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 2020 06 28 15.32.30

Ci sono persone che, quando le incontri, non puoi fare a meno di notare alcuni dettagli. Quando conosci un prete, alcune cose non possono sfuggirti. Quando nei incontri uno con la polvere dell’oratorio attaccata alla suola delle scarpe, non pensi che possa vestire la porpora: fai fatica a pensarlo dietro una scrivania, nell’ambito amministrativo della sua funzione sacerdotale, anche solo come parroco.
Un giorno, però, scopri che “don Luca Raimondi” (proprio lui: quello dell’oratorio di Desio, quello che ha celebrato la Messa in autogrill sulla strada verso Colonia, quello che ti aveva prestato un cd dei Nomadi, quello che per anni aveva avuto l’ingrato incarico di essere tuo direttore spirituale) ora, non solo è diventato monsignore, ma, addirittura, vescovo ausiliare!
Credo che nessuna parola possa descrivere l’emozione al riguardo. Stupore, meraviglia, sconcerto, sgomento, incredulità. Ma anche: fiducia, affidamento, felicità.
E, a ben pensarci, non mi stupisce questa commistione spuria di sentimenti contrastanti e conflittuali. Perché rispecchiano il nuovo episcopo.

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Le mani di Niccolò Zanardi, 22 anni: il papà, Alex, sta lottando come una iena contro la morte. “Ce la farà! Non ce la farà. Chissà se ce la farà” ragiona la gente. Niccolò al rischio della parola preferisce la sicurezza del gesto: stringe la mano di papà alla sua, l'affida ai social, corredata con la più semplice delle frasi a disposizione di un ragazzo: «Io questa mano non la lascio. Forza papà, ti aspetto. Torna presto». Le mani sono dei simboli, tante volte diventano anche rivelazioni: portano in alta definizione ciò che il cuore custodisce gelosamente. Anche Alessia, 13 anni, ha delle mani gentili: qualche sera fa, appena rientrato dal lavoro, suo papà è morto d'infarto sotto i suoi occhi. Lei e le sue mani non sono bastate come arnesi per tenere in vita papà: “Non ce l'ha fatta” mi ha detto scoppiando a piangere. E mentre guardava le sue mani, più che guardarle ho provato ad ascoltarle, a tradurle: dal modo in cui uno muove le mani – parlando, tacendo, non facendo nulla – ti racconta un'iradiddio d'intimità.
Due figli, Niccolò e Alessia, che prestano le mani ai loro papà: sono mani di figli che prendono per mano quelle dei loro padri. E' la storia che si rovescia: di solito sono le mani dei padri che (man)tengono quelle dei figli. Capita, però, che certe volte la vita scompigli le carte, costringendo i figli a diventare padri dei loro padri. Pare una beffa, eppure è la più intima delle rivelazioni: nessun uomo nasce padre, lo diventa il giorno in cui gli nasce un figlio. E' il figlio a fargli dono di questo nuovo soprannome, “papà”: una contaminazione di regali, il padre dona la vita al figlio, il figlio dona la paternità al papà. In caso d'emergenza, poi, questa trasfusione di vita riappare in superficie: quando il padre vacilla, il figlio ricorda bene di come si è sentito quella volta che, da bambino, stava per cadere. E gli viene spontaneo ripetere la dolcezza di quel gesto primitivo. “Un padre deve mantenere suo figlio” si legge spesso nelle carte del giudici. “Mantenere” è un verbo bellissimo, un verbo del cuore prima che dell'economia: significa “tenere per mano”, è verbo reciproco, il verbo del pronto soccorso. Anche ad un figlio, dunque, potrà capitare di dovere mantenere suo padre: è scritto nelle carte della vita. Le mani di Niccolò e di Alessia sono come i cavi che usiamo per caricare gli oggetti: molto più che fili, sono i corridoi attraverso i quali passa la luce, la riconoscenza, la speranza.
Le mani di Alessia, apparentemente, hanno fallito l'impresa: papà, che era un bravissimo agente della Polizia Penitenziaria, non ce l'ha fatta. Niccolò, invece, sta ancora tenendo la spina attaccata: un giorno diremo, col massimo rispetto per scienza ed affini, che quella mano ha fatto più dei ventilatori. I lavori di Niccolò sono in corso, ma quelli di Alessia non sono finiti. Sull'immagine-ricordo di papà ha voluto scrivere lei una frase, invece che citarne una già scritta: «Ti terrò dov'è il mio cuore, qualunque cosa accada, papà. Vivrò una vita per noi tre perchè, come mi hai insegnato tu, “lo spettacolo deve andare avanti”».
Ettore, l'eroe celebrato da Omero nell'Iliade, prima di andare in guerra, prende in braccio il suo bambino, Astianatte. Conoscendo il rischio che sta per correre, sfila il suo elmo e innalza una preghiera agli dei: «Zeus e voi dei tutti (…) possa un giorno dire qualcuno: “Certo, costui (Astianatte) è molto meglio del padre». Le mani di due figli che tengono-per-mano i padri, sono una pagina di letteratura in corso.

(da Il Mattino di Padova, 28 giugno 2020)

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Dal 3 giugno in tutte le librerie I gabbiani e la rondine (Rizzoli), il nuovo libro di Marco Pozza

La sofferenza, la rinascita, la bellezza nella Via Crucis che ha commosso il mondo.
Roma, 10 aprile 2020, Venerdì Santo. Nel pieno della pandemia, la Via Crucis celebrata dal Papa non si svolge in mezzo alla folla, nel Colosseo, ma nella piazza San Pietro deserta, sotto lo sguardo dell’antico crocifisso della chiesa di San Marcello al Corso. Le parole che risuonano nella notte della morte e del dolore provengono dalla parrocchia del carcere di Padova: a meditare sulle quattordici stazioni della Passione di Cristo è un’intera comunità di uomini e donne che abita e lavora in questo mondo ristretto. “Mi sono commosso” ha scritto Papa Francesco. “Mi sono sentito molto partecipe di questa storia, mi sono sentito fratello di chi ha sbagliato e di chi accetta di mettersi accanto a loro per riprendere la risalita della scarpata.” In questo libro, partendo dalle meditazioni sulla Via Crucis raccolte e scritte insieme alla giornalista e volontaria Tatiana Mario, don Marco Pozza ha costruito un racconto sulla fede e la risurrezione dei viventi: la Via Crucis di Gesù diventa così una Via Lucis degli uomini, la cui sofferenza è stata riscattata da Cristo in persona. “Mai celebrata una Via Crucis così” scrive l’autore. “Pareva davvero d’attraversare l’Odio desiderando l’Amore.”
(Per prenotarlo clicca qui)

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«Sia che mangiate, sia che beviate, qualunque altra cosa facciate, fate tutto per la gloria di Dio», perché «voi siete di Cristo e Cristo è di Dio» (1Cor 3, 23). È doveroso fare questa premessa, per inserire in giusta prospettiva le letture liturgiche. La vita del credente si innesta nella vita di Cristo, in modo così profondo, che Paolo arriva a dire "non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me" (Gal 2, 20). Ecco perché non c'è aspetto della vita che possa essere considerato secondario, rispetto alla fede: in ognuno di essi, siamo chiamati a testimoniare la presenza viva – e vivificante - di Cristo. La seconda lettura, che la liturgia propone, tratta dalla lettera ai Galati, corre sempre il rischio di essere interpretata in modo un po’ manicheo, quasi contrapponendo la corporeità alla spiritualità, correndo il rischio di dimenticare che l’essere umano vive questa dualità inscindibile in ogni proprio aspetto della vita, dal più umile al più elevato: sarebbe riduttivo vivere in modo platonico il corpo come un “carcere”, come un fardello di cui disfarsi, perché ci impedisce di spiccare appieno il volo verso I traguardi della nostra vita. Sarebbe ingiusto, oltre che riduttivo, perché equivarrebbe a non riconoscergli i meriti che gli sono propri. Questa contrapposizione non può sussistere, all’interno della Chiesa Cattolica, a partire dal momento in cui il Verbo si è incarnato, accettando – in questa scelta – tutti I rischi, la complessità, il fascino, la bellezza di un corpo animato e di un’anima incarnata. Siamo un tutt’uno. Di più. Senza corpo, nemmeno saremmo capaci di amare, di pregare, di capire. Sono i nostri sensi che, interrogati, ci spingono a riflettere. Sono le nostre orecchie che ci dispongono all’ascolto della Parola di Dio. Sono i nostri piedi che ci conducono alla casa del Signore, così come verso la riconciliazione coi fratelli. Sono le nostre mani che, capaci di colpire, possono medicare, salvare, accarezzare. È la nostra voce che, oltre a sparlare, può anche distribuire parole di conforto, infondere fiducia, regalare speranza. La nostra anima anela a Dio; il nostro corpo non le si oppone; piuttosto, si rivela lo strumento con cui poter aderire alla volontà, quando riusciamo a sconfiggere la concupiscenza che vorrebbe allontanarcene. Noi siamo, quotidianamente, terreno di scontro, che può essere santificato: ogni giorno, con la nostra volontà, abbiamo la possibilità di scegliere cosa fare del nostro tempo. Aderire alla volontà di Dio equivale alla misura massima di libertà possibile per l’uomo, anche se potremmo essere tentati di pensare l’opposto.

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