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Quando si sente parlare di profeti dell’Antico Testamento è abbastanza diffusa l’associazione di queste figure bibliche con una qualche specie di indovini che prevedono il futuro. È un pensiero piuttosto comune, manca giusto la fantomatica sfera di cristallo, ma il resto del corredo pare esserci tutto: il sapere in anticipo cosa sta per accadere ed il compiere gesti e miracoli alquanto eclatanti, come quello di Elia che sfidò i sacerdoti di Baal. (1Re 18)
La Bibbia ci ha effettivamente abituato a personaggi particolari, a volte in contrasto con il popolo d’Israele o le autorità presenti in esso, intenti a parlare di eventi non ancora realizzati – si pensi alle profezie messianiche – ma soprattutto chiamati da Dio stesso, molto più di portavoce della volontà divina.
Ridurre però i profeti a qualcosa di simile al magico, o circoscriverli nella professione degli indovini o dei semplici uomini che riferiscono le parole di Dio, è tuttavia quanto di più lontano dalla realtà.
Nabì”-“profeta” è un termine non ebraico, ma accadico, volto ad indicare una persona scelta come “inviato” dalla divinità. Nel tempo antico le civiltà che si affacciavano sul Mediterraneo e quelle che abitavano la Mesopotamia, dividevano la popolazione umana in più settori, una vera e propria piramide sociale e teologica: quello più basso, in cui stava la gente comune, credenti che il più delle volte erano delle pedine nelle mani delle divinità. Il settore dei profeti e dei sacerdoti, che avevano la funzione di essere mediatori tra il popolo e gli dei ed infine i governanti – re e faraoni – quasi ovunque ritenuti in diretto legame con la volontà divina, posti su un trono grazie all’aiuto di volontà superiori.
Il mondo d’Israele non sfugge a questa ripartizione, anche se mette in atto delle modifiche non da poco. Abramo, considerato il primo profeta, è colui che muove i primi passi lungo il cammino di un’Alleanza in cui Dio vuole farsi vicino alle sue creature: esseri umani non più pedine per i capricci divini, ma persone da amare con tutto il cuore, con viscere di padre e madre. Mosè, definito il più grande tra i profeti, è colui che riuscì ad intercedere più e più volte durante la quarantennale permanenza nel deserto: non dovette essere semplice fare da mediatore tra il Dio del Sinai ed un popolo che recalcitrava e mormorava come un bambino capriccioso.
I profeti non spariscono, ma aumentano con il trascorre del tempo. Nella Terra Promessa e durante l’esilio di Babilonia, Dio non smette di seguire il suo popolo, di rimproverarlo o di rincuorarlo, di regalare perle di promesse, orizzonti di un Messia che non vede l’ora di giungere per colmare finalmente ogni distanza tra Dio e l’uomo ed anzi, riunirli in sé.
Nabì”-“profeta” nel linguaggio biblico è allora una lontananza che freme per poter essere un giorno annullata. Per questo, quando il popolo ebraico si dovette confrontare con la lingua greca, trovò il modo di tradurre senza tradire. Ecco allora il greco “prophetès”, da cui l’italiano “profeta”. “Colui che parla davanti a”/”a nome di”: un vero e proprio portavoce ufficiale di Dio, il primo ufficio stampa della storia della salvezza, qualcosa che non punta l’accento sulla separazione tra il creatore e le creature, ma è un vero e proprio servizio in aiuto dell’uomo, per far sì che egli non smarrisca la strada che porta all’amore di Dio.
Come si può vedere, nessuna dote da indovino o da mago, ma sapienza nel leggere i segni dei tempi e lungimiranza nell’ascoltare chi vive nell’eternità. Il profeta, colui che ha imparato a porre i suoi passi in sintonia con quelli dell’Eterno, ha capacità che sfuggono a chi sta sempre a capo chino a rimuginare solo su se stesso e sul proprio scampolo di mondo.
L’arrivo di Gesù infrange ogni barriera. Il Battista viene annoverato quale ultimo tra i profeti, perché da quell’annuncio in poi, “ecco l’agnello di Dio” (Giovanni 1,29-34), l’uomo si troverà finalmente a tu per tu con la divinità. Non c’è più bisogno di intermediari, l’Immanu-El è “il-Dio-con-noi”, colui che ti fissa occhi negli occhi e che per farlo ha preso carne mortale.
Cambiano le carte in tavola, s’innalza l’asticella del traguardo. Cristo ricongiunge uomini e Dio, ma anche uomini tra di loro, rinsaldando il legame di fratellanza che li unisce.
S’era già vista, quella scena. Nei primi attimi dell’umanità, in cui uomo e donna non si vedevano l’un l’altro come nemici, né tremavano di paura dinanzi ad un Creatore che passeggiava nel giardino di Eden, ma anzi lo avevano a portata d’occhi e orecchie.
L’umanità, creata fin dal principio per esser profeta, per avere un rapporto a-tu-per-tu con Dio, nel Rabbi di Galilea riscopre la propria vocazione.

“Vi sono poi diversità di carismi, ma uno solo è lo Spirito; vi sono diversità di ministeri, ma uno solo è il Signore; vi sono diversità di operazioni, ma uno solo è Dio, che opera tutto in tutti. E a ciascuno è data una manifestazione particolare dello Spirito per l’utilità comune […] Ma tutte queste cose è l’unico e il medesimo Spirito che le opera, distribuendole a ciascuno come vuole.” (1Corinzi 12,4-11)

Siamo tutti chiamati ad essere profeti.
Non è una mera conseguenza della venuta di Cristo, ma anzi fa parte del progetto di Dio fin dalle origini.

“Non temere, perché io ti ho riscattato,
ti ho chiamato per nome: tu mi appartieni.
[…] Perché tu sei prezioso ai miei occhi,
perché sei degno di stima e io ti amo.” (Isaia 43,1-4)

Chiamato per nome, riscattato da Cristo, prezioso agli occhi di Dio: eccoti, tu che leggi, ecco la tua vocazione profetica che chiede solo d’essere messa in pratica. Testimoniare l’amore, dunque, con parole ed azioni. Testimoni di Misericordia, senza reticenze a opporsi ai soprusi, alle ingiustizie, ma soprattutto senza reticenze ad amare.

Chiara Liberti
L'autore: Chiara Liberti

Vicentina, classe 1979, piedi ben piantati per terra e testa sempre tra le nuvole. È una razionale sognatrice, una inguaribile ottimista ed una spietata realista.
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