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“E adesso?”
Si saranno chiesti. Finiti i tumulti, oltrepassata da poco la sera del venerdì, la paura e lo sconforto provati al Getsemani devono essere sembrati quasi un ricordo facile da sopportare, rispetto a quello che venne dopo. In quel principio di sabato c’era spazio solo per un vuoto che non si sapeva come e se colmare. La morte aveva detto la sua e secondo il loro giudizio aveva decretato vittoria. C’era un sepolcro sigillato a testimoniare la sconfitta di quello che, nemmeno una settimana prima, era sembrato il sogno messianico per eccellenza, festeggiato con Osanna di giubilo e rami di palma.
Come tanti rivoli d’acqua, separati dagli ostacoli della natura, avrebbero intrapreso la strada del ritorno in Gerusalemme, dopo aver vagato chissà in quali luoghi e per chissà quante ore. Per tornare dove, se non all’ultimo punto da cui tutti erano partiti? Se non nel posto in cui erano state pronunciate parole – adesso sì, iniziavano a capire – che annunciavano con lucidità la sua prossima dipartita?
“Questo è il mio corpo… Questo è il mio sangue…”
Quel sabato santo di duemila anni fa dev’essere apparso agli apostoli, tornati all’ovile del cenacolo, come un tempo destinato a non finire mai. Ore lente, trascorse tra il rimorso più atroce – quello d’essere scappati, quello di aver addirittura rinnegato – ed il dolore straziante di aver perso un maestro ed un amico, condannato con ingiusta sentenza.
“Versato per voi e per molti…”
Come avevano potuto non capirlo prima? Quanto ciechi erano stati, proprio loro, che gli erano stati vicini per così tanto tempo? Impossibile che il Cristo potesse soffrire e morire, si erano detti e lo avevano rimproverato, più o meno apertamente. E lui aveva risposto loro con un memoriale che sapeva già di perdono elargito con largo anticipo.
“Fate questo in memoria di me.”
Oh, la memoria non sarebbe di certo mancata. Quei giorni se li sarebbero marchiati a fuoco, li avrebbero scolpiti tra i ricordi, cesellandoli finemente con il pungolo del rimorso e del dolore.
Il sole sorse su quel sabato di festa e fu un ulteriore schiaffo al loro animo. Come si permetteva la natura di non partecipare al loro strazio? Perché tutto sembrava immutato, perché il mondo non s’era fermato a piangere anche lui? Colui a cui avevano voluto bene non c’era più. E la maggior parte di quegli apostoli non gli aveva nemmeno potuto dare l’ultimo saluto, l’ultimo sguardo di amore ricambiato, l’ultimo cenno di conforto.
I minuti sembravano non correre mai. Il dolore, come l’amore, cristallizza il tempo in attimi che appaiono eterni. Pesano come macigni ed impediscono ogni movimento, di animo e di corpo. Impossibile fare progetti, impossibile pensare al futuro. Il passato è un’àncora a cui aggrapparsi per non venire travolti dal mare in tempesta di un presente che non mostra alcuna luce là, in fondo al tunnel.
Per duemila anni noi l’abbiamo sempre avuta piuttosto facile. Facile approcciarci ai riti del venerdì, trattenere il fiato il sabato, esplodere di gioia la notte della domenica ed accogliere la Luce che ha vinto, una volta per tutte, le tenebre della morte. Facile, sì, con la Pasqua dietro l’angolo che fa l’occhiolino: è come sapere in anticipo la fine di una storia, la vittoria dopo un’agognata lotta. Per gli apostoli no. Non dovette essere facile. Seppur sorretti dalla speranza e dalla fede, quel lento trascorrere delle ore tra il venerdì e la domenica mattina dev’essere sembrato un tempo così lungo da non saperne intravedere la fine. Avevano nei loro ricordi una promessa di risurrezione, ma sul “quando” la loro speranza non aveva risposte.
Questa Quaresima-Quarantena ci catapulta indietro nei secoli. Ci fa tornare insieme agli apostoli a rivivere il primo sabato santo della storia, quando la fede e la speranza furono chiamate ad essere scogli di protezione contro un oceano di dolore e paura. Anche per noi il tempo sembra non passare più, anche per noi il dolore di aver perso chi abbiamo amato e l’incertezza su quel che riserva il futuro sono come una morsa che ci stringe e ci inonda il viso di lacrime. Anche per noi è stata data una speranza di risurrezione, ma qui ed ora il distacco e la perdita si prendono ancora il centro della scena.
Ieri ed oggi l’insicurezza ci unisce in un unico abbraccio. Non possiamo, non dobbiamo lasciarci convincere che sarà lei ad avere l’ultima parola. Non dobbiamo arrenderci al dolore di questo sabato che sembra senza fine.
L’alba della domenica di risurrezione non è improvvisamente scomparsa. È ancora lì, dietro l’angolo, ci è stato dato il vantaggio di averla già vista uscire allo scoperto, una volta e per sempre, non per cancellare, ma per dare un senso anche alle lacrime dei nostri giorni.

Chiara Liberti
L'autore: Chiara Liberti

Vicentina, classe 1979, piedi ben piantati per terra e testa sempre tra le nuvole. È una razionale sognatrice, una inguaribile ottimista ed una spietata realista.
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