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AlexZanardi

E lo chiamano disabile. Da parte mia, invece, nessuna pietà per Zanardi. Non è mancanza di educazione o strafottenza, è questione di onestà: sin dal primo sguardo che ci siamo scambiati, una decina di anni fa, ho capito che il limite era un concetto marchiato a fuoco nel mio corpo e niente affatto nel suo. Il limite non era vedere un uomo senza gambe che danzava sulla terra, ma essere un uomo che le possiede entrambe e non essere capace di produrre un centesimo dell'energia che lui sprigiona: «Il vero disabile è colui che ha poca stima di sè» ebbe a dire una volta in uno dei nostri incontri con gli studenti nelle scuole. Non solo le gambe, ma anche la testa, il fegato, le braccia, lo sguardo. Oltre, di più: la magia della sua parola, con quell'uso raffinato del congiuntivo che fa di lui un grande narratore di storie, lui ch'è incrocio e ispirazione di tantissime storie. Non gli ho mai fatto indossare la pietà come fosse un vestito cucito su misura, io che in materia di pietà convengo con Cesare Pavese: «Farsi amare per pietà, quando l'amore nasce solo dall'ammirazione, è un'idea molto degna di pietà». Penso al mio amico Alex e l'unica pietà che sento di addossargli è quella del capolavoro michelangiolesco, dove il dramma della sconfitta è riscattato da quel volto di Donna capace di partorire vita laddove tutti vedono solo ed esclusivamente una morte. Una disfatta da capogiro.
“Che vita pazzesca, don! - mi disse la vigilia della Maratona di New York, mentre a Central Park sedevamo su una panchina a raccontarcela – A me pare una carambola di quelle che ti mettono i brividi addosso”. Detto da una persona che le carambole amava sognarle per poi affrontarle, sfidarle e vincerle. Sull'asfalto del circuito-maledetto, mentre lottava tra la vita e la morte, il prete ch'era in servizio prese dell'olio da terra e lo usò per impartirgli l'estrema unzione. Da terra, quando si è rialzato dopo sette arresti cardiaci e quindici operazioni in anestesia totale, ha restituito al mondo tutto l'affetto di chi ha imparato ad estrarre dal pozzo nero del dolore il nettare del riscatto. «Bisogna riprovarci sempre, don! – è il mantra che mi lega a lui – Provarci fino all'ultimo. Quando si perde, poi, vale la pena di ricordarci che abbiamo vinto ancora: la vittoria è nella bellezza di averci provato. Fino all'ultimo». Per questo, e molto altro ancora, la mia anima si sente disonesta nel definirlo un uomo disabile, un atleta paralimpico: mi è impossibile se, solamente, penso a come questo uomo abbia modificato il codice d'interpretazione e il destino pubblico di corpi che pensavamo impotenti solo perchè senza più gambe e braccia, carne spaccata, dimezzata, ridotta a materia di scarto. Si rifiuta la mia testa di rivolgere a lui quelle litanie funebri che sono tipiche della compassione: “Poverino, guarda cosa gli è capitato. Abbi un po' di pazienza: è limitato nell'uso degli arti. Hai visto quell'uomo senza gambe? Fa impressione!” A me, invece, ha fatto sempre impressione il fatto contrario: di non essere minimamente affamato di vita come lo è quest'uomo, figlio di una madre camiciaia e di un padre idraulico, che sulla strada si è visto ammazzare sua sorella ed è cresciuto presto senza padre lungo quella via Emilia ch'è diventata presto un suo brand: «Però, Zanardi da Castelmaggiore!» si ripete spesso quando, pensando alla semplicità dei suoi natali, osserva il mondo dall'alto delle sue imprese. Senza spocchia.
Il «male di vivere», quello messo in poesia dal Montale, spesse volte l'avrà incontrato, si saranno incontrati. Mai, però, si è fatto abbindolare dal tranello del dire “Questa non è più vita!” Magari l'avrà pensato, lo starà pensando – è pur sempre fatto d'uomo il suo aspetto -, ma non l'ha mai fatto diventare stile, non lo farà diventare stile manco stavolta: è un giuramento in atto. Giusto il tempo di ricomporsi, è riattaccherà la spina che non ha ma staccato: «Attenda un attimo che mi attacco le gambe» disse un giorno mentre la Polizia ci fermò per un controllo. Era tutto ok, risero bonariamente e si inginocchiarono laicamente pure quegli uomini in divisa: «Grazie, Zanardi, di quello che fa per tutti noi». E firmò loro uno dei suoi cappellini. Non si comportò da cafone: “Lei non sa chi sono io”, molto più eroicamente si comportò da cittadino qualunque. Forse sbalordì quello, o molto più semplicemente perchè è un uomo, a tutto tondo. Manco santo, per questo ancora più vicino a noi, della porta accanto, dei nostri, avvicinabile. «Sono un miscuglio tra la Carrà e Padre Pio» dice a chi tenta di beatificarlo mentre è ancora in vita. Il bello è che lui ci crede assai, d'essere semplicemente un uomo che fa il suo dovere nei confronti della vita. Convinto che ingranando la retromarcia il traguardo non si avvicina. E che vivere a rimorchio della pietà è la vera sconfitta: una vita amputata, quella sì.

Forza, amico mio!
Ti devo tanto, ti voglio bene!
don Marco Pozza

(da La Gazzetta dello Sport23 giugno 2020)

don Marco Pozza
L'autore: don Marco Pozza

Marco Pozza (1979), parroco della parrocchia del carcere Due Palazzi di Padova, è uno «straccio di prete al quale Dio s'intestardisce ad accreditare simpatia, usando misericordia», come ama dire di se stesso.
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