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Ci vuole sempre coraggio a chiedere scusa. Il coraggio di un passo indietro. Dall’orgoglio, dall’egocentrismo, dalla ferrea convinzione di essere perfetti e di non sbagliare mai.
Chiedere scusa è riconoscere di aver commesso un errore, di essere andati fuori strada. Magari, senza piena avvertenza; magari, senza la minima intenzione di far del male a qualcuno; molto spesso, anzi, la colpa principale è proprio la disattenzione, cioè il lasciar scorrere le ore, fors’anche la vita, senz’accorgersi delle persone, delle loro esigenze più profonde, dei loro desideri nascosti.
Quante volte, infatti, ripiegati su noi stessi, semplicemente, non ci accorgiamo degli altri? Nemmeno pensiamo che si potrebbe vivere, pensare, organizzarsi in un modo diverso da quello che vediamo come abituale, fino a considerarlo assolutamente ineluttabile?

Chiedere scusa è ancora qualcosa di più. È porre innanzi l’altro, rispetto a me. È ritenere che sia avvenuta una mancanza di rispetto, di comprensione, d’affetto, d’attenzione e, in ultima analisi, d’amore, nei suoi riguardi. Una mancanza è qualcosa che avrebbe dovuto esserci e non c’è o non c’è stato. Questa mancanza ha un responsabile. Significa, quindi, riconoscersi responsabile di una mancanza. Che la mancanza, nell’altro, è stata causata da me.
È in questo vuoto (mancanza) che si inserisce la richiesta di scusa. In un rapporto, tra me e te, s’inserisce un vuoto. Questa mancanza la riconosco e la voglio colmare.

Qui, però finisce la prima parte e inizia la sfida della seconda, che non è – mai – già scritta.

Così come non è banale – né scontato – saper chiedere scusa, allo stesso modo, non lo è saperla ricevere.Nel lungo viaggio da te a me, sia all’andata andata che al ritorno, il perdono trova sempre lo stesso ostacolo, sulla propria strada, come una frana che rende difficile la strada da percorrere: l’orgoglio.
Non solo chiedere scusa richiede l’umiltà di riconoscere il proprio errore, anche ricevere le scuse, richiede umiltà: l’umiltà di vedere il bene nell’altro e non la volontà di profittarsi di una fragilità (perché così, spesso, è giudicato il perdono, nonostante - quando autentico - possieda la forza di un atto rivoluzionario). Ma richiede anche il coraggio della fiducia, che è, sempre, anzitutto, un rischio e, solo in un secondo momento ed eventualmente, la scoperta grata della reciprocità.

Certo, lo so che state pensando. Molto meglio se, non solo non c’è la scusa, ma non c’è l’errore che la rende necessaria per ricucire.
Ma l’errore, prima o poi, è inevitabile: capita!
Può esserci una volontà pienamente consapevolmente oppure no, può esserci intenzionalità di ferita, ma anche solo la stanchezza, i pensieri che ci riempiono la testa, le mille attività ci spingeranno verso l’errore. Perché l’errore fa parte di noi, della nostra natura umana e fallibile, del nostro volere il bene, ma non essere capaci di seguirlo sempre, con costanza e dedizione.
E allora… cosa fare?

Abbiamo due opzioni. La prima è quella di risentirci e allontanare chiunque ci faccia sentire offesi. Con il rischio, però, di ritrovarci del tutto soli, perché, siccome nessuno può essere nella mente di un altro, una frase banale per quasi tutti, può invece rivelarsi devastante per quell’unica persona per cui richiama un vissuto doloroso. E con la certezza che, così come siamo feriti, siamo noi i primi, consapevolmente o meno, volutamente o meno, a ferire.
La seconda è scegliere la strada del perdono. Che non è mai semplice, ma ci consentirà di assaporare l’amore che si nutre di verità, che non accetta compromessi o finzioni, che ha il coraggio di guardare in faccia ogni colpa. Nella consapevolezza che non potrà mai essere una colpa a determinare una persona. Qualunque sia la colpa. Chiunque sia la persona!

È questo l’amore di Cristo, l’unico capace di nutrire la vita.


 Fonte immagine: pexels

Maddalena Negri
L'autore: Maddalena Negri

Classe 1986, orgogliosamente nata sotto il sole del 13 agosto. Ama scrivere e vi si cimenta, con alterna fortuna, dall’età di otto anni. Privilegia, inizialmente, racconti e scopre la poesia solo più tardi, a 14 anni.
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