5 1 1 1 1 1
3 1 1 1 1 1

 image manager popup krippe 027

Mio nipote è andato a vedere una mostra di presepi coi nonni e col suo fare ingenuo e curioso da bambino di 4 anni e mezzo, osservando la scena dell’Annunciazione di Maria, ha chiesto: “Ma nonna, anche alla mia mamma è comparso un angelo prima che io nascessi?”. Domanda teologica di alto livello. Contemplando i brani dell’Avvento e del Natale, la domanda pare più che lecita. Sogni e angeli rivelano la predilezione di Dio per gli uomini, il Suo anticipare i nostri desideri e renderci complici e protagonisti della e nella Sua Storia. Il Cielo che viene ad abitare la Terra. Maria, Giuseppe, Zaccaria, i pastori. Tutti loro ricevono una visita, l’ annuncio di un Mistero che prenderà carne e forma. Vengono raggiunti da una buona notizia, dalla gioia, prima ancora di vedere dipanarsi davanti ai loro occhi, giorno dopo giorno, la Storia della Salvezza.

E allora mi lascio provocare e scavare dentro dalla domanda posta da un quattrenne. Che annuncio ho ricevuto? L’ho saputo ascoltare, riconoscere? Che sonorità ha? Come ha cambiato la mia vita?

Sono annunci che avvengono nel quotidiano, tra i rumori del tram tram, infilati tra una spesa e una lavatrice, spesso quando ci sembra di essere al buio, come accadde ai pastori. Spesso in una condizione di povertà, di sterilità, terreno fecondo per poter vegliare, attendere. Eppure ciò che è annunciato nel buio, una luce nella tenebre, diventa germoglio di speranza, non capito inizialmente, intuito solamente, sorprendente, da lasciare senza parole. Maria è capace solo di porre un quesito all’angelo, nulla più. È al sorgere del sole che diventa visione e compimento.

Per mia cognata, la prima ecografia fu annuncio di sorpresa fuori schema.
Maria e i pastori, subito dopo, si alzarono, partirono, testimoniarono. La visita dello Spirito Santo (ri)mette in moto la vita, opera azioni pasquali in una nascita, avvolge di luce, è già compimento che si attua. E lascia tracce indelebili dietro di sè e nelle vite attorno. Maria va a contemplare di persona il segno che lo Spirito Santo ha impresso nel grembo della cugina, i pastori adorano un bimbo-segno in una mangiatoia.

L’annuncio di un amore gratuito e stabile, come quello di Maria, di una grande gioia, come quello dei pastori, sono i segni chiari e incontrovertibili della continua e grande fedeltà di Dio per noi che ancora una volta ci sceglie. Forse non vedremo angeli (come farò a dirlo a mio nipote?!)ma siamo certi che ancora una volta Dio sceglie di venire ad abitare dentro di noi, perché ci alziamo, partiamo e diventiamo segno a nostra volta per “tutto il popolo”. 


Fonte immagine: Salcher.com

Per vedere i pulsanti di condivisione per i social (Facebook, Twitter ecc.), accetta i c o o k i e di "terze parti" relativi a mappe, video e plugin social (se prima di accettare vuoi saperne di più sui c o o k i e di questo sito, leggi l'informativa estesa).
Accetta c o o k i e di "terze parti"
0 1 1 1 1 1

Annunciation angelico valdarno

Una cittadina di Galilea, Nazaret, una borgata come, forse, ce ne sono tante in ogni angolo del mondo. Da lì a poco sarebbe diventato il palcoscenico privilegiato, per l’ingresso di Dio nella storia. Ma non in un grande palazzo, non davanti a re e sapienti. Non al tempio, tra i sacerdoti: luogo adibito al culto e predisposto al sacro. No! In una casa privata, dove abitava una donna, poco più che bambina, com’era, a quel tempo, Maria. 

Angelus Domini nuntiavit Mariae 

Un angelo entra in una casa. Avrà assunto forma umana, come avvenne con Raffaele, oppure Maria vide solo vento e spirito?   
Su questo dettaglio, l’evangelista sceglie di non soffermarsi, per cui abbiamo la libertà di immaginarcelo in molti modi, come, del resto, fecero i pittori, nel corso dei secoli, che hanno dato sfogo non solo a tecnica ed interpretazione, ma anche fantasia e creatività, nella realizzazione artistica di questo episodio evangelico. 
Un angelo porta l’annunzio a Maria: ‘il Signore ti ama: sii felice!’.

Queste parole non provocano immediata allegria. Al contrario: Maria rimane turbata e “si domandava quale senso avesse un saluto come questo”. Forse, un po’ come faremmo anche noi, si domanda se ci sia bisogno di un angelo apposta per comunicarle questa notizia. ‘Forse c’è di più’. E il suo cuore è come sospeso, in attesa, trepidante, del seguito, speranzoso che anch’esso possa essere altrettanto colmo di gioia e non lasciare, come talvolta capita, un retrogusto amaro. 
‘Sarai madre del Messia, non avere paura!’, prosegue l’angelo. Il Messia era atteso, da tutti, nel popolo d’Israele. A maggior ragione, in una situazione di oppressione sotto il giogo romano, com’era quella che stavano vivendo. Tutte le giovani sognavano di poter essere madri del Messia. Quello non era un problema, bensì: un onore! È certamente una bella notizia. Non è quello il motivo principale dello stupore e della febbrile attesa, del cuore di Maria che pulsa più forte nel petto di Maria. Finalmente, si decide e confessa, come un segreto, ciò che la rende incerta: «Come avverrà questo, poiché non conosco uomo?». 
La domanda di Maria è concretissima – e, oserei dire, legittima – per chiunque abbia almeno i rudimenti della biologia, conosciuti almeno a sufficienza, anche a quell’epoca (quanto meno dalle donne, in quanto direttamente interessate e fatte oggetto di trasmissione orale delle conoscenze ataviche al riguardo dalle altre donne della famiglia).
L’angelo non risponde – direttamente – alla domanda di Maria, ma le mostra un altro esempio: la cugina Elisabetta, diventata madre, con la complicità di Dio, in età avanzata. La vergine e la sterile avranno un figlio, come preannunziato da Isaia (54, 1-2), perché «nulla è impossibile a Dio». Le parole di Isaia sono come una guida, per penetrare questo mistero, perché parlano di una gioia, una gioia incontenibile, proprio nel luogo dove non era pensabile: “più numerosi sono i figli dell'abbandonata che i figli della maritata”.  
Un invito a non arrendersi di fronte alla prima difficoltà, al senso di frustrazione e d’abbandono, di fronte ad una sconfitta. Perché nessuna sconfitta è per sempre. 

Ecce ancilla Domini. Fiat mihi secundum verbum tuum 

«Ecco la serva del Signore. Si compia in me secondo la tua parola»: la giovane di Nazaret si arrende alla dolce onnipotenza divina, ricevendo dall’angelo l’esemplarità della vicenda di Elisabetta “che tutti dicevano sterile”. È una resa che è la vera vittoria. È una resa solo apparente. Perché è sancire la collaborazione tra l’umanità e la divinità; è ricucire quel filo, spezzato dall’indifferenza dell’uomo, che, ogni giorno richiede d’essere rinnovato. Come ogni relazione necessità di essere rinnovata perché, come una pianta appassisce e muore senza l’acqua quotidiana, così ogni relazione deperisce se abbandonata a se stessa, senza la propria razione quotidiana di tempo e di spazio. 

 

Verbum caro factum est. Et habitavit in nobis  

Il verbo si è fatto carne. Ed abitò in mezzo a noi. Perché è con il sì di Maria che l’incarnazione ha preso avvio. 
La domenica che precede la Natività, il rito ambrosiano prevede una festa particolare: la divina maternità di Maria. È un invito a contemplare quali siano i modi e i tempi con cui Dio sceglie di fare irruzione nella storia dell’uomo.  Tempi e modi che non sono mai come i nostri perché, “i pensieri di Dio non sono i nostri“ (Is 55, 8): per questo, oggi, come duemilaventuno anni fa, Dio trova sempre modi nuovi per incrociare le nostre storie d’uomini con il Suo divino amore! 


VANGELO Lc 1, 26-38a
✠ Lettura del vangelo secondo Luca
In quel tempo. L’angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nàzaret, a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, di nome Giuseppe. La vergine si chiamava Maria. Entrando da lei, disse: «Rallégrati, piena di grazia: il Signore è con te». A queste parole ella fu molto turbata e si domandava che senso avesse un saluto come questo. L’angelo le disse: «Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. Ed ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. Sarà grande e verrà chiamato Figlio dell’Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine». Allora Maria disse all’angelo: «Come avverrà questo, poiché non conosco uomo?». Le rispose l’angelo: «Lo Spirito Santo scenderà su di te e la potenza dell’Altissimo ti coprirà con la sua ombra. Perciò colui che nascerà sarà santo e sarà chiamato Figlio di Dio. Ed ecco, Elisabetta, tua parente, nella sua vecchiaia ha concepito anch’essa un figlio e questo è il sesto mese per lei, che era detta sterile: nulla è impossibile a Dio». Allora Maria disse: «Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola». 


Vangelo festivo ambrosiano nella Domenica dell’Incarnazione (detta anche Divina Maternità)

Fonte immagine: Annunciazione, Beato Angelico (S. Giovanni Valdarno, FI, 1430 circa), Wikimedia

Per vedere i pulsanti di condivisione per i social (Facebook, Twitter ecc.), accetta i c o o k i e di "terze parti" relativi a mappe, video e plugin social (se prima di accettare vuoi saperne di più sui c o o k i e di questo sito, leggi l'informativa estesa).
Accetta c o o k i e di "terze parti"
5 1 1 1 1 1

confessione

L'ultima cannonata, di una certa potenza, l'ha sganciata dall'aereo che lo riportava a Roma dopo il viaggio in Grecia e Cipro. Ha aspettato che lo stuolo di giornalisti si alzasse con lui oltre le nuvole e, da lassù, ha cercato di mostrare al mondo come si possa leggere la storia, coi suoi misteri e intrighi, con l'occhio di Dio: non quello diabolico che viviseziona il mondo squadrandolo dal basso, ma quello simbolico che, scrutandolo dall'alto, tende all'unità, in modo che nessuno vada perduto. Francesco, il Papa, è troppo gatto per metterlo nel sacco così: la domanda sul vescovo di Parigi era assai scontata, fortemente ovvia, per nulla inaspettata. “Che ci dice, Santità, sulle effusioni amorose del vescovo parigino?”: una l'ha pronunciata, tutti hanno ringraziato. Lui ha scaricato il colpo che aveva già collocato nella canna, cacciatore esperto qual è: «(Dico) che i peccati della carne non sono i più gravi» risponde con quell'apparente ingenuità che fa di lui un Battista pragmatico, umanamente clemente, di spirito saggio, ecclesialmente insopportabile. Apriti cielo! E' bastato toccare il sesto comandamento – che nei confessionali è uno dei trend topic – per (ri)aprire l'ennesima battaglia contro il Papa. Orchestrata dal medesimo stuolo di fedeli che ogni qualvolta si lamenta di qualcosa che non quadra nella Chiesa attuale, invoca a squarciagola il ritorno alla Chiesa primitiva, quella degli apostoli. Peccato che proprio quella Chiesa lì, quella di cui sentono nostalgia, fosse la Chiesa di Pietro, «una chiesa normale, nella quale si era abituati a sentirci tutti umili peccatori». Uomini, non caporali.
Pietro, come Francesco, come il vescovo parigino, come il sottoscritto: tutti di materia fragile, stecchini non ponti di calcestruzzo, carni ferite non umanità di stampo asessuato, amorfo, insensibile ai piaceri, alle passioni umane. E' chiaro che un'affermazione del genere, dentro certi confessionali, ha avuto il potere di una deflagrazione atomica: “Se non possiamo più chiedere del sesso, di cosa chiederemo a chi verrà a inginocchiarsi!” avrà sbattuto il telecomando qualcuno di quelli che, nei confessionali, potrebbero benissimo venire scritturati per gettar giù la trama di un film hard. Perchè un'affermazione del genere, pronunciata dal Papa, tende a mandar gambe all'aria quella morale (fastidiosa) fatta, in materia di sessualità&affini, di inezie, specificazioni, precetti, investigazioni. Condita da quel tocco di prurigine che pare stuzzicante alle orecchie di certi confessori. E' un'affermazione che, piaccia o non piaccia, accelera ciò che da decenni aleggia nel sottofondo del cristianesimo: “Una mancanza contro il sesto comandamento pesa davvero di più, agli occhi di Dio, della prepotenza tra umani, dei litigi, delle ruberie, di certe guerriglie che si aizzano dentro le parrocchie, nei monasteri, nelle diocesi, in Vaticano?” Francesco, in volo, alza il velo ad una certa chiesa propensa a dibattere sui confini anatomici, sulle traiettorie di una carezza, sulla percentuale di saliva di un bacio dato, di uno ricevuto. Riflessioni che appaiono mostruose per quella fetta di chiesa che, fattasi sessuofobica, di fatto, agli occhi del mondo, ha ridotto il cristianesimo al solo sesto-comandamento: “L'hai fatto? Con chi? Quante volte? E come l'hai fatto? In quanti?” Cristoddio (,) è tutto qui?
Il vescovo in causa, salutando in questi giorni la sua comunità, ha rialzato la posta in gioco: «Una giornalista ha scritto: “L'arcivescovo di Parigi si è perso per amore”, ma ha dimenticato la fine della frase – commenta mons. Aupetit -. La frase completa è: 'L'arcivescovo di Parigi si è perduto per amore di Cristo" (…) Perchè dobbiamo correre il rischio di amare, come Gesù». Chissà quanti, con la stola addosso, saranno disposti a riaggiornare le care-vecchie richieste sul sesso con domande più angeliche, dunque più nocive al Sacro Cuore di Gesù. Forse, anche stavolta, il Papa ha alzato troppo il ritmo: è dei fuoriclasse, però, valutare la prestazione non in corso d'opera ma al traguardo. Quello finale che, nella Chiesa, non è mai ad un tiro di schioppo. Ma nemmeno troppo in là.

(da Il Sussidiario12 dicembre 2021)

 


La domanda rivolta al Papa da Cécile Chambraud di Le Monde. E la risposta del Papa.
(da www.vatican.va)

«Santo Padre, faccio la domanda in spagnolo per i colleghi. Giovedì, quando siamo arrivati a Nicosia, abbiamo saputo che Lei aveva accolto la rinuncia dell’arcivescovo di Parigi, mons. Aupetit. Ci spiega perché, e perché con tanta fretta? La seconda domanda: attraverso il lavoro di una commissione indipendente sugli abusi sessuali, la Conferenza episcopale di Francia ha riconosciuto che la Chiesa ha una responsabilità istituzionale riguardo alle sofferenze di migliaia di vittime. Si parla anche di una dimensione sistemica di questa violenza. Che cosa pensa Lei di questa dichiarazione dei vescovi francesi? Che significato può avere per la Chiesa universale? E, ultima domanda: Lei riceverà i membri di questa commissione indipendente?»

«E la prima domanda, sul caso Aupetit. Io mi domando: ma cosa ha fatto, Aupetit, di così grave da dover dare le dimissioni? Cosa ha fatto? Qualcuno mi risponda (...) Se non conosciamo l’accusa, non possiamo condannare. Qual è stata l’accusa? Chi lo sa? [nessuno risponde] E’ brutto! Prima di rispondere io dirò: fate l’indagine. Fate l’indagine. Perché c’è pericolo di dire: “E’ stato condannato”. Ma chi lo ha condannato? “L’opinione pubblica, il chiacchiericcio…”. Ma cosa ha fatto? “Non sappiamo. Qualcosa…”. Se voi sapete perché, ditelo. Al contrario, non posso rispondere. E voi non saprete perché, perché è stata una mancanza di lui, una mancanza contro il sesto comandamento, ma non totale ma di piccole carezze e massaggi che lui faceva: così sta l’accusa. Questo è peccato, ma non è dei peccati più gravi, perché i peccati della carne non sono i più gravi. I peccati più gravi sono quelli che hanno più “angelicità: la superbia, l’odio… questi sono più gravi. Così, Aupetit è peccatore come lo sono io. Non so se Lei si sente così, ma forse… come è stato Pietro, il vescovo sul quale Cristo ha fondato la Chiesa. Come mai la comunità di quel tempo aveva accettato un vescovo peccatore? E quello era con peccati con tanta “angelicità”, come era rinnegare Cristo, no? Ma era una Chiesa normale, era abituata a sentirsi peccatrice sempre, tutti: era una Chiesa umile. Si vede che la nostra Chiesa non è abituata ad avere un vescovo peccatore, e facciamo finta di dire “è un santo, il mio vescovo”. No, questo è Cappuccetto Rosso. Tutti siamo peccatori. Ma quando il chiacchiericcio cresce e cresce e cresce e ti toglie la buona fama di una persona, quell’uomo non potrà governare, perché ha perso la fama, non per il suo peccato – che è peccato, come quello di Pietro, come il mio, come il tuo: è peccato! –, ma per il chiacchiericcio delle persone responsabili di raccontare le cose. Un uomo al quale hanno tolto la fama così, pubblicamente, non può governare. E questa è un’ingiustizia. Per questo, io ho accettato le dimissioni di Aupetit non sull’altare della verità, ma sull’altare dell’ipocrisia. Questo voglio dire. Grazie».

Per vedere i pulsanti di condivisione per i social (Facebook, Twitter ecc.), accetta i c o o k i e di "terze parti" relativi a mappe, video e plugin social (se prima di accettare vuoi saperne di più sui c o o k i e di questo sito, leggi l'informativa estesa).
Accetta c o o k i e di "terze parti"