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In questa Quaresima, ho un’immagine che mi sta tenendo compagnia. Gesù, sospinto nel deserto, con le bestie selvatiche ai suoi piedi e una schiera di angeli che lo servono. Mi son sempre chiesta in che modo Avvento e Quaresima potessero diventare tempi opportuni, o meglio, più opportuni del tempo ordinario. Mi ha sempre affascinato e, allo stesso tempo, interrogato questo ritmo, che la Chiesa dona, tramite l’anno liturgico. Come se, da un lato, l'ordinarietà valesse meno e avessimo bisogno dei tempi “forti”, per smuovere un po’ le emozioni. In realtà, mi sto sempre più accorgendo che sono occasioni per contemplare le profondità di Dio  e per godere di un’intimità ancora più grande con Lui, proprio per vivere l’ordinario con un gusto straordinario, da beati. 

Quando lo Spirito spinge in modo forte, un po’ come la ressa fuori da un concerto, a stare nel proprio deserto, forse, è davvero il tempo opportuno per svegliarsi da situazioni del cuore che erano addormentate, incancrenite, messe in stand by o totalmente fuori bersaglio. A nessuno piacerebbe stare solo in un luogo deserto, isolato, senza aiuti, in compagnia delle proprie bestie selvatiche, delle proprie paure, delle proprie menzogne, del proprio inferno. Si sentirebbe smarrito, senza via di fuga o forse scapperebbe a gambe levate per la paura. Non sempre siamo capaci di stare di fronte alla nostra umanità così povera, fragile e limitata. Dietro a quelle bestie, si nascondono tutte le suggestioni da cui poi scaturiscono menzogne e pensieri che, a loro volta, generano paura – e si sa che la paura è la madre di ogni atto di non amore –.  Fino al compimento e all’attuazione dei nostri peccati, ferite così sanguinanti che ci lasciano moribondi e sfiniti nel deserto, pasto perfetto proprio per le bestie. Sembra quasi una strada di non ritorno per l’essere umano.

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interview

Con la prima lettura, siamo portati sul monte Oreb, in compagnia di Mosè, salitovi da oltre un mese, per ricevere le due tavole della Legge “scritte dal dito di Dio”. Mentre però accade questo, mentre Mosè s’intrattiene, sul monte, col suo Dio, il popolo è alle pendici di esso, accampato. Non vede altro che la tempesta. Una modalità di agire che risulta forse oscura, distante, imperscrutabile, non facilmente comprensibile: il popolo, infatti, sotto al monte, non può sapere cosa accada in cima e, forse, se ne sente come escluso. Sta di fatto che è Dio stesso che rivela a Mosè cosa, nel frattempo, avvenga. Di cosa si tratta? Di idolatria: hanno fuso i propri gioielli in oro, ne hanno fatto un vitello e si sono prostrati a lui, come se fosse un dio, nonostante, con il salmista, si può ben affermare (di ciò, come di simili opere) che

Hanno bocca e non parlano,
hanno occhi e non vedono,
hanno orecchi e non odono,
hanno narici e non odorano.
Hanno mani e non palpano,
hanno piedi e non camminano;
dalla gola non emettono suoni (Salmo 115, 5-7)

Perché sono opera delle mani dell’uomo: da lui sono fatti, da lui dipendono; eppure, si comportano come se potessero avere potere su di lui, come se potessero essere una guida da seguire. Ed è cosa che accende l’ira di Dio, tanto da dire:

«Ho osservato questo popolo: ecco, è un popolo dalla dura cervice. Ora lascia che la mia ira si accenda contro di loro e li divori. Di te invece farò una grande nazione» (Es 32, 10)

A colpire è la reazione di Mosè. Dio stesso lo aveva scagionato (del resto, come poteva essere colpevole, se era rimasto, per tutto quel tempo, sul monte, con Dio?), sottraendolo ad ogni castigo. “Pericolo scampato” è stata forse la prima reazione anche di Mosè. Ma, se andiamo avanti a leggere, comprendiamo che non è stata l’unica. Perché non si isola dal proprio popolo, non li abbandona proprio nel momento del bisogno. Si prodiga in un’accorata preghiera di intercessione in loro favore. Se, domenica scorsa, meditando sul Decalogo, si poteva vedere come la sua osservanza, per non essere vuota di senso, richieda d’essere inserita in una relazione, ora ne vediamo la prospettiva, in un certo senso ribaltata. Come evidenzia san Paolo, l’attributo specifico di Dio è la fedeltà, per cui, “se noi manchiamo di fede, egli […] rimane fedele, perché non può rinnegare se stesso” (2Tim 2, 13): ecco perché, invece di negare o minimizzare la colpa, Mosè, saggiamente, ricorre, anche in questo caso alla memoria, rinnovandola, stavolta a Dio. La domanda che dunque Gli pone è: come puoi rinnegare quello che hai fatto, così che gli Egiziani siano spinti a pensare che Dio stesso abbia teso un tranello agli Israeliti, chiamandoli dall’Egitto in cui erano schiavi, per condurli a morire nel deserto?
Se siete curiosi di sapere se tale intercessione andò a buon fine, posso anticipare che funzionò: chi ebbe la peggio, furono le tavole della Legge, gettate a terra con ira da Mosè, al vedere con i propri occhi cosa stesse accadendo all’accampamento. Seguì, quindi, una nuova salita sul monte ed una riscrittura delle Tavole.

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Qaraqosh

Vedendo Parigi, in quella triste serata dell'aprile 2019, il mondo scoppiò in un pianto ininterrotto: Notre Dame, la bellissima Notre-Dame, ardeva così tanto da sciogliersi sotto gli occhi impotenti, attoniti, del mondo intero: “Brucia un simbolo, arde il cuore dell'Europa, è la fine della cristianità”. Chi scrive non ne avrà mai la certezza: temo, però, che dall'Eliseo di monsieur Macron una chiamata sia partita: “Visto che la Pasqua è alle porte, se il Papa venisse qui in quei giorni, anche solo per far una visita, il mondo apprezzerebbe”. Certo: una carezza, un tocco d'incoraggiamento, il desiderio di condividere un lutto nazionale, europeo, mondiale. D'arte, di fede, di bellezza. Quelle di Notre-Dame, però, erano semplici pietre ammassate una sull'altra. Certo: dove tutti vedevano delle pietre, un giorno qualcuno intravide una cattedrale. Diede forma ad un gioiello La cosa seria, però, era che dall'altra parte del mondo – a Qaraqosh, Mosul, Erbil, altrove – a bruciare non erano pietre, ma carni d'umani. Carni di cristiani perseguitati, ridotti allo stremo, insanguinati, sgozzati come agnelli da lupi inferociti. Costretti ad uscire dalla loro terra, come i loro patriarchi millenni prima. Uomini e donne di Dio,martirizzati per la semplice colpa d'essere capaci di resistere fino alla morte. Oltre la morte, a scapito della morte: per annullare la morte. Fosse andato a Parigi senz'essere andato prima nella macelleria d'Oriente, quella del Papa non sarebbe stata giustizia del cuore. Lì, ancora più che nelle pietre infuocate, batte (arde) forte il cuore di Cristo crocifisso. Lì, in mezzo alla guerra, al Papa-guerrafondaio urgeva il desiderio di esserci. Costasse quel che costasse, anche a costo della vita.
Un fatto d'affetto, questa è la fede: «Uno dei più antichi bisogni umani – è di Margaret Mead – è avere qualcuno che si chieda dove sei quando non torni a casa la notte». Pietrofrancesco, a quella terra rosso-sangue, è legato da vincoli d'affetto, di parentela, di genealogia: «Hai sentito – mi disse un giorno in uno dei suoi momenti, non rarissimi, d'intime confidenze – Sento il bisogno di andare a trovar mio nonno Abramo». Me lo disse così, usando l'appellativo con il più alto indice d'affetto filiale (“nonno”), con una fanciullezza d'animo così forte da imbarazzarmi. In materia di fede, me ne accorsi in diretta, ero in ritardo io, non era esagerato lui: perché, se la casa del nonno è devastata da un incendio, se il nonno sta rischiando la vita, se il paese del nonno è sotto attacco, la cosa che ti viene più spontanea è di raggiungere il nonno il prima possibile. Anche solo per fare una carezza, per dirgli: “Ci sono, non sei da solo, nonnino”. Per restituire quanto il nonno ti ha lasciato come eredità, già in vita. Non me lo disse così, a casaccio. Me lo disse con un sorriso bambino stampato sul volto. Un sorriso che, in diretta, mi rinfrescò la frase che Giosuè scrisse in un suo tema: «”Nonno, che cos'è l'amore” chiesi una volta a mio nonno. Lui mi rispose: “È quel sorriso che avrai sul volto da grande quando mi penserai”». NonnoAbramo, detto col sorriso: aveva ragione il nonno di Giosuè.
Parte, dunque, il generale dell'armata di Dio. Parte sapendo di rischiare la pelle come mai prima d'ora. Non c'è alternativa: nessuna fedeltà senza rischio. La partenza, stavolta, è d'obbligo. E' obbligata: «Nel 2000 Saddam Hussein proibì a papa Giovanni Paolo II di andarci. Stavolta sento che devo andare: non è possibile deludere questo popolo per la seconda volta», continuò quel giorno. E appresi, ancora una volta leggermente stupito, di come Dio scelga le sue milizie, i suoi generali d'armata, i suoi semplici soldati “su misura”. Forse stupiscono certi suoi disegni, perché deludono certe nostre aspettative: ma sorprendono il cuore le traiettorie di Dio. Non c'è nemmeno il bisogno di scommettere, è la cosa più ovvia e certa di questo viaggio: le cannonate più potenti contro Francesco non saranno quelle del Daesh (che non ci saranno) ma rimarranno quelle di certuni pensatori, di certi siti annoiati, di certi cuori rammolliti che, nelle sue gesta profetiche, vedranno del nefasto. Pietrofrancesco, da parte sua, tirerà dritto per la strada del Dio di Abramo, Isacco e Giacobbe: abbraccerà chi incontrerà, busserà, entrerà nelle case di tutti, pregherà con/per tutti. «Non perseguitare, non deridere mai un tuo simile per la religione. Rispetta ciò in cui lui crede se vuoi che lui, un giorno, rispetti te» professano gli indiani nativi d'America. È il credo più ecumenico, l'inizio di una fraternità universale. Così semplice d'apparire persino eretico.

Fai buon viaggio, Pietrofrancesco. 
Va' e torna, ti aspettiamo!

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