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In questa settimana, si sono susseguiti alcuni fatti di cronaca, che hanno reso d’attualità diverse istanze etiche.

La prima, dotata di urgenza concreta, riguarda il “cugino d’Oltralpe” Vincent Lambert. Come tanti altri disabili gravi, rischia di fare la fine di Eluana Englaro o Terri Schiavo. Cioè, far morire d’inedia. Come nel caso americano, anche qui accade la triste contrapposizione tra la famiglia d’origine, che sostiene la vita di Vincent e la moglie, che invece vorrebbe la sua fine.
Il 20 maggio è prevista la sospensione dell’alimentazione. Se non intercorreranno nuovi sviluppi, questo segnerà l’impossibilità, per Vincent, di continuare a vivere. La Chiesa di Francia, nel frattempo, tramite i suoi vescovi, si è mobilitata, invitando la società francese a non “lasciare indietro” i più deboli, accettando supinamente che uno dei suoi membri possa essere lasciato morire di fame e di sete.

La seconda notizia è una nuova legge, in Alabama, che tutela la vita del nascituro, restringendo la possibilità di aborto solo in caso di effettivo pericolo per la salute della madre.
La nuova legge si chiama, infatti, significativamente, Human Life Protection Act. Innanzitutto, al contrario di quanto ha voluto far passare una certa faziosa narrazione mediatica, la premessa prevede la non imputabilità della madre. Pur prevedendo, infatti, pene detentive di vario grado per i medici abortisti, tale imputabilità non va a toccare la madre. «Il Codice Penale dell’Alabama, nella definizione di persona relativamente al reato di omicidio include espressamente il nascituro nel grembo materno a qualunque stato del suo sviluppo e indipendentemente dalla sua “vitalità”» (sottolinea il Centro Studi Livatino) e la nuova legge, facendo riferimento anche all’uguaglianza sancita dalla Dichiarazione d’Indipendenza, applica questo principio al nascituro. Di più: non manca di prendere in considerazione anche i “freddi numeri”, sottolineando come i 50 milioni di aborti succeduti alla Roe vs Wade oltrepassano, e di parecchio, i numeri degli stermini di Hitler, Mao, Pol Pot, Stalin e quello, più recente della guerra civile ruandese.
Altra importante precisazione è quella di specificare che la dicitura “salute della madre” «non include condizioni emotive o malattie mentali che solo astrattamente potrebbero determinare la sua morte o quella del nascituro».
Inutile dire che il punto che ha maggiormente fatto scalpore è stato, però, il non considerare l’eccezione dello stupro quale motivo per non considerare il figlio che la madre porta in grembo pienamente soggetto di diritto.
In realtà, sia dal punto di vista del nascituro che della madre, ci sono validi motivi per pensare che l’aborto non sia la migliore tra le soluzioni possibili. Aborto significa porre fine a una vita, iniziata con il concepimento e che, iniziato in quel momento il proprio sviluppo, lo continuerà fino a completamento della crescita, salvo il contrarre malattie rare che portino a risultati contrari. Non ci sono “salti evolutivi”, ma una crescita continua e graduale per ogni soggetto, cosicché anche fissare un termine di gestazione alla possibilità di aborto rimane pressoché arbitrario e non coadiuvato da alcun criterio, né scientifico, né giudiziario. Per cui, ad esempio, anche l’Heartbeat Bill georgiano rimane un criterio di valutazione, tutto sommato, opinabile, ma che garantisce un margine di salvezza maggiore rispetto a prima.
Passiamo all’altro capo, cioè il versante della madre. Chi sostiene l’eccezione “in caso di stupro” parte da una posizione che pare condivisibile, misericordiosa, compassionevole, carica di umanità, di comprensione per la situazione di una evidente vittima di violenza, quale è la donna che ha subito violenza carnale.
Lo capisco molto bene, questo punto di vista, perché lo pensavo anch’io, fino a pochi anni fa. Fino a che non conobbi la storia di Rebecca Kiessling. Sono, in genere, molto restia a cambiare idea. Ma, in quel frangente, è stato per me come uno shock: su questo argomento, conoscere la sua storia, mi ha aperto un mondo e ha fatto sì che ci fosse un "prima" e un "dopo" tale conoscenza . Ho capito quanto fosse ipocrita tutta quella compassione, dimentica che quella frase, pronunciata con una certa altezzosità (“eccetto in caso di stupro”), alle orecchie di chi era stato concepito in quel momento suonavano precisamente: «Tu non hai diritto di vivere. Tu no, gli altri sì». Ed il motivo, se possibile, è ancora più squallido. «La colpa non è tua, ma di tuo padre stupratore»: come se potesse rappresentare un atto di giustizia il far ricadere sulla prole innocente l’innegabile colpa dei padri.
In realtà, però, non è solo in base a questo aspetto, che possiamo dire che l’aborto non sia risolutivo nemmeno in caso di stupro, ma proprio rispetto al punto di vista della gestante. Innanzitutto, calcoliamo una cosa. Una madre diventa tale, dal momento del concepimento. Che ne sia consapevole o no, che lo sappia o no, che se ne accorga o no, che lo voglia oppure no. Ma è da quel momento che il suo corpo inizia a mettere in atto trasformazioni biochimiche (e, in un secondo momento, anche fisiche) per accogliere il bimbo nel suo grembo. È così anche nel caso in cui il bimbo non sia frutto dell’amore ma della violenza, persino nel caso di uno stupro. Un aborto, sicuramente, non cancella uno stupro. Anzi, conoscenze anche basilari di psicologia suggeriscono di credere che aumenti i problemi psicologici, invece che risolverli. Proprio perché una madre avverte il figlio in grembo ed il suo corpo sa che attende un figlio, anche se la sua mente non ne è ancora consapevole. Per questo, si può solo ingannarla, nel tentativo che si convinca di non esserlo.
In aggiunta, invece di dare per scontate tante esperienze, proviamo a calarci nei panni di esperienze veramente vissute. Come racconta Jennifer Christie, che precisa: «Non ho mai creduto che la gravidanza avuta dopo aver subito uno stupro fosse un dono, ma ho creduto che mio figlio lo fosse, non perché concepito in uno stupro, ma nonostante questo». Per chi non lo vive, è senz’altro difficile da immaginare. Ma le donne, una volte diventate madri, si trasformano in leonesse, pronte a difendere i propri cuccioli; solo ingannandole e dicendo loro che non sono madri, si potrà ottenere l’assenso per un aborto. È molto più naturale, infatti, per una madre, proteggere il proprio figlio, persino a costo della propria vita, piuttosto che sacrificarlo in nome della propria. È così anche in natura. Per cui, è impossibile pensare che una morte provocata, come l’aborto, possa essere meno traumatica del dono della vita, anche quando questa non sia frutto d’amore, ma di violenza.
Anche nel secondo caso, cioè nel momento in cui la madre decida di portare a termine la gravidanza, ma dare il figlio in adozione, si manifesta l’amore materno. Senz’altro, significa infliggergli una ferita primaria, così come si può dire per qualunque figlio abbandonato dalla madre (che, in quanto tale, dovrà passare la vita a dare garanzia che lui “valga abbastanza”), tuttavia significa anche dargli una possibilità di vita. Non avrà una partenza avvantaggiato, ma anche chi parte con un handicap, può pur sempre recuperare lungo la corsa e donare al mondo la ricchezza della propria presenza.

L’Alabama, del resto, non è l’unico Stato americano che sta facendo marcia indietro, ripristinando i diritti dell’embrione e ri-equiparandoli ad ogni altra persona giuridica. Sono in scia anche Louisiana, Missouri, Georgia...testimonianza concreta di come le leggi non siano immodificabili e che, con tenace lavorio innanzitutto culturale, è possibile fare molto. Magari anche ripristinare i diritti dei più deboli.
È con questo spirito, che, pur in un assordante silenzio mediatico, anche in Italia, a Roma, il 18 maggio, è scesa in piazza la Marcia per la Vita, che, quest’anno, aveva come tema Per la vita senza compromessi.
«La vera misura di un uomo si vede da come tratta qualcuno da cui non può ricevere assolutamente nulla in cambio» dice Samuel Johnson. Tutte le questioni di bioetica accennate in quest’editoriale non possono essere bollate, semplicisticamente, come “soggettive” o “personali”. La Vita è qualcosa che ci riguarda tutti, perché non esiste figlio d’uomo che non sia affidato alla comunità. Perché, come dice un proverbio africano “per crescere un bambino, ci vuole un villaggio”; forse, è proprio questo senso di appartenenza comunitaria che l’Occidente sta perdendo, in nome di una libertà individuale, incapace – però – di specchiarsi in quella degli altri. Se siamo parte di una comunità, siamo responsabili gli uni degli altri. E non può bastare dire: “Va be', io sono cattolico e non sostengo l’aborto, poi ciascuno sceglie per sé”. Perché non è vero che ciascuno sceglie per sé. Siamo tutti pesci, in un’unica rete. Le nostre scelte coinvolgono le altrui libertà. E non è possibile pensare che solo i figli dei cattolici abbiano il diritto di nascere, mentre i figli degli altri siano considerati come cose, proprietà private su cui adulti esercitino su di loro il diritto di vita o di morte.
La Vita non è un “affare cattolico”. La Vita è un Bene di tutti, indisponibile, non replicabile, di valore inestimabile, di cui tutti siamo chiamati ad essere difensori, in particolar modo in vece di chi non ha la possibilità di far valere le proprie ragioni, perché troppo debole e fragile.


Fonte immagine: Pixabay

Fonti:
Centro Studi Livatino: testo completo e commento della sentenza che bandisce l'aborto
In Terris: l'aborto fuori legge
Liveaction: Lousiana bandisce aborto
Tempi.it: Alabama vieta totalmente l'aborto, si apre sfida alla corte suprema
Repubblica.it: stretta all'aborto anche in Missouri
Aleteia: ultime ore per Vincent Lambert
La Nuova Bussola Quotidiana: la Francia garantisca cibo e acqua a Vincent Lambert


Per un approfondimento:
G.M. Carbone, Embrione: qualcosa o qualcuno?, ESD, 2014

Maddalena Negri
L'autore: Maddalena Negri

Classe 1986, orgogliosamente nata sotto il sole del 13 agosto. Ama scrivere e vi si cimenta, con alterna fortuna, dall’età di otto anni. Privilegia, inizialmente, racconti e scopre la poesia solo più tardi, a 14 anni.
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