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disperazione
Le chiameranno “infami”, invece resteranno sempre (ma)donne, più donne di tante altre donne. D'altronde bisogna pure metterlo un punto: alla fine di una frase, un capitolo, una storia. Nella grammatica la chiamano ortografia: altrove lo chiamano coraggio. Quando il gioco si fa duro, i duri iniziano a giocare: «È meglio saperlo nelle vostre mani – dice la madre alla Polizia - che in quelle di delinquenti e criminali». (Ma)donna Giovanna, per nulla infame, è la mamma di Valerio Del Grosso, accusato d'avere ammazzato, a Roma-periferia, un ragazzo per motivi legati alla compravendita di hashish: è entrata in commissariato con tutta la famiglia al seguito per denunciare l'unico figlio cresciuto “diverso”, quello che le ha regalato un abbonamenti d'ansia. Dotata di un senso in più rispetto ai cinque naturali - le mamme hanno tutte un sesto senso – aveva già fiutato l'odore della sciagura: il telefono staccato, il turno di lavoro lasciato anzitempo, le indagini fai-da-te materne, ancor più efficaci di quelle degli uomini addetti. La consegna, che è stata tutta in attacco: «Temo che mio figlio Valerio – dice – sia coinvolto nell'omicidio del ragazzo all'Appio Antico». Nessun onore da tenere dentro casa: quando tutto crolla, fuggendo si racimolano i pezzi di cuore.
La logica malavitosa non ammette deroghe, poco importa che sia madre: “Ha parlato, è un'infame: doveva proteggere suo figlio tacendo”.È il grido della tribù: il male, taciuto, è sempre in stato di parto. “Quanto coraggio ha avuto!” dicono altri. Più che coraggio, è sfida-a-resistere: coraggio non significa avere la forza di andare avanti, ma andare avanti anche quando non si ha più nessuna forza. Come la signora Giovanna. Come la fidanzata di Valerio, Giorgia: è lei che porterà gli investigatori sulle tracce del suo amore rivelando il nascondiglio di Valerio e anche il nome del complice, Paolo Pirino. È una storia da batticuore, nello scantinato di una Roma sempre più in preda al malaffare: una storia tutta femmine-e-attributi, dentro un'Italia mammona che antepone l'onòre all'ònere della verità, qualunque essa sia. Qualunque sia il prezzo richiesto per portarla a galla: «In cuore abbiamo tutti un cavaliere pieno di coraggio, pronto a rimettersi sempre in viaggio» scrisse Gianni Rodari in una delle sue tantissime poesie.
Vivere non è nascere una volta: è rinascere di continuo. Nessuna donna è mai nata già madre: lo è diventata il giorno in cui, per la prima volta, ha dato alla luce un figlio. Nessun figlio, però, è mai uguale ad un altro: la bellezza, quando torna, non torna mai vestita come la volta prima. Diventare madre è mestiere di sartoria: è accettare di cucire sguardi-su-misura, pensieri personalizzati, occhi e sguardi con gradazioni e prospettive diversificate. “Sandro non è Marco” dice mia madre quando deve pesare un gesto dei suoi figli. “E Marco non è Sandro”, ribatte quando, data la stessa situazione, la reazione dei figli è opposta. Genio e sregolatezza d'essere donna e madre: la creazione, ch'è contribuire al miracolo di mettere al mondo un figlio, mette in conto da subito la (ri)creazione: che un giorno quell'opera d'arte necessiti di un ritocco, forse un restauro. Certe volte di una ricostruzione totale, (ri)usando le stesse pietre rimaste dopo il tracollo.
Le notti di galera sono carta-vetrata spessa: scartavetrano, scaraventano, tramortiscono. Rabbuiano e intontiscono. In quelle notti, che son fondi di barile, l'uomo si ritrova perdutamente o si perde definitivamente: la differenza è gioco di fortuna. Di avere avuto qualcuno che, prima d'entrare in gattabuia, ha rubato alla follia un pezzo del presente per poterci costruire domani un pezzo di futuro: «Non potevo non venire qui in commissariato – è la confessione di una madre maiuscola – non posso fare finta di non sapere che Valerio è coinvolto in questa orrida vicenda». Il bastardo, queste donne, le chiama infami. Troppo Satana per intuire che, quando sei madre, c'è una cosa ancora più triste di vedere un figlio morire: è vederlo vivere male. Qualcuna interviene subito: sarà donna-salvavita.

(da Il Sussidiario, 27 ottobre 2019)

don Marco Pozza
L'autore: don Marco Pozza

Marco Pozza (1979), parroco della parrocchia del carcere Due Palazzi di Padova, è uno «straccio di prete al quale Dio s'intestardisce ad accreditare simpatia, usando misericordia», come ama dire di se stesso.
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