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sarta
Quando penso al nostro carcere penso alla bottega della sarta che c'era in paese quando ero bambino: le portavano i maglioni da ricucire, i pantaloni da accorciare, i giubbotti da aggiustare. La sarta era la speranza di quegli indumenti. Quando la vado a ritrovare nella mia memoria, ch'è popolata dei volti paesani che mi hanno dato i natali, la tengo legata alle parole di George Bernanos (1888-1948). In un suo testo, ingiustamente definito minore (Un uomo solo), ha parole di poesia per raccontare la speranza dei poveri: «I poveri hanno il segreto della speranza. Mangiano ogni giorno dalla mano di Dio e quindi devono sperare, sempre. Gli altri uomini desiderano, esigono, pretendono chiamano tutto questo speranza perchè non hanno né pazienza, né intelligenza, né onore, e non vogliono che godere. L'attesa del godimento non è speranza, è piuttosto delirio, ossessione. D'altra parte il mondo moderno vive troppo in fretta, non ha tempo per sperare. Il mondo non ha più tempo di sperare, né di amare, né di sognare. Solo i poveri sperano per tutti noi come solo i santi amano sperano per tutti noi. La tradizione della speranza (eccolo il succo che mi disseta) è nelle mani dei poveri, come il segreto del merletto, che le macchine non riusciranno mai ad imitare, è nelle mani delle vecchie operaie di Bruges». Tante volte - in questi mesi di pandemia, vedendo la nostra comunità del carcere tirarsi su le maniche per stare in piedi sul mare agitato - mi sono chiesto: "Come stiamo noi qui dentro in carcere?" E' semplice la risposta: stiamo da-Dio. Certo, non nel senso di pacchia (“Stiamo da Dio!”), ma nel senso più evangelico: ci stiamo come ci sta Dio. O, più sinceramente, proviamo a starci come ci sta Lui. E il suo come l'abbiamo sentito raccontare un'iradiddio di volte. Un promemoria? Basta rileggere come Matteo inizia il suo Vangelo, le primissime righe che mi rileggo quando lo scoramento bussa al mio cuore: sembra una guerra di spermatozoi impazziti, di storie imbastardite, di tradimenti saliti al potere della storia. E' la pagina numero-uno della cristianità, però: «Bisogna riconoscerlo – scrive il genio di Charles Péguy -: la genealogia carnale di Gesù è spaventosa. Pochi uomini hanno avuto tanti antenati criminali, così criminali. Particolarmente così carnalmente criminali. E' in parte ciò che da all'Incarnazione il suo valore, la sua profondità: un arretramento spaventoso. Tutto il suo impeto, tutto il suo carico di umanità. Di carnale». Spaventosamente fantastico: per uno come me che va matto per il Vangelo di Marco (anche per un conflitto d'interessi in merito al nome), questa di Matteo è però una pagina straordinaria: Dio nasce dentro il paltano.
A Betlemme, in quella notte santissima e umilissima, Dio si è vestito da sarto per presentarsi al mondo: nella carne di quel Bambino, ha accorciato (verbo di sartoria!) la distanza che c'era tra il Cielo e la terra. Ai suoi occhi, dunque, il carcere è un laboratorio di cucitura, oppure non è: l'arte del rammendo è il motivo per il quale è venuto al mondo. Per una persona detenuta, poi, quello sguardo è un laboratorio di speranza. Il mondo ti guarda con i suoi occhi: "Hai fallito, hai avuto un insuccesso, sei stato sconfitto?" Un bellissimo l'eterno riposo e poi la sepoltura. Così, rifiutato dagli altri, inizi anche tu a guardarti così, finendo per guardare gli altri come gli altri guardano te: un mattatoio di occhiate. E' così che nasce la cultura dello scarto: da uno sguardo schifato, nebuloso, un pochino tanto razzista. E, scartato, l'uomo viene sottoposto alla gogna, che tutt'altra cosa della (ver)gogna: pensate a quanta gogna c'è in un articolo di giornale che parla di un fallimento, anche il più piccolo. Sotto questa ghigliottina, resta un brandello di umanità: è irrequieta, ferita, confusa. Quando ce la fa, se ce la fa, grida a squarciagola una speranza che ancora cova dentro. Il mondo, sentendo urlare, gli urla di non-urlare: «Molti gridavano per farlo tacere – scrive Marco a proposito delle grida di Bartimeo al passare di Gesù -. Ma egli gridava più forte. Allora Gesù si fermò, disse: “Chiamatelo”» (cfr Mc 10, 46-52). Non si vergogna delle storie-cieche, Gesù: entra dentro, a sfidare la cecità. Che diventa una sfida al nostro sguardo accanito. Basterebbe, ma non è tutto.
Ci entra senza parole, facendo accadere qualcosa: per farci capire quanto vale la terra della storia che siamo, compra quella terra e mette-su casa, pianta la sua tenda in mezzo a noi. Parole, queste, da leggersi come natalizie per tutto l'anno, non solo nel tempo del Natale: «Esulta, o sterile – raccomanda Dio per bocca di Isaia -. Non temere perchè non dovrai più arrossire; non vergognarti, perchè non sarai più disonorata» (Is 54,4) Nel Natale Dio non parla: Lui accade, fa accadere. Il suo modo per dire "Mi-manchi" è farsi trovare sotto casa, così sotto da entrare a casa nostra, per farci entrare a casa sua. E' pazzesco tutto questo, ai miei occhi: è uno sguardo senza parole che mi lascia senza parole. E' come se, a Betlemme, avesse inaugurato uno sguardo nuovo con il quale poter guardare il mondo, d'ora in poi. Cambia tutto, tutto cambia: le ferite – miserie, schifezze, obbrobri – si fanno feritoie attraverso le quali riguardare il mondo, la storia, l'eternità. Anche Dio.
Se Dio, dunque, non si vergogna di entrare dentro me – nelle vite di coloro che vivono con me in carcere – perchè io dovrei vergognarmi della storia che mi appartiene? Questo mi sta dicendo, guardandomi, il Dio-Bambino jn questi mesi di doppio isolamento in carcere: il Natale non è un l'incontro con un pugno di parole-buone, ma lo scontro con una presenza che sfida l'apparente non-senso di ciò che è rimasto della mia storia frantumata. Scrive quel gigante della narrazione ch'è stato Antoine de Saint-Exupéry: «Io disprezzo quel padre che denigra il figlio che ha peccato. Il figlio gli appartiene. E' necessario che egli lo rimproveri e lo condanni – punendo così se stesso se l'ama – e che gli dica il fatto suo, non che vada a lamentarsi di lui di casa in casa. Perchè così facendo, se cessa di essere solidale col figlio, non è più un padre e ci guadagna quel sollievo che degrada e che somiglia al riposo dei morti. Io li ho sempre creduti poveri coloro che non sapevano più con chi fossero solidali (…) Mi piace quel padre che, quando suo figlio sbaglia, si sente disonorato, si mette in lutto e fa penitenza. Perchè il figlio gli appartiene. Ma siccome è legato a suo figlio e sorretto da lui, egli lo sosterrà. Non conosco alcuna strada avente un'unica direzione. Se rifiuti di essere responsabile delle disfatte, non potrai esserlo delle vittorie» (Cittadella, CLXXV).
La mia è la storia di una ragazzo miserabile, di un prete insulso, tiepido: lo dico con cognizione di causa. Non ne vado fiero ma nemmeno mi vergogno più. La vera materia della mia storia – me lo insegnano i miei sbandati – non sono più io, ma il fatto che Dio non si è ancora stancato di me. Che dentro il mio maledetto peccato, continui a battere forte il rintocco della sua Grazia. Che, se ci pensate, non è poi poca roba.

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Dal 3 giugno in tutte le librerie I gabbiani e la rondine (Rizzoli), il nuovo libro di Marco Pozza

La sofferenza, la rinascita, la bellezza nella Via Crucis che ha commosso il mondo.
Roma, 10 aprile 2020, Venerdì Santo. Nel pieno della pandemia, la Via Crucis celebrata dal Papa non si svolge in mezzo alla folla, nel Colosseo, ma nella piazza San Pietro deserta, sotto lo sguardo dell’antico crocifisso della chiesa di San Marcello al Corso. Le parole che risuonano nella notte della morte e del dolore provengono dalla parrocchia del carcere di Padova: a meditare sulle quattordici stazioni della Passione di Cristo è un’intera comunità di uomini e donne che abita e lavora in questo mondo ristretto. “Mi sono commosso” ha scritto Papa Francesco. “Mi sono sentito molto partecipe di questa storia, mi sono sentito fratello di chi ha sbagliato e di chi accetta di mettersi accanto a loro per riprendere la risalita della scarpata.” In questo libro, partendo dalle meditazioni sulla Via Crucis raccolte e scritte insieme alla giornalista e volontaria Tatiana Mario, don Marco Pozza ha costruito un racconto sulla fede e la risurrezione dei viventi: la Via Crucis di Gesù diventa così una Via Lucis degli uomini, la cui sofferenza è stata riscattata da Cristo in persona. “Mai celebrata una Via Crucis così” scrive l’autore. “Pareva davvero d’attraversare l’Odio desiderando l’Amore.”
(Per prenotarlo clicca qui)

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donDiNoto
Ogni volta che lo sento parlare – lui, che per me è «tromba di Dio» tanto quanto lo era quel cane-pastore di don Primo Mazzolari – sono sempre dibattuto se, dopo oltre vent'anni di battaglie quasi ignorate dai più, tributargli il Premio Nobel dell'indifferenza o il Premio Nobel della coerenza. L'indifferenza è quella che gli riserva il mondo, anche intra-ecclesiale; la coerenza è la forza d'urto di un prete (ch'è prima un uomo, non è scontato), don Fortunato Di Noto, che finora non è mai venuta a mancare. «Io continuo a ripiantare gli alberi di ulivo che sono stati sradicati» dice, con un tocco di poesia, quell'uomo che dietro un fisico possente custodisce un cuore di bambino. Mi pare di capire che la sua sfiga siano proprio i numeri che si ostina ad analizzare: ogni anno li scrive a caratteri cubitali nelle relazioni della sua Associazione Meter, li (di)spiega, li srotola, li fa strepitare. Li usa come fossero sberle da dare in faccia ad un mondo che pare inebetito di fronte agli schizzi del male. Lui, però, è uno di quelli per i quali i numeri hanno vita, tanta vita, non sono solamente dei simboli scarabocchiati sulla carta: sono storie di bimbi abusati, violentati, schiavizzati. Resi carne da macello nelle beccherie della (pedo)pornografia, del sesso perverso elevato a crimine contro l'infanzia, ch'è il presente e non il futuro dell'umanità. Ma tutto, pesantemente, tace. Misteriosamente tace.
Lui. invece, no: di tacere non ne vuole sapere. Senza studi particolari, ha capito da subito il succo e la portata del dramma: «Se torturi i numeri abbastanza a lungo, confesseranno qualsiasi cosa» scriveva G. Easterbrook. Nei numeri, dunque, c'è tutto il suo atto di denuncia. Una denuncia che nasce sotto terra, nei bassifondi del crimine, in quell'inferno di merda che sono gli stupri, le violenze, dove le anime dei bambini di pochi giorni sono esposte al pubblico ludibrio delle porcate del mondo adulto. Ecco spiegato perchè quest'uomo sia stato dotato da madre natura di una stazza possente: il suo corpo, negli anni, è diventato lo scudo di protezione per chi, in questa schifosissima guerra asimmetrica, non ha santi quaggiù in terra, nell'attesa di conoscere quelli in cielo. Se avete fegato, i numeri li trovate tutti, non li riporto: pur avvezzo alle malefatte che raccolgo nel confessionale della nostra galera, mi viene da vomitare, subito dopo avere intuito che dietro il numero “uno” c'è già una bestemmia pronunciata contro Dio. Figurarsi quando quel numero viene moltiplicato per decine, migliaia, milioni, miliardi di bestemmie contro Dio perpetrate nei bambini. Sono decenni che a don Di Noto viene riservato il trattamento dello scimunito del villaggio: “Vuole mangiare sui drammi della gente, eppoi sono tutti pedofili i preti” ribatte, ignorante, qualcuno per avere materiale di complicità per chiacchierare seduto al “Bar di donna Prassede”. Basterebbe conoscerlo per capire che quest'uomo, per davvero in questo caso, sono anni che viaggia senza olio e controvento: lui, il pane, non ama mangiarlo, gli viene più facile impastarlo, farlo cuocere e poi darlo a coloro che hanno fame. Fame e sete di giustizia e verità. “Sono le cifre a governare il mondo, ragazzo mio!” mi risponderà qualcuno, tentando invano di strapparmi via il debito spirituale che mi lega a questo prete. Può darsi: Nel caso fosse vero – come annotava quel gran genio di Goethe - le cifre diranno se il nostro mondo è governato bene o male.
E se, cifre alla mano, fosse governato da bestie, come la mettiamo?
Io, la sera, prego per quest'uomo nato e cresciuto nella Sicilia orientale, in quell'angolo d'Italia abituato al sibilo dei venti, alle buriane del mare, al profumo dei fichi d'india, al malaffare ch'è il virus più camaleontico che esista. Prego e mi stupisco di come, ogni volta che risale dall'inferno liquido del male, riesca a prendere sonno quest’anima di uomo: mi convinco che solo Dio riesca a ricompensare del sonno coloro che vegliano sul destino dell'innocente. Resta il fatto che, come nelle migliori trame dei santi e dei profeti, occorrerà che muoia perchè il mondo fiuti la grandezza di un uomo che poteva trastullarsi in santa pace nelle spiagge soleggiate della sua amata Sicilia e, invece, ogni mattina riparte per gridare al mondo che tutto questo accade, fa schifo, occorre essere in tanti per bonificare il cuore dell'uomo, ch'è la terra più paludosa e più ricca di potenzialità a disposizione. Io, i suoi numeri, li leggo spesso, anche se mi fanno tremare: siccome, in materia, ha numeri da fuoriclasse, è anche capace di dirmi che ogni numero è zero di fronte all'infinito di Dio. Lo dice dopo ch'è andato a sporcarsi di fango. In caso contrario sarebbe uno dei tanti ciarlatani, anche se vestito da prete. Ma non lo è affatto, e Dio lo sa bene.

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Dal Siracide, nella Prima Lettura, troviamo uno sguardo che rivolge a tutta la Creazione. È indulgente e amorevole: vede, nel creato, il dono che Dio fa all’uomo e l’immagine della Sua bellezza e bontà. Il mondo intero è affidato all’uomo, affinché ne abbia cura e lo custodisca.
Forse, proprio custodia è la parola chiave: il mondo intero è ai piedi dell’uomo, ogni cosa creata è a sua disposizione; tuttavia, nel ricevere questo come un dono dalla generosità divina, ne è – al contempo – responsabile: è chiamato a prendersene cura e fare in modo che si mantenga come è stata pensata da Dio: un’opera di bellezza e di fantasia, che rimandi al Suo Creatore, cosicché ogni uomo, guardandosi intorno, possa dare lode a Dio.
Non solo, proseguendo, aggiunge una parola, che è rivolta all’uomo

«Guardatevi da ogni ingiustizia!» e a ciascuno ordinò di prendersi cura del prossimo. (Sir 17, 14)

Non soltanto, ogni uomo è chiamato a custodire il creato, prendendosene cura, in modo tale che la sua bellezza sia un richiamo ed un riflesso dell’Eterna Bellezza di Dio; ciascuno è chiamato anche alla custodia dell’altro. Reciprocamente: ognuno secondo le proprie competenze, capacità, possibilità, perché il criterio è la giustizia. Giustizia è fare in modo che non sia la legge della giungla (basata sulla bruta forza fisica) a regolamentare i rapporti tra gli uomini, bensì, a ciascun esemplare della stirpe umana, indipendentemente dalla forza, dalla salute, dall’etnia, dalle dimensioni, dall’età, dal sesso, sia riconosciuto dì quel valore intrinseco ed inalienabile che gli proviene dall’essere umano.
Non manca, del resto, un richiamo verticale: come gli animali sono chiamati al timore (inteso come rispetto) nei confronti dell’uomo, esso diventa specchio del timore che l’uomo è chiamato a nutrire nei riguardi di Dio. È un memento necessario: tutto ciò che è fatto, se non l’ho fatto io, deve portarmi a pensare, riflettere e rispettare chi ne sia l’autore. Questo principio si riversa anche nei rapporti orizzontali; non importa se si tratti di un lavoro umile, artigiano, tecnico, oppure un lavoro d’ingegno: in una società così finemente specializzata e settorializzata, è inevitabile trovare molteplici ambiti in cui la realtà impone a qualche persona di dichiararsi, con semplicità, ignoranti. Per un architetto, la teologia può essere una costruzione troppo ardita per la sua comprensione; per un giardiniere, artista esperto di innesti, la panificazione risulta un’operazione estranea; al meccanico, esperto di motori e pistoni, l’architettura risulta difficoltà come una lingua straniera mai sentita. Per ognuno di noi, per quanto estesi possano essere competenze, qualità o cultura, ci sarà sempre qualche ambito che si risulta terra straniera, in cui ci rendiamo conto di doverci affidare ad una guida turistica esperta, che ci consenta di inoltrarci in questo campo, almeno qualche metro in più dell’ignoranza più assoluta, a cui saremmo condannati dal nostro rifiuto ad accogliere una maestria differente da quella che noi abbiamo ottenuto.

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