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Il primo brano mette in luce due categorie: “eunuchi” e “stranieri”. Sono entrambe categorie di persone che, presso il popolo d’Israele, non godevano affatto di particolare prestigio. Anzi! Si trattava, piuttosto di persone tendenzialmente ai margini di quella società. Basti pensare  a quanto prescrive, a loro proposito, il capitolo 23 del Deuteronomio (che è lo stesso libro in cui possiamo trovare anche una formulazione dei Dieci Comandamenti): è proibito loro di “entrare nell’adunanza dell’Eterno”, cioè al cospetto di Dio. Questo è detto degli eunuchi e di diverse categorie di stranieri, nello specifico, di quelli che si sono opposti (o, comunque, non sono stati solidali) con il popolo d’Israele durante la sua fuga dall’Egitto.
All’interno d’Israele erano presenti schiavi, appartenenti ad altri popoli. Alcuni, fra essi, rispettavano o, addirittura, seguivano la religione ebraica. Eppure, non essendo discendenza “di sangue”, generalmente non erano ben visti e tendevano ad essere lasciati, a livello sociale, ai margini.
Gli eunuchi erano considerati tutti coloro che, in seguito a disfunzioni, oppure evirazione, non possedevano le facoltà virili. Per estensione, con ciò si intendevano anche gli omosessuali. È considerata una deviazione dalla norma e, come tale, è prescritta, appunto, l’impossibilità di accostarsi alle cerimonie religiose, che nel capitolo 21 del Levitico, è, del resto, espressamente estesa anche a chiunque abbia quelli che noi definiremmo, oggigiorno ‘handicap fisici’ (zoppi, nani, gobbi, deformi, ma anche chi, semplicemente, è temporaneamente invalido, come chi ha subito una frattura).
La prima lettura, in sostanza, ci suggerisce che il Signore, al di là delle leggi e dei pregiudizi umani, sa guardare il cuore delle persone e leggervi la loro volontà di compiere il bene, persino quando essa non è sorretta dalla capacità di realizzarlo in pienezza.

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La liturgia ambrosiana propone, questa settimana, una riflessione sul cibo, che però non esula affatto dalla spiritualità, come magari saremmo portati a pensare. Anzi!

Dopo aver sviluppato una lunga introduzione alla raccolta dei detti sapienziali, attribuiti a Salomone, re sapiente di Israele (sec.X), possiamo leggere, a modo di parabola, nel libro dei Proverbi, due donne che rappresentano la personificazione della Sapienza e della Follia.
Entrambe preparano un banchetto (quello di Donna Follia è riscontrabile qualche passo più avanti in Pr 9,13-18), ma il confronto tra le due donne è impietoso. Al contrario della Sapienza, Follia non va in cerca, ma "sta seduta alla porta di casa, su un trono in luogo alto della città" e invita gli stessi passanti, rintracciati dalle ancelle della Sapienza: "gli inesperti e i privi di senno". La Sapienza offre da mangiare il pane e da bere il vino.
La Follia non ha vino (il vino simboleggia la gioia messianica), ma solo acqua ("le acque furtive sono dolci") e pane, gustoso, perché "preso di nascosto": il banchetto della Follia attira, dunque, i propri invitati, giocando sul gusto del proibito. La Sapienza incoraggia, invece a istruire ed educare, tenendo presente che "principio della Sapienza è il Timore del Signore":

A chi è privo di senno ella dice: «Venite, mangiate il mio pane, bevete il vino che io ho preparato. Abbandonate l’inesperienza e vivrete, andate diritti per la via dell’intelligenza» (Pr 9,6).

Reduce dalla visita a Barbiana, in visita ai luoghi di don Lorenzo Milani, con alcune famiglie che stanno mettendone in scena un musical che racconti la sua storia e l’importanza della parola ad un mondo che – irretito dalla velocità comunicativa, rischia di perderne di vista la profondità e l’incisività – non posso non pensare all’attualità, per l’uomo di ogni tempo, della Parola dell’Antico Testamento.
Cambieranno magari i destinatari (il target, come si dice, in gergo), ma possiamo trovare un richiamo che non smetterà mai di provocare chi ha potuto avere la fortuna, l’opportunità e l’occasione di ricevere un’istruzione superiore alla media. La cultura non è solo un orpello di cui far sfoggio come un pavone, né – a maggior ragione – uno strumento per irretire e spadroneggiare sui più poveri, ignari dei propri diritti e delle proprie possibilità. La condivisione del sapere richiama ciascuno responsabilità e solidarietà. Perché la cultura ed il sapere non sono superflui, né facoltativi, bensì rappresentano la possibilità di nutrire il nostro più profondo desiderio di essere uomini, che passa attraverso la curiosità e la scoperta, ogni giorno, di nuove sfide e nuove possibilità.
Solo se riconosciamo – come un’intima convinzione – di necessitare di una formazione permanente, riusciremo a comprendere che la conoscenza è qualcosa che nutre il nostro essere uomini, così come le bistecche e la pasta nutrono il nostro stomaco e sostengono la nostra vita quotidiana.

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Il carcere è il parcheggio imbruttito e trascurato della città: erbacce, asfalto dismesso, segnaletica insufficiente. Non esiste parcheggio, a rigor di logica, che faccia funzione di officina: abbandonando una macchina rotta in un parcheggio, non la si ritroverà aggiustata. Al carcere, invece, sovente si chiede l'assurdo: “Ti parcheggio certi uomini. Aggiustali, poi tieniteli”. Anche qualora, nel parcheggio, si trovasse un meccanico di buona volontà che ripari l'autovettura, per qualcuno non c'è gioia più grande di sapere che certe storie andranno scordate, sottratte, allontanate dalla città degli uomini. Non hanno più diritto alla cittadinanza.
Eppure, a scuola, tutti abbiamo avuto l'occasione di leggere l'Odissea e chi non l'ha letta non può vantare giustificazioni alla sua ignoranza. In quella storia, ch'è la mamma di tutte le storie, si racconta della guerra di Troia: dieci anni a far la guerra in nome della bellezza di Elena. Finì nel nome di Ulisse, l'avventuriero, l'emblema della furbizia: ben nascosto nel suo cavallo, espugnò Troia con tutto il suo ambaradam. Il vincitore però, di ritorno a Itaca, incappò in mille disgrazie. I troiani sconfitti, invece, misteriosamente trovarono gloria: secondo la leggenda Roma fu fondata per mano di Enea; la Francia per mano di Francio, un figlio di Priamo; l'Inghilterra da Bruto, il nipote di Enea. Incuriosisce l'illogico di questa vicenda: che tre potenze mondiali siano andate a cercare i loro antenati tra la stirpe che più di tutte impersonifica la sconfitta. “Ricordatevi sempre della guerra di Troia – fu l'invito del mio prof più geniale –: la vittoria rende arroganti, la sconfitta induce alla meditazione”. Per me Troia è città gemellata con tutti i fallimenti della storia, più che città simbolo dell'astuzia che conduce alla vittoria.
Ieri, in piazza San Pietro, Papa Francesco ha dato appuntamento a tutti coloro che operano all'interno delle carceri: non alle persone detenute - “Il Papa ha sempre in mente i carcerati!” dicono in tanti – ma a coloro che, nei parcheggi statali, s'inventano riparatori di storie, rifacitori di senso, esperti di umanità. Per dire loro: «Grazie per tutte le volte che vivete il vostro servizio non solo come una vigilanza necessaria, ma anche come un sostegno a chi è debole (...) Non dimenticatevi del bene che potete fare ogni giorno». E nel suo discorrere, sotto-sotto, mostrava di custodire un segreto: che lavorare lì dentro sia un'occasione gigante per ripassare la lezione di Troia. A breve sono i vincitori a scrivere la storia, alla lunga la storia si arricchisce maggiormente con l'esperienza dei vinti: «Non lasciatevi mai imprigionare nella cella buia di un cuore senza speranza, non cedete alla disperazione» ha aggiunto rivolgendosi alle persone detenute. Che sono gli sconfitti, i “mostri”, quelle storie abbandonate in quei parcheggi di cemento che sono le patrie galere. Storie che diventano terre di nessuno.
Dopo una vittoria chi vince riposa, festeggia. Dopo una sconfitta, chi perde sovente si rimette subito in moto: più feroce, più vitale, più agguerrito. Il Papa lo sa che questo è Vangelo e che gli errori, i peccati, sono storie che partoriscono altre storie: «Avanti! - dice rivolto ai cappellani ai religiosi, ai volontari – quando a contatto con le povertà che incontrate vedete le vostre stesse povertà. E' un bene, perchè è essenziale riconoscersi prima di tutto bisognosi di perdono». Il Papa non ha paura: è troppo convinto che, alla fine, Dio non permetterà che la storia vada a finire in maniera diversa da come l'ha sognata Lui. Francesco è mal sopportato dai vincitori, è acclamato dai vinti: i cristiani vincenti, con i loro rappresentanti in doppio petto e berretto, gli vanno contro. I cristiani peccatori lo cercano per chiedergli un passaggio verso il Cielo: «Mai privare del diritto di ricominciare. Mentre si rimedia agli sbagli del passato – chiude - non si può cancellare la speranza». Parlando degli sconfitti, furbo e santo com'è, rilancia il sospetto che sia troppo facile professarsi casti senza mai essere stati tentati.

(da Il Mattino di Padova Il Sussidiario, 15 settembre 2019)

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