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Il Dio cristiano pare abbia seri problemi di memoria, che sia affetto da una rarissima forma di amnesia cronica. Somiglia ad una madre, quella smemorata, ch'è sempre pronta a gettare sul tavolo, (ri)giocandolo ogni volta, il verbo tipico della dimenticanza: “RiparTiamo”. Coniugato così, alla prima persona plurale, in versione collettiva: “Riparti tu, riparto anch'io con te, dai che ripartiamo tutti due assieme”. Letto così, poi, suona come un intreccio tra due verbi: ripararare più amare. Una sorta di annunciazione di lavori in corso: “Ti riparo così riparti, riparti che ti riparo”. Il verbo dell'indomani: del giorno dopo una disfatta, un tradimento, una storia andata a rotoli. Pazientate se il Dio cristiano è fatto così! Dev'essere capitato, avendo a che fare con gli uomini, che abbia dovuto imparare la regola per non morire di disperazione: amare è fare fiasco diciannove volte e crederci che la ventesima sarà la volta giusta. Non ricordano, Iddio e le madri, che l'altra volta avevano giurato che quella sarebbe stata l'ultima: “Questa volta va così, ma se ricapita sappi bene che non riparto più con te!” Pare dicano sempre così loro due: che stavolta sarà l'ultima, che non ce ne sarà un'altra. Poi, però, sono lì che lo posticipano sempre di una volta questo allarmante ultimatum d'amore.
L'Avvento è il modo che Dio ha di ammettere questa malattia cronica. Gli hanno appena svaligiato la casa per colpa nostra: Lui che cosa fa? Ci rimette in mano le chiavi di casa sua; «Come un uomo che è partito dopo aver lasciato la propria casa e aver dato il potere ai suoi servi, a ciascuno il suo compito, e ha ordinato al portiere di vigilare». Così è fatto il Dio-smemorato dei cristiani, quello che ha una memoria da elefante: assomiglia alla fiamma di una candela. Avete presente come si comporta quella fiamma quando tu capovolgi la candela? Lei continua a protendersi verso l'alto, cerca in tutti i modi di non spegnersi, è come una ginnasta che s'allunga all'inverosimile alla ricerca dell'aria. Eccolo Dio: noi a capovolgere la candela della sua storia con noi, Lui che si ostina a credere che la fiamma non si spegnerà. Riparte, dunque, come un viaggiatore con la valigia in mano: più che per necessità se ne va per virtù, perchè se non partisse l'uomo sospetterebbe che Dio non si fida più di lasciargli in custodia la casa: la quale cosa avrebbe i suoi motivi. Invece (ri)parte, stranissima partenza: parte perchè, se rimanesse, l'uomo si addormenterebbe, non si rimboccherebbe le maniche, starebbe sempre seduto ad aspettare che le cose accadano. Invece Dio, un po', gioca a nascondino: parte, fa finta di andare a nascondersi, poi aspetterà che lo andiamo a cercare. Oppure – ha un modo tanto strano di giocare Dio – verrà all'improvviso: «Vegliate: voi non sapete quando il padrone di casa tornerà» (cfr Mc 13,33-37). Ha coraggio in esubero uno così. Più che coraggio è fiducia: «Il modo migliore per scoprir se ci si può fidare di qualcuno è dargli fiducia» (E Hemingway).
L'uomo, comunque, resta un fatto strano: ha il barbiere di fiducia, il barista di fiducia, il libraio di fiducia, il menù di fiducia. Ha tutto (di fiducia), eppoi scopre che gli manca la fiducia. Ha quella di Dio ma, questa, fatica ad accoglierla: si è bloccato all'ultima volta, quando si è sentito dire che sarebbe stata l'ultima. Non crede alla smemoratezza di Dio, professa vede solamente nella sua rivalsa, gli viene difficile credere ad un'altra possibilità. Dio, invece, è così: smemorato non sbadato. Lo sbadato dimentica tutto, Dio non dimentica tutto: solo il male fatto si dimentica, ma il bene compiuto nessuno glielo toglie dalla testa. Per questo che ogni volta ci dice “RiparTiamo”: perchè intravede una potenzialità, un principio di desiderio, una fessura. Riparte, dunque. Si allontana davvero? Macchè, tutto un gioco: parte per farci ripartire, se ne va perchè Gli andiamo dietro. È strambo questo viaggiatore: allontanandosi è come se accorciasse le distanze tra noi e Lui, da lontano pare tutto più vicino. «Fate attenzione», però, ha lasciato scritto.
Che, nel frattempo, i Suoi amori non si perdano in sogni di poco conto.

(da Il Sussidiario, 28 novembre 2020)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Fate attenzione, vegliate, perché non sapete quando è il momento. È come un uomo, che è partito dopo aver lasciato la propria casa e dato il potere ai suoi servi, a ciascuno il suo compito, e ha ordinato al portiere di vegliare.
Vegliate dunque: voi non sapete quando il padrone di casa ritornerà, se alla sera o a mezzanotte o al canto del gallo o al mattino; fate in modo che, giungendo all’improvviso, non vi trovi addormentati.
Quello che dico a voi, lo dico a tutti: vegliate!» (Marco 13,33-37).

copertina

Dal 9 ottobre, in tutte le librerie, Ciò che vuoto non è (San Paolo, 2020), il nuovo libro di Marco Pozza
Il vuoto: «Mesi di vuoto dappertutto: dentro, fuori, in basso, qualcuno temeva pure lassù. Non è stato così: eppure “benvenuti alla resa finale!” hanno pensato in tanti». E se quel vuoto fosse stata una misura: “Quanto ti manco?” In una casa, l'unica stanza piena è quella vuota: è tutta colma del suo vuoto, di se stessa. E' davvero necessario riempire ogni vuoto a tutti i costi?
In Ciò che vuoto non è l'autore ripercorre gli articoli del Credo cristiano alla luce del vuoto dei mesi di pandemia: «L'uomo ha diritto di voto, la bellezza ha diritto di vuoto per brillare» scrive. Che nome dare a quel vuoto? Per chi crede il vuoto è una mancanza piena di nostalgia, per chi non crede è pur sempre un'esperienza mistica: certe domande, comunque, hanno bisogno di vuoto attorno per respirare. Ripartiamo, dunque! Da quel sepolcro che le donne, a Gerusalemme, hanno trovato vuoto il mattino di Pasqua. E' d'allora che quella cristiana è fede fondata sul vuoto, fede che ha diritto di vuoto.
Tra memorie paesane e sprazzi di attualità, l'autore si concede delle lezioni di lentezza per cercare una risposta alla domanda che ci interpella ovunque, soprattutto sul ciglio dell'afflizione: “Perchè credere quando attorno è buio”? Nell'emergenza il Vangelo resta uno spicchio di luna a forma di falce: la parte fulgente illumina quella oscura. Che vuota non è (dall'aletta di copertina).
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don Marco Pozza
L'autore: don Marco Pozza

Marco Pozza (1979), parroco della parrocchia del carcere Due Palazzi di Padova, è uno «straccio di prete al quale Dio s'intestardisce ad accreditare simpatia, usando misericordia», come ama dire di se stesso.
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