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In questi giorni chi afferma di avere la febbre, rischia l’isolamento o di essere, invece, in linea con il mood del momento.
La scorsa settimana, a causa di un fastidioso virus intestinale, anch’io sono stata costretta a trascorrere qualche giorno a letto tra pastiglie e termometri. In uno dei tanti momenti di assopimento, alle prese con la febbre alta, mi son ritrovata a pregare.
La debolezza e lo stordimento da influenza non mi permettevano grandi orazioni, ma solo una semplicissima preghiera del cuore, quelle che si fanno in modo quasi bambino. Spontanea. Pulita. Come una bolla nell’acqua è giunta da dentro me, cogliendomi impreparata a me stessa, la richiesta di poter offrire a Dio anche quel mio stare male, come dono per tutte quelle situazioni di fragilità, di povertà e di debolezza che il cuore del Padre conosce.
Lo sconcerto e lo scandalo, però, non hanno tardato ad arrivare pochi istanti dopo aver formulato tale preghiera. Apparentemente molto bella eppure non del tutto libera. Chi ero io per decidere che la mia offerta fosse per quei ”poveri”, tali ai miei occhi? E se il Padre avesse voluto accettarla in dono per i cuori più duri e difficili da scalfire? Se avesse deciso di accoglierla per un serial killer, per un uomo di potere disposto ad uccidere molte persone pur di emergere, oppure per un potente boss mafioso piuttosto che per un cinico imprenditore?
Di fronte a tale possibilità il mio cuore si è sentito piccolo e ha fatto fatica ad ipotizzare tale eventualità.
Ne intuivo la portata, ma molte resistenze ancora mi bloccavano e mi bloccano tutt’ora. Forse è questo l’amore per i nemici? Un amore così grande da non essere umano. Un amore che è proprio di Dio e che noi possiamo solo chiedere in dono per essere trasformati a Sua immagine, sempre più cristomorfi. Solo Dio sa amare chi uccide, sa perdonare tali omicidi e solo questo Amore può prendere spazio dentro di noi, quando abbassiamo le difese (complice la febbre!) e glielo permettiamo, affinché viviamo i suoi stessi pensieri e sentimenti. A volte, i deliri da febbre e le preghiere più semplici ci scombussolano, ma nascondono mondi in cui il cuore resta senza fiato e fatica a contenerne la loro vastità, immensità, potenza e profondità. E ci sentiamo più vicini e immersi nel cuore di Dio.

 

Fonte immagine: Pixabay

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campane

Qualcuno, sbadatamente, pensa siano una sorta di pubblicità, visto che le campane, quando suonano, lo fanno per avvisare di un appuntamento. Qualche altro le collega alla domenica: il suono delle campane, le persiane spalancate, il profumo di caffè, un respiro a fondo fatto ad occhi chiusi. Altri ancora, se fosse in loro potere, farebbero una petizione per far mettere il campanile in vibrazione come il cellulare. Le campane, tanto care al poeta Giovanni Pascoli, all'ora del tramonto: «Don, don, mi dicono, dormi! Mi cantano, Dormi! Sussurrano, Dormi! Bisbigliano, Dormi!» mentre le rondini volano nella limpida sera. Il loro suono è simile alla ninna-nanna: un promemoria, per il Pascoli, delle intonazioni che sua madre gli cantava sul calare della giornata. Le campane stonate, intonatissime: «Voce che trasvola sul mondo, canto che piove dal cielo sulla terra, nella città sorda e irrequieta e nel silenzio dei colli» (G. D'Annunzio). Dal terrazzo di casa nostra, la sera, chi sporge l'udito ode il suono di quattordici campanili: è la loro buonanotte, al rintocco dell'Ave. E' il saluto al popolo che si chiude nelle case.
Al popolo tenuto fuori dalle chiese in questi giorni: “Vietate le adunanze e le occasioni di affollamento”. Chiese-chiuse per troppo pericolo! Al mio paese, la memoria anziana ricorda che, proprio in caso di pericolo, ci si recava con ancor più fede in chiesa: “Mai subito un affronto del genere” è la loro litania. Chiuse le chiese: però rimangono aperti i centri commerciali, i supermercati, gli aeroporti, il Parlamento, i ristoranti. Strutture di massa aperte h24. Sono forse, untori, coloro che, mani-giunte, pregano assieme Dio che calmi la tempesta, dica qualcosa al vento, faccia star buono il virus? Meno male sono rimaste le campane, questa settimana, a tenerci accesa la speranza al tempo del digiuno eucaristico. Nella cacofonia di città stordite da migliaia di suoni – vagiti, clacson, urla, bestemmie e risa – con i loro rintocchi ci hanno ricordato quella Presenza cui additano: Presenza che, nell'assenza, si è fatta più ardita. In piazza, al rintocco della campana, ho visto una donna scriversi il segno della croce sul volto; un ambulante, con lo sguardo, si è voltato verso la torre; un bambino, per mano alla mamma, le ha chiesto che ora fosse. Sono tornate, le maledette-benedette campane, a riprendersi il loro posto: per ritmare il tempo con un linguaggio ecumenico che parla di appuntamenti, di parcheggi, di corse. Campane-postino: battono lente quando portano l'annuncio di un lutto, danzano veloci il giorno di Pasqua, stanno immobili il venerdì santo. Per capirle non basta sentirle, occorre ascoltarle: il timbro, il numero dei rintocchi, il ritmo. Basta poco e il lutto tramuta in festa, l'attesa esplode in gioia. Per i distratti, invece, le campane, suonano per niente: «Et ego campana numquam denuntio vana» (“Ecco io, la campana, non annuncio mai cosa vana”) ho letto, inciso, in una di esse. Fanno tantissime cose le campane: radunano, cantano, stimolano. Sono contatori pubblici di eventi privati, di appuntamenti intimi; le guerre, i giorni e le ore, il temporali, le feste, gli incendi. I nonni, ascoltando i loro rintocchi, le sapevano chiamare per nome. Conoscevano a memoria le preghiere imparate leggendo le scritte incise sui loro bronzi. Il prete benediceva la campana. Erano una sorta di portafortuna multiuso: per piangere i defunti, frantumare tempeste, annunciare le feste, stimolare i venti, placare i violenti. Campane-tuttofare.
Quando risuonano, in quest'assurda e ingiustificata clausura, ci torna alla mente la chiesa, la comunità, il Dio pregato: la nostalgia punge il cuore e rende confusa l'obiettività. Al loro suono, anche solo simbolicamente, sta appesa la speranza, il buon-senso di una comunità, una storia d'amore “clandestina” con il Dio lungamente pregato. Basta un rintocco e s'avverte il peso di un'assenza. Il mistero di una fede che, vessata, resta appesa all'esile suono di una campana.

(da Il Mattino di PadovaIl Sussidiario, 1 marzo 2020)

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È inevitabile. Non può passare inosservata la condizione particolare in cui ci troviamo ad iniziare questa Quaresima. Probabilmente, nessun parroco, al momento di pensare come organizzare la Quaresima per la sua comunità, avrebbe mai pensato di dover affrontare un’ordinanza regionale che impone di sciogliere ogni assembramento di persone, perché possibile veicolo di contagio di un virus che viene da lontano e che – forse, così, ci eravamo illusi – non avrebbe toccato le nostre vite. In questo mondo globalizzato, persino le malattie fanno chilometri, in poco tempo, ed è impensabile pensare di essere esenti. La tecnologia ci ha resi vicini, nel bene come nel male.
Ora, l’occasione ci porta ad essere responsabili gli uni per gli altri. Perché, per tanti, forse, questa situazione non sarà medicalmente rilevante. Eppure, il richiamo è a pensarci parte di un’unica comunità, per cui le membra più dolenti sono quelle da riguardare di più, non come un peso, bensì come un’opportunità.
Qualcuno si è sentito sopraffatto, qualcuno sta vivendo questo forzato digiuno eucaristico come un disagio, altri si sentono presi in giro. “Tutto è lecito, ma non tutto giova”. Cerchiamo, piuttosto, di far giocare a nostro vantaggio anche questa situazione. Innanzitutto, è bello che a qualcuno sia scappato di dire: «Mi manca l’Eucaristia». Quante volte l’abbiamo lasciato solo, nonostante fossimo invitati a stare con Lui, per l’Adorazione? Quante volte abbiamo lasciato che i nostri impegni, la famiglia, le cene, gli amici, un concerto, una partita, potessero prendere il posto dell’Eucaristia domenicale? Del resto, come dice una canzone, la lontananza è come il vento, che fa dimenticare chi non s’ama… se la lontananza, al contrario, ci provoca nostalgia e desiderio, questo significa che, nonostante la nostra umana fragilità che ci impedisce di amare Dio come vorremmo, il desiderio non manca e, al di là delle nostre imperfezioni, Gli vogliamo bene e vorremmo imparare dal Suo esempio a prenderci cura gli uni degli altri. Non dimentichiamo, del resto come, al contrario degli altri evangelisti, San Giovanni decide, dell’Ultima Cena, di soffermarsi, nel suo Vangelo, sull’episodio della lavanda dei Piedi (Gv 13). Se i sinottici, ci spiegano cosa sia il memoriale che ci porta al cospetto di Dio, il discepolo amato ci ricorda con quale stile avvicinarci, che è quello del servizio.
Comprendo ogni reazione a quelle care abitudini che, come le quattro del pomeriggio del Piccolo Principe, danno forma alle nostre giornate. Proviamo, però, a fare nostro lo sguardo di Giovanni: il fastidio, la difficoltà, lo sconvolgimento delle abitudini, la rinuncia all’Eucaristia condivisa con la comunità possa alimentare il desiderio di vivere con più intensità e meno superficialità questo momento, ricordando a chi, in modo temporaneo oppure permanente è costretto a rinunciarvi, non senza dispiacere, per motivi di salute oppure per garantire assistenza a qualche familiare. Ogni situazione può essere occasione per diventare migliore ed affinare la nostra sensibilità, nei confronti dei piccoli, che sono accanto a noi.
Rivolgendomi, in particolare, ai miei confratelli di rito ambrosiano, per noi, tutti i venerdì di Quaresima sono, da sempre, aneucaristici: una peculiarità che mi lasciò interdetta quando, tempo fa, durante un viaggio in Francia, mi accorsi che, un venerdì di Quaresima, qualcuno, in una chiesa stava celebrando davvero una Messa! Qual è il significato di quest’assenza, se non una più forte presenza? Se l’amore s’accende solo in presenza, il rischio è che manchi il desiderio, sepolto dall’abitudine, fino a sfiorare il banale e lo scontato. Abbiamo sempre avuto, quotidianamente, l’Eucaristia a disposizione. Ma: abbiamo saputo apprezzarla? Alle volte, solo perdendo qualcosa di prezioso, riusciamo ad apprezzarlo davvero.
Questa prima Domenica di Quaresima sarà diversa per molti. Diversa, però, non significa peggiore. Lasciamoci catturare dallo sguardo di Giovanni, capace di non perdere di vista il centro, ma, anche, di interrogarsi su come arrivarvi. «Ecco ora il momento favorevole, ecco ora il giorno della salvezza!» ci esorta San Paolo, nella sua lettera. Il cristiano vive, con Cristo, incarnato nella storia: è chiamato ad uno sguardo di fede sul presente, che sappia guardare, però, oltre il contingente, scorgendo segni di misericordia sul nostro cammino.

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