pesce, Giona riflette
Ecco il secondo tempo dell’avventura di questo strano profeta, il primo e l’unico che ha osato tacere contro la chiamata divina. Ora dondola nel buio di una cavità calda che lo riporta indietro fino alla sua nascita, alle ore in cui era nel ventre materno. Sta lì tre giorni e tre notti, ma questo è un conto solamente nostro. Nel doppio buio del mare e del pesce il tempo è solamente un’incubatrice. Lui che ha tenuto per se le parole di Dio e non le ha riportate alla lontana gente di Ninive, lui che ha inghiottito quel messaggio, ora viene inghiottito. La sua vita ripartirà dall’obbedienza. Dovrà accettare di portare a destino quelle parole, a risputarle fuori dalla sua bocca chiusa: solo così verrà risputato fuori dal grande pesce.
Nella storia delle reclusioni non mancano celle di isolamento collocate in luoghi ingegnosamente scomodi. Dai sotterranei di una fortezza alla cima di una torre tutti i piani della segregazione sono stati toccati. Lo stomaco di un cetaceo è forse il luogo meno abitabile della serie.
Giona apprende su di sé quello che don Abbondio imparerà dal Cardinale Borromeo: che sottrarsi alla propria missione non procura salvezza, mentre l’assumerla è il solo azzardo che vale la pena di correre.
Riparte in maniera poco poetica: “vomitato”. Curiosa precisione della Scrittura Sacra. Questo piccolissimo dettaglio può insegnare quanto sia scrupolosa e previdente la Scrittura: perché Giona si trova nell’apparato digerente di un pesce e ha dunque due possibilità di uscita. Se il testo sacro non avesse precisato il dettaglio del vomito, il blasfemo avrebbe potuto accusare Giona di essere uscito con i rifiuti dalla parte opposta. Dunque la Scrittura Sacra fa bene a troncare la malizia del lettore. Anche se la vera lezione è che ora anche Giona è pronto a far uscire dalla sua bocca il messaggio di Dio, rimasto intatto dentro di lui.

Se Ninive ascolta la voce di uno strano profeta

“Alzati, vai a Ninive, la città grande: ed esclama a lei la chiamata che io dico a te” (Gio 3,2). Ecco il secondo tempo della partita di Giona. Obbedisce perché ha capito che è inutile fuggire. Stavolta non porta pace né buone notizie il messaggero, ma l’annuncio di uno sconvolgimento. L’annuncio di Giona non suona come un invito alla conversione, ma come una sentenza: “Ancora quaranta giorni e Ninive sarà distrutta”. Dovrà dirle ad una città immensa e sconosciuta e non si incideranno su pietra o pergamena, ma sugli uomini stessi. Tutto è grande nel racconto: Ninive, la tempesta, il timore dei marinai, il pesce, la gioia e la tristezza di Giona. Artefice è il profeta, suo talento è Dio, gli uomini l’argilla. Tuttavia lo spazio di tempo concesso (quaranta giorni) suggerisce già una possibilità. Percorre la città con il suo grido, il piccolo altoparlante di Dio che avvisa di un grande pericolo. Non si è rivolto ai palazzi del re, non è un ambasciatore di una nazione, ma dei cieli e i cieli mandano la loro penitenza nelle strade. E succede che gli abitanti della potente capitale dell’impero assiro credono alla voce di quello strano profeta di una remota provincia. I niniviti non sono sicuri che la conversione sortisca l’effetto desiderato. Ma è pur sempre una possibilità e l’afferrano: “Forse Dio si pentirà, placherà l’incendio della sua ira e non periremo”. Certo è un fatto: ci doveva essere qualcosa di veramente speciale nel timbro di voce di Giona perché Dio vada a scegliere proprio lui, il più recalcitrante, il più ribelle di tutti i profeti della storia sacra. Quel tono di voce era capace di trasmettere la verità del messaggio, doveva veramente far sentire i brividi all’ascolto dello sconvolgimento annunciato.
Ninive tutta, dal re fino al bestiame, fa lutto, digiuna fino alla penitenza della sete anche se l’acqua non mancava. Tutta una città alza la voce, la punta dritta verso Dio. E’ l’unica contraerea dell’essere umano per difendersi dall’attacco imminente del cielo. Da nuda danzatrice a penitente coperta di sacco con i capelli impastati di cenere. Ninive spera così di fermare il decreto divino recapitato fino a lei da quello strano postino di sciagure. E di nuovo l’impensabile accade: Dio prende atto delle trasformazione procurata dall’annuncio: “Si pentì Dio sopra il male che aveva detto di fare e non fece” (Gio 3,10).

Giona non capisce la lezione
fugaMa Giona si addolora di un Dio che si rimangia la parola. Uomo impulsivo ed esigente, crede di essere stato abbandonato, utensile ormai inservibile di una profezia che a lui sembra smentita. Lui, afferrato e trascinato a Ninive a gridare il finimondo – controvoglia, tra l’altro – viene smentito come un ciarlatano proprio dal suo datore di lavoro. Giona avverte amaramente di essere stato un burattino di Dio. “E fu mandato a Giona un grande male” (Gio 4,1). “Prendi su il mio fiato da me: perché buona è la mia morte più della mia vita” (Gio 4,3): queste sono le parole del più amareggiato degli uomini di Dio, più di Giobbe che colpito nel corpo, devastato negli affetti, derubato nei beni chiede comunque una spiegazione. Domande al cielo ne sono state poste e tante, di silenzi ne sono piovuti, ma chi è colui che, interrogato da Dio, nega risposta? Giona gli chiede una spiegazione. Dio, allora, lo invita a riflettere, gli chiede se gli sembra una cosa buona quella sua ira ardente. E succede di nuovo la cosa unica e imprevista nella Scrittura Sacra: a domanda di Dio, Giona non risponde. Eccolo qui lo scarto misterioso e drammatico tra il Creatore e la sua creatura, l’insorgere di un dolore e di una protesta nei confronti di Dio. Giona si indurisce dentro un silenzio di opposizione, tutto il contrario della parlantina che salirà dalle ulcere di Giobbe.
Giona lascia la città, ma non le volta le spalle. Si accampa ad est, dunque non sulla strada del ritorno. Per lui non c’è più una casa: è un uomo allo sbaraglio. La sua patria è diventata la parola che Dio gli ha messo in bocca, ora che è scaduta, anche lui sente di essere rimasto solo un rimasuglio. E spunta una bella pianta di ricino che ripara il profeta e gli da’ quella consolazione che solo le cose di natura sanno offrire. E’ un dono di Dio, quindi può sempre essere revocato. Giona, cocciuto, non scioglie il suo silenzio e il ricino si secca aggredito da un verme. Dio non si rammarica dell’ira di Giona, del suo desiderio di morire. Anche del suo tacergli contro non si offende. Ma dell’orgoglio sì, dell’orgoglio che tiene Giona fermo nel suo puntiglio irritato. E Giona, per l’ennesima volta, chiede di morire, come pianta che ha finito di corrodersi. E di nuovo Dio gli ripete la domanda sull’ira e stavolta, finalmente, ottiene la risposta del profeta: “E’ fare bene accendermi d’ira fino a morte” (Gio 4,9). Giona trascina la sua cocciutaggine fino a questo punto di amarezza.
La torre sgretolata nella pianura di Scin’ar, il ricino corroso fuori Ninive: Dio leva ripari. Si è sempre e solo nudi sotto il cielo, che lo si scali con impalcature o che lo si voglia, come nel caso di Giona, evitare. Tra una torre e un albero di ricino s’allunga il campo dell’uomo sotto Dio. Tra la fonte delle molte lingue e il silenzio di un profeta è contenuto il viaggio dell’uomo sulla terra.
La conclusione? Il silenzio di Giona alla domanda di Dio.
Ma non è più una novità.

"Volete far ridere Dio? Parlategli dei vostri progetti".
L’ex giornalista e commentatore televisivo John Chancellor si preparava a godersi la meritata pensione, quando fu colpito da un tumore allo stomaco. Con la malattia arrivarono i soliti sensi di colpa: ho fumato, bevuto o fatto altre cose che non dovevo? Mi sono preoccupato abbastanza della mia salute? Nella mia famiglia non c’erano mai stati casi di cancro. Perché proprio a me?
“Il cancro – dice – ci ricorda che siamo legati ad un guinzaglio molto corto. Come ho letto da qualche parte: Volete far ridere Dio? Parlategli dei vostri progetti”.
Un venditore di colombe da bambino sognava gabbie dorate. Da adulto s’imbattè malvolentieri in una profezia divina dalla quale si dimostrò incapace di scappare. Giona è profeta controvoglia che diventa salvezza di Ninive. Cosa importa la sua svogliatezza, i suoi tradimenti, le sue miserie, le sue cadute? “La grande gloria della Chiesa – scrisse magnificamente Jacques Maritain – è d’esser santa nonostante i membri peccatori”.

GOD BLESS YOU!
Buona settimana

don Marco Pozza
L'autore: don Marco Pozza

Marco Pozza (1979), parroco della parrocchia del carcere Due Palazzi di Padova, è uno «straccio di prete al quale Dio s'intestardisce ad accreditare simpatia, usando misericordia», come ama dire di se stesso.
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Commenti   

donmarcopozza
#1 Il vento soffia dove vuole. Anzi: dove puo!donmarcopozza 2009-10-14 08:56
Perché Dio manda proprio quest’uomo, il più ribelle di tutti i suoi profeti? Nessuno s’era mai permesso di negarsi a lui senza nemmeno accampare una scusa, come Mosè che si lamentò di un disturbo abbastanza fastidioso per un profeta a voce, la balbuzie. E’ possibile che Dio non abbia altra scelta al mondo, che abbia un solo giusto cui affidare il suo compito. Non è una domanda, è un’affermazione. Dio non ha scelta. Io correggerei la frase di Giovanni: “Il vento soffia dove può”. Sembra che Dio non abbia scelta tra gli uomini, che sia anch’egli prigioniero e non libero di scegliere. Dio non ha scelta tra le persone, a stento ne trova uno che possa reggere il peso di un suo incarico. Più spesso il seme cade nel vuoto, come il sogno che cade nel sonno di un ubriaco. E la vita di Giona prevede un unico scampo: assumere il rischio comandato, obbedire allo sbaraglio prescritto, andare a Ninive e gridare il finimondo. Ma davvero è così pesante questa Parola da annunciare?
Un paio di piccoli fatti realmente accaduti possono aiutarci a capire.
A New York viene fatto un esperimento. A dei giovani seminaristi viene chiesto di preparare un’omelia sulla parabola del “Buon Samaritano”. Dopo ore di studio vanno tutti a pranzo attraversando una strada dove incontrano un uomo ferito coperto di sangue che implora aiuto. E’ un attore, naturalmente, e c’è una telecamera nascosta che riprende la scena. Ebbene:otto su dieci hanno tirato dritto senza problemi.
Un gruppo di giovani studenti fa visita al duomo di Magdeburg, in Germania. Uno di loro, visto il Crocifisso, domanda all’insegnante: “E’ Spartaco questo qui?”.
Oggi non mancano libri e nemmeno parole, manca chi prenda sul serio la Parola. Paolo VI amava ripetere: “Il mondo non ha bisogno di maestri, ha bisogno di testimoni”. Magari bastasse raccontare, illustrare, far memorizzare una dottrina…! Sarebbe veramente un gioco da bambini “vendere” il cristianesimo. Il dramma è che Gesù di Nazareth chiede di essere testimoniato, di essere raccontato attraverso la vita, gli atteggiamenti, il pensiero, le scelte. Non è certo una scelta privilegiata la chiamata del Signore. La conferma porta la firma di Paolo di Tarso: “Fratelli, non è per me un vanto predicare il vangelo; è per me un dovere: guai a me se non predicassi il vangelo” (1 Cor 9,16). Altro che prendere in giro Giona: si fa sempre più fatica a sapere chi siamo in quanto credenti e a trasmettere ciò in cui crediamo. L’ostacolo più grande sembra essere proprio che il messaggio cristiano non rappresenta più una novità per nessuno. E la fede se diventa un fatto scontato – anziché la faticosa opera di ogni giorno -, perde di vigore.
Diana
#2 "Volete far ridere Dio? Parlategli dei vostri proDiana 2009-10-14 13:09
L’ex giornalista e commentatore televisivo John Chancellor si preparava a godersi la meritata pensione, quando fu colpito da un tumore allo stomaco. Con la malattia arrivarono i soliti sensi di colpa: ho fumato, bevuto o fatto altre cose che non dovevo? Mi sono preoccupato abbastanza della mia salute? Nella mia famiglia non c’erano mai stati casi di cancro. Perché proprio a me?
“Il cancro – dice – ci ricorda che siamo legati ad un guinzaglio molto corto. Come ho letto da qualche parte: Volete far ridere Dio? Parlategli dei vostri progetti”.

Ma perchè? voglio fermamente credere che non sia così..... io a Dio (e non solo) parlo, prego, mi sfogo, mi arrabbio, confido le mie paure, le mie ansie, i miei dubbi, le mie gioie, le mie speranze e Lui perchè dovrebbe ridere?

P.S.: con la malattia non arrivano i sensi di colpa..... arriva tanta, tantissima paura, sconforto e rabbia
GGG
#3 Speriamo che Dio sorridaGGG 2009-10-17 13:49
Se Dio ridesse, credo sarebbe sicuramente quel riso, o meglio, sorriso bonario che viene spontaneo nel vedere un bimbo che cerca di raggiungere una mensola troppo in alto, subito prima di aiutarlo.
"Volete far ridere Dio? Parlategli dei vostri progetti"... Concordo con Diana sul fatto che, detto così, sia troppo sarcastico... e mi sembra d'aver capito che Dio non lo è per niente... perchè l'amore non è sarcasmo...
Però mi fa pensare che, probabilmente, troppo spesso siamo noi che mettiamo davanti a tutto i nostri progetti, senza confrontarli con Lui (insomma, il contrario di quello che fa Diana), perchè non abbiamo abbastanza fiducia del fatto che i suoi progetti su di noi sono veramente la nostra strada per la felicità. :-)
cri
#4 Speriamo in un Dio meno zuzzurellone...cri 2009-10-17 14:51
Francamente, un Dio che ride se gli parlo dei miei progetti, un Dio che ride se gli confido che mi preparo a godere la meritata (o anche immeritata) pensione, e ride … perché intanto mi ha regalato un cancro ai polmoni; ti confesso, Parroco, che questo Dio proprio non m’interessa. E forse dire questo di Dio è un po' bestemmiarlo...
donmarcopozza
#5 Tutt'altro che "ridacchione" nello stile umano.donmarcopozza 2009-10-18 00:19
Carissima Cri,
certamente il Dio che "ride e gioca con l'uomo ai caldi giochi del sole" di cui parla A. Camus nel suo romanzo non è di certo la figura di un Dio che si prende gioco della creatura che fin dalle origini ha cercato di realizzare al meglio delle sue divine possibilità. Un Dio che facesse questo è un Dio che rinnegherebbe il suo Amore di Padre e la sua responsabilità nei confronti dell'argilla che ha modellato.
Quest'espressione dipinge tutto il contrario: tratteggia il volto di un Dio che, lungi dall'essere distante e irraggiungibile, si mostra vicinissimo all'uomo fino a condividere con lui anche i semplici giochi dei bambini, fatti al sole sulla spiaggia del mare. Il gioco è cosa semplice, propria dei bambini, elementare: un Dio che si mostrì così, nella sua semplice e bonaria familiarità, ispira molta più fiducia e temerezza di un Dio che fa sperimentare la sua lontananza.
Buona serata e buona domenica oramai!
cri
#6 A proposito di un Dio zuzzurellonecri 2009-10-18 12:31
Caro Parroco, non mi riferivo a Camus, ma alla frase del giornalista televisivo John Chancellor che tu riportavi approvandola. A me suona come una bestemmia.
Buona domenica.

PS. Non sono donna...
donmarcopozza
#7 Mangia e bevi. Poi crepa.donmarcopozza 2009-10-18 21:56
Ha ragione Pablo Neruda ad affermare che “la notte cova l’alba”. Nell’oscurità inizia la risalita. Nelle tenebre di una notte, l’Innominato di manzoniana memoria si stupisce che un vecchio manigoldo come il fidato Nibbio provasse così troppa compassione per quella ragazza, Lucia, che gridava e piangeva. Sarà la notte a trasformare la sua crisi in conversione. Inizia il processo di riscatto. “Ho imparato – si legge nel testamento di uno scrittore - che tutto il mondo ama vivere/sulla cima della montagna,/senza sapere che la vera felicità/sta nel risalire la scarpata” (G.G.Marquez)
Anche nella Scrittura il momento di maggior oscurità è sempre germe di splendide aurore. Ma rimanendo nel ventre del pescecane per Giona la verità viene a galla. Riflettendo sul perché gli uomini siano così portati alla superficialità delle cose, completamente dimentichi di ciò che davvero conta, Kierkegaard porta questo esempio: “E’ come se su una nave ci fosse un solo megafono di cui si fosse impossessato il garzone di cucina, con il consenso di tutti”, è come se su quella nave non sia più la rotta ad interessare davvero, ma che tempo fa e che cosa si mangerà di lì a poco. Della meta, del viaggio, degli eventuali pericoli, di quello che ha da dire il capitano non importa un fico secco a nessuno, tanto che “alla fine fu il garzone di cucina ad impossessarsi del comando della nave, perché aveva il megafono”. La nostra società ha megafoni potentissimi per distrarre e sradicare, per dire a tutti: “Mangiamo e beviamo perché domani moriremo” (1 Cor 15,32). Dice Cesare Pavese: “Vivere è bello perché vivere è ricominciare. Sempre, ad ogni istante” (C. Pavese). Cambia lo scenario, cala l’interesse, s’arroventano gli animi…la vita del profeta s’inasprisce perchè è un continuo ricostruire sopra le macerie: “Ti chiameranno restauratore di brecce”. Restauratore, non costruttore! Giona non ha scampo: deve ripartire!

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