5 1 1 1 1 1
5 1 1 1 1 1

evidenziatori

Il miracolo – quello che ancor oggi rabbuia e consola – è l'incontro tra la sua carità infinita e la mia povertà, infinita pure lei. Il mio campo, come lo sogna Dio, val più di un quadro di Van Gogh «Il regno dei cieli è simile a un uomo che ha seminato del buon seme nel suo campo». Il mio nome è seme-buono, arrivo da terra-buona come si giunge da un paese, sono terra-attraversata da Dio per essere seminata. Mica un passeggio tanto per fare: mi attraversa, investe sulle mie zolle, perché diventi campo di spighe, terra di grano, paesaggio colore oro. Poi, buonanotte seminatore: Dio è contadino-in-attesa, rispettoso del ritmo della campagna. S'addormenta, IL che non significa che a Dio non importi: è che, dopo la fatica, viene il riposo. Che è anche, non-solo, il tempo dell'altro: «Ma, mentre tutti dormivano, venne il suo nemico, seminò della zizzania in mezzo al grano, se ne andò». Anche l'altro semina: è un bambino incapace, geloso, che vuole a tutti i costi scopiazzare il tema del primo della classe. E' un seminare imbecille: con la coda dell'occhio, di notte per non dare nell'occhio, intento che nessuno lo veda. Tutti ridono dei matti in piazza, purché non sian della loro razza, dicono al mio paesello natìo. La seminagione è stata rovinata: Satana paga da bere.
S'accorgeranno, del suo passaggio, nei mesi a venire: tempo al tempo, che le due sementi mettano radici, gli steli s'allunghino, che le spighe somiglino a ventri di donne gravide. Per gli amici di Cristo la colpa è sua: «Signore, non hai seminato del buon seme nel tuo campo». Come se Dio provasse gioia nel tendere tranelli alle creature, nel vendere merce tarocca. Capiscono così poco i discepoli che le truffe, fosse per il loro cervello così simile al mio, arrivano dal Cristo: solo Lui abbiamo visto uscire a seminare. Nessun altro, eravamo ai bordi del campo, intenti nell'osservare. È che non tutti sono onesti: a seminare nel buio – che è scarabocchiare di notte, bruciare auto mentre si dorme, assaltare banche col viso coperto, andare per la strada col passamontagna – sono capaci tutti. Il vero azzardo è seminare alla-luce-del-sole: siccome quel seme è roba-buona, Cristo semina sotto gli occhi di tutti. Come non credere ad Uno così? La zizzania, però, c'è: «Da dove viene la zizzania?» Domanda più che pertinente, risposta pari: «Un nemico ha fatto questo!»
La solita questione di gelosia.
La ricetta dei discepoli è diploma di gente volonterosa: rimbocchiamoci le maniche, «Vuoi che andiamo a raccoglierla?» E' tutta gente molto seria: il male, quand'appare così evidente, và strappato, silurato. Invece no, Cristo sconcerta: «No!» E' timbro di giudizio senza appello, in allegato le motivazioni: «Perché non succeda che, raccogliendo la zizzania, con essa sradichiate anche il grano». Nessuno aveva ragionato così, fin quasi sul limite dell'insensatezza: "Per troppo-amore del grano, accetto di vederlo crescere misto all'opposto". Da bambino odiavo questa pagina: "E' Dio che permette il male", dicevo. Anni dopo, coi primi fallimenti cuciti addosso, intravidi la mia faccia-perdente: «Nello stesso pensiero – è vero e terribile – il buono e malato stelo s'intrecciano; o forse sono la stessa pianticella che si biforca, e una punta ha in orrore l'altra punta sorella eppure se ne fa complice» (L. Santucci). In me i fili del bene e quelli del male s'intrecciano che è un piacere: ci son giorni in cui la percentuale di grano soffre le quote di zizzania. Altre volte pareggiano. Certe volte grano batte tutti. Sono le volte in cui Dio-è-da-impazzire: sono così a corto di bontà che, appena ne scorge un chicco in me, l'Agricolo è tutto preoccupato che non la rovinino volendo cavare via la zizzania, ch'è sempre in maggioranza. E' poca-roba, la mia bontà, in confronto: eppure, per Lui, la cura di quel poco vale molto più dell'estirpazione del male. Del tanto-male.
A ragionare così s'impazzisce: a non ragionare così sarei già bruciato per troppa-zizzania. Invece no: mi lascia vivo, proprio io che sono fico-senza-fichi. In me vede ciò che nemmeno io vedo. C'è gente che guarda il sole e dice: "È solo un puntino giallo". Io, sotto-sforzo di bontà, sono puntino-giallo. È Dio, con me, l'esagerato: "Un puntino? È un sole, quello!" In materia non esagero affatto.

In quel tempo, Gesù espose alla folla un’altra parabola, dicendo: «Il regno dei cieli è simile a un uomo che ha seminato del buon seme nel suo campo. Ma, mentre tutti dormivano, venne il suo nemico, seminò della zizzania in mezzo al grano e se ne andò. Quando poi lo stelo crebbe e fece frutto, spuntò anche la zizzania. Allora i servi andarono dal padrone di casa e gli dissero: “Signore, non hai seminato del buon seme nel tuo campo? Da dove viene la zizzania?”. Ed egli rispose loro: “Un nemico ha fatto questo!”. E i servi gli dissero: “Vuoi che andiamo a raccoglierla?”. “No, rispose, perché non succeda che, raccogliendo la zizzania, con essa sradichiate anche il grano. Lasciate che l’una e l’altro crescano insieme fino alla mietitura e al momento della mietitura dirò ai mietitori: Raccogliete prima la zizzania e legatela in fasci per bruciarla; il grano invece riponètelo nel mio granaio”».
Espose loro un’altra parabola, dicendo: «Il regno dei cieli è simile a un granello di senape, che un uomo prese e seminò nel suo campo. Esso è il più piccolo di tutti i semi ma, una volta cresciuto, è più grande delle altre piante dell’orto e diventa un albero, tanto che gli uccelli del cielo vengono a fare il nido fra i suoi rami».
Disse loro un’altra parabola: «Il regno dei cieli è simile al lievito, che una donna prese e mescolò in tre misure di farina, finché non fu tutta lievitata».
Tutte queste cose Gesù disse alle folle con parabole e non parlava ad esse se non con parabole, perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta:
«Aprirò la mia bocca con parabole,
proclamerò cose nascoste fin dalla fondazione del mondo».
Poi congedò la folla ed entrò in casa; i suoi discepoli gli si avvicinarono per dirgli: «Spiegaci la parabola della zizzania nel campo». Ed egli rispose: «Colui che semina il buon seme è il Figlio dell’uomo. Il campo è il mondo e il seme buono sono i figli del Regno. La zizzania sono i figli del Maligno e il nemico che l’ha seminata è il diavolo. La mietitura è la fine del mondo e i mietitori sono gli angeli. Come dunque si raccoglie la zizzania e la si brucia nel fuoco, così avverrà alla fine del mondo. Il Figlio dell’uomo manderà i suoi angeli, i quali raccoglieranno dal suo regno tutti gli scandali e tutti quelli che commettono iniquità e li getteranno nella fornace ardente, dove sarà pianto e stridore di denti. Allora i giusti splenderanno come il sole nel regno del Padre loro. Chi ha orecchi, ascolti!» (Matteo 13,24-43).


Avviso parrocchiale
 Vi aspetto, per chi vorrà, sabato alle 17.30 su RaiUno con Le ragioni della speranza. 
In questa undicesima puntata del nostro ciclo commenteremo il Vangelo della domenica dall'Abbazia delle Tre Fontane a Roma, il luogo del martirio di san Paolo. Questo sabato mi sono scelto, come compagno-di-cordata, lo scrittore Erri De Luca. E' alla sua scuola che mi sono innamorato delle parole, della Parola: del fatto che le parole, prima che un significato, hanno un gusto, un sapore. Il loro significato è un gusto: raccontarle è gustarle. Lasciarsi invadere da loro è mestiere-gustoso.

4.75 1 1 1 1 1

campi

Il suo posto è tra i poeti, laddove il fare-poesia non è trastullarsi all'ombra di parole ricamate a mo' di vezzo ma una creazione vera e propria. Cristo mostra d'avere i piedi ben piantati a terra, dentro le faccende terrestri. Osserva tutto: passeri, lievito, farina, rondini, gigli, tramonti, aurore, donne, uomini. Esattamente poeta: in un granello di sabbia, è capace di scrutare, come attraverso una feritoia, che faccia ha il mondo intero. Di più: d'intravederci la fisionomia del Regno del Padre suo. Li conosce benissimo gli uomini: sa bene che in ognuno c'è il germe di tremende possibilità. Nella trama evangelica Cristo fa l'ingresso con indosso le vesti del seminatore: non viene a raccogliere, ad ispezionare, men che meno a giudicare. Prima, da uomo onesto qual è, viene per la stagione della semina. Per accendere la primavera dei cuori: «Ecco, il seminatore uscì a seminare». Quant'è affascinante quell'articolo-determinativo: Lui non è uno-qualsiasi, Lui è Lui, di mestiere sceglie l'agricoltura. Un Dio-agricolo: mestiere di cura, affare di stagioni, spirito d'inventiva. La sacca al collo – come tante volte vedevo il nonno uscirsene da casa – e poi ampie arcate pennellate nell'aria, gettando le sementi sopra la terra arata, preparata. E' l'arte del seminare, profezia di futuri raccolti.
Il nonno era un agricoltore-attento: mai una volta che l'abbia visto gettare i semi sulla strada asfaltata, nemmeno in mezzo ai rovi della scarpata accanto all'orto: sarebbe parsa una follia, un'ammissione di ignoranza in materia. Al mio paese, ch'è tutto poggiato sulla montagna, tutti sanno quant'è arcigno lavorare la terra: figurarsi se si gettano i semi, se si sperperano le possibilità. "Io sono un agricoltore esperto" dice Cristo di Sè medesimo tra le pagine piene di spighe dei Vangeli. È così esperto, infatti, da gettare-al-vento patrimoni di speranza: «Una parte cadde lungo la strada, un'altra parte cadde sul terreno sassoso, un'altra parte cadde sui rovi, un'altra parte cadde sul terreno buono». Gli apostoli erano tutti uomini pratici: gente di mare, di terra, d'altura. Chissà cos'avranno pensato: "Ha tempo da perdere, non è portato per la semina, pare che getti a casaccio, è strano come semina!" Un giorno, invece, capiranno esattamente ciò che voleva far capire loro il Maestro: che la fede non è dare qualcosa a Cristo ma ricevere da Lui qualcosa che ci appartiene perché donatoci. Ecco perché Cristo-agricolo getta semi dappertutto: nulla, in cuor suo, potrà reggere la forza d'urto della sua speranza. Del suo inguaribile ottimismo. Siccome «vi sono smarrimenti che solo il cuore di Dio vede e misura» (P. Mazzolari) allora anche la strada, se vuole, un giorno potrà diventare terra feconda, una messe dorata. Fiori tra le rocce.
È roba buona, la semente che Cristo tiene in mano, che getta per terra. Eppure, tempo al tempo, certi semi finiranno nella gola dei passeri, nella pancia delle cornacchie, arsi sulla pietra che brucia. La semente è di prima qualità, ma non basterà: anche la terra dovrà fare la sua parte. Come nella pesca: gettare la rete è mestiere del pescatore, riempirla sarà affare della corrente. Satana – esiste anche un altro seminatore, badate di non scordare mai quest'immane certezza -, quando vede Cristo uscire, esce anche lui. La sua semente è altra-roba: non importa il terreno, la zizzania cresce e prospera anche sui sassi, tra le spine, in terra di cemento. Il male non ha palato: ama gozzovigliare e questo gli basterà per esser contento. Cristo, badate bene, non si indispettisce: "Lasciate fare, per adesso!" Giusto così: nessuno ha il diritto di vantarsi della propria castità se non è stato prima tentato. Ecco perché Cristo mette le cose in chiaro: nessuno s'illuda che andargli dietro sia facile. Lui chiamerà dappertutto, ma qualcuno non capirà, altri s'alzeranno senza metter la base, altri si strozzeranno per troppi-pensieri. Altri l'accoglieranno: sarà mietitura in numero pari a infinito.
Oggi Cristo va-a-campi: il che non significa fuori-tema. Sta esattamente a centro-campo.

(da Il Sussidiario, 15 luglio 2017)

 

Quel giorno Gesù uscì di casa e sedette in riva al mare. Si radunò attorno a lui tanta folla che egli salì su una barca e si mise a sedere, mentre tutta la folla stava sulla spiaggia.
Egli parlò loro di molte cose con parabole. E disse: «Ecco, il seminatore uscì a seminare. Mentre seminava, una parte cadde lungo la strada; vennero gli uccelli e la mangiarono. Un’altra parte cadde sul terreno sassoso, dove non c’era molta terra; germogliò subito, perché il terreno non era profondo, ma quando spuntò il sole fu bruciata e, non avendo radici, seccò. Un’altra parte cadde sui rovi, e i rovi crebbero e la soffocarono. Un’altra parte cadde sul terreno buono e diede frutto: il cento, il sessanta, il trenta per uno. Chi ha orecchi, ascolti».
Gli si avvicinarono allora i discepoli e gli dissero: «Perché a loro parli con parabole?». Egli rispose loro: «Perché a voi è dato conoscere i misteri del regno dei cieli, ma a loro non è dato. Infatti a colui che ha, verrà dato e sarà nell’abbondanza; ma a colui che non ha, sarà tolto anche quello che ha. Per questo a loro parlo con parabole: perché guardando non vedono, udendo non ascoltano e non comprendono. 
Così si compie per loro la profezia di Isaìa che dice:
“Udrete, sì, ma non comprenderete,
guarderete, sì, ma non vedrete.
Perché il cuore di questo popolo è diventato insensibile,
sono diventati duri di orecchi
e hanno chiuso gli occhi,
perché non vedano con gli occhi,
non ascoltino con gli orecchi
e non comprendano con il cuore
e non si convertano e io li guarisca!”.
Beati invece i vostri occhi perché vedono e i vostri orecchi perché ascoltano. In verità io vi dico: molti profeti e molti giusti hanno desiderato vedere ciò che voi guardate, ma non lo videro, e ascoltare ciò che voi ascoltate, ma non lo ascoltarono!
Voi dunque ascoltate la parabola del seminatore. Ogni volta che uno ascolta la parola del Regno e non la comprende, viene il Maligno e ruba ciò che è stato seminato nel suo cuore: questo è il seme seminato lungo la strada. Quello che è stato seminato sul terreno sassoso è colui che ascolta la Parola e l’accoglie subito con gioia, ma non ha in sé radici ed è incostante, sicché, appena giunge una tribolazione o una persecuzione a causa della Parola, egli subito viene meno. Quello seminato tra i rovi è colui che ascolta la Parola, ma la preoccupazione del mondo e la seduzione della ricchezza soffocano la Parola ed essa non dà frutto. Quello seminato sul terreno buono è colui che ascolta la Parola e la comprende; questi dà frutto e produce il cento, il sessanta, il trenta per uno» (Matteo 13, 1-23).

 


Avviso parrocchiale
 Vi aspetto, per chi vorrà, sabato alle 17.30 su RaiUno con Le ragioni della speranza. 
In questa decima puntata del nostro ciclo commenteremo il Vangelo della domenica da Malga Larici di Sotto, una bellissima realtà di aleggio nell'Altopiano di Asiago (VI). E' la storia di una famiglia che, da generazioni, fa dell'arte agricola un mestiere e uno stile di vita. Una pagina di Vangelo attualizzata in compagnia di Sara, una giovanissima malgara, e dalla sua famiglia.

5 1 1 1 1 1

elefante

La cosa suona assai strana, eppure dev'essere accaduto proprio questo: che nemmeno Cristo – dopo esser venuto al mondo e, ancor più, dopo essersi messo in proprio dai suoi di casa sua – avesse ben capito, come non lo capisco bene ancora io, il perché della sua avventura quaggiù. Se non proprio il perché, almeno il come funzioni la logica di Dio. Era perfettamente Dio, avete ragione: è la cosa più facile da credersi, quasi nessuno fatica più nel prestare fiducia al fatto che è Dio. Era anche uomo, però, tenetelo a mente: e, come uomo, dovette spendere tanto-tempo per diventare uomo. Quella di diventare-uomo - «E il verbo si fece carne» (Gv 1,14) - fu esattamente la carriera di Dio, dal momento che uomini non si nasce, lo si diventa. "Non è neanche uomo" dici, ogni tanto, di qualcuno nel quale noti una mancanza di carattere, un'insufficienza di cuore, una latitanza di coraggio. Hai ragione: "È uno che un giorno potrebbe diventare un uomo. Non è detto che lo diventi, però". Su questo crinale, ch'è tipico di chi nasce uomo, anche Cristo ha piantato la sua tenda, accanto alla mia: ha cercato in tutti i modi di farsi-uomo pure Lui. Senza affatto scansare gli sberleffi di giornate storte: «Pur essendo Figlio, imparò l'obbedienza dalle cose che patì» (Eb 5,8). "E se sbagli, la prossima volta impari" era la frase preferita della mia nonna quand'ero piccolo: deve suonare più o meno così la traduzione più domestica di quella che riguarda l'obbedienza di Gesù. Che, per diventare uomo, dovette apprendere le stesse cose degli uomini: farsi barba e capelli, tagliarsi le unghie, sporcarsi le mani. Zappare, mangiare, studiare e dormire. Non gli fu semplice nemmeno – è la più grande consolazione in materia - il capire come ragionasse suo Padre: «Come padre tu eri troppo forte per me e io dovetti, di conseguenza, sostenere da solo il primo urto, per il quale ero troppo debole» (F. Kafka, Lettera al padre). Cercare di fare mente-locale su cosa s'aspettasse da Lui quel Padre che, con una parola, governava il mondo.
Un Padre-Dio che era la misura di tutte le cose.
Eccolo, dunque, il Cristo-che-matura: il Bambino si sta facendo le ossa nel momento esatto in cui tutto sembra rinfacciargli: "hai sbagliato strada. Torna indietro". I dottori l'abbandonano, scribi e farisei tentano di accartocciarlo con parole mute e sorde, gli apostoli mostrano di non capire affatto cos'è quella strana faccenda che chiama Regno-di-Dio. Sta toccando il fondo dell'incomprensione, Cristo. E' l'attimo nel quale sboccia una delle rivelazioni più stupite dei Vangeli: «Ti rendo lode, Padre, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli». Gesù, specchiandosi nell'arroganza avversaria, s'accorge del luogo dov'è andato a nascondersi – perché se lo gustassero nell'intimità – il Padre. E, accortosi di quant'è generatore di bellezza quel suo farsi-piccolo tra i piccoli, decise chi diventare da grande: «La sua vera gioia è di rivelarsi a dei poveri uomini schiacciati da colpe abituali, e d'aprire sotto i loro passi un abisso di misericordia e di perdono» (F. Mauriac). Il tempo di prendere le misure e Lui, così duro coi dottori e coi farisei, si addolcirà con i piccoli: andrà a lezione da loro per cercare di mandare a lezione chi pensava d'essere nato dotto e sapiente. Li preferirà quei piccoli – storpi, gobbi, rachitici, malandrine, slabbrati e fetidi - perché odia il mondo e tutto ciò che gli gira attorno. Ha deciso che, d'ora innanzi, si concederà a tutti coloro che non sono del mondo. Anche a quelli che adesso lo sono ma un giorno decideranno in cuor loro, magari accorgendosi di quant'è bello essere uomini-bambini, di andare dietro all'altro principe, quello che scrive il mio nome rigorosamente con la Maiuscola, appuntato nel concavo della sua mano. Governerà i cuori come si governano i corpi. Solo che Lui ha deciso che governerà il mondo con la gioia: «Il mio giogo, infatti, è dolce e il mio peso leggero». A governare con la paura sono capaci tutti: Gli pare noioso.
Un figlio che si stupisce di suo papà è una meraviglia: cogliere quell'attimo è appartenere al proprio futuro. È l'infanzia dei Vangeli: la storia della salvezza poggia su stecchini di legno, non su architravi di calcestruzzo.
Materia di una fragilità inossidabile.

In quel tempo Gesù disse: «Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza. Tutto è stato dato a me dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo.
Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero» (Matteo 11,25-30).


Avviso parrocchiale
 Vi aspetto, per chi vorrà, sabato alle 17.30 su RaiUno con Le ragioni della speranza. 
In questa nona puntata del nostro ciclo commenteremo il Vangelo della domenica dall'Eremo delle Carceri di Assisi (PG). L'estate è il tempo della sdraio sotto l'ombrellone, del cocktail a bordo piscina, del corpo che ritrova l'energia. E' anche il tempo dell'anima: dedicarle del tempo è dedicarsi del tempo. DedicandoGlielo.

 

(foto di copertina tratta da www.cinisionline.it)