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Plink!... Plonk!... Plank!
Ad accogliere i fedeli in chiesa, stamani, non c’era la consueta melodia di note del coro parrocchiale, ma una variegata sinfonia di gocce, che dal tetto avevano trovato il modo di entrare nell’edificio. A terra, sparsi qua e là, dei secchi delle più svariate forme e dimensioni. Più che da raccoglitori per evitare allagamenti erano una vera e propria cassa di risonanza: accanto al coro uno blu regalava il suono greve di goccioloni radi e pesanti, vicino al confessionale uno bianco e grande offriva invece un suono allegro e argentino.
“Dal secondo libro… – Plink! – … di Samuele.”
“Gloria… - Plank! – …Nell’alto dei cieli!”
Dai banchi qualcuno ha borbottato che non era possibile ascoltare messa in quel modo, qualcun altro non ha invece avuto remore ed ha fatto fagotto, andandosene nel bel mezzo della celebrazione.
Eppure, goccia dopo goccia, più ci addentravamo nel cuore della funzione, più mi è stato facile riflettere sul fatto che non c’era accompagnamento musicale più azzeccato per la solennità di Cristo Re. Il fulcro stava tutto nel vangelo del giorno: una parata di personaggi – dai capi del popolo, ai soldati, ad uno dei due malfattori – la cui fede fece acqua da tutte le parti, peggio del tetto colabrodo sopra le nostre teste. Il loro re sognato era l’esatto opposto di quel nazareno appeso alla croce: ne avevano bramato, per secoli, uno forte, superlativo ed invincibile, si eran trovati tra le mani invece un mite agnello sacrificale, che fino a tre anni prima era stato falegname in un villaggio grande quanto un soldo di cacio. Perfino i suoi a lui più vicini, gli apostoli, furono talmente tanto duri di comprendonio su quella Misericordia fatta carne da abbandonarla giusto poco prima della sua incoronazione di spine.
Non giriamoci troppo attorno: è una trappola in cui tutti, prima o poi, siamo caduti, anche quando eravamo armati delle migliori intenzioni. Di fronte alle ingiustizie, al dolore degli innocenti, alle cose che non vanno come vorremmo, quante volte ci accade di rivolgerci a Dio come fecero duemila anni or sono, intimandogli di palesarsi nella sua maestà in modo da convincere la totalità dei presenti e, sotto sotto, pure noi stessi? Pensiamo di essere nel giusto, eppure la fede a cui ci aggrappiamo non è una salda roccia che ripara, bensì un fragile fuscello, una tettoia malmessa che ci espone senza difese alle intemperie. Basta un nonnulla e si sfalda come neve al sole, lasciandoci con un palmo di naso, ma soprattutto diffidenti verso una divinità che ci appare incapace di starci dietro. Il segreto per evitare di fare acqua da tutte le parti ce lo mostrano coloro che la logica del mondo non degnerebbe di mezzo sguardo, se non per condannarli: Zaccheo, la prostituta, la donna siro-fenicia, l’emorroissa… il buon ladrone. Non chiedono che sia la Misericordia ad andare da loro, forse perché nemmeno osano immaginare che non li abbia mai abbandonati. Sono loro anzi che si mettono in marcia, in tutti i sensi. Zaccheo scelse il sicomoro, la prostituta un banchetto, la siro-fenicia la strada dell’insistenza, l’emorroissa una minuscola frangia di mantello come ancora di salvezza. E, quando fisicamente non possono, come quell’uomo appeso ad una croce, si protendono con l’animo verso di essa, simili ad un bambino che si sporge per essere preso in braccio da chi ama perché sa di potersi fidare. Stupefatti, se la ritrovano così dietro l’angolo, vicina quanto un “oggi” che è già un passo dentro l’eternità.

Chiara Liberti
L'autore: Chiara Liberti

Vicentina, classe 1979, piedi ben piantati per terra e testa sempre tra le nuvole. È una razionale sognatrice, una inguaribile ottimista ed una spietata realista.
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