5 1 1 1 1 1

k2

Ho uno strano rapporto col semaforo. Forse perchè, nel tempo, s'è fatto un po' il mio esame di coscienza: mi accorgo di essere sereno, in pace col mondo quando mi fermo volentieri ai semaforo. Detto questo, i suoi tre colori destano in me strane, contrapposte sensazioni: il verde, che dovrebbe essere il colore che più lascia in pace, mi mette un po' d'ansia. E' un po' come la felicità: lo attendi a più non posso, ma quando arriva pensi subito “vedrai che dura poco”. Hai paura che finisca subito il suo tempo, il tempo favorevole. E' dunque un verde fugace, di quelli che ti fanno star sulle spine. Il giallo, invece, è il colore dell'indecisione: “Si prende la multa se si passa col giallo oppure no?” mi chiedo ogni volta che il mio piede non sa se accelerare, decelerare. Somiglia molto, il giallo, agli incroci della vita: non sappiamo mai se fermarci oppure se andare avanti. Il rosso, poi, dice arresto, fermata, sosta. E' segnale di stop. A me, però, non arreca sempre, solo nervosismo: certe volte – a parte quando sono in ritardo, oppure in taxi – è tutto sommato un segnale di quiete. Mi dice sicurezza, idee chiare, tutto-fermo. Da bambino (non ho mai sofferto di autostima) quando vedevo un semaforo che diventava rosso proprio davanti a me, mi convincevo d'essere bello se anche il semaforo, appena mi vedeva, diventava rosso d'imbarazzo. Poi adoro guardare quelli che, col rosso, tengono alti i giri del motore: al verde, gasano, scattano, si infilano, suonano. Mi piacciono perchè te li ritrovi dopo cento metri, al prossimo semaforo. Ancora rosso, loro a sgasare. Tutto così: rosso-verde, rosso-verde.
Col semaforo rosso, però, sovente patisco problemi di coscienza. Capita che, fermo al semaforo, ogni tanto provi a guardare se c'è qualcuno in arrivo. Talvolta mi è capitato di ripartire col rosso: non c'era anima viva nei paraggi. E' arrivata la multa, ho capito che qualcuno c'era: “Ti sta bene, pensi d'essere tu il più furbo”. Han ragione, punto. Però quell'altra volta ho avuto ragione io. Fermo per il rosso per più di un tempo ragionevole, mi sono mosso piano, sono uscito dalla stradina, mi sono immesso nella principale. Il giorno dopo, parlando con uno stradino, mi ha detto che quel semaforo era rotto da tempo: “E' sempre rosso, devi capire tu quando uscire. L'abbiamo segnalato” mi risponde. “Vedi – mi son detto – se non avessi usato il buon senso, sarei ancorà là a fare pic-nic”. La “regola del semaforo rosso”, mi capita spesso d'applicarla dopo quella volta, senza sentirmi in colpa, anzi. Quando tutto è rosso-bloccato - “si è sempre fatto così, non è arrivata l'autorizzazione, hanno detto no, prudenza!” - provo a uscire fuori lo stesso, calcolando il prezzo da pagare: nel peggior dei casi un incidente, nel migliore una tirata d'orecchi (“Metti la talare e taci!”) Il più delle volte, invece, il rosso è proprio rotto: nessuno ad aggiustarlo, tutti a temerlo. Impauriti da quel colore di convenzione che, se rotto, blocca il traffico. Anche le processioni.
Crisi di coscienza? “Meglio chiedere perdono dopo che scusa prima” mi suggerì il mio maestro spirituale. Fu una rivoluzione, una rivelazione: chiedere scusa senza motivo arreca fastidio, oltre che tradire poca convinzione: tante volte, poi, ci si accorge che non ce n'era bisogno. Battersi il petto dopo aver sbagliato - “chiedo perdono!” - aumenta la grandezza di chi, passato col rosso, s'accorge che era meglio sostare un istante in più. La storia e il mondo se han fatto dei passi in avanti li han fatti perchè, col rosso acceso, qualcuno è partito lo stesso: si è accorto, osservando con intelligenza, che il semaforo era rotto. All'inizio chissà cosa avran pensato in cuor loro quelli dietro, fermi in coda: poi, accortisi ch'erano là da giorni, saranno partiti pure loro. Chi, invece, passa con il rosso e il semaforo funziona, pagherà di tasca sua. Fatto sta che, certi passaggi in avanti, la storia li fa perchè qualcuno s'accorge che qualche semaforo è rotto. “Prudenza!”, dicono gli esperti dei musei. Alle ortiche anche lei! Se è rotto, chi ridarà indietro il tempo perso? Meglio chiedere perdono dopo che scusa prima.

don Marco Pozza
L'autore: don Marco Pozza

Marco Pozza (1979), parroco della parrocchia del carcere Due Palazzi di Padova, è uno «straccio di prete al quale Dio s'intestardisce ad accreditare simpatia, usando misericordia», come ama dire di se stesso.
Leggi tutto...


Per vedere i pulsanti di condivisione per i social (Facebook, Twitter ecc.), accetta i c o o k i e di "terze parti" relativi a mappe, video e plugin social (se prima di accettare vuoi saperne di più sui c o o k i e di questo sito, leggi l'informativa estesa).
Accetta c o o k i e di "terze parti"

N.B. - I commenti potrebbero tardare alcuni secondi prima di apparire.

Solo gli utenti registrati possono inserire commenti!