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mandorlo

Alla fine l'han detto dei Greci venuti a Gerusalemme: forse perchè non ce la facevano più o, magari, perchè sentivano che quella cosa era sulla bocca di tanti ma nessuno aveva il coraggio di confessarla. L'hanno detto, e questo basta perchè rimanga scritto. S'avvicinano a Filippo – chissà da quanto s'erano organizzati quella scena: quanti appostamenti, quante supposizioni, quanta voglia nel cuore – e glielo dicono senza mezzi termini. Ad una bellezza rude e fanciullesca s'aggrappano: «Vogliamo vedere Gesù!» (liturgia della V^ domenica di Quaresima). Punto: che struggimento, che ardore, che mistero. Loro, uomini di una terra d'intelletto e di fascino, come i Magi: pur lontani, avvertono il fascino di quel Volto, sentono l'impeto di quella calamita che, pur ignota, mette in subbuglio il cuore e non lo manda fuori giri. Non li lascia più nemmeno in pace con loro stessi «Vogliamo vedere Gesù!». Vogliamo vederlo, non ce la facciamo più a solo a sentir parlare: la sua faccia è per noi mistero e desiderio, ansia e consolazione, gaudio e struggimento. Come i discepoli quella volta: anche loro non ce la facevano più a cogliere d'orecchio la Bellezza. Vollero metterci dentro lo sguardo. Anche quella volta fu Filippo a fare al Maestro confessione comunitaria: «Mostraci il Padre e ci basta». Ci sono sere – di tempeste furiose e di mari sui quali non soffia alito di vento – nelle quali l'unica cosa che conta è vederLo. Tutto il resto non basta più.
E' la festa dei cinque sensi: c'è un Dio così vicino d'essere diventato abbordabile, intimo, di casa e bottega. Non basta la vista, occorre tutto l'armamentario per fare festa. Un Dio da vedere. La vista, il senso dei sensi: «Vide e credette» (Giovanni 20,8). La vista è il racconto della nostra storia. Con lo sguardo si vive e si muore, ci s'innamora e si dispera. Lo sguardo non tradisce. Un Dio da ascoltare. L'udito è possibilità di relazione, di azione, di reazione. E' sentire dei suoni che svegliano la memoria, è sentire ma anche ascoltare: «Subito un gallo cantò. E Pietro si ricordò della parola» (Marco 14,72). E' possibilità di cogliere le differenze: di ritmo, di frequenza, di melodia. Di timbri e di musica. Un Dio da annusare: l'olfatto è legato all'odore e al sapore: «Mi ha detto tutto ciò che ho fatto» (Giovanni 4,39). Quindi alla memoria, al ricordo, all'identità. E' la mappa della nostra storia: e ogni viaggio chiede una mappa per non perdersi. Un Dio da gustare. Il gusto: «Prendete, mangiate: questo è il mio corpo» (Matteo 26,26). E' l'acquolina in bocca, l'arrosto della domenica, il sapore di Cristo. Un Dio da toccare: il tatto: il senso più bistrattato nell'era del web e degli abbracci virtuali. Il tatto della Creazione: il senso che accese la storia. Il tatto dell'Incarnazione: «ll Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi» (Giovanni 1,14): il tatto che divenne contatto. Fino a fondersi nell'amicizia.

«Sarebbe di grande utilità, a tal fine, promuovere una sorta di pedagogia del desiderio, sia per il cammino di chi ancora non crede, sia per chi ha già ricevuto il dono della fede. Una pedagogia che comprende almeno due aspetti. In primo luogo, imparare o re-imparare il gusto delle gioie autentiche della vita[…]Proprio le gioie più vere sono capaci di liberare in noi quella sana inquietudine che porta ad essere più esigenti – volere un bene più alto, più profondo – e insieme a percepire con sempre maggiore chiarezza che nulla di finito può colmare il nostro cuore[…]Tutti, del resto, abbiamo bisogno di percorrere un cammino di purificazione e di guarigione del desiderio. Siamo pellegrini verso la patria celeste, verso quel bene pieno, eterno, che nulla ci potrà più strappare. Non si tratta, dunque, di soffocare il desiderio che è nel cuore dell'uomo, ma di liberarlo, affinché possa raggiungere la sua vera altezza […] In questo pellegrinaggio, sentiamoci fratelli di tutti gli uomini, compagni di viaggio anche di coloro che non credono, di chi è in ricerca, di chi si lascia interrogare con sincerità dal dinamismo del proprio desiderio di verità e di bene»
(Benedetto XVI, «L'anno della fede. Il desiderio di Dio», www.vatican.va, 7 novembre 2012).

Di quella ricerca del Volto, pionieri furono i discepoli. Alle porte di Gerusalemme han trovato altri cercatori come loro. Tutto come all'inizio: anche allora fu così. «Andarono e videro dove abitava (…) Abbiamo trovato il Messia!» (Gv 1, 35-42). La gioia di pochi scatena un tam tam per le strade di Palestina. Andrea lo dice a Simone, poi lo viene a sapere Natanaele. Dopo di lui altri ancora: una voce che mai più s'arresterà. Il desiderio di uno diventa il desiderio di molti, seppur stranieri: «Vogliamo vedere Gesù». E' così semplice il motivo: portare Gesù dopo averlo incontrato è vivere in modo tale che gli altri, guardandoti, dicano “Ma come sei bello, vorrei essere proprio come te”. E' così: quando tu sai di buono, l'altro ha voglia di assaggiarti: quando tu profumi di buono, uno ha voglia di curiosare dentro i tuoi occhi. Di rubarti quel segreto. D'incontrare pure lui quel Dio che con la Samaritana si «si fece spazio poco a poco nel cuore di lei (…) Colui che domandava da bere, aveva sete del desiderio di quella donna» (Agostino). Peccato che pochi ce lo dicano: non è solo l'uomo a desiderare Dio. All'inizio è sempre l'esatto contrario: il desiderio di Dio è di rendere desiderabile la sua Presenza accendendo nel cuore dell'uomo il desiderio di Lui. Un Dio desiderabile e desiderante. Il Dio di chi, per non soccombere, deve confessarsi pubblicamente: «Vogliamo vedere Gesù». Non ce la facciamo più!


 

Avvisi Parrocchiali
Questa settimana vivremo gli ultimi due appuntamenti della Quaresima in vista della Pasqua.
a) Mercoledì 25 marzo 2015 (ore 20.30) presso la Parrocchia di Cogollo del Cengio (VI), "L'olfatto. Con il naso all'insù". Essendo l'ultima tappa del cammino, sarà possibile alla fine della serata trovare i testi di tutte le meditazioni d'Avvento 2014 e di Quaresima 2015.
b) Giovedì 26 marzo 2015 (ore 20.30) presso la Parrocchia di Ponte di Piave (TV), "Il sonno e l'insonnia. Maria, prove di canto in piena notte" (Gv 20,1-18).
Ci teniamo aggiornati su tutti gli incontri seguendo lo spazio "Appuntamenti" nel nostro sito.

 

don Marco Pozza
L'autore: don Marco Pozza

Marco Pozza (1979), parroco della parrocchia del carcere Due Palazzi di Padova, è uno «straccio di prete al quale Dio s'intestardisce ad accreditare simpatia, usando misericordia», come ama dire di se stesso.
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Commenti   

donmarcopozza
#1 Gesù non è Ciceronedonmarcopozza 2015-03-21 09:57
“Vogliamo vedere Gesù” – gridano alcuni greci a Filippo. Immagino con quanta passione, con quanto entusiasmo, con che convinzione quei discepoli abbiano raccontato al mondo l’incredibile incontro con Gesù di Nazareth. Gentre straniera urla: “Vogliamo!”: verbo tremendo che mette in circolo la volontà, la grinta, la caparbietà. “Volere” rassomiglia tanto a “volare”. Non potevano tacere perché loro s‘erano imbattuti nella nuova alleanza cantata da Geremia. Che personaggi… Per la gente erano prigionieri della follia; loro, invece, s’erano allenati a diventare scrutatori del cielo per intuire l’irrompere di quell’arcobaleno che parla di alleanza, che allude a tempi migliori e introduce nell’anima la voglia di ri-cominciare. Andrea e Filippo: aggrappati alla Speranza sono stati capaci di dimostrare al mondo – che forse si era un po’ impantanato -, che è possibile andare avanti, che è possibile camminare verso il Signore della storia.
Bellezza? Certo, a caro prezzo! “Se uno mi vuol servire mi segua”. Innamorarsi di Gesù Cristo, perdere la testa per Gesù Cristo, impazzire di follia per quell’Uomo fino a confondere i sogni. Mi dispiace: ma se vuoi capirci qualcosa dimentica tutti gli scarabocchi d’amore, quelle poesie più o meno romantiche incise sulle panchine dei giardinetti, quegli sms che non reciteresti mai a voce alta per la vergogna, quei sentimenti venduti all’ombra di una sabato sera qualsiasi. No! Innamorarsi di Gesù Cristo come fa chi ama perdutamente una persona e attorno a lei raccorda le scelte della sua vita, coltiva gli interessi, adatta i gusti, corregge i difetti, modifica il carattere, trascina nel suo vortice i giorni, le notti, il riposo, il lavoro, la festa, la ferialità, la gioia, il dolore, le delusioni, le speranze. Si: un investimento totale. L’amore per Cristo, se non ha il marchio della totalità, è ambiguo. Il part-time, il servizio a ore, magari con il compenso per le straordinarie, con Cristo non è ammissibile: un servizio ad ore odorerebbe di prostituzione.”Se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane da solo; se invece muore produce molto frutto”. Raccontami: che gioia d’estate addormentare lo sguardo sui campi dorati, sulle spighe che s’arrampicano verso il cielo, sugli steli che inanellano danze nei meriggi assolati, sul vento che li accarezza all’imbrunire del sole. Eppure l’inizio era una schifezza! Sotto terra un seme spandeva odore di marcio, t’avrebbe sporcato le mani a toccarlo, non avresti scommesso nulla. Solo il contadino sa che per arrivare alla spiga occorre passare per il marcio. Tu la chiami “schifezza”, lui la chiama poesia della natura. “Ora l’anima mia è turbata; e che devo dire? Padre salvami da quest’ora? Ma per questo sono giunto a quest’ora” (Gv 12,27). Ha paura Gesù. Gesù non è Cicerone che tende impavido il collo a chi lo uccide, o Seneca che apre con calma le proprie vene alla morte. Gesù non vuole morire, ecco perché è un poema d’amore la sua accettazione. Forse anche Lui si sarà ricordato che ”se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane da solo; se invece muore produce molto frutto”. E’ l’assurda proposta d’amore di Gesù Cristo agli uomini del terzo millennio, per vivere sani in un pianeta di matti. Perché solo nel vocabolario della lingua italiana “successo” viene prima di “sudore”.

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