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Sommelier assaggiatore vino

Il brano di Ester rappresenta un estratto da un episodio che Israele ricorda nella festa di Purim: uno dei funzionari dell’imperatore persiano congiura contro il popolo ebraico, ignorando che Ester, regina, sia di origine ebraica. Il padre adottivo (e cugino) Mardocheo le suggerisce di intercedere presso l’imperatore, per salvare il suo popolo. Questa richiesta è molto più impegnativa di quanto noi possiamo immaginare (tant’è che, a una lettura superficiale, risulta arduo comprendere la drammaticità con cui è presentata la scena). Ester fa parte dell’harem dell’imperatore, ma non è consentito (pena la morte) parlargli, senza essere stata da lui convocata. Ester, però, ha una richiesta di vitale importanza da avanzare: accetta di mettere in gioco la propria vita, pur di salvarne altre e, dopo un digiuno di tre giorni, decide di compiere il grande passo. Si presenta al re, che, rendendosi conto, che la questione era di vitale importanza, non solo non la condanna, ma, anzi, manifesta apertamente la propria vicinanza, tanto che arriva a chiederle: «Che cosa vuoi, Ester, e qual è la tua richiesta? Fosse pure metà del mio regno, sarà tua» (Est 5, 4). È inevitabile che, ai nostri orecchi, tale promessa suoni sinistramente in sinossi con quella che Erode elargì a Salomé e di cui fece le spese Giovanni il Battista. Entrambe intercedono, ma Ester cerca la salvezza, non la morte altrui. Infatti, grazie al suo coraggio, non solo è evitata la strage, ma il popolo ebraico ottiene anche l'autorizzazione di opporsi agli aggressori.

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Nel libro di quello che è definito il "Secondo Isaia", l’invito è quello di partecipare ad un banchetto dove tutti sono invitati e chiunque potrà gustare cibo e bevande succulenti, “senza denaro” e “senza spesa” (Is 55,1). La promessa è di abbondanza: un banchetto, come una festa, in cui tutti potranno saziare la propria fame e la propria e nessuno potrà pentirsi di aver scelto di parteciparvi.
Il banchetto di Dio è presentato nella sua caratteristica di generosità e premura. Accanto alla larghezza con cui dispone verso tutti dei propri doni, è presentato infatti anche con la caratteristica di chi “largamente perdona” (Is 55,7).
È necessaria una risposta dell’uomo, nei confronti di Dio che ne interroga la libertà; tuttavia, può avvicinarsi con fiducia a Dio, perché Egli vuole la compagnia dell’uomo: nel mistero dell’Incarnazione ne abbiamo avuto la più grande conferma: Dio non teme di inginocchiarsi fino alla misura di farsi Bambino. In Gesù, Dio ha preso la nostra carne, le nostre sembianze, per potersi avvicinare a noi, e prenderci con Sé, perché «dove sono Io, là sarà anche il Mio servo» (Gv 12, 22-24).

«Cercate il Signore, mentre si fa trovare, invocatelo, mentre è vicino. L’empio abbandoni la sua via e l’uomo iniquo i suoi pensieri; ritorni al Signore che avrà misericordia di lui e al nostro Dio che largamente perdona» (Is 55, 6-7)

L’invito è dunque di rivolgersi a Lui, con la fiducia che non volgerà altrove il proprio sguardo: quando ci rivolgiamo a Lui con sincerità e semplicità, Egli ci è vicino, anche se a volte facciamo fatica a percepirlo, perché l’aridità pervade il nostro cuore. Eppure, non c’è uomo che possa sentirsi escluso dalla possibilità di incontrarLo, perché non c’è peccato che possa essere più grande della larghezza del Suo perdono:
La parola “invocazione” ci riporta, poi, alla mente la parabola del giudice iniquo e della vedova (Lc 18): è un promemoria a pregare, senza stancarci, non perché Dio non ascolti, bensì perché l’esercizio della perseveranza è utile anzitutto a noi: ci aiuta a rimanere fermi nei nostri propositi e, soprattutto, ci spinge a vagliare con attenzione le nostre richieste, purificandole dal superfluo e indirizzandoci verso la gratuità nel nostro rapporto sia con Dio che con i nostri fratelli.

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sequestro
Come un animale in letargo. La sera con il tacco-dodici, la mattina con le serrande degli occhi abbassate: «Bisogna offrire al popolo delle feste rumorose – scrive Honorè de Balzac -: gli sciocchi amano il rumore e la massa è costituita da sciocchi». Il vero segreto per partecipare ad una festa e non correre il rischio d'apparire sciocco è fiutare il momento giusto di andarsene. Stamattina, all'alba, la città era in letargo: la galera, invece, era tutta in piedi. Quando sono scesi per la messa, il clima era d'una struggente letizia. A lui, giacca e cravatta, spetta la proclamazione della seconda lettura. È di Paolo, uno di quelli-giusti, che il Male l'aveva sposato dopo aver leccato le bave della sua attrazione. Dunque è uno di quelli capaci di parlare all'animo peccatore: «Fratelli, quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio (…) per riscattare quelli che erano sotto la legge». “Riscattare” è verbo di sequestro: movente di un sequestro è un riscatto da guadagnare. Lui che sta leggendo le parole che Paolo scrive ai Galati è uno di quelli: del Sud, dei sequestri, dei riscatti, dei ricatti. Uno che col male ha fatto un'ascesa velocissima: la faccia è d'angelo, quasi bambina. Ma la notizia è una bomba: “Eravamo tutti sotto sequestro – dice Paolo -, ma eravamo così imbecilli che non ce ne accorgevamo. Il coccodrillo del Male ci aveva inghiottiti tutti”. Paolo ha scritto queste parole secoli fa, il galeotto le sta leggendo ora: anche lui, anni fa, ha sequestrato. Dunque, senz'accorgersene, sta rileggendo una storia che conosce: la sua. La mia: quella di chi, perduto l'aggancio con il bene, è rimasto orfano di patria. Senza casa, senza più identità, senza un affetto.
Come nelle terre d'Aspromonte, le terre del galeotto-lettore, il covo dove la malavita teneva sequestrati venne scoperto dalla polizia, così è capitato a Natale: Dio ci ha riscattato «perché ricevessimo l'adozione a figli». “Adozione” pure è termine di riscatto: adottare è riscattare dalla solitudine, aprire la porta di casa a chi non era di casa, rispondere con l'affetto alla malattia della noncuranza Dunque – è geniale Paolo – Dio ha pagato in natura il riscatto: «Mandò il suo Figlio». Niente soldi: l'uomo è di un valore inestimabile, non esiste somma di soldi che valga il fasto della mia storia. Per Dio, io “costo-Gesù”. E Lui paga col Figlio. Il lettore, senz'accorgersene, giunto alla fine del capoverso, dice: “Scusate”. Ricomincia a leggere daccapo, ma aveva letto tutto giusto: forse non gli tornavano i conti con i suoi vecchi sequestri. Guardarlo mentre leggeva, è stato uno spettacolo unico: le parole di Paolo, interpretate dalla voce di un galeotto. Una lettura brevissima, ma è bastata per una giravolta mattutina di pensieri. Per una conclusione che è incredibile solo a sentirsi: «Quindi non sei più schiavo, ma figlio e, se figlio, sei anche erede per grazia di Dio». Ci mancava questa per rovinare la sbornia della mezzanotte: il disgraziato è stato graziato, il Padre se l'è adottato come un figlio e gli altri figli, piaccia o non piaccia, quando morirà il padre dovranno spartire l'eredità anche con Lui. Che, dopo la liberazione dal sequestro, ha iniziato a chiamarlo «Abbà! Padre», Padre nostro (cfr Gal 4,4-7). “Capisco la vostra delusione – Paolo è di una strafottenza spirituale impareggiabile – ma io, quando mi sono accorto di essere sequestrato, mi sono incazzato nero col Male. E mi sono accorto della bontà: era venuta a liberare proprio me. Ve lo dico io: il Male è una schiavitù, al diavolo il Diavolo!” Paolo, quando parla di Dio raccontando di sé, è un cecchino.
Dopo l'Amen di fine-messa, il lettore mi viene incontro per augurarmi una annata buona. La sua conclusione, però, è una laurea honoris causa al Bene, a Iddio ch'è capace di liberazioni-lampo: “Funzionano proprio così, sai, i sequestri di persona” mi avalla. Aggiunge: “È stato strano leggere la lettura. Mi pareva di leggere la mia storia. Ricordi quando ti dissi che ho fatto un'ascesa velocissima col male? Tieniti: ne sto facendo una velocissima col bene”. La città si sveglierà arrabbiata. Nel frattempo, noi abbiamo firmato il contratto: «Rendiamo grazie a Dio!» Non potevamo sognarci augurio più bello: il covo è stato smascherato, lo schiavo è stato liberato. Costo dell'operazione? Il figlio-unico di Dio. “E' stupido un Dio così” bofonchia l'altro, l'imbecille di Lucifero. “Stupido sei tu. Per me è valsa assolutamente la pena” ride a fior di labbra Dio. #Buona annata!
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