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AlexSandro

Nella disciplina del salto in alto, l'Italia ha scoperto il suo atleta di punta per Tokyo: si chiama Alex Schwazer. Ha saltato più in alto di tutti, lui che ha sempre parlato pochissimo. Non avesse fatto il marciatore, sarebbe stato un falegname: è l'indole dei falegnami tacere e scolpire. Falegname proprio come Geppetto Sandro (Donati, ndr), l'uomo che, scrutando di sbieco il Pinocchio-Alex di Londra 2012, non si è tirato indietro: “Se accetterai di sgobbare con me, diventerai un bravo bambino”. La sfida era al limite del contrappasso: da burattino manovrato dal doping, a ritornare fuoriclasse mondiale. Và detto che non è stato Donati a cercare Alex, è accaduto il contrario: lo insegna il Vangelo che è la volontà del figliolo prodigo (“Non ce la faccio più a mentirmi!”) a riaccendere l'abbraccio del padre. Nella loro tana di solitudine – tra i canneti di periferia della Capitale come lungo l'Isarco nel Sud-Tirol – non accettarono intromissioni nella loro tempesta interiore: testa bassa e marciare. Loro due assieme, con quella rabbia dentro che sentiva l'urgenza di raccontarsi al mondo. “Hanno vinto, almeno?” chiedono al bar gli avventori. Il problema è proprio questo: che non hanno vinto. Hanno stravinto. Versandosi reciprocamente un anticipo di fiducia – ci voleva fegato a Sandro Donati nel prendersi Pinocchio; ci voleva coraggio ad Alex per accasarsi proprio a casa del Geppetto che ha fatto della lotta al doping la sua moderna crociata di fede – sono saliti ancora più in alto di dov'erano prima. “Senza doping, signori, si potrà andare ancora più forte”.
Detto, fatto: dimostrato. Cronometro alla mano, rivali battuti.
Il campione è tantissimo: fa cose che riescono a pochi. Il fuoriclasse è oltre: riesce a fare cose che nessuno fa. Schwazer appartiene ai secondi. Ecco la trappola: l'angoscia del pipistrello è che qualcuno gli accenda la luce. Ecco la manipolazione delle provette, la bastardaggine dell'invidia, l'escremento degli incapaci: “Tendiamogli un tranello, altrimenti siam battuti!” Benvenuti all'inferno! Non solo l'accusa, ma anche l'umiliazione di farlo andare a Rio (A/R) solo per la gioia di vederlo massacrato, umiliato, disintegrato nella sua dignità d'uomo prima ancora che di atleta. Poi il ritorno: lento ma ritmato, silenzioso ma non muto, piegato ma non rotto. Non è avvezzo ai tribunali, Alex: il suo unico tribunale è la pista, l'unica legge che gli è famigliare è l'allenamento. «Sono innocente, stavolta!» grida d cinque anni. Giura, s'inginocchia, spergiura. Figurarsi se qualcuno gli crede: qui in terra basta uno sbaglio per rendere l'uomo inetto alla verità in eterno? E fu così che l'aggettivo dopato diventò sostantivo: il dopato. La menzogna, infangando, gozzoviglia come un maiale che si rotola nella fanghiglia. Viene colpito il figlio adottivo per colpire (per la seconda volta, ndr) il suo padre putativo: “Maledetto sia in eterno il nome di Donati!” Arrendersi, a questo punto, era la cosa più semplice: l'ambiente riaccetterà sempre i bugiardi, basterà pagare con il soldo dell'omertà. Pinocchio e Geppetto non ci stanno, figuriamoci: “Vediamoci in tribunale!” Altra marcia, altro traguardo, tutt'altri allenamenti: «La vera molla era dimostrare la mia innocenza (...) ero allenato per lo sforzo, mentre nei tribunali sono un pesce fuor d'acqua» ha detto a La Gazzetta dello Sport. Ieri, dopo quasi un lustro, il giusto verdetto: “Non può essere processato per il doping perchè non si è mai dopato”. Basta?
L'altra faccia della medaglia, però, è da brividi: le accuse spietate contro la Wada e la Iaaf parlano di «falso ideologico, frode processuale, diffamazione». Il medico pagato per curare abita all'obitorio: è morto. Pagina nero-pece per chi dovrebbe piantonare il doping: «E' il mio trionfo più grande, più di Pechino» ha detto, educatamente. Per vincere, però, era necessario scommettere sul futuro: era lì che si nascondeva la verità. È qui, adesso, che giace la domanda che è di tutto il popolo sportivo: come faranno gli atleti, già stremati dall'allenamento, a fidarsi di un'istituzione che ha mostrato, con Alex, di andare a letto con l'amante di turno? Dispiace dirlo, ma per ottenere una medaglia non basterà allenarsi, essere puliti. Nemmeno, se si ha sbagliato, ritrovare la voglia di ritornare in pista. Occorrerà incrociare le dita e calcolare che, tra le mille variabili, ci sarà sempre qualcuno che, frustrato per il poco talento, tenterà l'arte dello sgambetto. Chapeau al giudice Pelino: non è da tutti! Avesse la stessa onestà intellettuale lo sport, Schwazer sarebbe il (nostro) portabandiera a Tokyo 2021.

(da Il Sussidiario, 20 febbraio 2021)

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Spezzare le proprie catene interiori

Deserto, solitudine, preghiera, tentazione.
Ecco come troviamo Gesù, nel Vangelo di Matteo, al centro della liturgia ambrosiana, nella I Domenica di Quaresima.
Perché Gesù si trova nel deserto? La prima risposta che dà il brano, così viene da pensare di primo impatto, è “per essere tentato dal Diavolo”. È scritto a chiare lettere, dunque, perché non crederlo?
Perché avviene 40 giorni dopo l’ingresso nel deserto. Dunque, la domanda che incalza diviene: a cosa si è dedicato Gesù, nei giorni precedenti la scena descritta nel brano, in cui, con tre diversi tentativi, Satana prova a far recedere Cristo?
Da cosa? Considerando il proseguimento del Vangelo, che vede l’inizio della vita pubblica di Cristo e della predicazione, viene da pensare che Satana voglia distoglierlo da quello.
Tuttavia, se analizziamo le varie tentazioni che il Diavolo propone a Cristo, ci accorgiamo che, in realtà più che cosa, il vero discrimine sia, piuttosto, il come.

«Se tu sei Figlio di Dio, di’ che queste pietre diventino pane» (Mt 4,3)

La prima modalità proposta è un messianismo “sociale”: la promessa di una fede che risolva tutti i problemi del mondo. La fame, le malattie, le epidemie, la disoccupazione. Arriva Cristo e risolve ogni cosa. “Se il Vaticano vendesse le sue ricchezze, invece di navigare nell’oro, allora potrei credere a quello che dice!”. Quante volte ce lo sentiamo ripetere?

«Sta scritto: “Non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio”» (Mt 4,4)

Questa è la risposta di Cristo. Non basta l’utile. A volte, l’inutile è più necessario. Sono i poveri che, spesso, ci evangelizzano in questo. Come entrare in una capanna, tra i banani dell’Africa centrale e vedere che utilizzano fiori secchi come rudimentali “Arbre Magique” per garantire un buon profumo all’interno di quelle quattro pareti di frasche e di fango. Qualcuno, leggendo questo, avrà pensato, ricordando le parole di Giuda (cfr. Mc 14,4): “Quanto spreco!”. Ebbene, sì. C’è una Bellezza, che richiede spreco. Pur essendo essenziale riempire la pancia e, in alcuni casi, prioritario, affinché il cuore possa saziarsi d’altro, l’uomo non si accontenta della pancia piena. Esige altre cure. Carezze all’anima, oltre al corpo. La Parola di Dio che lo nutra della Verità, che il mondo non riesce a dargli.

La seconda tentazione potrebbe essere definita di un messianismo “spettacolare”, che, puntando su miracoli ed opere eccezionali, possa convincere chiunque guardi che Cristo è figlio di Dio. Anche noi siamo spesso presi da questa tentazione, quella, cioè, di ridurre la preghiera a una sorta di mercato di domanda e offerta, per cui, se non ottengo quello che chiedo a Dio, allora Dio non c’è. Non è questa la volontà di Dio, tanto è vero che si sprecano i riferimenti al “segreto messianico” (ad esempio, in Mc 1,44), che segue i miracoli, compiuto da Cristo. Perché Gesù ci tiene tanto a tacere i propri miracoli? Per lasciarci liberi.  Perché Dio non ha scelto di manifestarsi nella sua potenza, per spaventarci, ma nella fragilità, perché potessimo amarLo, nella libertà, ed entrare in comunione con Lui (come evidenzia Dostoevskij, nel dialogo della Leggenda del Grande Inquisitore ).

L’ultima tentazione è la più esplicita. Satana ha ormai perso la pazienza: abbandona gli stratagemmi subdoli e lascia trasparire il proprio vero obiettivo. Legare a sé la nostra volontà. Ecco perché ogni volta che cediamo al peccato, fissiamo delle catene ai nostri polsi. Il più riuscito inganno di Satana è, del resto, instillare quell’apparentemente innocente domanda, nelle nostre orecchie: “Che male c’è?”. “Che male c’è?” è, spesso, il tassello iniziale con cui iniziano le nefandezze più atroci, che, all’inizio, sembrano solo innocui passatempi. Ogni volta che questa domanda si affaccia alle nostre orecchie, dovremmo sempre avere la prontezza di capovolgerla, perché a noi il male non deve interessare, né poco né tanto, perché la nostra attenzione dovrebbe focalizzarsi sul bene, così da chiederci: “Ma che bene c’è?”. E se non ce n’è alcuno, è il caso di abbandonare una proposta che, puzzando di vuoto, lascia dietro sé un pericoloso odore di zolfo…

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GiustiziaIngiustizia

Mi ha sempre fatto tanta tenerezza il bruco: è lui che fa il lavoro sporco del manovale, ma poi è sempre la farfalla a prendersi gli applausi. “Non è giusto! È di un'ingiustizia spaventosa!” recrimino ogni volta che vedo snobbato il lavoro dei bruchi. “È legge di natura, di cosa ti lamenti?” mi potrebbe ribattere qualche scienziato. Sarà pur vero, ma non toglie il dispiacere di non veder riconosciuto il lavoro al bruco. Che poi le leggi, se restiamo in natura, sono come ragnatele: le mosche grosse le sfondano, mentre le piccole rimangono impigliate. Il quesito, dunque, rimane là, imperturbabile, irrisolto: che cos'è la giustizia e che cos'è ingiustizia? “Semplice – dirà qualcuno – giustizia è dare a ciascuno il suo” come insegnavano i latini (unicuique suum tribuere). Le nonne ci hanno sempre creduto!
Fosse vero, perché allora arrabbiarsi di quel padrone che, a fine giornata, ha pagato lo stesso salario ai lavoratori della prima come dell'ultima ora? Quella volta, a sentire il Vangelo, n'è venuta fuori una mezza sommossa. Eppure, tutto torna: non è forse ingiusto, nella scuola, chiedere al figlio d'un operaio le stesse prestazioni di quello d'un professore universitario? E all'uomo operato per l'ernia esigere che abbia la stessa forza d'un giovane arzillo? Ad uno appena uscito da galera gli stessi riflessi nella guida di un pilota automobilistico? Tanto, giunti alla fine, la giustizia è comunque rispettata: quante ingiustizie al grido di “giustizia è fatta?” Poi, magari, chi perde tacerà, o si arrabbierà oltremisura: lottare contro l'ingiustizia porta sempre alla santità o alla sommossa. “Di cosa scandalizzarsi, non capisco!” obietterà qualcuno. Di nulla, ovvio: il mondo, certi giorni, sembra non stare in piedi senza ingiustizia. “Scegliamo il male minore, forza!” Ma resta, comunque, il fatto che, seppur minore, è sempre male. Sempre ingiusto. Passo la parola ad un poeta: «Non so che cosa voi chiamate una società perfetta – è il dolore di Paul Claudel – Ma non vi è società vivente fuori di quella ch'è animata dall'ineguaglianza e dall'ingiustizia». Dategli torto, senz'apparire moralisti.
A dar retta all'uomo, tutti s'indignano dell'ingiustizia, soprattutto quand'è in prossimità nostra: “Non è giusto, meritavo altro. Ingiustizia!” L'aggravante, poi, è che è più facile indignarsi per un'ingiustizia fatta dall'altra parte del mondo che per una discriminazione avvenuta al dirimpettaio d'appartamento. Un'ingiustizia a portata di mano, sul pianerottolo. Qualcuno, a fasi alterne, propone di mettere mano all'ingiustizia, salvo poi scoprire che tutto cambia in modo che l'ingiustizia rimanga sempre la stessa. Punto e a capo: «Il ricco commette ingiustizia, per di più grida forte: il povero riceve ingiustizia, per di più deve scusarsi» (Sir 13,3). Il capolavoro dell'ingiustizia, insomma, è quello di voler apparire giustissima pure essendo di un'ingiustizia smisurata. Perché, dunque, lagnarsi? «Eppure tutti si lagnano – scrisse Italo Svevo – Quelli che non hanno avuto niente dalla preda muoiono gridando all'ingiustizia e quelli che ne hanno avuto parte trovano che avrebbero avuto diritto ad averne una parte maggiore». E' la vita, concordate?
Resta l'altra giustizia: «Arriverà un giorno in cui» minacciò fra Cristoforo al bullo di don Rodrigo. “In cui” il problema non sarà fare la cosa giusta, ma saper qual è la cosa giusta, tra migliaia di simili. Anche perché, Vangelo alla mano, è anche facile essere buoni: il difficile è essere giusti. Ecco spiegato il motivo per il quale anche il bene va fatto bene, altrimenti corre il rischio di diventar male! Si dice - si sente dire da altre parti, non soltanto in galera - che non esiste giustizia sulla terra. Esisterà, forse, nel Cielo? Esistesse, la cosa più giusta da sperare è che non assomigli a quella quaggiù in terra, dove spesso si commettono delle ingiustizie non solo facendo qualcosa, anche non facendo. Detto ciò, il cuore altro non può sperare che nell'ingiustizia di Dio. Visto che non esiste giustizia in amore: altrimenti il figlio canaglia, zoccolo e prodigo sarebbe ancor chiuso fuori dalla porta. Anche un Dio tutto misericordia, però, è un Dio ingiusto.

BrucoFarfalla

Avvertenza redazionale

Ha affrescato le sette virtù: “Le conoscevamo già, a che serviva dipingerle!” dicono in tanti. Hanno ragione, eccole: prudenza, fortezza, temperanza, ira, fede, carità, speranza. Ma quando tutti si aspettavano contrapponesse loro i famosi sette vizi capitali – ira, avarizia, invidia, superbia, gola, accidia, lussuria – Giotto stupì l'attesa, innervosendola un po'. Si divertì a ingarbugliare le acque con sette viziacci, personalizzati secondo il suo genio: stoltezza, incostanza, ira, ingiustizia, infedeltà, invidia, disperazione. A Padova, nella Cappella degli Scrovegni, sono secoli che la gente, osservando, va riflettendo.
In attesa di #VizieVirtù (prossimamente sul NOVE), con #igiovedìdigiotto ci alleniamo alla Pasqua, attraversando la Quaresima assieme a Giotto di Bondone. Ogni giovedì mattina, prendendo la palla al balzo dal suo genio, rifletteremo su un vizio e la virtù che il pittore fiorentino le contrappone. Perchè nessun uomo, nessuna donna è tutta virtù o tutto un vizio: siamo tutti intrecciati di entrambi. Una matassa è il cuore dell'uomo, il campo di battaglia in cui lottano Dio e il Diavolo, come insegnò Fedor Dostoevskij.
Com'era illustrato negli sguardi del Nazareno.

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