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GuidoReniSanGiuseppe

Disfatto il presepe, cercavo di sistemare il BambinGesù. Un ultimo sguardo, prima d'incartarlo bene perché il gesso non avesse  a striarsi nei mesi a venire. L'ho (ri)guardato più volte, perché ha degli occhi che mi (ri)guardano: sono il mio più grande affare privato. Mai prima – pensate quanto sbadato sono! – mi ero accorto che il mio Gesùbambino, al naturale, è completamente nudo, “come mamma l'ha fatto”! Quello che mi pareva un body intimo, una sorta di mutandina per neonati, in realtà qualcuno dei miei l'avrà dipinto dopo: toccando il colore, mi è rimasto nell'unghia. Un segno? “Ecco per te il segno!”, mi pare mi abbia sussurrato un angelo di passaggio. Una semplice confidenza? Molto di più: mi pareva addirittura che la statua, dietro la quale se ne stava confinato Iddio, mi avesse ringraziato per avergli grattato via quel colore aggiunto. Un colore ingiusto, tra l'altro: non rendeva il merito alla sua bellezza naturale. “Meno male che m'hai rimesso come la Madonna m'ha fatto. Nudo! Truccàti, son tutti bellissimi”.
Ho chiuso lo scatolone, ma ho lasciato fuori quella statua: è la più bella delle statue. “Tienimi nudo, accanto a te per sempre!” gli ho letto sulle sue labbra. Perché nudo è nato il mio Gesù: la sua nudità è il regalo più improvvisato che potesse farmi. San Paolino di Tarso, il pezzo da novanta del cristianesimo originale, dalla sua testa-matta fece sgorgare parole mozzafiato per dipingere la nudità del suo Gesù: «Spogliò se stesso». Ha scritto esattamente così, e c'è da credere che gli abbian tirato addosso uova a quell'uomo che, a tanti, pareva un eretico invasato. Disse che si spogliò, però, dopo che aveva scelto di non fare il prezioso, mostrandosi raccomandato, per il solo fatto d'essere figlio di Papà: «Non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio» (Fil 2,6-7). La nudità - quella pudìca dei bambini non la volgare delle carni in vista - fu la sua scelta di campo. Istruirà, a chi gli andrà dietro, che la nudità è un dono: la si conquista lentamente. Coi vestiti sfarzosi e diamantati, con panni damascati tutti gli avrebbero fatto le riverenze: troppo facile (con)vincere così! Scelse d'apparire nudo, come tutti i nati di quel tempo, come tutti i nascituri dei tempi a venire. Poi andrà oltre: morirà nudo, lasciando che la veste che la Mamma gli ha cucito se la giochino i soldati malavitosi. Ancora oltre quando, risorgendo nudo, imporrà a Tommaso di toccargli la carne viva: con le dita dentro i tagli, come Maria gli ficcava i pannolini sotto i suoi organi bambini. “L'amore vero – gli confidò un giorno suo Giuseppe mentre gli narrava la sua storia d'amore con la Madonna -, ti spoglia di tutto. Sono rimasto nudo anch'io quella volta: tutti gli occhi puritani a dire che ero matto a comprenderla. Matto non lo ero affatto: è che se ti vergogni della tua nudità, non è la passione giusta quella che stai vivendo”. Parole nude, dei vestiti d'atelier.
L'hanno (tra)vestito gli uomini di chiesa il Dio nudo: “Un po' di pudore, per favore!” si son scusati, non capendo d'avere cornificato la nudità di Dio. Che, nel frattempo, si era già reinventato di nuovo, tutto nuovo. Ancora più nudo del solito: “Prendetemi e mangiatemi: sono tutto vostro!” Ancora oggi si fa beccare nudo, dentro un pane così nudo di lievito da rimanere azzimo, nel momento dell'Eucaristia: “Il corpo di Cristonudo (Amen)”. Sono anni che, affacciandomi su quel Pane nudo, mi pare d'avvertire le parole di una pubblicità della Triumph, una casa d'intimo femminile: «Stasera venite svestite eleganti». Esattamente così mi rivendica il mio Gesùcristo. Svestito dei miei meriti, elegante perché assolto dai demeriti. Un Marco svestito-elegante.
Qualcuno azzarda: “Quando farà freddo, vedrete che si metterà indosso qualcosa”. No, signori miei: rimarrà nudo anche sotto le intemperie della (mia) storia. Resterà lì seduto, nei miei giorni friabili, discinti, fugaci: “Sto da Dio qui!” andrà dicendo. Poi, se troverà la porta chiusa per mia vergogna, andrà avanti e indietro davanti alla porta, come l'amata del Cantico dei Cantici. Sempre nudo, perché io mi svesta al più presto e vada da Lui. Chi vorrà toccarlo nella carne, dunque, non cerchi nessun guanto di lattice: per i trasgressori e i feriti, pure per i galeotti imbastarditi, ha deciso di restare nudo. Perché chi è rimasto nudo non si vergogni mai di Lui, che crede in me prima ancora che io decida o meno di credere in Lui. Dionnudo, Diossanto, Diommio!

(da Il Sussidiario11 gennaio 2022)


(nella foto: San Giuseppe col Bambino di Guido Reni)

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carte

Al bar, osservo degli uomini giocare a carte: si studiano, si rabbuiano, son lì a guardarsi di sbieco. Poi, d'un tratto, a rotazione, gettano le carte. Imprecano, bevono, sbattono: dalla furia che vi gettano dentro, pare proprio che da quella carta dipenda il destino dell'umanità. Della loro giornata, quanto meno. “Quanto sarebbe bello che i giorni dell'anno fossero come il gioco delle carte – mi dico osservando quella liturgia laica -: tenere questa, gettar via quella, preferirle quest'altra. Poi, d'un tratto, rimescolarle tutte, come se niente fosse accaduto”. Nessun giorno, a questo punto, sarebbe causa del successivo: nessuna azione, compiuta oggi, si andrebbe ad allungare sul giorno di domani. Ogni gesto andrebbe a concludersi alla mezzanotte del giorno, riazzerando tutto completamente. Lunedì, martedì, mercoledì, giovedì e venerdì. Poi il sabato e la domenica. Resterebbero sempre gli stessi, sempre sette – come le carte restano sempre le medesime – ma riapparirebbero ogni settimana diversi, divertenti, in vestiti sempre inediti, pronti a colpire di sorpresa. Ti immagini? Ogni settimana, ogni giorno, s'inizierebbe daccapo, sempre un'altra partita, diversa. Che poi, a mezzanotte, scadrà. Tutto si riazzera, sempre.
Ai greci piaceva questo vivere il tempo: vedere il lunedì ritornare uguale la settimana dopo; sapere che il martedì, se te lo sei perduto, ritornerà uguale fra otto giorni; non temere come sarà il mercoledì perchè, tanto, una volta conosciuto non cambierà mai vestito. Quand'arrivò Cristo, mise a soqquadro i calendari: “Non esiste giorno che, vissuto, non andrà ad influenzare quello che gli verrà dopo”. Con la netta conseguenza: “Non esiste che ci siano giorni che, fra un po' di tempo, riappariranno uguali identici. Il giorno perso oggi resterà un giorno perduto per sempre”. E' il tempo ordinario della liturgia (che inizia domani), sono i giorni che si colorano di verde nei paramenti del prete, nelle tovaglie degli altari, nei ricami dei fazzoletti liturgici: sono la maggioranza assoluta dei giorni dell'anno. Le feste, le solennità a confronto non sono che un pugno di mosche. Battono – non c'è competizione – pure i giorni colorati di viola: quelli dell'attesa, del lutto. L'anno, per la liturgia, è una partita di carte dove ogni giorno, giocandolo, produce un effetto domino su quello che gli viene dietro: un'azione fatta oggi non si concluderà a mezzanotte, continuerà la sua vita nel giorno successivo. E' legge di natura, altrimenti il germoglio non si farebbe mai fiore, il fiore non diventerebbe frutto, il frutto non si trasformerebbe in marmellata. Lo spermatozoo, nell'ovulo, non diventerebbe mai bambino.
E' dura vivere così, sapendo che la minima azione d'oggi andrà, anche se in maniera impercettibile, ad influenzare il destino di un giorno che mi accadrà fra quarant'anni. A viver così, sembra di maneggiare giorni caricati a salve, come la pistola d'un killer. Li capisco - non li apprezzo ma li capisco – gli ignavi, coloro che per la paura non fanno nulla: non è da tutti accettare il rischio di far accader cose i cui effetti andranno a prolungarsi senza fine nel tempo, come delle onde concentriche causate dal sassolino che ha toccato, appena, l'acqua. Li capisco quelli che rifiutano l'imprevedibilità di Cristo: è dura d'accettare, è angosciante e consolante sapere che può arrivare d'improvviso, senz'avviso, infilandosi nella più anonima e insignificante delle giornate. Andando a ficcarsi, senz'avvisaglie, nel più infimo dei giorni feriali. E, nascosto lì dentro, inizia a sparigliare le carte, ad accendere luci in cantina, a rovistare vecchi fascicoli nascosti in soffitta, a far nascere domande dove prima stavano comode le risposte. Stupisce, stordisce.
Ad un mazzo di carte assomigliano i giorni dell'uomo: urla, rumore, lacrime, sussurri, canti. E qui dentro, di colpo, una mossa inattesa, un che d'inaudito, un colpo di grazia. Solo un fabbricante di marionette, come il papà di Pinocchio, potrebbe creare giorni slegati tra di loro, in vendita singolarmente. Ciò che di nuovo il cristianesimo apporta è la reciproca dipendenza dei giorni tra loro: ciò che oggi mi appare irrilevante, domani potrebbe mostrare d'esser stato l'attimo decisivo.

 


Tempo d'Avvento e di Natale

I^ Domenica d'Avvento, L'attenzione di Veronica, 28 novembre 2021
II^ Domenica d'Avvento, Le cose belle hanno il passo lento, 5 dicembre 2021
Solennità dell'Immacolata Concezione di Maria, Centopercento donna, 8 dicembre 2021
III^ Domenica d'Avvento, Distinto e d'istinto, 11 dicembre 2021
IV^ Domenica d'Avvento, Confidenze, 18 dicembre 2021
Solennità del Natale del Signore, I Tre dell'Ave Maria25 dicembre 2021
Festa della Santa Famiglia di Nazareth, Cronaca di una famiglia in crisi, 26 dicembre 2021
Solennità di Maria Santissima, La discrezione fatta carne, 1 gennaio 2022
II^ Domenica dopo Natale, La salvezza si consegna a domicilio, 2 gennaio 2022
Solennità dell'Epifania del Signore,  Il "marameo" dei Magi ad Erode, 6 gennaio 2022
Festa del Battesimo di Gesù, Il solito (non) raccomandato9 gennaio 2022

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resia

Il tempo che scorre adagio-adagio: “Non (mi) passa mai il tempo, uffa!” Il tempo che scorre con troppa velocità: “Quest'anno mi è letteralmente volato via!” Il tempo per tutte le stagioni: quello bello, quello brutto, quello cattivo. Il tempo della semina - dei legumi, del radicchio, del mais, del pomodoro – e il tempo del raccolto: “E' tempo d'andare a vendemmiare, è la stagione delle castagne, la settimana perfetta per raccogliere i melograni. E' l'ora dei cachi”. Il tempo delle persone: con alcune perdi tempo, con altre perdi la nozione del tempo, con altre ancora puoi recuperare il tempo perduto con le prime: «Stare con te o senza di te è l'unico modo che ho per misurare il tempo» (J. Borges). C'è chi perde tempo e chi cerca di guadagnare tempo: c'è chi si accorge di avere tempo e, per questo, non aspetta tempo. Il fatto è – ammonirebbe il filosofo Seneca – che non è affatto vero che abbiamo poco tempo: la verità, invece, è che ne perdiamo molto. Giacchè il tempo, a ben pensarci, è sempre lo stesso. A seconda di come lo si abita, però, tende a dare un'impressione diversa di sé medesimo: è troppo lento, quasi infinito, per coloro che aspettano, è troppo lungo per chi sta soffrendo, è troppo rapido per coloro che lo temono, è troppo veloce per coloro che stanno gioendo. Per chi ama, poi, il tempo è un anticipo (quaggiù) dell'eternità di lassù.
Vivere, insomma, è guerreggiare con il tempo, contro il tempo, nel tempo. Tengo legato, per dei ricordi d'infanzia, il tempo al suono delle campane: sono, a tutt'oggi, il metronomo della giornata per la gente del mio paese. Oltrechè il trascorrere del tempo – le ore, le mezz'ora, i quarti d'ora – dicono anche la qualità del tempo: solenne, luttuoso, tempo ordinario. Hanno un loro ritmo e un timbro: dal numero dei colpi intuisci qualcosa del tempo che è, dal loro suono qualcos'altro ancora. Quando le campane sono mute (c'è anche chi non vuol più sentire suonare le campane), in paese ci s'interroga, allarmati: “Come mai le campane non suonano?” Il sospetto che il tempo sia scaduto è qualcosa che fa perdere il senso del tempo, della vita, degli affari quotidiani. Eppure, a ben pensarci, il tempo è un poco più di nulla. E' nulla del tutto se non lo si riempie di un qualcosa di significativo: domani, spesso, è il giorno più occupato di tutta la settimana. Per alcuni "oggi" è il domani di ieri, per altri invece "oggi" è la vigilia di domani. Il tempo, comunque, lo san tutti che è un galantuomo: ospita chi fa le cose a caso, e ha posto anche per chi fa caso alle cose. Nel tempo, comunque lo s'intenda – tempo che sono gli anni della nostra vita -, si gioca il tutto della nostra storia.
Nulla accade fuori del tempo, del tempo ordinario.
Il trascorrere delle annate, per anni, aveva la forza d'incutermi tremore: l'incertezza di ciò che non sarebbe più tornato, l'apprensione per gli incontri perduti, l'amarezza di aver perduto tempo. Oggi, che sempre più gli anni si accavallano tra di loro, osservo con un inatteso distacco il bianco che, con calma, colora i primi capelli. Sono debitore ad una signora – una signora di quelle un po' così, come si dice da noi sorridendo – il sapore del colore bianco: “Mi permetta, padre – mi disse, avvicinandosi a margine di un incontro -. Mi sono accorta che ha un capello bianco: si abbassi un po' che glielo tolgo!” Ho fatto fronte comune con le mani, lo sguardo per arrestare il suo vigore: “La prego, tenga le mani in tasca signorammia! Ho impiegato decenni prima d'avere un capello bianco: non sia mai che, adesso, arriva lei e me lo strappa!” Non mi impaurisce il tempo che rende bianchi i capelli, che fa diradare la chioma: mi ha sempre intimorito, invece, la possibilità di sprecarlo. Non i capelli bianchi, dunque: ma i giorni gettati via! Il tempo gettato al vento.
“Sono tempi brutti!” è la scusa dei perditempo di ogni tempo. Passo la parola a Péguy: «Faceva cattivo tempo e ci fu anche una tempesta nel lago di Tiberiade, Pietro sosteneva che non avrebbe potuto prender dei pesci. Egli sosteneva che sarebbero morti. Ma Gesù non si tirò affatto indietro. Non dichiarò affatto forfait. Egli non si rifugiò dietro la disgrazia dei tempi». Mi atterrisce, per troppo stupore, che Dio faccia accadere le cose nel tempo: le cose eterne, per un'insindacabile decisione, accadono nelle cose terrene. Oppure non accadranno mai più. Dio, diventando Gesù, ha sposato il tempo promuovendolo ad arena dentro la quale decidersi per il futuro: d'allora, in ogni ora, non c'è istante che non sia caricato a salve, come una pistola. Ogni istante potrà essere quello fatidico, letale, cruciale: «Quanto a quell'ora, però, nessuno lo sa, neanche gli angeli del cielo e neppure il Figlio, ma solo il Padre» (Mt 24,36). Istante salvifico sarà farsi trovare pronti quando verrà sferrato l'ultimo attacco: sarà come preannunciare la vittoria. E' nel tempo ordinario che il tempo dell'uomo diventa il tempo di Dio. E viceversa: il tempo di Dio diventa il tempo dell'uomo. Il tempo feriale, con nessuna solennità, giorni da minimo sindacale, quello apparentemente insulso, dove sembra non accadere mai nulla. Esattamente per questo tempo, i Vangeli riservano parole inattese, tra le più contemporanee: «In quel tempo». Non importa che sia il tempo migliore o il peggiore: è il solo tempo che abbiamo. La liturgia, ch'è l'ora esatta di Dio, è fatta di trentaquattro settimane di tempo ordinario: le solennità, al confronto, sono un pugno di mosche. In questo tempo – il quel tempo degli evangelisti -, mi gioco tutto, il tutto di me: o la và o la spacca. Non avrò un altro tempo: sarebbe troppo facile averne uno per sbagliare, uno per imparare, un terzo per riprovarci. In uno solo dovrò concentrare tutto.
Ai migliori atleti del mondo basta offrire loro un ring sul quale esibirsi. Loro sanno bene che si fa tardi molto presto.

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