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Come apprendiamo dal libro del Deuteronomio, prima di entrare e prendere possesso della terra assegnata da Dio, questi fa delle raccomandazioni, di vario tipo («Non si trovi in mezzo a te chi fa passare per il fuoco il suo figlio o la sua figlia, né chi esercita la divinazione o il sortilegio o il presagio o la magia, né chi faccia incantesimi, né chi consulti i negromanti o gli indovini, né chi interroghi i morti, perché chiunque fa queste cose è in abominio al Signore»), ma che potremmo racchiudere in una sola: non uniformarti ai popoli che incontrerai, non perdere la tua unicità!
Risulta tremendamente attuale un simile richiamo, in un mondo, che, al contrario, ci spinge ad essere tutti uguali, a mangiare tutti le stesse cose, indossare gli stessi vestiti, seguire gli stessi programmi di intrattenimento e, se per caso, ciò non avviene, sei quanto meno guardato come “strano, insolito”, una specie di animale bizzarro fuggito dallo zoo e catapultato in un luogo di “tutti-uguali”. Ciò è – forse – particolarmente chiaro tra adolescenti, dove il confronto avviene su tanti aspetti e, spesso, da questi dettagli deriva il “dentro-o-fuori” da un gruppo di coetanei.

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infiltrazioni
Le chiamano “infiltrazioni” come quelle di acido ialuronico, di cortisone o di ossigeno-ozono che alleviano il dolore alle articolazioni, curano l'ernia del disco, le sciatalgie. E' l'aggettivo qualificativo a seguire, però, a farle differire: mafiose. Vicende di “infiltrazioni mafiose” nel Nord-Est. “Infiltrarsi” è verbo di destrezza: preannuncia appostamento, agguati, previsioni e investimenti. E' anche verbo che non produce rumore: al frastuono preferisce il passo-felpato, alle urla del baratto predilige il silenzio della minaccia, alla prestanza privilegia la presenza. “Infiltrarsi” è operazione di ombra e oscurità. E' anche un esserci senza esser stati invitati: “Si è infiltrato senza nessun invito”. E' ormai di qualche settimana la notizia che nel Veneto – con le sue spiagge golose, i terreno appetibili, le cubature fabbricabili – le associazioni del crimine sono di casa. Cosa-nostra è a casa-nostra: «Significative – scrive la DIA - le presenze segnalate in Veneto». L'infiltrazione s'è fatta presenza: ha preso cittadinanza, non è più clandestina, scivola indisturbata nella sottocute, come le infiltrazioni mediche. “Presenza” è molto più che “infiltrazione”: è certificato, dato di fatto, attestazione. Nonostante più di qualcuno si ostini a negare l'esistenza delle mafie nel Veneto, la presenza del crimine in una terra baciata dal “Mi sono fatto da solo”. Oculisti ciechi.
La negazione del male: ecco la vitalità del male. L'immunità dal contagio: è l'anestesia perchè l'infiltrazione avvenga senza la minima percezione che, sotto la pelle, stiano inserendo dei liquidi estranei al nostro corpo. La mafia s'infiltra a scopo terapeutico, in apparenza: per salvare un'azienda, estinguere un debito, smaltire dei rifiuti, innestare denaro liquido. Si presenta, sovente, nelle vesti del terapeuta: “Guarda come si è preso a cuore la situazione” dicono da fuori. Poi, sanata la malattia, ecco il conteggio: la persona è diventata cosa, “cosa-nostra” dicono. E' l'argutezza del male: comincia quando inizia a trattare le persone come cose, le storie come oggettistica di scambio. S'infiltra – senza invito o con invito ad infiltrarsi senza dare nell'occhio – a bassavoce: «La triste verità – è di Hanna Arendt - è che molto del male viene compiuto da persone che non si decidono mai ad essere buone o cattive». E' l'attrattiva della penombra, il gusto del proibito, il fascino dell'illegalità: anche Lucifero ha il suo taccuino di miracoli. La sua forza è la stupidità dell'uomo, il male supremo della storia umana: “La mafia? Roba del Sud: Castelvetrano, Corleone, San Luca”. Così ragionando, ci si abitua a vedere il male, lentamente a tollerarlo, poi approvarlo, finendo per commetterlo. E' storia di questi giorni, annate: arresti, sirene, intercettazioni, la gattabuia. Negarlo, dunque, è una sorta di “concorso esterno in associazione”: chi nega l'evidenza la favorisce, ne diventa fiancheggiatore, è un suo affiliato. “E' roba del Sud-Italia, è la questione meridionale” biascica l'uomo di superficie. Lo stesso che, vedendo stagliarsi in cielo la sagoma di un carcere, è certo: “Là dentro ci vivono i mafiosi, i disonesti, il cancro della società”. Fino al giorno in cui arrestano l'amico del cuore – l'impresario, il sindaco, il prete, l'avvocato – e s'accorge di vivere molto più vicino al carcere di ciò che ideava: “E' innocente. Si son infiltrati a sua insaputa” dirà. Fosse vero, sarebbe il grado di ammissione più alta della finezza del male, della distrazione dell'uomo. Il male è già nato.
La mafia è presente a casa-nostra: per la mafia, poi, la presenza è potere. Allunga i tentacoli, sana i debiti, “olia” le imprese. E' il genio della carità-storta: «Ma se non agisci bene, il peccato è accovacciato alla tua porta» (Gen 4,7). Ammetterne la presenza è altissima operazione di bonifica: accendere la luce è infastidire il pipistrello. Riconoscere, poi, che il bene s'intreccia giocoforza col male è materia da intelligenti: estirparlo del tutto non è alla portata nostra. Non rimanerne apatici, però, è già anticipo di speranza: una sorta di riparazione per coloro che, sgomitolando la matassa, sono stati vittime innocenti di quel male.

(da Il Mattino di Padova, 17 marzo 2019)

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«Ascolta, Israele: Porrete nel cuore e nell’anima queste mie parole ve le legherete alla mano come un segno e le terrete come un pendaglio tra gli occhi» (Dt 6,4) : da quest’esortazione, trae origine l’usanza, tutt’ora applicata dai buoni ebrei osservanti, di legarsi, sulla fronte e sul braccio, un pezzo di corda che regge piccoli contenitori al cui interno sono conservati tre rotolo in miniatura con le Parole della Bibbia. Questo brano, Insieme con altri due (Dt 11,13-21 e Nm 15,37-41), infatti , costituisce la preghiera sinagogale degli Ebrei fino ai nostri giorni.
Nel rito del matrimonio cristiano, i due sposi congiungono le destre, in segno di comunione d’intenti. Inoltre, da qualche decennio, ormai, gli innamorati hanno assunto l’usanza di legare lucchetti quale segno del proprio amore, con l’augurio che esso possa durare a lungo.
Forse, a fronte di questi esempi, ci risulta più familiare la simbologia dei legami, che, a tutt’oggi (e non certo in senso negativo) sono usati per indicare l’impegno e la serietà con cui ci si prende cura di una relazione e non per indicare il possesso di un altro essere umano, né tanto meno la sua schiavitù.
Il pendaglio tra gli occhi, del resto, indica che qualcosa è sempre nel nostro sguardo, nella nostra mente, nei nostri pensieri: come l’innamorato che “ha la testa fra le nuvole” perché pensa alla sua bella, magari lontana. Tale è il pensiero di Dio su di noi, su ciascuno di noi: è quello di un innamorato, che si sofferma su noi, anche quando noi non ce ne accorgiamo e, anzi, temiamo che sia distante da noi.

L’amore vero, però, va oltre l’innamoramento: esige quella verità nella carità che chiede di esprimersi anche attraverso la correzione e quell’atto di “aprire gli occhi sulla realtà” che, pur essendo atto d’amore senza pari, se non è compiuto nel rispetto e nella comprensione, rischia di urtare la suscettibilità altrui e – così – ottenere solo indifferenza e ripulsa e non lo sperato ravvedimento da una strada che porta verso la perdizione. Questo è l’amore che Dio dimostra per noi e che ci chiede di mutuare in modo vicendevole, nella realtà in cui siamo collocati. Raccomanda infatti san Paolo: «se uno viene sorpreso in qualche colpa, voi, che avete lo Spirito, correggetelo con spirito di dolcezza» (Gal 6,1).
Eppure non dobbiamo fraintendere il valore e la modalità della famosa correzione fraterna , che è importante, profondamente cristiana, ma molte volte incompresa, per questo, poco più in là, san Paolo precisa: «Ciascuno esamini invece la propria condotta e allora troverà motivo di vanto solo in se stesso e non in rapporto agli altri. Ciascuno infatti porterà il proprio fardello» (Gal 6,4-5).
La Chiesa non è (non dovrebbe!) essere il luogo dove mordersi a vicenda (Gal 5,15), quanto piuttosto la realtà. Donata e voluta da Cristo perché camminassimo insieme, alla luce della Parola di Dio: la vicinanza di altri fratelli è per noi l’opportunità di trovare e dare sostegno nel cammino, affinché tutti si giunga alla meta, non per dare vita a invidie e gelosie reciproche. Ecco perché il primo passo è sempre quello di guardare a se stessi (dove ciascuno troverà sicuramente già in abbondanza da correggere), prima di guardare intorno a sé.
La correzione fraterna, infatti, non è lo strumento per mettere alla berlina il fratello, ma è lo strumento per attuare, insieme, la sua e la mia edificazione: è un atto d’amore nei suoi confronti, affinché non si perda, ma non deve mostrarsi come un atto di superbia per umiliarlo (nemmeno quando sono assolutamente convinto di avere ragione!).

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