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accattonaggio

Cieco, accattone, solo. Alcuni uomini dicono che la fortuna è cieca, altri uomini dicono che la sfortuna, invece, ci vede benissimo. Stando a quello che dicono i Vangeli, fortuna e sfortuna sono così intrecciate tra loro che è d'azzardati dire anche solo sono fortunato, sono sfortunato: potrebbe sempre capitare che, nascosta dentro un cumulo di sfortune, ci stia un esile cenno di fortuna capace di mandare gambe all'aria una storia, l'intera storia, la storia di Timeo. La differenza è sempre la stessa, dai primi giorni della salvezza ad oggi, gli ultimi giorni della stessa salvezza: accorgersi o non accorgersi, appostarsi o distrarsi, esserci o non-esserci. Credergli ancora o non credergli più.
Lui, cieco-barbone-dimenticato, s'accorge del passaggio di lui e se ne infischia delle buone creanze. E' cieco quel figlio di Timeo, ma alla cecità delle orecchie viene in aiuto un udito sopraffine: «Sentendo che era Gesù Nazareno» (liturgia della XXX^ domenica del tempo ordinario). Lo riconosce dai passi, da quella magica bellezza che stordisce i sensi, da quel vagare così scalzo e impoverito da sentirlo così simile a lui, E dopo averne riconosciuto i passi, non chiede il permesso a nessuno. Si mette a gridare: «Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me!». Lo rimproverano i discepoli, sono irritati da quella screanzata maniera di farsi strada tra la folla con la voce. Non sia mai che vada a molestare il Maestro per sanarsi la fiacchezza: Gesù, secondo loro, ha ben altre cose a cui pensare, altro a cui badare, sono altre le persone con le quali deve andare a colloquio. Invece lui continua a gridare, a più non posso: è il grido per antonomasia dentro i Vangeli. Non parla, grida; non poggia il mantello, lo scaraventa a terra; non si alza, balza addirittura da terra. Non c'è chiamata senza esagerazione, non c'è risposta laddove non c'è anche esagerazione: l'amore è l'iradiddìo delle misure. Non c'è preghiera più umana, più bruciante di questa. Pietà dei miei occhi spenti, Creatore, di questa mia vita perduta. Fammi sentire che sei mio padre, mia madre: ridonami la vita. Come può la chiesa-dei-discepoli fare muro a questo grido? Taci!, ma come fare a tacere? Il grido di chi soffre non è mai fuori luogo al Creatore, nessuna sofferenza è fuori luogo davanti a Dio, nessun dolore è un fuori programma. Il cieco lo sa molto bene, lo grida ancora più forte. Loro lo rimproverano, ancora più forte: c'è da crederci, non è poi così difficile.
Lui, il Rabbì, che cosa fa? Importante saperlo perché poi, a cascata, varrà un comandamento: ho fatto così perché facciate così. Li spiazza tutti, l'imbarazza di gran misura, tende loro un agguato dei suoi: «Chiamatelo!». Comanda proprio a coloro che vorrebbero impedire al cieco di alzare la voce, di andarlo a chiamare. Proprio loro, che beffa atroce! I dispettosi del Vangelo - “Gesù è nostro, andate via tutti, non disturbatelo, ha da fare, è già stato invitato altrove, non vi vuole bene perchè non l'avete pregato” - costretti ad andare a scuola dal dispetto. Ad andare dall'immondizia per dargli l'annuncio che a loro non è mai stato dato: «Coraggio, alzati, ti chiama!». L'ironia del Vangelo è un'imboscata in piena regola: è tremendo Cristo, vuole che lo si serva lui da solo. Lui, con nessun'altro accanto a lui, né prima né dopo.
Eccoli, uno di fronte all'altro. La Vista al cieco: «Che cosa vuoi che io faccia per te?». Per Dio la cosa più importante è quella che rimane sempre la più importante: chiedere all'uomo che cosa lo renderebbe felice per davvero. La cecità alla Vista: «Rabbunì, che io veda di nuovo!». Fatto tutto, fatto molto bene, un lavoro fatto da Dio, tant'è che, appena riavuta la vista, indovinò subito la strada giusta da prendere per tornare a casa: «lo seguiva lungo la strada».
Per chi manca di vista, la salvezza passa attraverso l'udito. Per chi mancherà di gusto, la salvezza si mostrerà facendosi deglutire. Per chi, confusi i sensi, dimenticherà dove abita Cristo, sarà la memoria/olfatto a segnare la rotta. Non c'è verso che Cristo cambi verso: la strada che porta verso casa è sempre rimasta la stessa. Perchè nessuno possa dirsi straniero su quella carreggiata.

don Marco Pozza
L'autore: don Marco Pozza

Marco Pozza (1979), parroco della parrocchia del carcere Due Palazzi di Padova, è uno «straccio di prete al quale Dio s'intestardisce ad accreditare simpatia, usando misericordia», come ama dire di se stesso.
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Commenti   

donmarcopozza
#1 La storia continuadonmarcopozza 2015-10-23 20:21
La storia, ci dice l’autore della lettera agli Ebrei, non s’è fermata su quella strada che da Gerico conduce a Gerusalemme. Dio continua a camminare tra la sua umanità, Dio non si stanca di pellegrinare tra le nostre vecchie contrade, Dio è sempre in marcia. Lui, o nella figura dei sacerdoti, suoi umili rappresentanti. Di loro si tracciano due pennellate. “Preso tra gli uomini”: non un eroe dei fumetti, ma un uomo dalla storia comune uguale ad ogni altra creatura umana. I desideri, i sogni, le paure, le esitazioni, le debolezze non devono essere motivo di scandalo, bensì vantaggio. Ubriacato di debolezza avrà compassione. Dio non sogna che i suoi ministri siano perfetti, ma misericordiosi. Preso tra gli uomini, il sacerdote è “costituito per gli uomini”, posto al loro servizio, un servizio che tocca la dimensione più profonda dell’uomo.
Un grande oratore francese, pensava alla missione del sacerdote come un “andare ogni giorno dagli uomini a Dio per offrire preghiere, e tornare da Dio agli uomini per portare il perdono e la speranza” (Lacordaire).
Elefant1
#2 IL FINTO INVALIDO DEL VANGELOElefant1 2015-10-26 23:36
Bellissima riflessione, Don Marco. Il 14 ottobre scorso ero in Sala Giovanni Paolo II come volontaria Unitalsi, insieme ai nostri amici disabili. Leggendo questa tua riflessione mi è tornata presente la figura del nostro Papa Francesco, la tenerezza, l'amore, l'attenzione che ha avuto per loro. Qualche sera dopo l'abbiamo visto mentre incontrava negli spazi che lui ha voluto in Vaticano, i senza fissa dimora che fino a qualche tempo fa dormivano sotto i colonnati e che ora hanno un letto dignitoso. Papa Francesco trova tanto coraggio dall'incontro con i più piccoli, proprio come Gesù. Il vedere la gioia dei nostri amici "in super abili" nell'incontro con quel grande uomo di Dio mi ha ricordato gli incontri che Gesù ha avuto durante la sua vita pubblica con le persone segnate dalle sofferenze fisiche. La stessa attenzione per quei "prescelti" di cui ci parla il Vangelo. Ora più che mai la Chiesa ha indicazioni da quale parte stare, concretamente e non solo a parole... Grazie Don Marco

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