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La televisione è entrata nel mio sacerdozio in punta di piedi, a bassa voce: quando me ne sono accorto, ho scoperto che era già dentro, a gamba-tesa. E' da quando sono bambino, però, che la tv non mi fa impazzire: l'ho sempre collegata al divano, al telecomando, ad una sorta di anestetico senza l'obbligo della ricetta medica. Preferivo a lei ore-e-ore di allenamento in bici, un buon libro da assaporare, degli spazi di silenzio da abitare e nei quali dare appuntamento a me stesso e al mio Gesù: da quando sono nato abbiamo un sacco di cose da dirci quando ci troviamo noi due! A casa, poi, non sopporto quando la televisione è accesa mentre la gente sta parlando: è il segnale che la gente guarderebbe qualsiasi cosa pur di non guardarsi in faccia. E finisco per convincermi che la tv sia più interessante delle persone: fosse vero il contrario, dovremmo avere delle persone appese al muro delle stanze invece dei monitor ultra-piatti. Quando la vedo accesa, ripenso sempre ad una risposta, in materia, di Franco Battiato: «Non voglio sentirmi intelligente guardando dei cretini – disse -; voglio sentirmi cretino guardando delle persone intelligenti». Una prospettiva bellissima: vorrei sentirmi cretino guardando Cristo, piuttosto che sentirmi intelligente guardando gli uomini! Riconosco, però, che fra trent'anni la mia nazione sarà non come l'avranno fatta i governi, ma come l'avrà fatta la tv.
Oppure come l'avrà fatta il governo usando la televisione.
Fra pochi giorni la mia faccia ritornerà in tv, con un nuovo programma: “Ma allora, spiegami bene: la odi e la frequenti?” mi capita d'interrogarmi. Certe sere vorrei divorziare da me stesso, tant'è complicato l'animo e il cervello di cui sono dotato, senza esserne l'artefice. E' vero che la odio: se l'accendo senza volerlo, la tv mi spegne. Eppoi è così stupida che fa sembrare intelligenti anche gli stupidi. Però, certe volte, la apprezzo: quando andavo alle scuole superiori, sono cresciuto divorando letteralmente Le ragioni della speranza e le grandi corse di ciclismo. Padre Raniero Cantalamessa mi era di aiuto, nei pomeriggi del sabato, per capire come il Vangelo della domenica fosse una storia cucita su-misura per me. Una tappa del Giro d'Italia, invece, mi aiutava a tenere acceso il sacro fuoco dell'agonismo, alimentando in me il gusto della sfida con se stessi, con gli altri, con la storia: “E' scattato Marco Pantani!”, gridava Adriano De Zan in telecronaca. E io, che guardavo la tv poggiato alla mia bici per non perdere tempo, scattavo assieme a lui tant'era inarginabile il fuoco che comunicava. Spenta la televisione, poi, pensavo ad oltranza: lei mi aveva offerto materiale su cui pensare, anche se non me ne aveva dato il tempo mentre la guardavo. L'importante, per me, era accorgermi di questo, per non divenirne succube. Mentre riflettevo tra me, la ringraziavo per l'intuizione portata a casa: me la stavo lavorando, rielaborando, sentivo che la stavo personalizzando. La televisione è bellissima quando ha un telecomando: “Sei libero di guardarmi oppure no!”, è come se mi dicesse quando ho il telecomando in mano. Quando non me lo fa trovare, la detesto: non sopporto che mi costringa a guardarla mentre racconta cose per me insensate. Quando vorrebbe diventare a tutti i costi un anestetico per il dolore del mondo, capisco che è l'orario giusto per spegnerla: “Attenzione – lascerei scritto su un post-it d appendere al monitor – il seguente programma contiene scene che possono offendere la tua intelligenza”.  Dell fake-news, una specie evoluta di prostituzione: quella intellettuale.
Però è furba la televisione, gliene rendo merito: è immediata, reale, ha dimensioni. Dice quello che dobbiamo pensare e ci propone le sue conclusioni con così tanta forza e velocità che noi non abbiamo manco il tempo di protestare contro di lei: “Ma quante sciocchezze sta dicendo!?” Non voglio assolutamente credere a tutto: è per questo che non guardo la tv, che non ho la tv a casa. Mi piace proporre qualcosa alla tv, al pubblico, questo sì: nel mio piccolo, vorrei tentare di offrire una visione alternativa, allargare lo spazio di una domanda, annaffiare la speranza. Vorrei tentare di far accadere quello che padre Raniero accendeva in me: “E' di te che sta parlando il Vangelo!”, sembrava dirmi mentre lo commentava in tv. Oggi che, assieme a degli amici, abbiamo preso il suo posto su RaiUno, sento tutta la sua presenza ispiratrice, il peso di un'eredità da tenere desta. Per questo accetto la sfida di abitare la tv, ma mai accetterò la proposta di andare-in-tv dove mi invitano cercando di abusare della mia apparente leggerezza di stile: «Non si tratta di inseguire le logiche, né di fare o farsi pubblicità – ha scritto, con il suo acume, Papa Francesco nel messaggio per la Giornata delle Comunicazioni Sociali 2020 – ma di fare memoria di ciò che siamo agli occhi di Dio, di testimoniare che lo Spirito scrive nei cuori, di rivelare a ciascuno che la sua storia contiene meraviglie stupende». Troppo alta la sfida per pensare di non giocarmela, di farmela scappare. “Ti guardi mai alla tv per capire se sei andato bene oppure no?” mi chiede spesso qualcuno. “Mi vergogno da morire!” rispondo io. E' vero. Però ho bisogno di capire “come-vado”, non posso fare sempre di testa mia. Per farlo, allora, mi sforzo di guardarmi riflesso nell'Ostia che alzo celebrando la messa nel sottoscala buio di un carcere: è l'unico schermo che mi mostra la mia vita in HD, il solo auditel che m'interessa consultare. Certe volte mi boccia, altre mi promuove.
Quell'Ostia ne capisce di verità.

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periferia
Le sue parole hanno il sapore del genio, dunque dell'apparente semplicità, visto che il genio riesce ad intravedere la vita laddove tutti vedono non-vita: «Un architetto che non partisse dalla realtà per progettare sarebbe un cretino», ha riflettuto Renzo Piano. Sono anni che l'architetto genovese sta riflettendo sul concetto di periferia, è suo il “rammendo delle periferie”: è un verbo che rimanda al ricamo, a qualcosa di artigianale, all'ago-e-filo. Una visione assai diversa da quella geografica: la periferia è ciò che sta fuori dalla città, come se la città fosse coronata da una cinta di povertà e di non-attrazione. Una geografia che diventa sociale: un luogo dove, a differenza del centro-pedonale, abita il degrado e l'imbarbarimento. E' la zona della decadenza: carceri, ospedali, centri di recupero. Più di un miliardo di persone nel mondo vive nelle periferie delle metropoli: tutti falliti? Abitandole ci si accorge che tutti i problemi di cui si discute, lì sono cose che accadono: la disoccupazione, la tensione, l'abbandono dalle istituzioni. E, accadendo, sanno generare un'energia creativa che diventa fucina di idee: «Amo la periferia più della città – scriveva Carlo Cassola -, Amo tutte le cose che stanno ai margini».
Il nostro modo di parlare tradisce la nostra non-conoscenza della periferia: “E' finito in carcere!”, diciamo di una persona condannata. “E' finito all'ospedale” diciamo di una persona ammalata. Come se il verbo “finire” comprendesse una sorta di epigrafe funebre. Quando, a ben pensarci, all'ospedale si inizia: io sono nato all'ospedale. Anche in carcere si inizia, non solo si finisce: qualcuno sta iniziando a vivere invece che sopravvivere, a lavorare, ad immaginare, sognare. Ecco perchè i creativi, tutta gente allergica alla ripetizione, scelgono le periferie per ispirarsi: lì c'è un battito capace di riaccendere la vita, la lotta per risolvere le sofferenze è un generatore di energia, fantasia, estro. Sono set-cinematografici naturali. L'istituzione, per natura, mal sopporta la periferia: chi sta al centro ha la responsabilità di mantenere l'ordine precostituito, chi sta ai bordi ha il dovere di provocare nuovi sbalzi. La Chiesa stessa deve la sua bellezza a città di periferia come Assisi, Siena, Lisieux, Pietrelcina: tutte città abbinate a nomi di persone a cui lo Spirito ha infuso il carisma profetico della scocciatura. «Non ingrossate la fila di quanti corrono a raccontare quella parte di realtà già illuminata dai riflettori del mondo – disse Papa Francesco – Partite dalle periferie, consapevoli che non sono la fine ma l'inizio delle città». Lì, dove l'uomo vive chiedendo spiegazioni al destino, è nascosto il brevetto per parlare al cuore dell'uomo: la realtà si capisce meglio dalla periferia, è il repetita-iuvant (inascoltato) del Papa.
L'istituzione si pensa il centro del mondo: per questo amo la periferia, quei sottoscala delle città, come le carceri, dove la vita scampa tra i tuguri e i rottami. Quando l'istituzione abbandona la periferia, il suo linguaggio diventa astruso: la politica parla il politichese, la Chiesa l'ecclesialese e danno risposte perfette a domande che nessuno, magari, si sta ponendo. E la gente non capisce più che cosa dicono, in chi credono, in che cosa invitano a sperare. L'istituzione, poi, si infuria perchè la periferia la snobba, le chiese si svuotano, le anime si addormentano. Non è mancanza di interesse nella periferia, è mancanza di vita nell'istituzione. Che è più boriosa che incapace: si scorda spesso di sciacquarsi la faccia nei rubinetti di periferie, dove la freschezza è di casa. Laddove i pensieri non nascono già-pensati come accade, troppe volte, in centro.

(da Il Mattino di Padova, 2 febbraio 2020)

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tentazione
Non tira le orecchie al Padre nostro, Papa Francesco. Neanche a Gesù che l'ha scritto. Rimprovera la traduzione: «non è buona» dice. Il verbo "indurre-a" è di procedura penale: più che alla premura di un padre, addita all'istigazione di un avversario. E' in gioco, dunque, l'immagine stessa di Dio: un Dio felice per la nostra gioia o un Dio geloso della nostra gioia e, dunque, istigatore? Francesco non dubita: istigare è la specialità di Satana. E' meglio: "Non abbandonarci alla tentazione». E' già scritto nell'ultima versione scelta dalla CEI: non è Francesco a cambiare, dunque. E' Satana che, farabutto, si diverte a partorire confusione!
"Tentare" è un verbo che richiama il tatto: si esplora anche con le mani. A Dio chiediamo di non sbagliare strada, di non sbagliare Padre, in questo viaggio di scoperta. «Non abbandonarci» è richiesta di aiuto, non-indurci è ammissione di paura. A governare con la paura sono capaci tutti: l'allegrezza di Cristo è d'insegnare a governare con la libertà, condizione-prima della gioia. E' di questo che parla il Papa. Da qualche giorno in Francia si prega ufficialmente così: «E non lasciarci entrare in tentazione». Francesco, dunque, ha bucato-lo-schermo senza dire nulla di nuovo: è che certi giorni – come scriveva Léon Bloy - l'uomo è così stanco di sentir parlare gli uomini, che basta parlargli di Dio per vederlo piangere. O, tutt'al più, interrogarsi sul suo vero volto di Padre. Che mai tenta.

"Ancora una volta, soltanto. E' l'ultima" 
(da M. Pozza, Il contrario di mio, San Paolo, 2018)


Furono tre: le prime tre, quelle celebrate nella cattedrale del deserto. Il Cristo le accettò tutte d'un fiato, smontandole una per una. Se le accettò non fu per un favore da concedere a Satana, ma perchè l'uomo fosse certo della sensibilità di Dio alle malefatte del menzognero. Che Dio non è per nulla insensibile a tutto ciò che addolora quaggiù, come tenta di far sospettare Satana. Ne beccò tre, ma fu la quarta a mostrare quanto forte fosse l'umanità del Cristo terreno, anche la caparbietà di Lucifero: «Dio mio, Dio mio, perchè mi hai abbandonato» (Mt 27,46) Quel Dio verso il quale urlava era il medesimo per rivolgersi al quale aveva insegnato a dare-del-tu, chiamandolo padre: "Padre mio, padre mio, perchè mi hai abbandonato?" Di tutte le tentazioni possibili, quella di esser rimasti soli è la più fetente: "Non c'è più nessuno a ricordarsi di te" bisbiglia la canaglia di Lucifero alle creature. "Hai visto com'è andata a finire? Sei stato presenza insignificante – è stata la quarta tentazione di Satana a Cristo, appollaiato lassù sulla croce - . Mentre tu muori, fanno tutti festa!" Ne ha per tutti Lucifero: soli e insignificanti, è questa la sua vecchia chincaglieria per svilire la speranza. Col trucco d'essere pure raffinato. Mica è inesperto quell'essere lurido: «Non ci invita a compiere il male, sarebbe troppo rozzo. Fa finta di indicarci il meglio» (J. Ratzinger). Propone il realismo – il pane e il potere – come controproposta alla salvezza di Cristo: "Mica vorrai credere ad un Dio così astratto, vero?" Per lui astratto è l'esatto opposto di utile: utile è solamente ciò che si tocca-mangia-scarta. "Mordi-e-fuggi" è slogan pubblicitario di Satana: siccome è cosciente di poter promettere molto meno di Cristo – cos'è una piccola goduria in confronto all'l'Eterno? -, gioca sui tempi: tutto-subito. Per poi, nel caso di incidente, tradire la sua vera identità di truffatore: "In caso di incidenti, la mia assicurazione non risponde". Lasciati per strada, sedotti e abbandonati. Mordi-e-fuggi è la proposta di Lucifero: "Siediti a tavola e mangia" è la riposta di Cristo. "Mordere" non è mangiare: è un verbo ladro, gesto di sfuggita, mano nella marmellata. Neanche "fuggire" è verbo a colori: è vergogna, nebbia-fitta, zig-zag dell'anima. Inutile il fuggire: «Dove andare lontano dal tuo spirito, dove fuggire dalla tua presenza. Se salgo in cielo, là tu sei, se scendo negli inferi, eccoti» (Sal 138,7-8). Pare duro il fuggire per sempre dallo sguardo di Cristo. "Usa meglio le tue forze, non perdere tempo con queste idiozie": Satana non molla. Andarsene da casa, da Cristo, costa assai poco: per Satana l'affronto è vedere gente che rimane nella casa del padre. Appresso al Dio delle piccole-cose: «E' sperare la cosa più difficile. La cosa facile è disperare, ed è la grande tentazione» (Ch. Péguy). "Andarsene" è manovra di sostituzione, gesto di sfida, mossa da banditi. E' consiglio di Satana: "Mettiti tu davanti a Dio, portatelo dove vuoi". Da parte avversaria, è dichiarazione di guerra a Satana: «Lungi da me, satana! Perchè tu non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini» (Mc 8,33). Imporgli Vade-retro è dichiarare che si era messo davanti. Furto-di-posizione: ancora una volta ladro e farabutto. L'inossidabile tentatore, per l'appunto.

"Ti raccomandiamo: non ci lasciare soli"

E' il pezzo che più amo di Paolo, il santo apostolo delle genti: «Quando sono debole, è allora che sono forte» (2 Cor 12,10). Pronunciato senza vergogna: se non pare assurdità, ci manca poco. Con quell'altra ammissione fatta ai Romani: «Infatti io non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio (...) Sono uno sventurato» (Rm 7,19.24). E' una confessione tra le più umane, che riesce solo ad un peccatore-perdonato: è la tentazione a renderci umani. Prima di Cristo le tentazioni esistevano, dopo-Cristo le tentazioni sono rimaste in circolo: ciò che Cristo ha tentato di mutare è stato l'approccio ad esse. Le avesse tolte di mezzo, ne avrebbe rimesso la libertà: è la tentazione a farci sentire liberi. La grande tentazione: "Non c'è più nessuno pensa a te!" Che è sempre fatta di mille piccole tentazioni, la cui somma-totale è il prodotto dell'azione di Lucifero moltiplicato al credito accordatogli. Il prodotto interno lordo del Maligno. Uscito dal deserto in-piedi, Cristo mise a disposizione il suo segreto per quelli che, tentati, non vogliono mollare la presa: «Vegliate e pregate per non entrare in tentazione; lo spirito è pronto ma la carne è debole» (Mc 14,38). Satana, il motore-immobile delle cadute a tonfo, lo si vince solo pregando. E, dopo averlo pregato, prendendolo per i fondelli: non c'è nulla che gli roda maggiormente del sentirsi irriso per le sue mille smancerie. «E non ci indurre in tentazione» è urlo di caverna: dice lo spavento, il terrore, l'angoscia. Artefice della tentazione è Satana, non Cristo! Anche l'oggetto della tentazione è Satana, nascostosi dietro le sue illusioni: "Desiderami! Concediti a me!" è la sua proposta d'amore all'uomo. L'intervento di Cristo è un'operazione-di-salvataggio, ancor meglio di tutela: nulla a che vedere con l'induzione. E' più una richiesta di custodia: "Non permettere che siamo sedotti dalla tentazione", traduce Tertulliano. "Preservaci, abbi cura, non abbandonarci nel momento in cui Satana si scatena". E' supplica di vicinanza nella prova. Invocato così, Dio non spaventa affatto: c'è fede, sacro-timore. E' ammettere la sua competenza in materia, laurea strappata sul campo: «Infatti, proprio per essere stato messo alla prova ed avere sofferto personalmente, è in grado di venire in aiuto a quelli che subiscono la prova» (Eb 2,18) Il sospetto che Dio sia nemico della gioia, che si diletti ad istigarmi, è l'ultima storiella di Lucifero. Pace all'anima sua, non chiediamo a Dio che non-ci-tenti-più, ma lo supplichiamo di riuscire a tenergli testa. Nel più trasparente dei codici sportivi: più l'avversario è forte, più la vittoria è bella. E' sotto il torchio della tentazione che si recita la più credibile professione di fede: "Credo nell'Agnello. Rinnego il Lupo, con tutte le sue opere, con tutte le sue seduzioni". Tiè, Satana: beccati questa! Pure quest'altra, materia di soccorso-assicurato: «Poichè hai osservato con costanza la mia parola, anch'io ti preserverò nell'ora della tentazione che sta per venire sul mondo intero, per mettere alla prova gli abitanti della terra» (Ap 3,10). Tutto-chiaro: da avversario, però, riconosco a Lucifero un'arte sopraffine, la sua arma vincente: sa sedurre come pochi altri al mondo. Sta appena sotto-Cristo, assai sopra tutti. Quando lo dimentico, lui vince a man bassa. Sedurre è parte in causa della tentazione: scordarlo è farsi beffare a occhi-chiusi.

ilcontrariodimio

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