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ANTONIO E IL CUORE DELL AVARO ATTRIBUITO A FRANCESCO VECELLIO 1511 12. SCUOLA DEL SANTO SALA ADUNANZE
L'elevatura è di una bellezza insuperata. E' stato così grande, così santo, che l'aggettivo qualificativo della santità - “santo” - ha finito per oscurare il nome di battesimo: non più sant'Antonio ma “Il Santo dei miracoli”. Il-Santo per antonomasia. A Padova il Cielo causò ad Antonio, nato a Lisbona, una sorta di trasfusione: lui innestò in città il sangue della profezia, la città gli tributò la cittadinanza. Il Santo e la città: la “Città del Santo”. Sangue-foresto è cagione di collera in terra veneta: grazie al sangue foresto – Antenore, Antonio, Giotto – Padova ha scritto pagine d'arte, di storia e di fede. Ogni anno, per il Santo, bloccano l'intera città il 13 di giugno: per un senso di riconoscenza, per impetrare una grazia, per strappargli un'altra promessa. Lui, ch'è santo, ascolta e valuta: che nessuno ne approfitti del Cielo.

Ogni santo è un po' anche burbero: fare i conti con l'irruzione del divino in una storia umana procura solitudine e incomprensione. Anche impazienza per tutta la gente che gli si ferma davanti: “Non è per me, è per quello che ho dentro che mi invocate!” Che non facciano confusione tra lui e Dio. La gente prega i santi, la Madonna: fa fatica a pregare Cristo. Quaggiù si ha estremo bisogno di gente in carne-e-ossa, mentre Dio è troppo astratto per qualcuno. Di un santo, invece, ci si fida di più: si può intervenire concretamente, sembra di toccarlo, non si prova vergogna a confidargli miserie, schifezze. Un santo, però, si pensa due volte a strattonarlo, tirandoselo dalla propria parte: i santi sono proprietà privata di Dio. Nessuno, quest'anno, si è permesso di citare Antonio in qualche comizio: le sue parole rimangono dardi infuocati, ancora ustionano, è materia di alta tensione. Arrivò a Padova a 32 anni e in quattro anni mise a ferro-fuoco la città: nessun sconto, nessun raggiro, fu voce che scoperchiò soprusi, villanerie, ghigliottine. L'uomo foresto aiutò gli uomini a farsi fratelli, come Giotto insegnò alla città a farsi bella. Entrambi pittori, Antonio e Giotto: dipinsero la miseria.

Un giorno, poi, il Santo toccò un nervo scoperto: la galera. Nessun politico, in campagna elettorale, tocca nervi scoperti, quelli collegati al cervello: saranno le pance, stamattina, a rigare la scheda elettorale. Lui, invece, sfidò il podestà, intercedendo per le vittime dell'usura. A quel tempo, chi non riusciva a pagare gli interessi veniva condannato come debitore a vita: dritto in galera, dopo esser stato lasciato penzolare finchè si slogassero spalle, braccia. Antonio intervenne. Sfidò il podestà e vinse: il debitore senza colpa non finiva più in galera ma doveva dare i propri bene in contropartita. In carcere Antonio è nome-familiare. Questa notte, confusi tra la folla, una decina di persone detenute ha percorso il Cammino di Sant'Antonio. Quella stessa folla che, sentendo le notizie su di loro, grida: “Li avessi davanti, farei giustizia!” Nessuna rissa, invece, stanotte. Anche questo è vedere il Santo all'opera: “Se volete venire a trovarmi, o ci arrivate tutti assieme o statevene a casa vostra”. I santi-popolari di oggi son gli uomini impopolari di ieri, ossi duri: per questo non è gente facile da strattonare.

(da Il Mattino di Padova, 26 maggio 2019)

 


(Immagine: "S. Antonio e il cuore dell'avaro", Francesco Vecellio (attribuito), 1511–12, Scuola del Santo, Sala Adunanze)

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Il testo della prima lettura, tratto dagli Atti, muove dal ritorno a Gerusalemme di Paolo, dopo il suo terzo viaggio missionario. Riconosciuto nel tempio da persone che vogliono uccidere, deve essere scortato dalla milizia.

Protetto dai soldati, pronuncia la sua prima difesa, riportata dagli Atti (la seconda difesa è ricordata in At 24,10-21 e la terza in At 26, 2-23) e parla in ebraico, sorprendendo la gente che si incuriosisce e resta ad ascoltarlo in silenzio.

Il suo intervento inizia con la propria presentazione, illustrando la propria vita e la propria formazione, per sottolineare la propria appartenenza non solo al popolo giudaico, ma a quello meglio istruito, a livello culturale e religioso (è sicuramente con malcelato orgoglio che Paolo si definisce “pieno di zelo” e “educato alla scuola di Gamaliele”, che era – allora – uno dei rabbini più in vista e stimati di tutta la cultura giudaica).
Proseguendo in una catechesi su Gesù, lo definisce “Voce” e “Luce”, che è la modalità attraverso cui, nel suo incontro soprannaturale con la Verità, Paolo stesso è pervenuto alla fede.
«Perché mi perseguiti?» (At 22,7): questa è la domanda di Cristo a Paolo, tradendo la totale identificazione di Cristo con chi è fedele a Lui (“chi ascolta le mie parole e le mette in pratica, questi sono mia madre e i miei fratelli!”, ). Cristo è presente, nel dolore delle persecuzioni, di chi sceglie il martirio, piuttosto che l’abiura della fede. Questo significa che anche noi è chiesto questo coraggio, se vogliamo dirci suoi discepoli; spesso, invece, basta molto meno a spaventarci e farci propendere verso una prudenza che ben poco ha di cristiano e che – piuttosto – rischia di offendere la memoria dei martiri, di ieri di oggi. Prima ancora della persecuzione violenta, spesso è lo spauracchio della beffa, dell’emarginazione lavorativa e sociale a spingerci a tenere un basso profilo, per quello che riguarda l’esposizione pubblica della propria fede. Spesso, infatti, finiamo per mascherarci dietro al malinteso concetto del rispetto umano, per celare quello che facciamo fatica ad ammettere a noi stessi: la paura ci schiaccia. Ci schiaccia la paura di non ricevere consenso, approvazione, stima, riguardo, rispetto, calore, affetto. Per cui, finché ci può essere un tornaconto positivo, possiamo anche dirci cristiani, ma vi poniamo dei limiti, che sono – purtroppo – quelli dell’approvazione del mondo e delle sue ideologie. Dimenticando che, pur vivendo nel mondo, il cristiano è chiamato a non essere del mondo, garantendo il primato, sulla propria vita, alla signoria di Cristo. Al Cristo non è chiesto – necessariamente – il martirio, ma ciascuno di noi, dal momento del Battesimo, è bene che sappia che Cristo chiede di seguirlo, sulla via della santità, se necessario, testimoniandoLo fino al martirio. Anche quando questo consiste non nel farci sbranare dai leoni, ma nell’affrontare il ridicolo, la beffa, l’ingiuria, la diffamazione.
In San Paolo, prima e dopo la conversione, ritroviamo – indomita – una ricerca senza sosta della Verità. Anche quando perseguitava i cristiani, infatti, lo faceva in nome della fede – giudaica – convinto di estirpare, in tale modo, l’eresia. È utile soffermarsi su un simile fraintendimento. Non è mai possibile contrastare una falsa dottrina, screditando la persona che la propaganda. Le idee vanno messe alla prova tramite lo scontro con altre idee. Se le idee sono sbagliate, periranno. Chi le propaganda, altro non è che una creatura, che ha avuto origine dal pensiero del Creatore e – come tale – non può che essere “potenzialmente buona”.
È innegabile però che il “convertito eccellente” Saulo, fatica a presentarsi, come nulla fosse, tra quei cristiani che, - fino a poco tempo prima – perseguitava con ardore e convinzione, per cui Paolo fa notare:

Signore, essi sanno che facevo imprigionare e percuotere nelle sinagoghe quelli che credevano in te; e quando si versava il sangue di Stefano, tuo testimone, anche io ero presente e approvavo, e custodivo i vestiti di quelli che lo uccidevano. (At 22, 19-20)

Con lungimiranza, dunque, il Signore, pur dopo averlo fatto accogliere dalla comunità cristiana preferisce inviarlo “alle nazioni”, ai lontani. È così che Paolo, il giudeo cresciuto alla scuola prestigiosa di Gamaliele, diventa l’Apostolo delle Genti. Perché a Dio è piaciuto fare “dei due un solo popolo” (Ef 2,14)

Fratelli, a Cristo è resa questa testimonianza: / «Tu sei sacerdote per sempre / secondo l’ordine di Melchìsedek».
Si ha così l’abrogazione di un ordinamento precedente a causa della sua debolezza e inutilità – la Legge infatti non ha portato nulla alla perfezione – e si ha invece l’introduzione di una speranza migliore, grazie alla quale noi ci avviciniamo a Dio. Inoltre ciò non avvenne senza giuramento. Quelli infatti diventavano sacerdoti senza giuramento; costui al contrario con il giuramento di colui che gli dice: / «Il Signore ha giurato e non si pentirà: / tu sei sacerdote per sempre» (Eb 7, 17-20)

È particolarmente evocativo trovarsi tra le mani questo frammento della lettera agli Ebrei, proprio in un periodo in cui, un po’ in tutta Italia, è tempo di ordinazioni presbiterali e, conseguentemente, anche di anniversari d’ordinazione. Questa Parola risuonerà in tante nostre chiese, coinvolgerà, magari, amici, parenti o conoscenti. Pone in rilievo anzitutto la differenza tra il sacerdozio ebraico (sostanzialmente dinastico) e quello successivo. Il paragone è la “stonatura”, l’eccezione di Melchisedek, che è re e sacerdote senza genealogia e che, proprio in virtù di questo, diventa “ponte” ideale tra il sacerdozio vetero e neotestamentario. Qui arriva la precisazione. Il vero ed unico Sommo Sacerdote, il Sacerdote dei Sacerdoti, è Cristo stesso che è – al contempo – sacrificio e “sacrificatore” perfetto. Infatti, nel suo aderire pienamente alla Volontà del Padre, può essere – pienamente - “pontefice”, cioè punto di unione tra la terra ed il cielo, tra il divino e l’umano, Lui, che è vero Uomo e vero Dio ed ha condiviso la nostra vita “in tutto, fuorché nel peccato” (Eb 4,15).

Il brano del Vangelo, in questo tempo, ancora pasquale (ma sempre più vicino alla Pentecoste) ci riporta all’Ultima Cena, con gli ultimi detti di Gesù e con l’annunzio dello Spirito Santo:

Quando però verrà lo Spirito di verità, egli vi guiderà alla verità tutta intera, perché non parlerà da sé, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annunzierà le cose future (Gv 16,13)

 

Questo – pur breve – richiamo ci suggerisce varie cose. La prima è che l’aspirazione del cristiano dovrebbe essere alla “verità tutta intera”, senza compromessi, con curiosità ed onestà intellettuale, senza arrendersi alle fonti faziose o alle notizie false. Una verità c’è sempre. Per quanto la conoscenza – giocoforza – sarà sempre parziale (solo Dio, onnisciente ed onnipresente, può avere un quadro davvero esaustivo della realtà, nella sua innegabile complessità), è pur sempre possibile curare un andamento asintotico che richiami – almeno – la volontà di aspirare a quella verità che, pur irraggiungibile, permane un desiderio affascinante e lusinghiero. La seconda è l’assicurazione che la fede, così come la conoscenza intellettuale, lungi dall’essere un mero “dato di fatto”, è – piuttosto – l’invito ad intraprendere un percorso, probabilmente mai concluso, finché non raggiungeremo l’abbraccio del Padreterno.

Possiamo anche noi – come san Paolo sulla via di Damasco – essere investiti dalla potenza accecante della Luce di Cristo e dalla sonorità impetuosa della Sua Voce, ogni qualvolta la pigrizia, la paura, la comodità ci spingono a rifiutare la radicalità della testimonianza evangelica, preferendole il “quieto vivere”. Dimenticandoci che seguiamo quel Cristo che non ci ha amati per modo di dire, o solo a parole, ma con la donazione totale e senza riserve di Se stesso.

 

Cfr. Letture festive ambrosiane, nella VI Domenica di Pasqua (At 21,40b-22,22; Sal 66; Eb 7,17-26; Gv 16,12-22)


Fonti: Parole nuove, don Raffaello Ciccone

Fonte immagine: Pixabay

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cimitero
In città spesso un funerale è solo interruzione del traffico. In paese può anche apparire una sorta d'intrattenimento: «Alla fine ci mettono un po' di terra sulla testa – scrive B. Pascal -: eccoci sistemati per sempre». Le volte che non accade, però, qualcosa sembra incepparsi: da funebre la notizia rischia di farsi macabra, lambendo la pazzia. Nel padovano, è notizia di questi giorni, un figlio ha tenuto nascosto per mesi il cadavere della mamma e dello zio per continuare ad usufruire della pensione. Scoperto, la diagnosi è una affilata: «Finchè erano in vita nessuno si preoccupava di me – racconta ai compagni d'ospedale -. Ora che sono morti mi vengono a cercare, tutti a caccia di soldi». Monete e funerale, morte ed eredità, memoria e oblio. Forse un morso di sentite-condoglianze.

Nessuno, però, saprà mai cosa realmente nasconda quell'apparente gesto di negata pietà per i morti. La velocità di mandare in soffitta ciò che ci turba fa sì che lo bolliamo come il gesto di un malato, di uno che non sa stare al mondo. Succede così quando si è costretti a fare i conti con il male: la sua identità è così irritante che è meglio esiliarla con la prima scusa a disposizione. Il male , invece, qualsiasi sia la veste con la quale s'annuncia, è sempre l'epilogo di un lungo percorso che, come una matassa, è difficile da sbrogliare. Nessun gesto di malvagità ha una discolpa che lo giustifichi: ogni gesto di male, però, ha una genesi che lo concepisce. Il nostro giornale ha descritto la storia di quell'uomo come la «storia di un fantasma in un paese fantasma. Tutti lo guardavano ma nessuno lo vedeva veramente». Nessun sguardo, prima, a sua disposizione. O pochi sguardi, forse insufficienti: per ricordargli chi fosse, da dove venisse, dove stesse andando. Tanti sguardi, adesso, tutti addosso: a chiedergli “perchè”, per condannarlo alla sua colpa, a rinfacciargli quant'è macabra la sventatezza. Chi è abituato ad affrontare il male, maneggiandone le tracce che lascia, sa bene che nessun bene sarà mai possibile vedere sorgere da quelle ceneri senz'avere faticato nel ricercare un perchè, dando un nome a quell'anticipo d'illogicità.

Seppellire i morti è opera di misericordia corporale. E' gesto umano d'alta pietà: quando manca, come in questi giorni, sembra manchi quel qualcosa che rende un corpo di-più della somma delle singole parti. Nel funerale – è una delle immagini più consistenti di Antoine Saint-Exupéry – non si tratta di sistemare un corpo nella terra, bensì «di raccogliere, senza perdere nulla, il patrimonio del quale l'uomo era stato ereditario. E' difficile salvare tutto, l'eredità dei morti si coglie lentamente». Per questo, in ogni paese, c'è un camposanto: per andarli poi a piangere, per meditare sulla loro esistenza, per celebrare l'anniversario di morte. E' necessario voltarsi molte volte per controllare di non aver perso nulla. Quel cranio scheletrico è la vera eredità di un morto, il forziere che fu carico di tantissime meraviglie. Il cui valore supera la somma delle pensioni accumulate.

(da Il Mattino di Padova, 19 maggio 2019)

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