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Il Congo è forse tra i paesi più emblematici per spiegare la ricchezza di risorse dell’Africa e, al contempo, la povertà africana, della quale l’Europa e tutto il vecchio mondo, comprese le nuove tigri asiatiche, non sono immuni da colpe. Perché non è la mancanza di risorse prime da sfruttare il problema del Congo, bensì come e da chi esse siano utilizzate.
Un Paradiso terrestre, ricchissimo di risorse naturali: foreste pluviali, riserve idriche, piantagioni di caffè, zucchero, cotone. Ancora più ricco è il sottosuolo, che offre petrolio, diamanti, rame; ma, soprattutto, minerali fondamentali nella produzione di telefonia cellulare e prodotti elettronici, come cobalto, tantalio, tungsteno e stagno e, in particolare, il coltan (raro minerale, di cui il Congo detiene il 50% dei giacimenti mondiali). È proprio l’estrazione di questo materiale ad essere una tra le principali cause dell’attuale instabilità economica.

«La guerra - nata per garantire il monopolio del prezioso materiale nelle mani di pochi affaristi - ha causato migliaia di vittime, costringendo la popolazione in uno stato di assoluta povertà. Le miniere sono concentrate a Est, nella provincia di Kivu. Le condizioni dei minatori (molti sono ragazzi giovanissimi) sono al limite della sopravvivenza: lavorano dall’alba al tramonto in cunicoli soffocanti, spesso trasformati in trappole mortali dagli improvvisi allagamenti; vivono accampati in tendopoli costruite con lamiere e materiali di fortuna; sono decimati dalle malattie e privi di assistenza medica. Ma sono soprattutto alla mercé delle bande armate che li derubano, li uccidono e violentano le loro donne per assicurarsi il controllo delle miniere» (La Stampa)

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Si parla spesso di “cultura dell’accoglienza”. Se c’è un posto dove dovremmo impararla, è l’Africa: sarebbero capaci di togliersi di bocca l’ultimo pezzo di pane, pur di essere accoglienti verso un ospite. Hanno l’acume di profumare la capanna con fiori secchi, anche se non sanno come tirare sera con le provviste di cibo, nella loro casupola, sotto alle banane che coltivano.
La cultura africana è ricchissima e piena di sfumature, anche se non tutto è condivisibile. Parlo, di tante credenze ancestrali o superstiziose, che rischiano di causare problemi e disagi, quando non ad episodi  di violenza e discriminazione, come, ad esempio, nei confronti degli albini, le cui parti del corpo sono ricercatissime come amuleti.
Eppure, se c’è una cosa che, ricordo, rimase vivamente impressa in me, quando raggiunsi l’Africa più nera, fu proprio questa: l’arte e la passione di raccontare, che accomunava proprio tutti (grandi e piccini, giovani e anziani). Tutti si avvicinavano, chiedendo di poter parlare. Solo parlare, per raccontare di sé, del proprio villaggio, del proprio popolo, del proprio Paese. Con speranza, carica d'aspettativa. Possibile che cercassero me, della stirpe dell’uomo bianco, che ben poco di bene aveva fatto in questi luoghi aspri e selvaggi, di terra rossa, di pista per le auto e di bananeti senza fine? Forse avevano dimenticato. O, forse, cercavano di dare una seconda opportunità all'umuzungu (uomo bianco).
Siamo diversi, non uguali. Proprio qui, risiede la bellezza!
Ognuno ha delle radici, da conservare. Con cui fare i conti eventualmente, ma mai da abbandonare. Anche e soprattutto i migranti, uomini, donne e bambini che hanno dovuto rinunciare alle certezze in patria, per un viaggio oltremare, oltre oceano. In ogni caso: oltre confine, lontano dai rassicuranti racconti e sapori familiari, che sanno di casa, nel bene e nel male. Ce lo racconta Igiaba Scego (di origine somala): pur essendo nata in Italia, avendo studiato e lavorando tutt’ora a Roma e amando senza remore il Bel Paese, mantiene legami con le proprie radici, ricorda le “fiabe splatter” raccontate dalla madre, che fanno parte della tradizione somala.
Ed è giusto sia così, perché ogni uomo porta sulle proprie spalle le tradizioni di chi lo ha preceduto.
Ho un ricordo speciale, di quelli che non puoi condividere sui social, né Facebook né Instagram. È l’odore dei vari cibi che si respirava lungo il cardo od il decumano di Expo 2015: c’erano le spezie orientali e quelle del vicino Oriente, lo zenzero e il cardamomo, la cannella, il curry e il wasabi si mescolavano con l’odore di patatine fritte, di hamburger con le alghe e di riso cucinato in ogni modo possibile ed immaginabile. Un giro del mondo, in pochi metri. Unicamente, con l’olfatto. Muta testimonianza dell’ingente ricchezza di espressione dell’animo umano.

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“Il piccolo Charlie non stava vivendo. Stava morendo.
A sette mesi sopravviveva in terapia intensiva, intubato, senza poter fare più nulla che avesse a che fare con la vita di un bambino di sette mesi. A sette mesi i bambini cominciano a sorridere, mangiano le prime pappine, gattonano, hanno il loro giochino preferito.
Charlie non era nulla di tutto questo.
Era una creaturina gracile, immobile, sofferente e spacciata. Sì, spacciata. La sua malattia galoppava veloce e lo consumava giorno dopo giorno.
Noi non siamo i genitori di Charlie. Abbiamo il dovere di rimanere lucidi.
Nessuno ha deciso che Charlie doveva morire. Quello l'aveva già deciso quella natura ingiusta che punta il dito a caso.
Qualcuno ha deciso che dovesse farlo senza soffrire più di quanto non avesse già sofferto. E soprattutto, qualcuno ha deciso che la famiglia non dovesse essere vittima due volte: di un natura infame e di un'illusione. Legittima, comprensibile, umana ma falsa. Come certi pipponi etici e moralistici di questi giorni, che non difendono la vita ad ogni costo, ma uno slogan ad ogni costo.
E per me oggi #jesuischarlie ricorda un altro diritto: quello di morire con dignità.”

Questo il commento di un profilo Facebook, di un personaggio famoso, che riprendo unicamente perché condensa il pensiero non solo proprio, ma anche di tante altre persone, dal momento che ha ricevuto una certa condivisione, nel web.
È vero, Charlie Gard non gattona, come fanno tutti gli altri bambini. Ma mangia, solo in un modo diverso. Ed ha il suo giochino preferito, accanto a sé, in un letto. E questo si può dire di tanti bambini che non solo hanno 10 mesi, ma anche uno, due, tre, cinque, dieci o anche quindici anni, ma purtroppo hanno una malattia fortemente invalidante, come può essere, per esempio, la SMA. Possono ricevere ventilazione artificiale, occasionalmente, o frequentemente. Non è una cosa particolarmente piacevole: certo, non rispecchia i parametri social dei “selfie” da condividere con gli amici, con tanto di didascalia esplicativa.
Charlie non è il solo, perché in condizioni simili alle sue non si trovano solo altri 16 pazienti che condividono la medesima malattia. Non è che la punta dell’iceberg di tanti disabili gravissimi, giovani e meno giovani, che vorremmo non vedere e da cui magari giriamo lo sguardo perché non vogliamo rattristare le nostre tranquille giornate apparentemente perfette. Charlie non è in punto di morte, tanto che i medici non hanno avuto problemi a differire la propria sentenza mortifera, come invece avrebbero dovuto avere, se si fosse invece trattato di un paziente in fin di vita. Terminale, appunto. Evidentemente, non è così.
Il piccolo paziente, che vorrebbe essere eliminato dalla sanità inglese, nonostante la volontà dei genitori di poter tentare una cura altrove, o, al limite, accompagnarne ogni momento della vita, indipendentemente da quanto potrà essere lunga, è affetto da deplezione del DNA mitocondriale, una rara malattia genetica. Come nella maggior parte di queste patologie legate al DNA, la risposta del malato alle cure può essere molto diversa, caso per caso, tuttavia, gli esperti sottolineano che «molti bimbi con la stessa malattia sono migliorati oltre ogni aspettativa medica».
Non c'è solo la questione medica o bioetica, in realtà, siamo anche di fronte ad un precedente giudiziario dai contorni allucinanti e kafkiani, dal momento che a chiedere la morte non sono né il piccolo paziente (per ovvi motivi), né i suoi tutori legali, bensì i medici, che, calpestando quindi il consenso informato, hanno ricevuto appoggio dal sistema giudiziario. Tutta questione situazione aggiunge un senso di prevaricazione dell'autorità civile nei confronti di una situazione che di per sé è già dolorosa e complessa, di suo.