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tradire

Torneranno i camici invece delle stole, e l'ultimo segno di croce in fronte ai moribondi verrà dipinto dagli infermieri e non più dai preti: il corpo prima di tutto. Poi l'anima, se ci sarà ancora tempo prima del collasso. La Chiesa, che era la signora indiscussa ai tempi delle grandi epidemie – A fame, peste, bello, libera nos Domine! - tornerà a guardare il (suo) popolo da dietro uno schermo? Senza popolo, però, non è più Chiesa: che Chiesa è? È come togliere ad una mamma i suoi figli e assicurarle che, comunque, basterà guardare la foto sulla credenza per sentirsi ancora madre, per sentirseli ancora appresso. Nemmeno al tempo delle brucianti persecuzioni il male era riuscito a mandare in vacanza la Chiesa con la sua millenaria simbolica nata apposta per contrastare il male. Questo virus è il male. Che l'abbia partorito la natura o sia uscito come bomba-atomica rieditata dal genio dell'uomo, che sia male lo dimostra la sua natura: per vivere ha bisogno di qualcuno sul quale attaccarsi, scagliarsi. Necessita di polmoni da perseguitare, di carni da rosicchiare, cervelli da ammattire. Parassiti definisce la scienza quegli organismi che sopravvivono a spese di un altro essere vivente che viene definito come ospite. La carne dell'uomo è l'ospitalità del virus. Come il cervello dell'uomo, certi giorni, è l'ospitalità di altri virus: ospita pensieri presi a prestito, scandisce vecchie litanie di guerra, si affida al senso più comune pur di tirare a campare. La campana di un vecchio monito: «Da una crisi come questa – disse Papa Francesco nei primi mesi della mattanza di quest'infinita via crucis – non si esce uguali, come prima. Si esce migliori o peggiori». Non come prima.
La guerra d'informazione non aiuta: un conto è informare, tutt'altra cosa è terrorizzare. La stampa che, dopo i corpi, è l'organo ufficiale attraverso il quale il virus si racconta, «non vuole informare il lettore, ma convincerlo che lo sta informando» (N. Dàvila). Ecco il perchè, cosa assai strana, del fatto che non abbiamo mai avuto così tante informazioni come adesso ma continuiamo a non sapere cosa stia succedendo realmente. La gente, dunque, cerca d'ottenere le informazioni da internet, ma è come servirsi un drink mettendo il bicchiere sotto un idrante. In tale modo l'informazione diventa terrorismo, allarmismo,perpetuo stato d'emergenza. Il gestire un'emergenza, però, è una cosa: alimentare l'emergenza è tutt'altra cosa. Non c'è verso, ha ragione il Papa: preghiamo per chi, mentre sta seduto sulla poltrona di qualche potere, deve prendere decisioni impopolari. Preghiamo anche per una cosa molto più semplice, più terra-terra, realista: che chi sta seduto là, non perda mai il senso della misura. “Allora, se avesse il senso della misura, non sarebbe più un potente!” dirà qualcuno. La qual cosa, forse, sarà pur vera: è proprio necessario per governare terrorizzare invece che informare? Chiudere-tutto oppure aiutare l'uomo a capire che, dentro l'evolversi di una fatica, ciascuno è responsabile del pezzettino di spazio che gli compete? L'informazione di una catastrofe, quand'è sana, genera paura: la paura è mamma dell'attenzione. Malata, diventa terrore, l'informazione genera l'angoscia: tutt'altra cosa dalla paura, più una minaccia che un avvertimento. Ammesso che a governare armati di paura sono capaci anche gli imbelli, quale vantaggio ad angosciare l'uomo già stremato dalle inquietudini del suo cuore?
Il pubblico, nel frattempo, si abbandona sempre più alle brutture.
Della vergogna dei cristiani? «Quella falsa vergogna che imperversa nei cattolici – è Péguy - quella meschina vergogna fa sì che i cattolici non pensino ad altro che giustificarsi. Si difendono sempre come dei colpevoli. Io invece dico che bisogna domandare agli altri le prove. Vorrei ben vedere gli altri a fornire le prove» (Uomo libero). A chiedere le prove, però, serve fede, carità. Speranza, la piccola speranza, che è sempre sul punto di ricominciare, lei. Il terrorizzare è mancarle di fedeltà. Tradire proprio a lei, ch'è sempre stata così premurosa.

Buona settimana: e che Dio ce la mandi buona!
dMarco

don Marco Pozza
L'autore: don Marco Pozza

Marco Pozza (1979), parroco della parrocchia del carcere Due Palazzi di Padova, è uno «straccio di prete al quale Dio s'intestardisce ad accreditare simpatia, usando misericordia», come ama dire di se stesso.
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