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PUNTATA 7 QUADRO

E' la terza richiesta fatta a nostro favore: il pane, il perdono dei peccati, «non ci indurre in tentazione». Che nessuno, badate bene, immagini Dio come uno che si diverte a mettere-alla-prova l'uomo: un Dio siffatto non meriterebbe d'essere creduto, né amato. Oscar Wilde diceva che «l'unico modo per liberarsi di una tentazione è cedervi». A che serve vincerne una? Se ne presenta subito l'altra: “L'ultima, poi basta” dice sempre così il bullo di Satana. «Non abbandonarci nella tentazione» suona meglio, meno spavento più mansuetudine: è più vero il Dio che s'annuncia in filigrana. “Tentazione” è parola dai molti abbinamenti. Abbiamo trascorso del tempo a parlarne con il filosofo Umberto Galimberti.

«La vita senza tentazioni equivale ad un asservimento: è una routine senza prospettiva, un ristagno, un'inerzia dell'ambiente e una propria paralisi o impotenza. Anche la vita dopo che ci siamo arresi alla tentazione si rivela una vita asservita – solo che a questa verità dobbiamo ancora arrivarci, e di solito ne scopriamo la saggezza a danno fatto. Soltanto lo stato della tentazione è il momento – che ha breve durata ed è facile lasciarsi sfuggire o interpretare erroneamente – della libertà. La possibilità della scelta ancor viva, la porta spalancata. La maniglia non è ancora scattata, ma fra un attimo, quando avrò ceduto alla tentazione, scatterà».(Z. Bauman – S. Obirek, Conversazioni su Dio e sull'uomo)

La tomba non è per il campione. L'immortalità è la sua tentazione: dal podio, vede il mondo ai-suoi-piedi. Valentina Vezzali, quando vinceva, mi faceva sobbalzare sul divano. La sua era arte, non-solo-sport: portava a spasso le avversarie per le pedane poi, un colpo di fioretto e zac! le infilzava. L'ho sempre vista vestita d'oro. Quando si è candidata in politica, mi sono rattristato: non accettavo che la mia campionessa cedesse alla tentazione del potere. Quel potere che tutto tritura. Satana è geloso delle cose-belle: illudendo, le svuota.
L'apostolo Paolo, quando scrisse agli amici di Corinto, ammise con spudoratezza: «Quando sono debole è allora che sono forte». Se non è insulto al buon-senso, poco ci manca. Invece, a conti fatti, è la quella di Paolo è la confessione più umana, che solo un peccatore-perdonato riesce a professare. È la tentazione a renderci umani. Nel deserto, faccia-a-faccia con Satana, Gesù non raccontò che i mostri esistono. Insegnò come si fa a sconfiggerli, affrontandoli.
Mi convince la traduzione fatta da Tertulliano, scrittore romano dei primi anni: «Non permettere che siamo sedotti dalla tentazione». Invocato così, Dio non spaventa affatto: c'è fede, tremore. Il sospetto che Dio sia nemico della gioia, che si diverta ad istigarmi, è l'ultima storiella di Satana. Darle retta un secondo, è averlo già assecondato.
La puntata si chiude in modo bizzarro. La tentazione-delle-tentazioni, a parlar di tentazione, era collegare tentazione con sessualità. Signor Lucifero, non ci siamo caduti. Lei è un burlone e a me questa parola, per assonanza, richiama il ballo del burlesque: corpetti, pizzi, merletti e parigine. Roba da Moulin Rouge, make-up, tratti dark. Da avversario, le riconosco un'arte sopraffina: lei sa sedurre come pochi altri. Quando lo dimentico, lei mi vince a man bassa. Sedurre è parte-in-causa della tentazione.
Scordarlo è farsi beffare.


 

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don Marco Pozza
L'autore: don Marco Pozza

Marco Pozza (1979), parroco della parrocchia del carcere Due Palazzi di Padova, è uno «straccio di prete al quale Dio s'intestardisce ad accreditare simpatia, usando misericordia», come ama dire di se stesso.
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