5 1 1 1 1 1
5 1 1 1 1 1

IMG 7991

Rinchiuso in cella, sento dalla televisione dell'omicidio di Willy. Vedo volti, rabbia, lacrime: anch'io sono in carcere per un omicidio. Dunque ci penso di più, provando a ricreare la scena: un sabato sera come tanti, un pub, un complimento di troppo, una rissa. Molti dubbi, un'unica certezza: Willy, un giovane ragazzo, è morto. Conosco molto bene quelle situazioni nelle quali a fare da padrone è l'insicurezza in noi stessi e la paura di apparire deboli agli occhi altrui: allora dobbiamo dimostrarci più forti, duri, senz'accorgerci che siamo soltanto stupidi. Immagino gli insulti che volano, una rabbia feroce che acceca: rabbia repressa, nascosta chissà dove, una rabbia che scalpita per uscire. Basta un movimento improvviso e parte la mattanza. Il tempo di capirci qualcosa e un ragazzo è già lì, esanime, a terra, nel suo stesso sangue. Chi grida, chi piange, chi scappa.
Dopo poco ci sono quattro madri, quattro cuori, che d'improvviso smettono di battere. Una di quelle madri dovrà riconoscere il proprio figlio in un obitorio freddo e spoglio; le altre tre passeranno la notte in un commissariato di Polizia, nella speranza che si tratti di un grosso malinteso. Poi, velocemente, la notte che diventa alba, la speranza si infrange e lascia il posto alla più amara delle delusioni: i loro figli vengono arrestati. Sento di provare un immenso dispiacere per quel ragazzo e per la sua famiglia ma, essendo stato anch'io un carnefice, provo ancora più dispiacere per i suoi carnefici. Un dispiacere per quello che dovranno affrontare: non parlo della condanna da scontare nei confronti della giustizia e, forse, al cospetto di Dio. Parlo di una condanna molto più pesante: quella da scontare nei confronti di loro stessi. Pensare, ripensare sempre al loro folle gesto, al dolore arrecato. Realizzare che una parte di loro stessi è morta per sempre con la morte di quel ragazzo. Il pensiero di una madre che piangerà il proprio figlio davanti ad una lapide; il pensiero di tre madri che, attorno ad un tavolo di una sala colloqui di un carcere, andranno a trovare i loro figli, guardate a vista dagli agenti, pronti ad interrompere un abbraccio o una carezza.
Togliere una vita è fin troppo facile, a volte è questione di secondi: quello che è realmente difficile è provare a ricostruire la propria vita dopo che, senza alcun diritto, l'abbiamo tolta ad altri. Oggi, dopo dodici anni di carcere, notizie come questa tornano a far sanguinare ferite che non si non ancora cicatrizzate, ferite che probabilmente rimarranno aperte in eterno. Rivedo me stesso in quei ragazzi: il bisogno assurdo di mostrarsi per quello che vorremmo essere e non per quello che siamo, dannatamente attenti ad ostentare l'apparenza senza accorgerci dell'enorme vuoto che abbiamo dentro. Vuoto che, adagio, ci divora.
La realtà cruenta è che Willy non c'è più ma quei ragazzi, anche se al momento si sono smarriti, ci sono ancora. Se ho imparato qualcosa durante questa mia prigionia è che niente, nessuno è mai del tutto perso in partenza. Se rifletteranno a fondo su loro stessi, sul gesto compiuto, sui motivi che li hanno portati a spingersi così oltre, potranno forse rialzarsi. Non ci riusciranno, però, da soli: serviranno le istituzioni, un carcere serio, una rieducazione su misura. Son convinto che se il carcere tenterà di ammorbidire il cuore di questi ragazzi, senza spezzarne l'anima, per loro non sarà troppo tardi. Diversamente, Willy non rimarrà l'unica vittima di quel sabato sera. Mi pare l'abbia detto Aristotele che educare la mente senza educare il cuore significa non educare affatto.
Quando sono entrato in carcere io ero considerato una causa persa in partenza, ero etichettato come “irrecuperabile”, uno di quelli da chiudere in cella e buttare via la chiave. Durante il tragitto di questi anni ho incontrato gente che ha avuto il coraggio di puntare su di me, donandomi subito fiducia: oggi è sotto i miei occhi il cambiamento che sta avvenendo in me. Sono un ragazzo diverso, mutato. Da dentro la mia cella spero, e per questo anche prego, che la stessa opportunità data a me venga data anche a loro, in modo da non rendere vana la morte di Willy. Convinto, poi, che l'opportunità, da sola, non basta: occorre accettarla e decidersi di giocarla. Rimettendosi in gioco.

Jacopo M., Casa di Reclusione “Due Palazzi” (Padova)

(da Il Sussidiario, 13 settembre 2020)


(foto@Cortiana scattata il 16 febbraio 2020 in CR Padova durante la Domenica galeotta)

Per vedere i pulsanti di condivisione per i social (Facebook, Twitter ecc.), accetta i c o o k i e di "terze parti" relativi a mappe, video e plugin social (se prima di accettare vuoi saperne di più sui c o o k i e di questo sito, leggi l'informativa estesa).
Accetta c o o k i e di "terze parti"
0 1 1 1 1 1

aru

Un ciclista lo sa bene: la sua bicicletta è una penna che scrive sull'asfalto. Quando la strada sale, non ti potrai più nascondere, a maggior ragione se tutti ti hanno detto “Sei un immenso scalatore!”: un quasi erede del Pantani-nazionale, pur sapendo d'essere sul ciglio di bestemmiare visto che di Marco la natura non ripresenterà una copia in miniatura. Fabio Aru – ciclista sardo, classe 1990, uno degli uomini ghiotti del ciclismo italiano – si è ritirato dal Tour de France. Beppe Saronni, dirigente della UAE Emirates (la squadra di Aru), non ha perso tempo a soppesare le parole: «Fabio, per l'ennesima volta, ci ha un po' deluso». Affina la spada: «Quando fisicamente l'atleta fa fatica e non riesce a fare quello che voleva, chi è più fragile crolla completamente. Nella difficoltà non ha carattere, non si da coraggio, crolla». Saronni, piaccia non piaccia, conosce a menadito l'animo di chi inforca la bicicletta per inseguire un sogno di vittoria: è stato il suo pane in una delle stagioni più mirabolanti del ciclismo italiano, la sua rivalità con Moser ha spezzato a metà il cuore della Penisola, le sue rasoiate sono entrate di diritto nell'almanacco della bellezza. Piaccia o meno, i risultati dicono ch'è stato un gran vincente, uno di quelli che, sceso dalla bici, non ha spento la passione.
Aru che mette piede a terra, per l'ennesima volta, non è certo lo spettacolo che i tifosi del ciclismo sognavano: “Dopo Nibali, a chi aggrapparci per inseguire il rosa e il giallo delle grandi corse a tappe?” La scommessa era Aru: una Vuelta e due bei podi al Giro d'Italia, qualche giorno in maglia gialla e un quinto posto a Parigi erano il biglietto da visita d'un futuro rassicurante. Non son mai stato un tifoso del ciclista sardo: l'idolo, ciclisticamente parlando, è colui che riesce a farti battere il cuore inaspettatamente, a fare cose che non ti immaginavi, a rinascere di continuo sopra le macerie. Fabio l'ho sempre considerato un buon ciclista, un ragazzo educato, un onestissimo faticatore: non ho mai pensato che rubasse lo stipendio sontuoso che gli hanno assicurato. I contratti, d'altra parte, hanno due firme per essere validi. Se gliel'hanno proposto (andrebbero poi conosciute tutte le postille, i cavilli, le bilanciature per poter ragionare con cognizione di causa), è perchè, nell'attimo della firma, lo meritava. Perchè gli sponsor, proiettando nel futuro le medesime prestazioni, sospettavano di guadagnarci in immagine. Da qui a reputarlo fuoriclasse, però, c'è differenza: lo sport mi ha insegnato che vincere è un affare elementare, il vero capolavoro è di confermarsi. Partire alla mattina con tutti i favori del pronostico, con tutti gli occhi puntati addosso, con la squadra intera al tuo servizio, e riuscire ad arrivare un millimetro prima dei tuoi avversari. Ha vinto, Fabio: una Vuelta rocambolesca, la maglia tricolore. E poi non ha più vinto. Le aspettative in salita, l'ansia da prestazione, hanno svelato il vero carattere dell'atleta sardo: un onesto corridore, magari sopra la media, ma non un fuoriclasse. Condannarlo: perchè? Scaricarlo: perchè? Cosa pensare?
La fatica non è mai sprecata: non è lei che ti spezza, è il modo in cui tu la porti a fare la differenza. Finchè rimane affare del corpo, la fatica è forza-motrice e catarsi: quando entra nel cuore è annuncio di epigrafe. Pare ovvio che l'unico avversario di Fabio sia quell'Aru di cui ha sentito parlare spesso: il condannato alla vittoria, lo stipendiato obbligato, l'atteso dalle folle assiepate. Quell'exploit di getto è stata la sua vera condanna: ostinarsi a rincorrere quegli anni è scavarsi sportivamente la fossa. Riorganizzare le pretese, ammettersi di non essere mai stato per davvero un fuoriclasse ma un signor-ciclista non è affatto ammissione di sconfitta: è ringraziare lo sport per avergli permesso di lavorare su sé stesso, sull'idea che aveva di sé. E scoprire che, tolto l'inutile delle aspettative, rimane l'essenziale della realtà: far i passi in base alla propria gamba. E' il ciclismo, è la vita: ovunque si vada si sarà sempre in salita, controvento. Sempre sul punto di cedere o di resistere. A stare in piedi non sarà mai il più forte, ma il più realista.

(da Il Sussidiario, 10 settembre 2020)

Per vedere i pulsanti di condivisione per i social (Facebook, Twitter ecc.), accetta i c o o k i e di "terze parti" relativi a mappe, video e plugin social (se prima di accettare vuoi saperne di più sui c o o k i e di questo sito, leggi l'informativa estesa).
Accetta c o o k i e di "terze parti"
5 1 1 1 1 1

Wilderbeest

Il carcere, ch'è il sottoscala di una città, sta a dimostrazione che in tanti credono di essere dei lupi, ma non sopravviverebbero un giorno senza l'ausilio del branco, forse nemmeno un minuto senza il guinzaglio al quale stanno legati, vantando d'essere la gente più libera della terra. “Ricordate sempre questa conclusione – disse un giorno uno dei nostri ragazzi detenuti ad un gruppo di studenti -: più si abbaia in branco, più si scodinzola quando si è da soli". Un'ammissione di codardia da uno che, anni fa, aveva anticipato il gesto compiuto contro Willy Monteiro Duarte, ch'è quello di massacrare un ragazzo. Anche un grosso augurio di pronta guarigione, però, ad una civiltà a forte rischio di estinzione: “Fate sempre le vostre scelte fuori dal branco, per quanto potete. Solo così potrete, un giorno, chiamarle scelte”. È evidente, basta questo: chi ha una personalità lo trovi sempre fuori dal “branco”, quello spazio di bestialità dove tantissimi cervelli sono soliti darsi appuntamento per creare un unico, quasi invisibile, cervello. Eccoli gli uomini-branco: non più uomini ma omuncoli che sollevano la testa solo quando sono nel branco, al guinzaglio. Li incontriamo spesso nelle gattabuie delle galere, il giorno dopo che sono stati scaraventati dentro non dalle forze di Polizia ma dall'ignavia del loro stesso cuore: tutta gente che non appartiene più a se stessa, che ha perduto l'indipendenza, incapace di reggersi in piedi da sola. Quando parlano – quelli di loro che sanno farlo – producono solamente un brusìo di sottofondo: il silenzio dei solitari invece è musica al loro cospetto. Tutto (ri)torna: la violenza è semplicissima, le alternative alla violenza sono complesse. Il mostro – lo sa bene la fidanzata di uno degli accusati che da lui sta aspettando un bimbo – non dorme sotto il letto: può dormire accanto a te.
In quattro-maciste non hanno saputo reggere l'umanità di un mingherlino, quel Willy Monteiro che ha cercato di difendere un amico. “Se l'è cercata” dicono adesso in parecchi, ovviamente a bassa voce. Come se fermarsi a soccorrere un amico in difficoltà fosse un reato punibile con l'assassinio, come se il cercare di mettere pace tra contendenti fosse uno sgarbo inaccettabile per chi ha fatto dello sgarbo una regola di vita. È il brusìo del branco: prima un calcio in pieno petto a freddo che fa rimbalzare il giovane contro un'auto, poi una rasoiata di pugni sul volto. Poi, come se non bastasse, lo “asfaltano”: ci passano sopra, come si calpesta una cosa di poco conto. Umiliano una storia che per loro non è più storia: «A tutto si abitua quel vigliacco ch'è l'uomo» scrisse il romanziere russo Fedor Dostoevskji. Troppo codardi per far quello che sapevano essere giusto – il risolvere una questione con l'uso civile delle parole – e troppo codardi anche per evitare quello che sapevano, in partenza, essere codardia, l'autostrada per mandare al tappeto la loro anima, suicidando per sempre la loro giovinezza. A loro riguardo, adesso, piovono insulti come baionette. Ad un bambino, ancora in procinto di nascere, hanno già strappato via per sempre il nome e il cognome: si chiamerà “il figlio dell'assassino”. Ad una donna, in procinto di nascere madre, è stata già tolto l'affidamento della sua maternità: “La moglie del boia”, non più col suo nome la invocheranno. Eppure la responsabilità penale, ch'è tantissima, è personale, ed è giusto che rimanga tale: allargarla è dare supremazia al branco.
A marcire in galera: “Pena di morte!” è il grido degli osanna! in diretta. Che vengano in galera è il minimo sindacabile: che la galera sia la risposta al perchè della violenza è un'ingenuità altrettanto pericolosa del lasciare loro la possibilità di scodinzolare liberi tra le vie della Ciociarìa. Perchè nessuna galera sarà mai la risposta, nessuna sbarra di cemento potrà fare le veci di una domanda di fronte alla quale qualsiasi società ama scappare: perchè quattro ragazzi, venuti al mondo da un gesto d'amore, scelgono l'odio e la morte come risposta alla gratuità? Per il resto, siamo tutti d'accordo: che vengano, giustamente, in galera. Qui dentro, il più delle volte, non cambia assolutamente nulla. A volte si peggiora pure. Qualche minima volta, però, quello che fuori non si è riusciti a dire  e fare per pigrizia, orgoglio o viltà un giorno, come d'agguato, ti verrà a cercare. Ti troverà. E avrà gli occhi insopportabilmente fendenti della medesima vita che hai sottratto.

Per vedere i pulsanti di condivisione per i social (Facebook, Twitter ecc.), accetta i c o o k i e di "terze parti" relativi a mappe, video e plugin social (se prima di accettare vuoi saperne di più sui c o o k i e di questo sito, leggi l'informativa estesa).
Accetta c o o k i e di "terze parti"