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sediavuota

Diciassette sedie vuote attorno ad una bara (occupata). Sopra ogni sedia un nome, quelli delle sue diciassette vittime: con un fiore di gerbera appoggiato accanto. A Donato Bilancia (1951 – 2020) il funerale l'abbiamo celebrato così: con la sua bara circondata, accerchiata, da diciassette sedie vuote. Non solo sedie ma storie, memorie, disgrazie, buio fitto: i fermi-immagini della storia di un uomo che, per il peso delle sue gesta, verrà tramandato ai posteri come il serial killer più efferato del Novecento d'Italia. La storia è memoria. Anche ripetizione.
Forte del privilegio di averlo accompagnato, per oltre dieci anni, nella sua attraversata (quasi in solitaria) del purgatorio del carcere, ciò che mi stupiva dei suoi racconti, del suo inferno individuale, non era che i parenti delle vittime non l'avessero mai perdonato, quanto che lui non riuscisse, nonostante gli sforzi, a perdonare se stesso per quelle volte che s'era fatto carnefice di storie che, nella maggior parte dei casi, non avevano nulla in sospeso con la sua storia. Prima di addentrarmi nel mistero Bilancia – di oltrepassare la soglia delle patrie galere – il perdono mi appariva come la cosa più logica, probabile: il fatto è che, quando non ne sei chiamato in causa in prima persona, è tutto così semplice e scontato che nell'attimo in cui vieni tirato in ballo direttamente, invece, quel tutto inizia a farsi di difficile interpretazione. Nessuna parola, come il perdono, corre il rischio di venire abusata o, tutt'al più, citata a seconda dell'aria che tira.
C'è sempre una sedia vuota da mettere in conto quando ci si addentra in quest'arena dove il bene e il male son in perpetua battaglia tra di loro: «La linea che separa il bene dal male attraversa il cuore di ognuno» scrisse Solzenicyn. E in quella sedia vuota pare sia necessario intavolare un dialogo con l'offensore, anche se fisicamente assente: prima del perdono c'è lo sfogo di tutta la rabbia per tentare, poi, di trasformarla in qualche domanda, in conoscenza dell'altro. E su quella sedia vuota, magari, ogni tanto star seduti noi, anche solo per qualche attimo, quasi fossimo nella condizione di rispondere al posto dell'offensore. Lo stare “dall'altra parte”, in certe occasioni, aiuta a considerare meglio il percorso fatto dal male prima di diventare un gesto. E lo stesso gesto, riletto dall'una o dall'altra parte, assume tonalità differenti. Pur conservando accenti di belva.
Un offeso e un offensore. Per un cristiano ce n'è un terzo: Dio. Ecco le tre facce possibili del perdono: quella di chi ha subìto un'angheria, quella del Dio a cui si bussa per cercare di strappare la misericordia, quella di sè stessi. Il perdono da parte di chi ha subìto rimane il gesto con la più alta percentuale di grandezza: concentrarsi sull'amore, mettendo da parte per un po' l'odio, riesce a fare di una storia qualsiasi quasi un anticipo d'eternità. Qualcuno ci riesce, e il suo riuscirci diventa un monito: “Perdonare è possibile!” Per uno che ci riesce, nessuno potrà più dire ch'è impossibile riuscirci. Ci sono nomi e volti a disposizione: Agnese Moro, Benedetta Tobagi, Giovanni Bachelet, Calabresi Gemma. Non sempre il perdono dell'offeso segue il pentimento dell'offensore: certe volte addirittura lo precede! E, precedendolo, lo causa: un raddoppio di grandezza. Anche storie di segno opposto: di chi arranca, non ce la fa. Tra gli spalti e la pista c'è la realtà.
Dio è la variabile x dei cristiani. La sua misericordia non cancella il passato ma allarga il futuro di chi ha sbagliato: “Ciò che hai fatto è ignobile: riparalo, se puoi! Nel frattempo, però, guarda me e non più il tuo peccato!” Per un cristiano, dunque, il perdono è una restituzione: «Essere un cristiano significa perdonare l'imperdonabile: Dio ha perdonato l'imperdonabile in te» (C.S. Lewis). Quando un cristiano dice di non avere affatto bisogno del perdono di Dio, avrebbe bisogno del suo perdono proprio per vedersi assolto da questa sua bugia.
Il perdono più difficile, comunque, resta quello che un uomo deve riuscir a trovare per sè: perdonarsi l'imperdonabile, dopo essersene resi conto, pare sia la sfida titanica in corso di svolgimento non soltanto dentro le patrie galere ma anche in pieno centro-pedonale della propria storia. Cambiano le dimensioni, le coordinate spazio-temporali: il principio no. Neanche la fatica di far pace con sè stessi per poi, magari, riuscire a fare pace con l'altro.
Soprattutto in materia di perdono un conto sono i protocolli di sicurezza e, un altro è ritrovarsi in mezzo ad un'emergenza: è l'emergenza a metterti “spalle al muro”. Ma mentre ci si chiede se perdonare sia giusto oppure no, è indubbio che soltanto il perdono, e non la vendetta, faccia entrare un po' d'aria fresca nel mondo.

(da «Specchio» de La Stampa, 13 marzo 2022)


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don Marco Pozza
L'autore: don Marco Pozza

Marco Pozza (1979), parroco della parrocchia del carcere Due Palazzi di Padova, è uno «straccio di prete al quale Dio s'intestardisce ad accreditare simpatia, usando misericordia», come ama dire di se stesso.
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Commenti   

Santiago
#1 Rabbino tu sei saggioSantiago 2022-03-14 15:07
Proprio oggi ho ascoltato un commento alla Parola di un Rabbi sulla Torah.
Interrogato su quale sorte toccasse ad una persona giusta in vita ma in peccato al trapasso e al contrario
un'altra in completo "disordine" per poi chiedere perdono, così ha spiegato.
Un sassolino gettato in mare cade? E 100 grosse pietre su di una grande barca affondano?
Affidarci alla misericordia di Dio con un sincero pentimento è la barca che ci può salvare.
Credo che a Giuda fischino gli orecchi

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