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PolPen

 (Meditazione di un agente di Polizia Penitenziaria)

Era il giorno della parascève e già splendevano le luci del sabato. Le donne che erano venute con Gesù dalla Galilea seguivano Giuseppe; esse osservarono la tomba e come era stato deposto il corpo di Gesù, poi tornarono indietro e prepararono aromi e oli profumati. Il giorno di sabato osservarono il riposo secondo il comandamento. (Lc 23, 54-56)

 Nella mia missione di agente di Polizia Penitenziaria ogni giorno tocco con mano la sofferenza di chi vive recluso: non è facile confrontarsi con chi è stato vinto dal male e ha inferto ferite enormi ad altri uomini, complicando le loro esistenze. Eppure, in carcere, l’indifferenza crea ulteriori danni nella storia di chi ha fallito e sta pagando il proprio conto alla giustizia. Un collega, che mi è stato maestro, ripeteva spesso: “Il carcere ti trasforma: un uomo buono può diventare un uomo sadico. Un malvagio potrebbe diventare migliore”. Il risultato dipende anche da me e stringere i denti è essenziale per raggiungere l’obiettivo del nostro lavoro: dare un’altra possibilità a chi ha favorito il male. Per tentare questo, non posso limitarmi ad aprire e chiudere una cella, senza farlo con un pizzico d’umanità.
Rispettando i tempi di ciascuno, le relazioni umane possono rifiorire piano-piano anche dentro questo mondo pesante. Si traducono in gesti, attenzioni e parole capaci di fare la differenza, anche se pronunciate a bassa voce. Non mi vergogno di esercitare il diaconato permanente vestendo la divisa della quale vado orgoglioso. Conosco la sofferenza e la disperazione: le ho provate da bambino su di me. Nel mio piccolo desidero essere un punto di riferimento per chi incontro tra le sbarre. Ce la metto tutta per difendere la speranza di gente rassegnata a se stessa, spaventata al pensiero di quando un giorno uscirà e rischierà di essere rifiutata ancora una volta dalla società.
In carcere ricordo loro che, con Dio, nessun peccato avrà mai l’ultima parola.

Signore Gesù, ancora una volta sei consegnato alle mani dell’uomo, questa volta però, ad accoglierti sono le mani amorevoli di Giuseppe d’Arimatea e di alcune pie donne venute dalla Galilea, che sanno che il tuo corpo è prezioso. Queste mani rappresentano le mani di tutti coloro che non si stancano mai di servirti e che rendono visibile quell’amore di cui l’uomo è capace. è proprio questo amore che ci fa sperare nella possibilità di un mondo migliore: basta soltanto che l’uomo sia disposto a lasciarsi raggiungere dalla grazia che viene da Te. Nella preghiera, affidiamo al Padre tuo, in modo particolare, tutti gli agenti della Polizia Penitenziaria e quanti collaborano a diverso titolo nelle carceri. 

Preghiamo

O Dio, eterna luce e giorno senza tramonto, ricolma dei tuoi beni coloro che si dedicano alla tua lode e al servizio di chi soffre, negli innumerevoli luoghi di dolore dell’umanità. Per Cristo nostro Signore (Amen)

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prigione

(Meditazione di un frate volontario)

C’era un uomo di nome Giuseppe, membro del sinedrio, persona buona e giusta. Non aveva aderito alla decisione e all’operato degli altri. Egli era di Arimatèa, una città dei Giudei, e aspettava il regno di Dio. Si presentò a Pilato e chiese il corpo di Gesù. Lo calò dalla croce, lo avvolse in un lenzuolo e lo depose in una tomba scavata nella roccia, nella quale nessuno era stato ancora deposto. (Lc 23, 50-53)

Le persone detenute sono, da sempre, i miei maestri. Da sessant’anni entro nelle carceri come frate volontario e ho sempre benedetto il giorno in cui per la prima volta ho incontrato questo mondo nascosto: in quegli sguardi ho compreso con chiarezza che avrei potuto esserci io al posto loro qualora la mia vita avesse preso una direzione diversa. Noi cristiani cadiamo spesso nella lusinga di sentirci migliori degli altri, come se essere nella condizione di poterci occupare dei poveri ci permettesse una superiorità tale da ergerci giudici degli altri, condannandoli tutte le volte che vogliamo, senza nessun appello.
Cristo, in vita sua, ha scelto e voluto stare con gli ultimi: ha percorso le periferie dimenticate del mondo in mezzo a ladri, lebbrosi, prostitute, imbroglioni. Ha voluto condividere miseria, solitudine, turbamento. Ho sempre pensato fosse questo il vero senso delle parole pronunciate quella volta: «Ero carcerato e siete venuti a trovarmi» (cfr Mt 25, 36).
Passando da una cella all’altra vedo la morte che vi abita dentro. Il carcere continua a seppellire uomini vivi: sono storie che non vuole più nessuno. A me Cristo ogni volta ripete: “Continua, non fermarti. Prendili in braccio ancora”. Non posso non ascoltarlo: anche dentro al peggiore degli uomini c’è sempre Lui, per quanto infangato sia il suo ricordo. Devo solo porre un argine alla mia frenesia, fermarmi in silenzio davanti a quei volti devastati dal male e ascoltarli con misericordia. È l’unica maniera che conosco per accogliere l’uomo, spostando dal mio sguardo l’errore che ha commesso. Solamente così potrà fidarsi e ritrovare la forza di arrendersi al Bene, immaginandosi diverso da come ora si vede.

Signore Gesù, il tuo corpo deformato da tanto male, adesso, è avvolto in un lenzuolo e consegnato alla nuda terra: ecco la nuova creazione. Affidiamo al Padre tuo la Chiesa, che nasce dal tuo fianco squarciato, perché non si arrenda mai davanti all’insuccesso e all’apparenza, ma continui a uscire per portare a tutti il lieto annunzio della salvezza.

Preghiamo

O Dio, principio e fine di tutte le cose, che nella Pasqua di Cristo hai redento l’umanità intera, donaci la sapienza della Croce per poterci abbandonare alla tua volontà, accettandola con animo lieto e riconoscente. Per Cristo nostro Signore (Amen)

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magistrato

(Meditazione di un magistrato di sorveglianza)

Era verso mezzogiorno, quando il sole si eclissò e si fece buio su tutta la terra fino alle tre del pomeriggio. Il velo del tempio si squarciò nel mezzo. Gesù, gridando a gran voce, disse: «Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito». Detto questo spirò. (Lc 23, 44-46)

Come magistrato di sorveglianza, non posso inchiodare un uomo, qualsiasi uomo, alla sua condanna: vorrebbe dire condannarlo una seconda volta. È necessario che l’uomo espii il male che ha commesso: non farlo significherebbe banalizzare i suoi reati, giustificare le azioni intollerabili da lui compiute che hanno arrecato ad altri sofferenza fisica e morale.
Una vera giustizia, però, è possibile solo attraverso la misericordia che non inchioda per sempre l’uomo in croce: si offre come guida nell’aiutarlo a rialzarsi, insegnandogli a cogliere quel bene che, nonostante il male compiuto, non si spegne mai completamente nel suo cuore. Solo ritrovando la sua umanità, la persona condannata potrà riconoscerla nell’altro, nella vittima a cui ha provocato dolore. Per quanto il suo percorso di rinascita possa essere tortuoso e il rischio di ricadere nel male resti sempre in agguato, non esistono altre strade per cercare di ricostruire una storia personale e collettiva.
La rigidità del giudizio mette a dura prova la speranza nell’uomo: aiutarlo a riflettere e a chiedersi le motivazioni delle sue azioni potrebbe diventare l’occasione per guardarsi da un’altra prospettiva. Per fare questo, però, è necessario imparare a riconoscere la persona nascosta dietro la colpa commessa. Così facendo, a volte si riesce ad intravedere un orizzonte che può infondere speranza alle persone condannate e, una volta espiata la pena, riconsegnarle alla società, invitando gli uomini a riaccoglierli dopo averli un tempo, magari, respinti.
Perché tutti, anche da condannati, siamo figli della stessa umanità.

Signore Gesù, muori per una sentenza corrotta, pronunziata da giudici iniqui e terrorizzati dalla prorompente forza della Verità. Affidiamo al Padre tuo i magistrati, i giudici e gli avvocati perché si mantengano retti nell’esercizio del loro servizio a favore dello Stato e dei suoi cittadini, soprattutto di quelli che soffrono per una situazione di povertà.

Preghiamo

O Dio, re di giustizia e di pace, che hai accolto nel grido del Figlio tuo quello dell’intera umanità, insegnaci a non identificare la persona con il male commesso e aiutaci a scorgere in ciascuno la fiamma viva del tuo Spirito. Per Cristo nostro Signore (Amen)

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