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«Chi l’avrebbe detto che sarei arrivato a sessant'anni?». Estraniata dal suo contesto, è difficile comprendere quanto questa semplice e spontanea riflessione - fatta scivolare a fior di labbra, in occasione del proprio compleanno, quale ringraziamento, in risposta ad un augurio ricevuto - possa essere impregnata di ottimismo e gratitudine,.
Quando il mostro del cancro fa capolino, nulla è più scontato: o ti prende la depressione e ti lasci andare, oppure ti fai sorprendere dallo stupore beato dei bambini. Non esistono vie di mezzo!
Guerrieri. Questo è l’appellativo che ricevono coloro che sono chiamati a combattere la malattia, per amore della Vita. Guerrieri, a tutte le età: “piccoli guerrieri”, se si tratta di bambini, a cui, fin dalla più tenera età, la vita chiede di mettere in campo tenacia e forza di volontà, per non soccombere sotto il peso della sofferenza. “Guerrieri indomiti”, se la malattia bussa alla porta di un uomo non più giovane, al quale, forse, è chiesto un surplus d’audacia per non accontentarsi degli anni alle spalle, ma grattare con le unghie e coi denti, ogni attimo di più regalato dalla vita, quale preziosa condivisione degli affetti più cari.

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“Io valgo!” affermava, con orgoglio, una nota pubblicità di shampoo e prodotti cosmetici.
L’adolescente non può permettersi questa certezza. Per lui è dubbio e domanda, a cui è chiamato a rispondere, costruendosi la certezza di una risposta simile, solo con il passare del tempo e con l’assunzione della consapevolezza di sé.
Tutti diversi, ma ciascuno prezioso. Esattamente com’è.
Un messaggio importante sempre, ma mai quanto lo è riceverlo durante l’adolescenza. Questo il messaggio comunicato a tanti ragazzi delle medie, in una scuola paritaria di Milano. Una giornata di festa, all’insegna di tornei sportivi, con la partecipazione di alunni, docenti e genitori (questi ultimi, particolarmente stanchi, ma felici, per aver battuto la squadra di insegnanti, in cui in realtà c’erano per la maggior parte, studenti preadolescenti, con più fiato, quindi, di chi li ha messi al mondo).
Tanti premi, a ragazzi molto diversi tra loro. Soprattutto, non soltanto ai soliti “secchioni” ma anche a chi ha saputo mostrare doti sportive, musicali, creative od artistiche. Oltre alle premiazioni per i giochi di squadra (svolti della giornata in corso) e per le gare di sci (tenutesi nei mesi precedenti, durante una gita sulla neve), sono fioccati i premi più simpatici ed originali: per l’impegno scolastico, per il desiderio di imparare, per la performance teatrale (da protagonista o anche come personaggio secondario), per l’organizzazione di attività extrascolastiche, per la curiosità nata dalla rielaborazione di un’esperienza all’orto botanico, per l’aiuto profuso nei confronti dei compagni, per la propria “evoluzione personale”.
A colpirmi è stato che a ricevere proprio quest'ultima "medaglia al merito" sia stato un ragazzo di conclamata e certificata (come se ce ne fosse bisogno!) iperattività e deficit dell'attenzione. Una diagnosi che, quando ricevuta, tende a portare, unanimemente, docenti e genitori, se non allo sconforto, sicuramente ad una cocente preoccupazione che il ragazzo possa vivere come momento difficile il proprio periodo scolastico, che - del resto - è uno dei periodi più lunghi, per la vita di una persona e, quindi, non certo un dettaglio. La nota di merito, prima che al ragazzo, andrebbe alla scuola, insieme con tutti coloro che hanno saputo vedere e valorizzare in lui tutto ciò che di bello può portare, al di là dell'evidenza (ingestibilità, ipermobilità, esigenze differenti rispetto alla media degli studenti. La vivacità e l’incontenibilità, non più viste come un peso di cui farsi carico,  bensì come esplosiva potenzialità che supplica solo la pazienza di essere incanalata in un progetto che accenda l’entusiasmo del ragazzo, magari coadiuvata dalla creatività (un laboratorio teatrale, un corso di batteria, o di parkour). 
La buona scuola, forse,  inizia proprio da qui: dal sogno di un progetto educativo condiviso, tra scuola e famiglia, che veda al centro, assoluti protagonisti, i giovani allievi, con i loro sogni e i loro desideri, le loro fatiche e le loro difficoltà, ma anche le loro originali ed incomparabili abilità di esprimere se stessi, ciascuno con le proprie peculiari potenzialità, che attendono solo di essere innescate da qualcuno che abbia il coraggio e l'audacia di crede in loro, con ascolto vivo ed interessato ed attenzione personale e focalizzata. In un mondo sempre più massificato, il  desiderio di riconoscimento del proprio vero sé è ancora più accentuato e famelico.

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Abitare in una capitale ad alta densità di turisti, significa anche che in alcune sere, giusto poco prima di addormentarsi, si accenda una lampadina d’allarme con tanto di lucina rossa ad intermittenza. Il dubbio amletico è un quesito non da poco: ma tutti coloro cui oggi ho indicato la strada saranno giunti a destinazione? Posto che ancora non ho avuto notizie di persone disperse a causa di indicazioni non comprese, credo di potermi concedere un barlume di speranza che metta a tacere, almeno per un po’, il segnale di pericolo.
Di solito il copione è quasi sempre il medesimo: aria smarrita, cartina del posto osservata da tutte le angolazioni possibili ed immaginabili, andare incerto di chi non sa dove muovere i suoi passi. Più che legittimo, se ci si trova in un luogo mai visto prima e magari non si conosce la lingua del posto. La soluzione cui comunemente si ricorre è spesso quella più pratica e logica: indicare la strada più breve e più semplice, in modo da non dare altre difficoltà ai malcapitati, ma soprattutto per non averli sulla coscienza.
La linea retta è la strada più breve tra due punti, afferma la geometria. Una verità universale che nessuno si sognerebbe mai di smentire.
Giusto?
E invece no.
Già me lo vedo, proprio mentre scrivo queste parole. Sorride sornione e non prova nemmeno a nasconderlo, l’aria di chi la sa ben più lunga di me, di chi vede più lontano di me.
Se la vita – la mia, la tua che leggi – fosse una cartina geografica sarebbe colma non di linee rette, ma di arabeschi dalle molteplici curve, dai repentini cambi di direzione, dai punti per cui si transita più volte e nessuna di esse è uguale alle altre.
Di solito questo è un percorso di cui prendiamo coscienza solo a posteriori, quando siamo arrivati alla meta e ci voltiamo indietro per riflettere sulla strada che ci ha condotto fin lì. Oppure quando a quella destinazione non siamo affatto giunti, ma l’approdo è stato in altro lido mentre i passi iniziali avrebbero voluto andarsene altrove. In questo secondo caso fermarsi ad osservare le tappe del viaggio si riveste di un significato in più, perché mette a confronto partenza ed arrivo, li valuta, li soppesa e ne trae le conclusioni.
Che Dio ami gli arzigogoli e quasi per nulla le rette lo possiamo capire dalle storie d’uomini sparse nei secoli.
Francesco, giovane cavaliere di Assisi, per esempio. Un’esistenza improntata sull’affermazione di sé, poi la fermata obbligatoria in battaglia, i dubbi, la scelta di una nuova strada su cui indirizzare tutto se stesso fino a spogliarsi di ogni cosa. Una vita fatta di andate e ritorni, ma soprattutto di svolte intrise di coraggio.
Da Abramo a Mosè, passando per quell’arabesco meraviglioso che è la storia di Giuseppe, venduto a tradimento da coloro che amava e poi divenuto unica speranza di salvezza per essi, venuti a mendicare cibo proprio prostrandosi ai suoi piedi.
Simone, rozzo pescatore del Lago di Galilea: dalle curve di un nuovo modo di amare Dio ed il prossimo, al cambio di direzione di un rinnegamento ed una fuga. Dove l’uomo ne avrebbe fatto una tappa d’arresto l’Uomo seppe tramutarlo in inizio di un nuovo cammino.
Un po’ come il “ricalcolo” con cui esordisce la voce del navigatore satellitare quando non prendiamo la direzione che ci consiglia. Hai sbagliato la strada? Pazienza. Ce n’è un’altra a disposizione, ritenta.
L’alternativa è l’inversione a U. Il codice della strada la proibisce – per le sue giuste ragioni – il codice della Misericordia invece la inserisce tra le prime manovre da adottare quando ci si imbatte in essa. Dei dieci lebbrosi, solo uno di loro ingranò la retromarcia per tornare a ringraziare colui che li aveva guariti.
E tuttavia, ammettiamolo, a posteriori è facile fare discorsi come questo. Una volta partiti ed arrivati è abbastanza semplice tirare le somme. È invece nel mezzo del cammin che la faccenda si fa più complicata. Quando il navigatore tace all’improvviso e non ci dà più nessuna indicazione. Quando la cartina a nostra disposizione è più confusa che mai ed ogni cartello indica “tutte le direzioni” senza che sia del minimo aiuto. Quando ci sembra di andare avanti di qualche passo, poi siamo costretti a farne due indietro e magari tre di lato, solo che è la nostra vita e non un corso di salsa.
È in momenti come questi che ci tramutiamo in Totò ed esclamiamo esasperati una frase ormai celebre: “Per andare dove dobbiamo andare, per dove dobbiamo andare?
Una soluzione unica per tutti non c’è.
Qualcuno capirà dove andare solo giungendo ad un vicolo cieco, ed allora l’unica direzione da prendere sarà tornare sui propri passi ma con la consapevolezza della strada già intrapresa. Altri invece possono avere la fortuna di imbattersi in provvidenziali aiuti, o in compagni di viaggio con cui condividere un tratto di percorso. Qualcun altro fermerà il proprio cammino sul ciglio della strada, cercando momenti in cui riflettere sul da farsi, indeciso su ogni direzione da prendere.
Non sempre sarà semplice, non sempre sarà veloce capire dove muoversi e quando è il momento giusto di farlo. Quasi mai si troveranno scorciatoie, ma spesso lunghi giri che sembrano andare troppo al largo e curve così strette da far girare la testa. Cercare la strada lunga, la porta stretta, la via più in salita.  
L’agire di Dio va contro ogni regola di umano buonsenso. Possiede una geometria tutta sua, un navigatore satellitare che delle strade della vita sa fare arabeschi, che possono diventare autentici capolavori.