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Mamme? Un mondo d’amore. Declinato in milioni di modi, strategie, caratteri, personalità, scelte, impegni, attenzioni.
Vorrei dedicare qualche pensiero alle madri “non convenzionali”.

«Gesù: “A che pensi, Marcellino?”
Marcellino: “Dove sarà la tua mamma adesso?”
Gesù: “Con la tua!”
Marcellino: ”Come sono le mamme? Che fanno?”
Gesù: “Danno, danno sempre!”
Marcellino:“E che danno?”
Gesù: “Tutto... se stesse, la vita, e la luce agli occhi dei figli. Finché non diventano vecchie e curve”
Marcellino: “Anche brutte?”
Gesù: "Brutte no, Marcellino. Le mamme non diventano mai brutte!”»

Pensiamo che questo dolce dialogo, tratto dal film “Marcellino pane e vino” avviene tra un bambino, orfano e cresciuto in un convento di frati, e il Crocefisso. Un dettaglio non indifferente.
La sua è una situazione particolare. È nato – come tutti – da una madre. Eppure, non l’ha mai vista né conosciuta, essendo stato deposto, ancora in fasce, davanti alla porta del convento. Certo, sappiamo – ce lo dice la psicologia – che, per essere stato portato in grembo nove mesi, avrà sicuramente dei ricordi, nell’inconscio e nel subconscio, che lo spingono a farsi domande su chi possa essere la propria madre e perché non si sia presa cura di lui. Perché la domanda è inevitabile: sai di essere vissuto nel ventre di una donna, che, però, non ti ha tenuto con sé.
Perché?
I motivi sono molteplici e analizzarli tutti rischia solo di essere dispersivo, oltreché fuorviante. Le situazioni ed i casi della vita sono innumerevoli, per cui altrettanti sono i motivi che possono una madre a decidere di rinunciare al frutto del proprio grembo. Quello che è importante ricordare, piuttosto, è che anche questo è un atto d’amore. E, soprattutto, di affidamento. Alla Provvidenza, per chi crede. Al buon cuore dell’umanità, per tutti. È fede che possano esistere cuori in grado di amare, al di là della parentela, che sappiano donarsi al di là della genetica, che accettino di crescere un figlio con cromosomi diversi dai propri, che lo accolgano in famiglia, spalancando le braccia ad una vita che non è nata dai lombi, ma da una scelta di allargare la famiglia, al di là delle relazioni di sangue.
Solo la fiducia in questo miracolo consente ad una madre di separarsi dal proprio figlio, non per abbandonarlo, ma lasciandolo in ospedale, confidando che quella vita sarà accudita da qualcun altro e potrà sperimentare l’emozione di sentirsi amata in modo gratuito e senz’aspettativa, come è necessario per ogni figlio che viene al mondo.
Ecco perché dobbiamo unire la nostra voce a quella di tutte le famiglie adottive, per mostrare gratitudine a tutte quelle mamme, che, pur in mezzo a inenarrabili difficoltà, hanno compiuto l’estremo atto d’amore e di generosità, nei confronti della vita generata. L’hanno lasciata libera di poter essere amata. Da qualcun altro. Le hanno regalato la possibilità di vivere, prima di sparire nell’ombra dell’anonimato. Una scelta consapevole e sicuramente sofferta, densa d’amore, che ha consentito anche a questi bambini di sbocciare alla vita.
Certo, a questi figli non sono mancate le difficoltà. Non tutti sono riusciti a trovare una famiglia adottiva. La ferita primaria dell’abbandono non si cancella con un colpo di spugna. È stato chiesto loro di ri-costruirsi un’identità, di trovare risposte, di andare oltre.
Eppure, anche in questi casi, non possiamo dimenticare nessuna madre. Né chi li ha generati (madre biologica), né chi li ha ri-messi al mondo, con iniezioni d’amore (madre adottiva). Perché senza la scelta d’amore della prima, non avrebbe potuto originarsi la seconda (importantissima) figura.
Tornando al dialogo iniziale, impossibile non leggere una sorta di omaggio che, dalle madri, si estenda alla maternità, propria dell’universo femminile, nel suo orizzonte più ampio.
Penso ad esempio a tutte le figure educative, contemporanee emule della precorritrice Montessori che, in special modo in questo periodo, magari anche intervallandolo con la necessaria cura alla prole, si dedicano anima e corpo ai più giovani: educatrici d’infanzia, maestre delle scuole elementari, insegnanti di sostegno, professoresse e docenti. Perché, se «l’educazione è cosa del cuore» (san Giovanni Bosco), un cuore di madre può spesso rivelarsi, specie coi più piccoli, la soluzioni più semplice a tanti problemi!
Non si possono però dimenticare anche tutte quelle donne, spose di Cristo, che hanno saputo farsi grembo di madre per innumerevoli figli. Gli esempi sarebbe molti: mi limito ad uno, nel quale vorrei racchiudere tutti i nomi che non cito. Madre Elvira, la “mamma” della comunità Cenacolo, che ha saputo coniugare severità e dolcezza nel far sentire amati, comportandosi in modo esigente e fiducioso, con quei figli nati da altre madri, che si erano persi per la strada. Persi, per poter essere ritrovati. Perché, forse, proprio in questo consiste la maternità: comprendere che un figlio desidera profondamente, nel proprio cuore, di essere trovato, anche se raccomanda di non venirlo a cercare.

 


Fonte immagine: www.goodhousekeeping.com

Maddalena Negri
L'autore: Maddalena Negri

Classe 1986, orgogliosamente nata sotto il sole del 13 agosto. Ama scrivere e vi si cimenta, con alterna fortuna, dall’età di otto anni. Privilegia, inizialmente, racconti e scopre la poesia solo più tardi, a 14 anni.
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Commenti   

rodolfo63
#1 RE: Brutte, mai!rodolfo63 2020-05-11 00:53
La maternità è uno stato dell'anima, che può essere declinato in tanti modi e si riconosce sempre per la sua tenerezza unita alla concretezza. Mi vengono in mente le parole del papa rivolte alle religiose, quando raccomanda loro di essere sempre madri, con il cuore e l'accoglienza delle madri.

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