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pane1La nonna era una signora dai lineamenti garbati. Nacqui quando lei aveva sessant'anni e da quel giorno mi sembrò che nulla fosse più cambiato in lei. In lei e nei suoi racconti cuciti addosso: il dopoguerra e le risaie del Piemonte, i fratelli da sfamare e il nonno al fronte, la casa da costruire e i figli da allevare. Per lei generare era narrare: favole, storie, frammenti di vita. Quando taceva, la sua era una narrazione silenziosa: con lo sguardo, con la postura, con quelle dita che filavano la tela a meraviglia. Parlava per detti, la grammatica della gente semplice (“E' la goccia continua che scava il sasso”); armeggiava l'acqua e la cenere per fare il bucato (stessi ingredienti della Quaresima); mentre tirava la pasta mi spiegava come faceva a fare i conti più veloci di una calcolatrice.
S'accoppiò col nonno, col suo baffetto sempre ben curato: un signore dai toni sommessi ma decisi. Alla sua sposa aveva dato amore e fiducia cieca: “È una brava donna, la nonna” ci disse tante volte. Mica uno zerbino, però: sapeva il fatto suo. E sapeva anche potare le viti come pochi altri: le sue mani, al tempo ella potatura e della vendemmia, andavano a ruba tra i campi del paese. Lui, tutto fiero, sembrava un imprenditore di successo: si pettinava prima d'andare nei campi. In paese aveva messo lui le fognature: tutte a mano, ci teneva a specificare. Mungendo le vacche e potando le viti, mi faceva catechismo. “Sta andando in amore” mi spiegava guardando un tralcio che lacrimava. “Questo non serve più, lo bruciamo” mi diceva di un altro che era secco. M'accorsi anni dopo che mi stava spiegando una delle pagine più naturali dei Vangeli: quella del tralcio che rimane attaccato alla vite e porta frutto; del tralcio che si secca e viene bruciato. Pagine di Vangelo tra i filari di viti: il catechismo di casa mia.
Qualche sera tiravano le orecchie a noi bambini: i motivi erano i più svariati. Mica ci mettevano acredine: era il loro modo d'educare alla vita i nipotini. Solo una sera ricordo bene che s'arrabbiarono all'inverosimile. Io e mio fratello ci divertivamo, da un capo all'altro della tavola, a tirarci le molliche di pane. Appena s'accorse, la nonna si voltò di scatto. E sembrò una rappresaglia: “Bambini, non si gioca con il pane”. Fu l'unica volta che il nonno si spaventò, tanto s'era animata la sua sposa. Perché arrabbiarsi così per due molliche? A casa nostra tante frasi profumavano di pane: "Essere buoni come il pane, guadagnarsi il pane col sudore, vivere a pane e acqua, mangiare pane e lacrime". Il pane era un alimento, era anche un simbolo: si lavora per portare a casa il pane, dare il pane ai propri figli, il pane che manca. Io e mio fratello abbassammo lo sguardo e, pian piano, rimettemmo le molliche dentro il pane.
Anni dopo divenni sacerdote. Col vangelo in mano, una domenica m'apparve tra le righe quella semplice donna di mia nonna: «Mentre mangiavano, prese il pane e recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro, dicendo: «Prendete, questo è il mio corpo» (Mc 14,22) (liturgia della Solennità del Corpo e Sangue del Signore) Anche lì parlavano di mangiare pane: una cosa seria quel pane se, di lì a poco, inizieranno a scriverlo con la maiuscola. Centrava quel Dio del quale i nonni mi parlavano mentre zappavano, mentre cucivano o facevano il bucato, mentre mungevano le vacche o andavamo a messa. Quel loro Dio – che divenne anche il mio tanto furono convincenti – amava parlare di Sè in prima persona, abbinandoci sempre cose familiari: "Io sono la luce, la strada, la vita, la verità, il pastore buono" Di più: «Io sono il pane della vita. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno» (Gv 6,45-47). Dio è il Pane: "Bambini, non si gioca con il pane".
Al mio paese nella Festa del Corpus Domini ancor oggi fanno processioni e gettano petali di rosa al passaggio della reliquia. Tutto come quand'ero bambino alle elementari. Ancor oggi, nel mezzo della messa, quando alzo l'Ostia consacrata - «Fate questo in memoria di me» - assieme al campanello che suona, sento l'eco della nonna: "Bambini, non si gioca con il Pane". Che nonna ho avuto! Altro che rimbrotto: quella sera mi fece una catechesi indimenticabile: "Bambini, non si gioca con il Cristo". Detto così, mentre preparava la cena.

don Marco Pozza
L'autore: don Marco Pozza

Marco Pozza (1979), parroco della parrocchia del carcere Due Palazzi di Padova, è uno «straccio di prete al quale Dio s'intestardisce ad accreditare simpatia, usando misericordia», come ama dire di se stesso.
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Commenti   

donmarcopozza
#1 I "mangiatori di Pane"donmarcopozza 2015-06-06 08:52
A scuola s’imparavano a memoria le poesie di Leopardi, i canti di Dante e gli Inni Sacri del Manzoni. Cioè si ripetevano in continuazione vecchie parole, sogni sbiaditi, concetti stra-usati. I docenti della Scrittura Sacra invitano ad una memoria strana: non una ripetizione del passato. A cosa servirebbe? La memoria nella Bibbia diventa memoriale, cioè il passato non viene snocciolato a vanvera ma è come se capitasse per la prima volta. Cioè tu sei partecipe in presa diretta di un Cristo che cerca nascondiglio nel tuo petto, che s’insinua nei tuoi pensieri, che sveglia il tuo torpore. L’eucaristia! L’emozione di un Dio che ti raggiunge come sei: peccatore e schiavo, menefreghista, codardo e marcio. Sporco, splendido e irriverente. Stupito, stupido o ignavo. Non importa: Cristo entra! A volte sento le mani tremare nell’atto della consacrazione: il gesto massimo del sacerdote. Senti sulle spalle incurvate il peso del divino, la tenerezza della tua debolezza di uomo, la potenza di un mistero inafferrabile. Che ti rapisce liberandoti. Nelle tue mani sporche, il Corpus Domini. A volte mi smarrisco negli occhi di chi s’accosta alla comunione: lo stupore e l’abitudine, l’emozione e l’attesa. La noia, la malinconia e la svogliatezza. “Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno” (Gv 6,51). Peccato che a questo pane ci siamo abituati: cioè non ci dice più nulla. Qualcuno balbetta un amen “in calare”, qualcun altro si scoccia del disturbo, qualcuno lo imbocca come una caramella. Qualcuno ci crede davvero e, quasi, lo vedi piangere. Singhiozzare. Vedi una lacrima attraversargli lo sguardo ridente e fuggitivo. Perché questa è l’Eucaristia: lasciarsi andare, afferrare e strapazzare dall’onda di Gesù Cristo. Percorrere sentieri inediti, tracciare percorsi di fantasia, capovolgere i tuoi programmi. Chi celebra l’eucaristia si sente più libero, sa di essere uomo ma non più uomo. Sa di non meritare l’eucaristia – “O Signore, non son degno di partecipare alla tua mensa…” – ma conosce quell’abbraccio che ti fa ripartire, che ti rimette in cammino, che traduce la debolezza in potenza inaudita. Chi crede nell’Eucaristia non sta con le mani giunte, ma tiene le maniche rimboccate. Se la testa è leggermente inclinata non è per deviante misticismo, ma per intraveder nelle fessure strade nuove in cui lanciarsi. Perché nel profumo di quel pane spezzato annusa la forza del sogno. Diventa un insoddisfatto. Un insofferente delle mezze misure. Uno deciso a perdere tutto pur di tentare l’avventura della nudità più povera di fronte a Dio. E quando c’è di mezzo Dio sognare è un dovere. Perché il sogno ti permette di immaginare una realtà diversa, perché impedisce di dormire. Il sogno ti sveglia, ti mette in piedi.
Quando nel mondo è accaduto qualcosa di nuovo, è avvenuto grazie a dei sognatori terribili, inguaribili, che si ostinavano ad immaginare una realtà diversa. Nuova.
Fuori dalla banalità.
Paolo_Coveri
#2 Crisi del sacro e crollo della liturgiaPaolo_Coveri 2015-06-08 01:22
Caro don Marco, ti sei mai chiesto il perché sempre più persone, rispetto al passato, non percepiscono più la sacralità della Santa Messa e tanto meno, purtroppo, la "valenza" di quel Pane?
Per cominciare a capire qualcosa, ritengo possa essere significativo anche un solo raffronto basato proprio sulla frase da te citata e che i fedeli, dal 1969 (anno in cui fu introdotto il Novus Ordo Missae), recitano prima di ricevere il Corpo di Cristo.

La nuova formula è infatti:
O Signore, non son degno di partecipare alla tua mensa, ma di' soltanto una parola e io sarò salvato.

Mentre quella che si è usata per secoli, prima dei nostri tempi, è:
O Signore, non son degno che Tu entri sotto il mio tetto, ma di' soltanto una parola e la mia anima sarà salvata.

La differenza penso sia evidentissima: la nuova formula lascia intendere ai fedeli di partecipare a una cena (la cena del Signore), mentre quella tradizionale (di sempre) esprime molto più chiaramente che quell'Ostia consacrata non è un semplice "simbolo", bensì è davvero il Corpo di Cristo che assumiamo dentro di noi (sotto il nostro "tetto").

Pertanto, quando - se non ricordo male - Benedetto XVI scrisse che la crisi nella Chiesa era figlia del "crollo della liturgia", penso avesse perfettamente ragione. E personalmente ho trovato conferma di tutto ciò in un documento, presentato nel 1969 a papa Paolo VI dai Cardinali Ottaviani e Bacci, intitolato: "Breve esame critico del Novus Ordo Missae", di cui consiglio vivamente la lettura a chi non lo conoscesse (vedere all'indirizzo www.unavox.it/doc14.htm o, meglio ancora, scaricare e stampare l'opuscolo che contiene anche le traduzioni di varie parti in latino: www.unavox.it/PDF/Opuscoli/Breve_Esame_Critico.pdf).
In questo documento vengono sottolineate - e criticate - le sostanziali modifiche apportate alla Santa Messa (che si è celebrata per secoli) stravolgendone svariati e fondamentali significati (tra cui quello sopra citato), al punto da farla somigliare terribilmente al rito protestante. E penso che anche questo non sia un caso, visto che in tale riforma della liturgia furono coinvolti anche sei pastori protestanti, cioè degli eretici (vedi anche qui: it.wikipedia.org/.../...).

Perciò ormai non mi stupisco più del tragico calo del senso del sacro, della continua emorragia di fedeli e di certe scene che si vedono al momento della ricezione della Comunione, che ormai si fa per lo più prendendo l'Ostia sulla mano (pratica che, tra l'altro, espone il Corpo di Cristo a profanazioni) e non più in ginocchio, quasi che fosse solo un simbolo (come infatti è - se non sbaglio - considerato dai protestanti) e non il vero Corpo di nostro Signore Gesù Cristo.

In considerazione di tutto ciò (e di tutte le altre aberrazioni che ne sono derivate e che - purtroppo - sicuramente ne deriveranno ancora), personalmente ringrazio Benedetto XVI per il "Motu Proprio Summorum Pontificum", col quale si è tornato a dare almeno un po' di dignità alla Santa Messa celebrata secondo il "Rito Romano", dando così un'opportunità ai fedeli di ritrovare quei significati autentici che purtroppo sono stati annacquati o persino stravolti col nuovo rito.
Rita71
#3 Rito nuovo o rito vecchio...!Rita71 2015-06-10 23:39
Non è questione di rito nuovo o di rito vecchio.
Il cardinale Bagnasco in un suo discorso afferma: “il mondo corre, il mondo va; correndo ha perso il senso della corsa, del procedere, dell’andare”.
Questo correre ha reso tutto insipido, amaro insapore, si è perso la prospettiva della fede, di Dio; non c’è più gusto perché non si gusta più nulla si corre, si corre e si corre
Il nome di Gesù, in certi casi, neppure viene nominato: come si può gustare, assaporare, sentire, conoscere ciò che neppure si nomina? l’omelia non sono i fatti del prete, della comunità, del campanile da sistemare o della bolletta da pagare, la parola va snocciolata, necessita di essere spezzata altrimenti rimane la solita parola che annualmente si ripete e pur ripetendosi nulla comunica, rimangono termini scritti in un libro ignoto, difficile da comprendere o meglio comprensibile solo per gli addetti ai lavori.
L’andare a messa è diventata ahimè, un timbrare il cartellino, quel compito che almeno una volta alla settimana si dovrebbe compie; dovrebbe essere l’appuntamento con l’amato che con ansia e trepidazione si attende invece, è un andare per abitudine.
Se non si è compreso che Cristo è Risorto che è il Risorto, non si è compreso nulla; tutto viene vissuto come un rito, il solito rito che nulla mi dà.
Dio è incastrato nelle pagine di un libro, fra le note di una musica è un’immagine, una statua; non lo si può lasciare in questa situazione, bisogna toglierlo da dove è stato incastrato, bisogna renderlo vivo perché è vivo, lui è una presenza non un personaggio storico!
“O Signore, non son degno di partecipare alla tua mensa […]
O Signore, non son degno che Tu entri sotto il mio tetto […]”
Il sunto sta che noi non siamo degni: riconosco la tua regalità, la tua maestà, la tua grandezza: davanti a te, mi arrendo vedo la mia piccolezza, ma ti desidero, voglio accoglierti.
Amen! Che io ti possa custodire dentro al mio cuore alla mia vita
Se bastasse cambiare alcune formule nella liturgia per riempire le chiese il problema non esisterebbe, invece esiste perché la folla non fa esperienza di Cristo, perciò egli rimane una statua, un parola, un’immagine, ma nulla più.
Paolo_Coveri
#4 Rimango d'accordo con RatzingerPaolo_Coveri 2015-06-11 01:19
Rita, non sono del tutto d'accordo con te.
Anzitutto, se leggessi attentamente il documento che ho citato, ti accorgeresti che il nuovo rito consta in tante perdite di significato e di distorsioni talmente importanti che - di fatto - non possono non influenzare negativamente quella che tu stessa chiami "esperienza di Cristo".
L'omelia è sì importante, ma è un momento che non potrà mai essere un sostituto del catechismo, e non sta certamente al centro della liturgia come invece lo è l'Eucarestia. D'altra parte, la Santa Messa NON è una "rappresentazione" della Passione di nostro Signore, ma è proprio il ripetersi non cruento del Sacrificio della Croce. Mentre, con la nuova liturgia, questo concetto viene "disperso"...Citazione:
La definizione di Messa è dunque limitata a quella di «cena», il che è poi continuamente ripetuto (n. 8, 48, 55d, 56); tale «cena» è inoltre caratterizzata dalla assemblea, presieduta dal sacerdote, e dal compiersi il memoriale del Signore, ricordando quel che Egli fece il Giovedí Santo.
Tutto ciò non implica: né la Presenza Reale, né la realtà del Sacrificio, né la sacramentalità del sacerdote consacrante, né il valore intrinseco del Sacrificio eucaristico indipendentemente dalla presenza dell'assemblea (3). Non implica, in una parola, nessuno dei valori dogmatici essenziali della Messa e che ne costituiscono pertanto la vera definizione. Qui l'omissione volontaria equivale al loro «superamento», quindi, almeno in pratica, alla loro negazione (4).
Nella seconda parte dello stesso paragrafo si afferma - aggravando il già gravissimo equivoco - che vale «eminenter» per questa assemblea la promessa del Cristo: «Ubi sunt duo vel tres congregati in nomine meo, ibi sum in medio eorum» (Mt. 18, 20). Tale promessa, che riguarda soltanto la presenza spirituale del Cristo con la sua grazia, viene posta sullo stesso piano qualitativo, salvo la maggiore intensità, di quello sostanziale e fisico della presenza sacramentale eucaristica.
Fonte: www.unavox.it/doc14.htm
Ti pare poco?
Tu pensa quanto questi stravolgimenti di significati (che sono solo alcuni di quelli trattati dai cardinali Bacci e Ottaviani) possano pesare sul modo di percepire la Santa Messa da parte dei fedeli e, prima ancora, nella formazione dei sacerdoti...
Per questi motivi rimango d'accordo con Ratzinger nel ritenere di primaria importanza questo fattore, anche se non è ovviamente l'unico, perché bisognerebbe tirare in ballo anche le non poche concessioni al "modernismo" certificate col Concilio Vaticano II, il quale ha esso stesso contribuito a infliggere ulteriori ferite al Corpo Mistico di Cristo (come con la questione dei tabernacoli, che in troppe chiese persero la loro centralità) e a spianare la strada alla "corruzione" della liturgia di cui sto parlando con tutte le conseguenze di cui siamo noi stessi vittime.
Rita71
#5 Se non conosci, non comprendiRita71 2015-06-11 23:34
Caro Paolo, io ho espresso un mio pensiero come tu hai espresso il tuo.
Sono consapevole dei cambiamenti fatti: li conosco perché è un servizio che faccio a livello regionale; ho scoperto la Liturgia, gustando e comprendo il significato e il valore di ogni cosa, di ogni gesto, di ogni oggetto, all'interno della chiesa e della liturgia: nulla è al caso!
E’ corretto dire che l’omelia non sostituisce il catechismo, ma se tu non fai assaporare la liturgia della parola all'assemblea in quell'unico frangente di tempo che li hai lì a portata di mano: come puoi pretendere che comprendano?
Il mio padre spirituale nelle celebrazioni importanti ad ogni passaggio spiega ciò che sta per accadere, anticipa il momento.
Assisto a scene riprovevoli: persone concentrate a controllare il cellulare, c’è chi è più preoccupato a guardarsi la scollatura che non si sposti che a quello che avviene intorno a se, ragazzi che si accostano all'eucarestia con la stessa svogliatezza di andare a prendere un etto di prosciutto, gli stessi che dopo averla ricevuta la masticano come fosse un chewingum. C’è addirittura chi spinge come se fosse una gara a chi arriva prima.

O Signore, non son degno di partecipare alla tua mensa […]
O Signore, non son degno che Tu entri sotto il mio tetto[…]

Tu pensi che le persone si siano accorte di questo cambiamento? Tu pensi che notino la differenza tra io prendo te e io accolgo te?
No!!!
E questo perché: primo non c’è più l’interesse, il correre che sottolineavo ieri che ha fatto perdere la visione dell’andare e poi altrettanto importante la mancanza del sapere: se non conosci non puoi gustare e neppure capire.
Per questo scrivevo che se dipendesse da una formula di rito tutto sarebbe risolto. Il rito è importantissimo, le parole il loro significato sono importanti, fanno la differenza se chi le ascolta le sente e le comprende, altrimenti sono solo parole, anzi sono le solite parole.
Ti riporto ciò che mi è accaduto qualche giorno fa: incontro una persona per fare una prima bozza del libretto per il matrimonio; alla fine ci accorgiamo che manca un’antifona e questa mi risponde: “inventati tu qualcosa” !!!
Comprendi il grado di non conoscenza? Avrei potuto scrivere qualsiasi cosa…
La consacrazione il momento culminante della celebrazione, metà delle persone non si inginocchia, non riconosce ciò che si celebra.
Tanti, non tutti, fedeli non comprendono perché non conoscono e non conoscono perché pochi iniettano in loro la curiosità di conoscere questo mistero.
Concludo sottolineando la stima e l’ammirazione per Ratzinger e per papa Benedetto XIV, la profondità che usa a volte mi lascia senza respiro.
Paolo_Coveri
#6 Serve anche un buon catechismoPaolo_Coveri 2015-06-12 01:50
Cara Rita, solo da qualche mese ho scoperto, grazie a un amico, la Santa Messa secondo il Rito Romano di San Pio V.
La prima volta ero quasi del tutto impreparato, perciò mi ha lasciato un po' sconcertato, nonostante il libretto in cui potevo leggere la traduzione italiana di ciò che si diceva in latino, e mi ha colpito il fatto che la voce del sacerdote - a parte durante l'omelia - si è sentita molto poco rispetto alla Santa Messa a cui ero abituato.
La seconda e la terza volta, invece, ho partecipato dopo essermi un po' studiato questo rituale, così inusuale per me, nato nel 1965 e perciò cresciuto in pieno periodo post-conciliare. Sono quindi riuscito a seguire le varie fasi in modo molto più consapevole e, in ogni caso, già dalla prima volta ho notato come non vi fosse nessun elemento di "distrazione" e nessuno "show", nessun canto o comportamento che contrastasse minimamente con la solennità della liturgia in cui si ripete, seppur in modo non cruento, il Sacrificio della Croce. Una intimità con Gesù Cristo a cui - secondo me - è più difficile arrivare con il "Novus Ordo Missae".
Ma sono arrivato anche a pensare che la Santa Messa, per essere vissuta pienamente, prima di assistervi (non durante) necessiti anche della conoscenza di un minimo di catechismo che sia stato ben spiegato, cosa che a me, per una serie di ragioni, è in buona parte mancata e che sto cercando lentamente di recuperare ancora oggi.
Paolo_Coveri
#7 Un articolo sui "significati dimenticati"Paolo_Coveri 2015-06-13 16:29
:arrow: A proposito di "significati dimenticati", proprio oggi mi è capitato di leggere un articolo (di qualche anno fa) che parla proprio della liturgia tradizionale e di quella nuova. Ma anche di come, nella maggior parte dei casi, ci sia bisogno di un buon "ripasso" del Catechismo.

Il titolo è emblematico:
"Alla Messa non si “partecipa”. E non si deve “capire”."

Il sottotitolo, anche:
"Il silenzio e la solitudine intorno al Golgota intorno all’altare .
Quel vecchio che si sentiva “giovane” davanti al suo Dio.
Il silenzio e la solitudine dell’altare.
Il Mistero sacrificato alla “comunicazione”… finta.
La “gente” non deve “capire”, ma adorare; la “gente” non deve “partecipare”, ma assistere.
"

Per chi volesse leggerlo (è un po' lungo, ma credo ne valga la pena) seguire il seguente link: papalepapale.com/.../...

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